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Tra e dentro le Torri. Preposizioni.

Torino 4 g G..foto Borrelli Romano.jpgL’Italia è  un Paese di santi, poeti,  navigatori e. . . campanili. E quale miglior modo per far apprezzare la Storia,  in tutti i modi,  l’arte e quella sacra,  gli affreschi,  i dipinti e molto altro ancora se non salendo su alcuni campanili della nostra citta’ divertendosi a contemplare il panorama? Ovviamente in uscita… “didattica”. Scuola,  metro ed una manciata di fermate all’interno della pancia della metro,  tra battute,  risate e 4 chiacchiere. “Oggi niente scuola” avrebbe detto ed ha scritto Bajani. Era il 2009? All’epoca lo potevo solo leggete e sognare questo mondo complicato e bello che si chiama scuola.  Fermata dopo fermata arriva la nostra. Ci si raccoglie e si sale su,  tra le luci, in mezzo al mondo cittadino. E cosi,  come scritto,  una “puntata” con “parola mia”sullo stile “Liberty”, appena usciti dalla metro,  con edificio-villa Fenoglio,  e poi,  oltre via Cibrario,  sbucando in via San Donato, un’altra “parola mia” sulla 20161026_094429“matita” del Faa’ di Bruno,  il campanile-orologio del grande matematico, e poi via verso circoscrizione 7, una sui campi di gioco,  alternando scuola e lavoro a Valdocco,  ripasso sul Cottolengo,  il volontsriato e le leggi che lo regolano,  poi l’obelisco e “leggi Siccardi”, una con occhi puntati sugli affreschi del 1300 della 20161023_184500Chiesa San Domenico a Torino insieme al bellissimo Guercino e uno infine al duomo-torino-26-10-2016-foto-borrelli-romanoDuomo salendo sulla Torretorino-26-10-2016-foto-borrelli-romano. E cosi,  provare a raccontare un pezzo dell’800 cittadino declinandolo in tutte le sue sfaccettature e’ stato davvero semplice e divertente. Chi afferma che storia e’ noiosa? A Valdocco poi,  l’apoteosi: vedere un pallone e’ sempre emozionante per tutti,  raccontare gli amori nati intorno a quello poi… Storie da colpi di testa e marcature strette,  talvolta in partite che iniziano nel giro di novanta minuti per terminare anni dopo. Gli affreschi,  poi,  altro capitolo di storia,  un modo per presentarne altri, di altra regione sempre nel cuore,  l’Umbria,   con Giotto e  Cimabue;  infine recuperare due gradini, gia’  conosciuti per recuperare fiato ed energie in seguitoad una lunga camminata,  addentando qualche merendina prima di salire duecento gradini per provare a toccare “il cielo con un dito”. Infine,  per meglio raccontare il tutto e relegarlo nella storia,  un salto al museo della Stampa. Questo pero’,  con altra classe. la-stampatorino-28-10-206-foto-borrelli-romanoDue salti e una “navigata” a due passi dalla scuola.

Votazioni sotto la neve. A Torino

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Seggi aperti alle otto. Il primo. Dopo aver fatto una veloce ricognizione in altre sezioni. La neve accompagnerà le operazioni di voto.  Alcuni già pronti, certificato e documento di identità in  una mano, ombrello nell’altra, appena fuori dalla porta di una scuola. Giornali sotto il braccio. Tutto regolare nell’allestimento dei seggi. Niente cellulare, durante il voto. Al voto d’inverno, per la prima volta nella storia della Repubblica, votazioni in pieno inverno.  Finalmente porte aperte e seggi aperti. In attesa di aprire le urne, domani, lunedi, alle quindici.

Giornata di lavoro, insomma, non solo per presidenti di seggio e scrutatori e rappresentanti di lista, ma anche per gli “spargisale”.

Ieri, la disperazione di molti, senza lavoro, ad offrirsi nelle varie sezioni per un posto da scrutatore. Amarezza. Tanta, in questa domenica di fine febbraio.

Librerie aperte, prima e dopo le elezioni. Giornata elettorale e anche di lettura. Non esiste solo lo spread sostiene Marco Revelli, e difatti vi è anche la cultura. Le occasioni per aprire la mente sono tante. Leggere bene, come afferma Bajani porta anche ad eleggere bene.

