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Poca Intesa per il 59? Un caso di scuola

Torino Porta Susa. Stazione. 5 ottobre 2014.Abituati a guardare il bicchiere mezzo pieno, o mezzo vuoto, osservo ” la balena “spiaggiata, trasparente che ingoia continuamente persone e sogni che viaggiano. Che paradosso, eh? Spiaggiata eppure viaggiano, i viaggiatori. A ciascuno il suo. Per restare in tema di libri, ormai a “portici aperti”.

Porta Susa. Rifletto, prima che gli uffici pubblici aprano e facciano passare luce su quei pochi spiragli che esistono, per portare a casa un sogno. Ed è  proprio dagli spiragli che la luce comunque passa. Almeno, mi consolo così.  Uno spiraglio, luce nella luce. E luce nella luce sono gli amici con cui vicendevolmente ci sosteniamo in una situazione che ha del paradossale.

Per il momento lo spiraglio, della luce, perviene da una amicizia consolidata. Spesso sfogliamo un libro, “insegnanti al timone”, noi che vorremmo, noi che forse potrmmo, non che non lo siamo e forse non potremo. Noi, che col 59 potremmo davvero stare al timone. Noi che siamo pochi. Quanti? Forse tre, quattro. Ma una norma non dovrebbe essere oltre che certastratta e… anche prevedere che….Vabbe’

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Un oratore parla: “una non scelta è una scelta”. Penso che talvolta  si è nella condizioni in cui non si possa scegliere. A volte alcuni tracciano una strada, un po’…superficialmente, capace solo di portare al punto di partenza, dopo tanti sacrifici. Hanno raccontato che con la laurea, e con tanti sacrifici, bhe, saresti riuscito ad insegnare. Sacrifici tuoi, di chi sta intorno.  Il tempo passa, le stagioni, gli anni. Tutto ruota intorno ai tempi stretti, del dopo lavoro, lo studio. Centellinare tempo, spazio, risorse. Di ogni tipo.  Poi, una volta arrivati al traguardo, qualcuno ci ha raccontato che forse, quella laurea li, “classe di concorso…” sarebbe meglio toglierla perché  insufficiente per insegnare e inserirti in graduatoria di terza, seconda, prima fascia.

Al che, resti fuori. “Si accomodi”.

Arriva poi nel frattempo  qualcuno che ti consiglia, “bhe, hai fatto 30, fai 31, continua a studiare, prendine un’altra”, non si sa mai. Come fosse un ricostituente.  E studiare è bello, davvero. Oggi discutevo con un amico innamorato dei libri, come me, di quanto vorremmo leggerne ancora e ancora.  Recuperando il nostro tempo, nel frattempo sottratto da lungaggini di chi modifica percorsi. E mettere a disposizione questo sapere di chi lo vorrebbe sapere.

Altri tempi, scelte, altri sacrifici.  Intanto lavori, studi e i quotidiani annunciano che forse il  tfr  andrà in busta paga. Poi, “in nome del popolo italiano….” qualcuno ti conferisce, dietro altri sforzi, un altro titolo di studio, solo che, anche questo,  non basta ancora e sei fuori, ancora, dalle classi di concorso.

Che fare? Ottobre è il mese delle rivoluzioni, sostiene la storia.  Nel frattempo comprendi, a furia di stare tra le aule, che è davvero bello lavorare nel campo della scuola, dell’educazione, con i ragazzi. Dalla scuola di massa alla scuola di massa. Ti inventi progetti, percorsi, nonostante tutto. Scopri che la scuola e’ la piu grande biblioteca che possa esistere, con le tesine, raccolte  e depositate in qualche luogo sicuro. E ti verrebbe voglia di metterci mano e provare a leggerleee vedere in dieci anni come sono cambiati i ragazzi e come si sono modificate le aspettative, come concepivano il mondo del lavoro e come lo hanno trovato, e poi come si pensavano e ccme hanno dovuto ripensarsi. Di tanto in tanto ti capita una circolare tra le mani e mentre qualcuno immagina una “lotta” di piastrelle e di classi, leggi la data, il protocollo e pensi a come la comunita’, quella comunita’ si e’ modificata negli anni. Una fotografia, della scuola, con lenti sociologiche..Fotografia. Vedi il prof di fotografia e di italiano e suggerisci loro di provare ad immaginare un percorso in cui i ragazzi, knsieme alle classiche fotografiele del giorno della laurea, del matrimonio,  si applichino su un percorso piu lungo, istoriato, narrato, perche’ no, romanzato, accompagnato dalle fotografie Degli sposo, dei testimoni, amici di un tempo. Soggetti, oggetti, relazioni. Tornare alla scuola di massa partendo dalla scuola di massa.  Modalita’ nuove, al passo. I ragazzi sostengono che “il miur dovrebbe sapere che esiste questo sapere nel corridoio, un po’distante dalla classe”.  Cosa?  Mi rivedo come in un film la scrivania del professore di storia dell’Universita’ di Torino, Giovanni Carpinelli, ricolma  di tesi,  laureand* in fila a chiedere consigli, titoli, abbozzi di tesi. E lui, la sua passione per il lavoro di insegnante ancora al lavoro a formare “libri” , da scrivere e da leggere. E da correggere. Una passione, capitolo dopo capitolo, fino alla conclusione del volume.Ma riprendo il filo di un sogno. E davvero diventa un sogno, e lo insegui. Intanto, si cambia lavoro e tutto fa scuola. Tutto si tiene. Qualche anno in giro, per la provincia, a vedere come cambiano i campi, le coltivazioni, le insegne dei paesi, le stagioni, dal treno, dal bus, dalla macchina. Capisci che davvero insegnare è una passione, un sogno. Ci credi, senza se e senza ma. Ma…  E allora dici, vabbè, proviamo. Diamoci ancora una possibilità. Trovi una “intesa”. Con te stesso e ancora una volta coi tempi, col lavoro. Passi di ruolo di un certo profilo,  e qualcuno, mentre lavori,  prova a sottoscrivere un’altra intesa. Su, ai piani alti, del Palazzo. Intanto lentamente ti stai avvicinando all’ennesimo traguardo.  Stai diventando “nozioni” che camminano. Pensi: questa volta ci vado, ad insegnare. Sta arrivando il mio turno e ho dalla mia, non i numeri, ma il numero: il 59. Con questo, posso conservare il mio posto, e cominciare a realizzare il mio sogno. Manca poco. Uno spiraglio. E proprio su quel poco si gioca tutto. Quel poco, che è rimasto nella penna, nella fretta del e nel Palazzo. E così, per l’ennesima volta, per una questione di giorni, “dal fine lezione” al “termine attività didattica”, il numero fortunato, che permetteva un po’ di pratica, di esperienza, senza costi aggiuntivi per lo Stato,  capace di far mantenere il posto di lavoro al dipendente, resta nella penna. Un numero che permetteva il sogno. Non un 13. Ma il 59. Il 59 non è applicabile. Ti dicono che devi scegliere. O di qua o di là. Dove di qua, è tenere un posto, a tempo indeterminato, (senza attivare, come capita per altri, un articolo, per accedere al profilo superiore, e tornare al proprio, una volta terminate le lezioni), o di là, andare si, ad insegnare, ma, al termine delle lezioni, a giugno,  rientrare nella giostra della disoccupazione prima, del precariato poi. E tutto perché è mancato qualcosa. Nell’intesa. Pensavo fosse terminato il tempo del si deve. Pensavo fosse cominciato il tempo del vorrei…

Ho pensato che se non posso con il 59 magari con il 18, comma tre…..In soldoni mi dice che si, posso, potrei, a patto che non sia un costo aggiuntivo per lo stato. E quindi, non posso, perche’ il mio posto dovrebbe essere sostituito da altro lavoratore della scuola. Senza costi aggiuntivi….ma col 59 non ve ne erano!!!!!!

Se “Cei sei ” batti un colpo! Perche’ forsee’ un casi di pochi, per pochi, e  pochi sicuramente lo siamo, ma e’ un “caso che fa scuola”.

Nel frattempo non si contano le mail e i soggetti interpellati. Ma chi era, Monti? Ma, non era un governo tecnico? Perche? Il Presidente del consiglio, attuale, sostiene che si possa utilizzare la modalita’ on line per segnalare “una buona scuola” e la scuola e’ buona per chi la fa.Tra le mni gira e rigira una nomina di insegnante, che vorrei, mi piacerebbe, ci tengo, ma mancano gli spiragli, rimasti nella penna, ai piani alti. Mi sa che domani dovro’ svegliarmi da un sogno lungamente e troppo brevemente accarezzato. Per colpa di chi, cantava Zucchero, non lo, so. Mi sa che domani non saro’ ancora professore. Ma quando arriva domani?

La testa e’affollata di numeri, e pensieri poco intesi e che non aprono strade, ma non ho voglia di seguirla, quindi, buonanotte.

Domande ATA graduatorie di istituto 2014-2017

Sono state pubblicate le domande per il triennio 2014-2017- Scadenza 8 ottobre 2014. Allegati del bando di aggiornamento delle graduatorie di istituto di terza fascia del personale ATA (collaboratore scolastico, assistente amministrativo e tecnico) per il triennio 2014/2015, 2015/2016 e 2016/2017

Qui l’indirizzo ove scaricare sia il bando che i modelli della domanda.

Zero 24. Drogheria automatica

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Torino, via Bellezia 7. Drogheria automatica.