Mi interessa, me ne accolgo, mi responsabilizzo, sulla scorta di quanto accaduto in questi ultimi anni. Affinchè non accada mai piu, posso fare qualcosa. Col mio voto. Con la mia testa.

L’italiano, un bene comune. La lingua, un gigante dai piedi d’argilla?

….Uno dei piu’ rispettabili membri piu’ anziani del nostro club, Pavel Pavlovic Gaganov, uomo di una certa età e per di piu’ benemerito, aveva preso l’innocente abitudine di ripetere con gran calore e quasi a ogni parola: “Eh no, cari miei, a me non mi si prende per il naso” Bè, un’abitudine come un’altra. Ma un bel giorno….in modo totalmente inatteso, lo afferro’ saldamente per il naso con due dita e se lo trascino’ dietro a quel modo per due o tre passi” ( Fedor Dostoevskij, “I demoni”).

A quello, riflettevo, prima che un paio di amici “Longobardi”,  con Alboino in testa, e Gisulfo poi, sorridessero (bontà loro) del mio appuntare, alcuni passi inerenti il convegno su “La competenza dell’italiano nella trasversalità dei saperi“, a Torino, presso la Biblioteca Nazionale.  Passi, quelli appuntati,  inerenti   nessi tra storia e lingua. Una “fare”, insomma, quelli dell’interruzione, per rimanere in tema “longobardi“.  Già, i Longobardi.

Come sarebbe oggi la nostra lingua senza alcune influenze storiche? Già perchè “fare”  lezioni di storia è fare lezioni di lingua”. Quanti sono, oggi, i modi di dir, nel linguaggio comune che affondano le radici in qualche passaggio storico, di un  popolo, o forme dialettali che hanno lasciato la loro impronta modificandone così la nostra lingua? E  quali i  loro significati, oggi, come appunto il “prendere per il naso”, usato dai contadini nel prendere l’enorme anello posto sul naso dell’animale. Il mio pensiero, pero’, correva ad altro esempio. Che romanzo, “I Demoni“.  A quello pensavo durante la  “sfida” aperta, all’interno del campo da gioco della Biblioteca. Un sfida  tra classici e libri che sono un po’ come “vedere due volte la televisione”. Una sfida difficile? Forse in  “volumi”  per restare in tema, che epero’ sono di vendite, non di qualità, una svida che evoca un grande passato contro un  “volume” precario e ridotto presente, un eco incredibile, amplificato dal “ho sentito dire”, un po’ come un tempo si diceva “lo ha detto la  televisione“, così da conferire una verità granitica. Una verità con poco carattere, anzi, da triste ricordo del tempo che “una cosa ripetuta piu’ volte assume il carattere di verità”, così, tanto per farci…prendere per il naso. Meglio se a ripeterla poi, si usano pochi caratteri. Diciamo 140, “un cinguettio”. Una sfida con 60 milioni di spettatori.  Una sfida per il mondo della scuola, in maniera verticale, con nove milioni di spettatori o gioatori. Tali e tanti sono coloro che sono portatori di sogni nelle nostre aule scolastiche. Una sfida che esce dall’aula magna della Biblioteca e si irradia. Una sfida che si gioca tra classici e meno classici, dove i secondi sembrano vendere e raccontare il già detto ma mai “verificato”, non solo nel senso di  accaduto ma come scelta e voglia di veerifa dei testi, dei documenti nei nostri preziosissimi archivi.  Una sfida che coinvolge inoltre comunicazione e potere, come ampiamente illustrato da Mimmo Candido, illustre giornalista de La Stampa. Una sfida all’interno della stessa serie, perchè identiche sono le “responsabilità” tra chi scrve testi e chi scrive editoriali. sfida quindi all’intenro di un identico campo, quello l’italiano. Perchè l’italiano è un bene comune.

E chi legge un romanzo, “cosa vuole?”, “Cosa cerca?”. Già, cosa cerca?