Sabato santo. Sabato di pioggia sulla nostra città. Piove da alcune ore. A tratti fa anche freddo. Temperatura in “picchiata” di dieci gradi. Voglia di caffè e cappuccino. Vago alla ricerca di un caffè, approfittando di queste ore di libertà, dal lavoro. Scuole ormai chiuse e libri riposti in un cassetto. Passeggiando tra le viuzze del centro di Torino, con grande sorpresa mi imbatto in un paio di distributori automatici. Ma non la solita macchinetta. No. Una drogheria automatica. Quel nome “gratta” il fondo della memoria. Drogheria. Locali di una volta. Il sale, monopolio di Stato. Le buste sorpresa, per i bambini. Palloni, grandi e piccoli.  Biscotti sfusi e buste di latte a lunga conservazione,  e detersivi di ogni tipo. Commessi e commesse piuttosto anziani con grembiule marroncino. Non si trovano piu’ in giro. Quei negozi. Forse in qualche sperduto paesino del Sud. Negozi, bazar, chincaglierie di ogni tipo, buone per far convergere l’attenzione e i desideri dei bambini, prima di dirigerli verso il gelato quotidiano, dopo tanto sole e tanto mare. E qui comincerebbe a partire il nastro della memoria. Nel centro di Torino, (e non solo) ci si puo’ imbattere in una drogheria automatica. Una sorta di “negozio, zero 24″. E mai più’ avrei pensato di trovare la possibilità di scegliere bottiglie di latte. Fresco e lunga conservazione. Insieme ad altri prodotti e quelli consueti. Chissà che fine avranno fatto quei camion di una volta,  che davvero lo distribuivano il latte, all’interno di contenitori metallizzati che facevano tanto alpeggio. Tempi che cambiano. Tutto a portata di un…click, come il suono della monetina inserita nel distributore automatico. (Per la cronaca, latte fresco e latte a lunga conservazione. Un euro e 70 centesimi, oltre a yogurt e succhi di frutta).

 

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Distributore automatico. Drogheria. Via Bellezia 7, Torino. Prodotti della cascina Fontanacervo, Villastellone (To).

Per la cronaca, chi invece prova a ritornare alla origini è Michele Curto.  Dalla bottiglia del Salento, un nuovo messaggio politico. Un forno particolare, appena aperto. Col pane, un nuovo tentativo di comunicazione politica. Oltre che di impegno. A me, personalmente, il, pane e’sempre piaciuto, come simbolo, come segno, di condivisione, di comunione. Pane, anche Eucaristico. Pane che manca, pane come lavoro, pane come fatica, pane come alimento necessario, di sopravvivenza, lotta per il pane e pane per la lotta. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, Padre. E non vorrei sembrare poco rispettoso della persona come delle persone lo sono altri, ma basta con la speculazione sul pane, e su ogni altro genere di necessita’.E la politica, a sinistra, lo aveva gia’ segnalato che il pane lo si poteva vendere ad un euro al kilogrammo e non a tre, quattro….E l’ iniziativa di Michele, devo dire, piace a molti, a guardare in quanti si interessano a questo suo impegno. Altra nota, la voglia di pane, come partecipazione e democrazia di elementi giovani, all’alba della loro maturita’ osservata dall’ottica di una primavera.

Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia, 7. Torino
Distributore automatico. Drogheria automatica. Via Bellezia 7, Torino

 

 

Pane della vita. A ridosso della Pasqua non si puo’ non pensare al pane. Sono le 5 e 36 di sabato, pomeriggio. Sento qualcuno chiamare il nome “Giovanni”. Non e’ un caso.  Quasi ora di andare e restare. Nel nome del pane.

 

Dal fronte della scuola, invece, nell’uovo di Pasqua, una sorpresa per un centinaio di ata: dopo anni di precariato, il contratto.

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“Il forno”. Da Michele Curto. Via Principessa Clotilde 27. Torino.

Il Natale 2013 raccontato assieme al quotidiano La Stampa

romano

Cari lettori, oggi vi presento il mio articolo apparso sulla Stampa del 28 dicembre 2013 nella sezione L’EDITORIALE DEI LETTORI, intitolato Ingessati a scuola.

Ingessati a scuola
ROMANO BORRELLI*
Dall’ultima maturità, provo a soffermarmi sul senso dell’Infinito viaggiare nel mondo della scuola. Tanti viaggi, tante cittadine di provincia, tante scuole. Università. Anni di precariato. Il sistema scuola: soggetti al lavoro. Graduatorie, classi. Di scuola, di concorso. Modalità di accesso. A e B. Docenti, ragazzi, famiglie. Nell’articolo «Le relazioni che salvano la scuola» (Alessandro D’Avenia, La Stampa, 12 dicembre 2013), una dimenticanza. Gli Ata, per esempio. La burocrazia ingessa e altro corre. Velocemente. La scuola o la società? Ma chi vuole realmente salvare la scuola? Cosa e come potrebbe cambiare la scuola e con chi? Qualcuno al Ministero dell’istruzione ha mai provato a scattare una fotografia sullo stato della scuola tra i suoi lavoratori? Laureati, «ingessati» dalla burocrazia che potrebbero contribuire ad implementare il vero senso del lavoro, consistente nella relazione di servizio reciproco, azione virtuosa rispondente ai bisogni umani?

Laurea, specializzazione, master e altro utilizzati nella scuola per altre funzioni che restano prive di sbocchi quando le aule si chiudono e con esse la consapevolezza critica.
La scuola è inclusione, di tutti. Basterebbe una mappatura dei bisogni e stabilizzare. Come ci si fa a conoscere e relazionarsi in una babele del ricambio continuo? Basterebbe poco
per trasmettere passioni a «quel mondo» dell’infinito viaggiare. Le scuole sono una miniera di passioni, nascoste.

Suggerendo di visionare le tesine degli anni passati proponendo di analizzare quel pezzetto di comunità, provando ad individuare gusti, tendenze, dinamiche, orientamenti dei ragazzi e provare a connetterli con gli strumenti che possiedono, oggi, ad intraprendere un infinito viaggiare a ritroso nel confronto, nello scarto trovato nel mondo dai  compilatori di quelle tra come si immaginavano il loro mondo e come lo hanno trovato. Ho provato. Tra l’entusiasmo della Preside e l’ingessatura della burocrazia. Ricordandomi la mia funzione ho riposto tutto nel cestino. Comprese le lauree.
*40 anni, laureato in Scienze Politiche, Ata, scuola, Torino

Di seguito per chi desidera stamparlo è disponibile il file in formato pdf, (aver cura di fare salva pagina con nome e poi aprirlo e stamparlo con adobe reader):

Ingessati-a scuola di Romano Borrelli

Il 27 dicembre 2013 è stato pubblicato sempre sulla Stampa questo bell’articolo di CRISTINA INSALACO avente per titolo:

La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale:

La voglia-di riprovarci parte anche da un albero di Natale

Di seguito la prima pagina della Stampa citata nel precedente articolo della Insalaco, in formato pdf, del 24 dicembre 2013:

Prima pagina del 24 dicembre 2013

stampa-24dic.2013-primapagina

Buone e serene feste a tutti Voi.

short link all’articolo:
http://wp.me/pog5o-1uZ

Chi l’ha visto, il contratto?

Due pesi e due misure. Come sempre. A chi si bea di aver predisposto tutto per l’ottimo avvio dell’anno scolastico, assegnando le chiavi degli istituti ai vincitori del concorso da Dirigente Scolastico, vorrei ricordare, che, “le pedine” (a cominciare dal calderone Ata) che questi ultimi muovono, sono prive a tutt’oggi di un contratto, fra i lavoratori e la scuola. “Chi l’ha visto il contratto?” Qualcuno dorme. Chi? Possibile che ipocritamente parlino, ai piani alti, di livello di diritti, di democrazia del sapere e nel sapere, di coinvolgimento di tutti i lavoratori al fine di motivarli in base alle loro competenze, conoscenze, attitudini, nella collocazione del posto lavorativo e poi, gli stessi concetti non siano applicati ai diritti del lavoratore a ricevere quanto gli spetta per il suo lavoro, a partire dal suo contratto?  (non afferma forse così la Costituzione? o magari, terminati i concorsi ci si dimentica?). Quanti sono  quelli che non hanno ancora il contratto con la scuola perchè precari? Perchè qualcuno all’atto del conferimento delle nomine ha dato dei numeri sulla stabilizziazione dei precari, sul passaggio in ruolo e invece nulla di tutto cio’ sta ancora avvenendo? Qualcuno, sindacati, politici, potrebber ricordare ai piani alti, al Miur, che la scuola non sono solo i Presidi che, anche freschi di nomina, muovono le loro pedine,  e che per il momento le muovono non avendo somministrato  un contratto di lavoro, (magari per “responsabilità” altrui, magari “l’Europa che lo chiede”. Ma l’ispettorato del lavoro non dice nulla?),  e quindi privandole di  denaro alla fine del mese e quindi non garanti sulla sussistenza derivante dal corrispettivo del proprio lavoro? Già, perchè gli euro dei lavoratori della scuola, non sono “i soli” 43 mila euro lordi l’anno, come tutti i quotidiani si sono mossi a sbandierare  giorno della stipula del contratto tra Ministero e Presidi, con tanto di “battito di mani”, ma molto, tantissimo di meno. Questa è una brutta, bruttissima storia, che ogni anno si ripete, con ritardi enormi sull’accreditamento dello stipendio, ma quest’anno risulta essere ancora piu grave. “La scuola è cambiata”, continuano a sostenere, quasi tutti, per giustificare mansioni che rasento il tutto e il di piu’ pur di coprire i tagli del personale. Vedo ogni anno personale della scuola trasformarsi in “infermieri, oss, barellieri…badanti, giardinieri”…di tutto…con una formazione direi allegra, mentre si dovrebbe tenere conto delle sensibilità di chi ci lavora che non sono date una volta per tutte, ma dinamiche, che si evolvono, nel bene e nel male…e solo gli stipendi, continuano ad essere quelli di una volta. Forse il concetto di democrazia e coinvolgimento del personale era bellissimo chiederlo e ascoltarlo durante le commissioni d’esame, dei Dirigenti Scolastici. Poi, tradurlo in pratica, risulta essere  già un tantino piu’ difficile. Si, facile consegnare tablet ai ragazzini di prima media, prima superiore……. (tra l’altro, l’assegnazione dei tablet avviene attingendo ai fondi europeri del programma Formez) un po’ difficile prendersi cura dei lavoratori. Non ci siamo. Chi ha visto i tecnici? Forse come sostiene l’amico Daniele, stritolati dai tre anni di tagli, compressi prima dal basso, con la mobilità verso l’alto dei piu’ “bassi”, tra gli Ata, e poi, dall’alto, degli inidonei.  Chi sa quale fine hanno fatto i cosiddetti “inidonei”? E se non si sblocca la loro situazione, quella degli altri resterà tale e quale a quella degli anni precedenti? Possibile che si continuino a fare nomine  con articolo 40, fino a che l’avente diritto non si presenta? Chi stabilisce tempi e modalità? E se non viene stabilito “il quando” verranno conferite le nomine? Penso che i piani alti dovrebbero essere piu’ seri. Non si puo’ continuamente giocare con la pelle delle persone. Assolutamente. Non ci siamo. La scuola non è piu’ quella di una volta, “il Miur quest’anno ce l’ha messa tutta a farsi trovare al traguardo in condizioni meno difficile del passato…” e così, due pesi e due misure, “utenti” col tablet e lavoratori che ricordano anni andati, con funzioni che non dovrebbero espletare (oltre che essere attualmente nè carne nè pesce, illusi da una stabilizzazione che non avviene. E’ la scuola del futuro, bellezza, con precari, statali, da cinque, sei, sette anni………… .. Complimenti.