 “Marciano i contadini e portano le scuri, qualcosa di terribile accadrà” (data della pubblicazione, nel 1861, del decreto sulla liberazione dei contadini)…tanto per rimanere in tema “Demoni”…era il 1861 e… riporta al 150 appena concluso, con una riflessione. Un romanzo, un buon romanzo, è popolare e coinvolge piu’ strati di popolazione, di estrazione diversa. E forse la lettura delle sue pagine ci potrebbe prospettare un mondo diverso, migliore, magari di giustizia sociale. Un romanzo ci “trattiene”, è vita.  E chissà perchè, mi viene in mente un libro, “La cura” di J. Tronto, forse per amore, che è poco, nei confronti dei libri.Un romanzo ha la forza di raccontarci storie sociali, inserirci in  solchi già tracciati da altri, ci fa battere il cuore, ci porta al recupero delle “e”, molto meglio delle i. Ah, i Demoni, che romanzo. E i Promessi Sposi, poi, del grande Manzoni, con la sua struttura. E poi Montale e ancora Fenoglio…….già, ma, come sta l’italiano, oggi? E’ un gigante dai piedi d’argilla? Parrebbe di si. Oggi, un presente  dal terreno “argilloso” ma un passato prepotente, “classico”. E forse a nulla valgono alcuni dati, positivi, come l’incremento delle presenze all’interno delle biblioteche, se ci si reca solo per avere un luogo dove studiare o ripassare, magari con testi portati da casa. Percentuale impressionante, quella che ci attesta che il 71% di chi legge un testo non riesce a spiegarne a terzi il contenuto. L’Ocse, alcuni mesi fa, ci rendeva noto che sulla base di una classifica inerente la condizione educativa, basata sulla somministrazione di un questionario, la lettura di un testo, un giornale, l’Italia occupava il penultimo posto fra una trentina di paesi industrializzati. Fanalino di coda, il Portogallo. Sulla base di quel dato, espresso in percentuale, circa 39 milioni di italiani (68,2%, percentuale comprendente gli analfabeti totali, cittadini privi di qualsiasi titolo di studio e quelli che hanno ottenuto la licenza elementare e media inferiore. Ricordiamo che l’Istat considera tali, analfabeti, solo coloro che si autodefiniscono in uel modo). Percentuale impressionante il basso numero di coloro che leggono un solo un libro in un anno. Eppure, biblioteche, archivi, ci raccontano, ci  narrano, ci donano parole come acqua di fonte. La prepotenza della tv negli ultimi venti anni è davvero impressionante. Anche se meno impressionanti risultano essere le ore dedicate ai programmi di approfondimento culturali.  Troppe” i” (intenet, inglese, e sicuramente meno imprese, delocalizzate o chiuse a vantaggio di speculazioni finanziarie)  e meno “e”, come emozioni? Probabilmente meno “e”, in un mondo davvero globale, dove si puo’ essere in ogni dove e nello stesso tempo, essere davvero soli. Avere migliaia di contatti su facebook, twittare, utilizzare blog, “possedere” una biblioteca immensa, su di uno schermo, senza dover uscire di casa e non aver mai davvero sentito il profumo di un documento, di un libro, di una rivista….forse questo rende d’argilla i piedi di questo gigante, che si chiama lingua; e allora scopriamo che la polarizzazione tra chi conosce e chi no, tra chi detiene il potere e chi no è  ancora viva e attuale, ora come nel 1969  quando “l’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone” (Dario Fo). Forse davvero sarebbe il caso di riappriopiarci di quei km e km rimasti inesplorati e che si chiamano biblioteche, archivi, dove si conserva la memoria, il sapere. Penso all’Istituto storico della Resistenza di Torino, che rischia la chiusura, e non possiamo permettercelo. E forse davvero bisognerebbe cominciare a smettere di leggere due volte la televisione, ovvero dare importanza e attenzione a libri poco “edificanti” e, sostengo io,  fogliettini in distrubuzione presso le fermate degli autobus o metropolitane. Buoni per alcuni, per farne parole crociate e sapere qualcosa sul grande fratello.E per continuare una tradizione che “3 + 2 fa davvero zero?”…anzi, come dicono gli studiosi di pedagogia sperimentale, “meno cinque?”, ovvero il principio in base al quale in età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai massimi livelli di competenze giunti nell’istruzione scolastica formale. Se consideriamo “le colpe”, direbbe Andrea Bajani, … di una riforma a….crediti e,  sulla classifica degli investimenti in istruzione poi…: Italia terzultima tra i sei ultimi Paesi in rapporto agli investimenti.