 Tanto per cominciare, bisognerebbe tenere fuori dal patto di stabilità istruzione e sanità…Situazione creata dall’abdicazione dellla plitica ai mercati, con più disuguaglianza, piu disoccupati, più precari, e meno protezione sociale. E tanti multitasking nella scuola………

Contare per non essere contati

E così, anche le due ultime “strisciate” di badge sono andate. Un orologio elettronico, a ridosso della nuova stazione ferroviara, segna le 6.10. Quello scheletro di vetro e acciaio sembra crescere di ora in ora, così rifletto prima  che  la pancia della metro e del sottopasso mi inghiotta, ancora una  volta in questo giro di provincia. Davvero strano questo giro, anzi, questi giri, che ricordano un nuovo colonialismo, un capitalismo dalle fattezze nuove. Già, non si commerciano piu’ cose ma istruzione, cure, accoglienza, vigilanza, attenzione ai diversamente abili. Ogni anno, sempre un nuovo “giro”. Posti di lavoro che continuamente risultano scoperti e continuamente si riempiono, con visi, volti nuovi. Ogni anno. Come un ritmo. Quali diritti posso accampare in questo nuovo “colonialismo”? Posto di lavoro, precario, come tanti altri: professori e ata, a migliaia, dove restiamo “giovani” pur invecchiando ogni anno. Un ossimoro. E restando giovani, ma invecchiando, continuiamo a pagare la crisi che altri hanno innescato. Mille miliardi persi dal sistema bancario europeo tra il 2007 ed il 2010. Chi ne paga il conto? Il contribuente europeo, italiano. Servizi ridotti, welfare ridotto, retribuzioni bloccate.  E la manovra economica certo non aiuta, così come non aiutano le critiche all’articolo tre della Costituzione. “Rimuovere gli ostacoli…..”già….e qualcuno critica quell’articolo. Rendiamolo effettivo piuttosto. Introduciamo delle compensazioni a chi, precario, continuamente sostiene costi di trasporto, mutando, annualmente posto di lavoro, scuola. Introduciamo degli sconti, delle tessere gratuite di trasporto, almeno per il treno,per chi lavora nello stato e subisce anni e anni di precariato. Introduciamo forme di compensazione, tipo buoni basto, dal momento che chi lavora nella scuola ne è escluso e non ne fruisce, diversamente da altri lavoratori;  eppure  buona parte del proprio tempo, della giornata viene trascorsa sul posto di lavoro. Introduciamo delle compensazioni, dal momento che viviamo in un posto, senza utilizzarne i servizi, ma lavoriamo in un’altra cittadina. Non facciamoci criticare ingiustamente ma chiediamo almeno uno sforzo “empatico”. Si sostiene spesso che la società è cambiata, e la scuola anche, e quindi le competenze richieste sono mutevoli. Chiediamo corsi di aggiornamento che ci facciano percepire la realtà odierna, con le mille difficoltà dei ragazzi. Chiediamo che ci vengano forniti corsi attinenti al mondo della disabilità, per una perfetta integrazione dei ragazzi e dei lavoratori. Chiediamo piu’ partecipazione, ad ogni livello. Chiediamo di essere coinvolti in ogni processo decisionale. A partire dalle piccole decisioni. Chiediamo che la leva fiscale faccia il suo corso per una corretta redistribuzione delle risorse in un Paese che vede continuamente incrementare le disuguaglianze. Chiediamo una retribuzione piu’ dignitosa. Chiediamolo ora, diamogli conseguenza all’atto del voto. A questo pensavo, nel momento in cui “strisciavo” per l’ultima volta, in quel posto di lavoro, il badge. Con la speranza di poter contare e non essere ancora una volta contato  e relegato nell’immenso serbatoio della precarietà. Un anno davvero pesante, sotto tanti punti di vista. Non lo auguro davvero a chi sostiente che i precari sono la parte peggiore dell’Italia.

Unica cosa positiva, quest’anno, i treni. Almeno quelli utilizzati dal sottoscritto, sempre puntuali.

Dove è la politica

Il testo scritto da Simone Ciabattoni pone implicitamente una domanda: dove è la politica a fronte di dati afferenti persone “in carne ed ossa” che non riescono a trovare collocazione (e non solo “posto a tavola”) ma solo e semplicemente, visibilità? Simone ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, fascia di età piagata e piegata dalla disoccupazione pari al 29%, percentuale in aumento se confrontata con il dicembre del 2009. E dato che Simone nel suo articolo ci descrive anche una condizione femminile, è utile ricordare le statistiche che ci indicano come il tasso di occupazione femminile è pari al 46,5%, in rialzo si, ma pur sempre basso.

Occupazione precaria, flessibile. Occorre un serio piano per il lavoro dinanzi ad una situazione così drammatica, e invece, dove è la politica? Una carenza di politica, ma anche, a mio modo di vedere una carenza nel fare politica, poco rispettosa della prassi costituzionale. Utile ricordare le parole del Presidente della Repubblica: “irricevibile”. Governanti poco abitutati a maneggiare la Costituzione. Si, questo è un Paese politicamente alla deriva, capace solo di offrire, grazie alle immagini televisive che inondano le nostre case, (a tutte le ore), un’opulenza ostentata, mentre la realtà è altra. Altrove. Nelle fabbriche, quelle aperte, nelle scuole strapiene di precari, nelle mense, alla Caritas, per le strade. Altrove. Dove non si ha voglia di guardare. Dove? Nei portafogli degli italiani, con i redditi in calo (le statistiche nei giorni scorsi ci descrivevano un calo nel periodo 2006-2009 pari al 2,7%). Come ci ricorda Marco Revelli,la povertà non è solo un dato numerico, è anche questione di mediatori e mediazioni culturali. Attiene la testa ben fatta non solo quella ben piena”. Televisione, immagini, ipnosi collettiva”. Già, finché la barca andava, finché la ruota girava…e tutti eravamo presi nel e dal meccanismo inclusivo del consumo, in quanto consumatori, la realtà, o/e, la “voce del padrone” stentavamo ad ascoltarla ed a riconoscerla. Ora, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, di shopping dei diritti, (dove i processi di delocalizzazione si son fatti sentire? proprio dove viene meno il rapporto tra Stato, sovranità, territorio e cittadinanza) eccoci ora sentire voci imponenti, camuffate da referendum, “dammi tutto in cambio di nulla”, “votate o altrimenti chiudo”. Stracci di contratto si, grazie alla generosità abbondante di “gazzettieri con penna sempre a portata di mano. ”Affermazioni e richieste, quelle, (dammi tutto in cambio di niente) che si perdono fin dalla notte dei tempi come la sproporzione esistente fra il reddito dei manager e di chi lavora e produce. Dove è la politica quando si chiedono riduzioni di pause, aumenti di produttività intesa come intensità del lavoro, straordinario non contrattato, limitazione del diritto alla malattia? Dove è questo Governo che permette “omogeneizzazioni” al ribasso? Ma il problema non riguarda il solo settore privato. Simone ha sollevato, da studente il problema che esiste anche in chi lavora nella scuola. Se nel privato, know-how, condivisione degli obiettivi e dei processi di tutti i lavoratori, consenso, pari opportunità sono elementi di economicità di un’azienda (partecipazione e democrazia!!!) ma solo per alcuni, anzi, per pochi, (così dovrebbe essere) anche nell’ambito scuola, dove regna la presenza costante, anno dopo anno, del 50% dei precari, le condizioni di lavoro a mio modo di vedere non sono poi tanto differenti. Perchè i precari devono essere esclusi dalla partecipazione di momenti così fondamentali all’interno di quella che è la comunità scuola? Comunità formata da: insegnanti, insegnanti di sostegno, educatori, ata di tutte le forme, imprese di pulizie: con contratto a tempo indeterminato, determinato, di fatto, di diritto…vogliamo continuare? (e’ un Paese civile, questo? che non permette di provare a immaginare il suo futuro perchè la cosa grave è che questi Governanti, così facendo, così operando, lo cancellano il futuro. Perché, mi viene in mente un esempio che mi tocca da vicino, i precari Ata, nelle scuole sono destinati, ogni anno, a cambiare scuola, nonostante siano necessari, utili,soprattutto se inseriti in un certo percorso formativo educativo? perché non stabilizzarli? Perché, pur essendo privi di formazione specifica, nelle scuole dove sono iscritti e frequentano ragazzi sfortunati, diversamente abili, gli Ata, non possono “aprire una trattativa” con il dirigente scolastico, per quanto riguarda il cammino ed il percorso di quei ragazzi ? Coinvolgere gli Ata, ad esempio nella commissione hc; coinvolgerli a partecipare a colloqui con i genitori e incontri anche con i fisioterapisti, se necessario. Coinvolgere i lavoratori nella crescita e nella formazione. Quello che non si capisce è che se non si investe nella scuola questo Paese è destinato ad un continuo decadimento. “Non esiste cultura politica (ricordava la sociologa Chiara Saraceno) all’altezza e abbiamo una cultura imprenditoriale che usa la flessibilità senza investire nel capitale umano”. Identico modo di operare nella scuola. Qualcuno investe sui precari? L’argomento sarebbe da approfondire perché nelle scuole quale crescita ci potrà essere senza partecipazione?

Un’ultima notazione: le diseguaglianza sociale e territoriale, crescono. Questo Governo continua a sostenere come un mantra che la disoccupazione in Italia, grazie agli ammortizzatori sociale, è ferma all’8,6%. Gli ammortizzatori, prima o poi, sono destinati a terminare ed è utile ribadire che sono utilizzabili solo da coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato. I giovani, come Simone, non ne avranno diritto. Dove è la politica se non ha approfittato di questa grave crisi economica per produrre vera politica e non “nani e ballerine”?

 

Keepsake

Piove su Torino. Cerco velocemente un riparo. I portici offrono un “ombrello”Portici di carta permanente, in queste occasioni. La settima scorsa, nell’identico posto, si è “consumata” la quarta edizione di “”, circa due chilometri di libri esposti e un “fiume” di potenziali lettori e altrettanti curiosi. Una sorta di salone del libro, all’aperto. Anche quest’anno, come per le altre edizioni, ho “buttato l’occhio” su questa interessante manifestazione. Settembre, mese in cui si ricorda Vittorio Foa, che il 18 corrente avrebbe compiuto cento anni. E anche grazie a Vittorio Foa si possono ricordare riannodare i fili della memoria con  l’assemblea costituente, l’Italia che riscopre la democrazia, l’antifascismo. Settembre, altri grandi personaggi da ricordare: Italo Calvino, a 25 anni dalla sua scomparsa, e, un altro grande da ricordare Alberto Moravia. Iniziativa, quella dei Portici di Carta, interessante, capace di suscitare riflessioni. Sollevo gli occhi al cielo e il tempo non promette nulla di buono. Accantono così quei ricordi. Comincia a piovere. Per poco. Il cielo pare smettere di piangere e qualcuno intravede un arcobaleno. Fatto strano, di questi tempi, così cupi. Così tristi. Il tempo mi rimanda al barometro. “Che tempo che fa“? Viviamo nel terzo autunno di crisi finanziaria, con un saldo ipotizzato, fra assunti e licenziati, (per quest’anno), negativo: quasi duecentomila posti di lavoro “andati in fumo” (178.390). Uno “spicchio” di pomeriggio sotto la pioggia; pomeriggio che appartiene ad un torrido autunno scolastico dove migliaia di insegnanti precari e tantissimi Ata scendono in piazza, perchè, a detta di alcuni esponenti di questo Governo, “politicamente strumentalizzati“. Professori e Ata senza un “becco di un quattrino”, colpevoli di aver perso, per colpe altrui, appuntamenti con il futuro. Alcuni giorni fa si sosteneva che il reddito reale disponibile per abitante si attestava, nel periodo 2003-2007, sui 15 mila euro. Oggi, penso sia molto meno. Neanche sui 14.500; ancora meno. Credo. Molto meno. Una giornata, o meglio, giornate senza Profumo intorno. Ma quanto ve ne è stato…con che valore!!!!Paradossale che vi sia una differenza così. Come si vede, la “lotta di classe” non puo’ essere terminata. Non si puo’ chiedere di “fare le cose insieme”, per sette volte, come esponenti di Confindustria chiedono, quando si socializzano le perdite e si privatizzano i profitti. Eppure, i lavoratori della scuola, corrono serie possibilità di non vedere l’accredito del proprio stipendio nei tempi usuali. Altro che milioni di euro. Stiamo parlando di mille, lo stretto necessario per non sopravvivere. Già,perchè quando si cambia scuola,  scelta “voluta fortemente” (si fa per dire) dai “politicamente strumentalizzati che osano scendere in piazza”, la registrazione del contratto, nella nuova scuola, avviene presumibilmente in ritardo, o, magari per “colpe del sistema informatico”, per cui, se hai la sfortuna di incappare in quel ritardo di registrazione, bhe, il cassiere, ora senza Profumo, (ma anche prima di quello), sicuramente potrebbe rispondere: “No bonifico, no Party“. E il bonifico, anzicchè arrivare il 23 del mese, come consueto, arriverà chissà quando. Davvero questo capitalismo è incompatibile non solo con la democrazia ma anche con la vita. Torno velocemente verso casa, ma ricomincia a piovere. Recupero la scala mobile della metropolitana. Una scala mobile in discesa, come succede per i lavoratori della scuola. Sempre piu’ al buio. Povera scuola, scuola povera, poveri noi. Certo, qualcuno potrebbe ricordarci Flaiano:“la situazione è grave ma non seria”. Serve non solo un dibattito in Parlamento. Occorre una mobilitazione. Occorre una fortissima partecipazione allo sciopero che verrà.

Scuola sottosopra. No al “bavaglio”

Da tempo non mi capitava di rivivere il sentimento, relativo ad un addio. Episodi simili, si ripetono con frequenza annuale. Nella scuola. Alla scadenza di ogni contratto. Venerdì, la prima scadenza. Non un numero. Non una dei “mille dipendenti” che si appresta, a Torino e provincia, ad essere colpita dai tagli alla scuola. Una persona in carne ed ossa. A fare da cornice, all’addio, i colleghi. Giugno: alunni “licenziati”. Lavoratori, anche. Periodo di tagli e “bavagli”. Per giornalisti, operai, lavoratori della scuola. Si, perchè il bavaglio, non soltanto non va bene al giornalista piu’ quotato, ma anche all’operaio di Pomigliano, impossibilitato ad esprimere la propria opinione, aderendo ad uno sciopero, a potersi curare in caso di malattia (almeno per i primi tre giorni), o, adempiere a funzionario pubblico durante le elezioni. Eppure in questo periodo, le vendite che vanno per la maggiore ricordano un famoso concentrato, di pomodoro: “o così o pomì”. Anche a scuola, il bavaglio. A molti, solo i no: no ai corsi sulla sicurezza, no alle visite mediche interne, no ad essere rappresentanti sindacali, no a maturare un’anzianità di servizio. Perchè ai precari si è messo il bavaglio. Ai “fissi” lo si sta per mettere, grazie ai 6,5 miliardi non contabilizzati nella manovra per il mancato contratto nel pubblico impiego. Senza citare l’intervento sulle pensioni e sulle donne.(ma non vi era una direttiva, del 1978 che lasciava liberi gli Stati per definire l’età di pensione?). Non parliamo poi dei tagli ”grazie alla riforma” Gelmini. Sabato, è stato “festeggiato”, con anticipo, dai colleghi, il termine del mio contratto. Annuale, da 950 euro mensili, senza mensa, 140 km (a/r), quasi cento euro di abbonamento treno. Fortunatamente, il “bavaglio” al cuore delle persone non lo si puo’ mettere e così, quella scuola, è diventata casa, focolare e accoglienza. Alida, Ornella, Patrizia, Gianni, Rina, Anna, Marinella e altri, non resteranno solo nomi di colleghi, ma persone con cui si è costruito qualcosa, persone che esprimono fede nella solidarietà e nell’attenzione verso chi è precario. In controdenza in questo periodo, che “imbavaglia” e distrugge, diritti e rapporti personali. E mentre quel posto sto per perderlo, uno, non retribuito, ma importantissimo e con immenso valore so di averlo conquistato. Nel cuore dei colleghi. “Grazie per averci portato un po’ di movimento, diverso dal solito, per averci fatto compagni e donato un po’ di allegria. Ci sarà sempre nel nostro cuore un posto riservato a te”.

Non siamo piu’ nel Novecento, ma non voglio essere proiettato nell’ottocento.

Suonerà ancora, la campanella della scuola. Non per tutti

Fine della scuola. Scuola alla fine. Scuola povera. Povera scuola. Poveri noi.
L’ultima campanella ci ha segnalato la fine delle lezioni. Ragazzi in libertà. Professori e ata, precari, pure. Saperi e legami che saranno “tagliati” senza cura. Operai a Pomigliano sotto ricatto. “O così o pomì”, sosteneva una pubblicità alcuni anni fa. Ormai è dal 1993 che grazie ai famosi accordi “piu’ di così non si poteva ottenere” si sono persi soldi, potere d’acquisto, dignità. Proporrei, data l’urgenza e la necessità, di questa congiuntura economica, ormai trentennale, un decreto legge che ripristini “lo stato di schiavitu’”. Continuamente sotto ricatto. Ad accettare anche l’impensabile. Ad accettare un’età pensionabile di 70 anni. Bisognerebbe alzarsi, al mattino, e pensare di essere un operaio in linea di montaggio, un addetto al call center, un precario, e di avere 70 anni. Non un ricco imprenditore, proprietario di televisioni. Oggi il 72% dei pensionati “è sotto i mille euro”. Fra trenta anni, sotto di quanto? O quanto sotto? Registi delle nostre vite, tanti. Strano che il “richiamo” dall’Europa che conta verta sull’età pensionabile ma non sulla “quantità” economica percepita da chi è pensionato. Banche salvate dallo Stato, cioè da noi; imprese, salvate dallo Stato, cioè da noi; parte del sindacato che firma, senza il nostro consenso, accordi che derogano ad una contrattazione collettiva. Manovra economica “sulle nostre spalle”. Riforma della Costituzione; riforma dello Statuto dei Lavoratori, in Statuto dei lavori, spostando così la centralità dalle persone nuovamente al “capitale”, come era prima dell’entrata in vigore dello Statuto. Continuiamo ad osservare tutto cio’ come fosse un film, solo che gli attori di questo film sono protagonisti muti, incapaci di ribellarsi ad una trama simile. Spero che si ritrovi al piu’ presto la voglia di fermarci, porci domande, e riscoprire il senso della solidarietà. Torniamo ad odiare “l’indifferenza”.
Ultima nota. La Stampa di alcuni giorni fa, pubblicava alcuni dati, (riportati da “Il Fatto”), grazie al contributo dei militanti dell’Usb-Rdb….andate a leggere le pensioni di alcuni nomi illustri…..