Lia Tirabeni, “Solitudine estemporanea”

“Solitudine estemporanea”, questo il libro di Lia Tirabeni, che conclude la lunga “cavalcata” che mi ha visto impegnato nelle lettura di alcuni libri: Elvira Tonelli, Veronica Tomassini, Andrea Bajani e ora, Lia Tirabeni.

Solitudine, improvvisa? In una società così veloce, globalizzata, in un mondo dove tutto è rapido, e i confini azzerati, come si vivono i sentimenti? Li bruciamo o ci bruciano?

Una maratona, oserei dire, per usare un termine caro all’autrice. Una maratona, dicevo, sia per quanto concerne la lettura, del libro di Lia,  sia per quanto riguarda la sua scrittura. Ipotizzando  due finali. A nostra scelta. Il primo, dolce, pur con le difficoltà che conosce  ogni relazione sentimentale, difficoltà evidenziate dai personaggi in quello presenti; un finale dolce per Mahela Vincente e Riccardo (personaggi principali) così come lo era stato per i personaggi di Elvira Tonelli, o, un finale, quasi piu’ aderente a come lo vorremmo noi, nella nostra vita. Un finale dolce, con due io che si fondono in un Noi piu’ ampio.  Un amore in….”carrozzina”. Ma vi è anche un’alternativa, con un finale piu’ accidentato, ma forse piu’ autentico, dove ognuno puo’ trovare un pezzo della propria esperienza e riflettersi in essa. Un libro diviso in due parti, con brevi ma intensi capitoletti, che toccano le esperienze di vita, di tutti: dalla ricerca del lavoro, quello di oggi, sempre in apprendistato, sfruttato, di stage, precario, da “compenso solo buoni pasto”, agli amici, quelli di oggi e quelli di ieri, quelli che ci hanno aiutato a crescere e che li cerchiamo, a quelli vuoti che ci cercano, all’amore, all’incapacità di scegliere, che si connota a sua volta come una scelta (anche la non scelta è una scelta), il mondo reale, quello virtuale, la e le malattie, gli incontri costruttivi in luoghi di cure, le convalescenze, gli amici e il senso di amicizia, che la si riscopre non come un valore, ma come un qualcosa da “tenere”, da “congelare”, come quando, la sera, “non sapendo cosa mangiiare” per via della mancanza di tempo si scongela qualcosa. Come nei tempi di magra:  Alzi la mano chi non ha mai chiamato qualcuna, qualcuno, nei momenti di “solitudine” e che onestamente, di quel qualcuno, non importava assolutamente nulla.

Mahela non è vincente, o lo è solo di cognome. Ma vincente, chi è? Quanti lo sono nella vita reale? In “Solitudine Estemporanea” ognuno potrebbe trovare in Mahela un pezzo di noi stessi e specchiarsi.  Ognuno di noi ha dei lati che combaciano, perfettamente con l’altra, altro, che ci fanno sentire in prigione per non essere in grado di amare questo o quella che si vede, con quello che si sente…, perchè ai lati che combaciano se ne accompagnano altri: caratteri, nevrosi, passato, che impediscono di incontrarsi, liberamente e serenamente. In molti proviamo a cambiarli, quei lati, senza pero’ riuscirci. E il bello è averci provato; veicolo, la prova, per conoscere le parti migliori, degli altri e di noi. Come sostiene Lia, “la vita vale la pena davvero di essere vissuta perchè,anche se prendi mille sentieri diversi e scorciatoie che paiono intriganti, alla fine la strada maestra è sempre la stessa e non sai mai cosa ti puo’ succedere davvero”. E così come accaduto per Mahela, la sofferenza finale, ovvero un capitolo che si chiude, potrebbe avere, come scena, i luoghi piu’ diversi: potrebbe essere la strada, un bar di Piazza Vittorio, della Gran Madre, così come via Marsala a Roma, o altri luoghi infiniti. Una storia si chiude, per stanchezza, o per i lati che non combaciano, ma l’importante è aver sofferto ancora una volta, forse l’ultima ma solo per avviarsi alla felicità. O almeno provarci, ad essere sereni. Le lacrime, “piccole gocce di rugiada” che solcano velocemente il nostro viso, hanno un lato positivo: la fortuna di aver incontrato una persona, che ci ha rivelato qualcosa di grande. “Molto in noi è già presente” e nessuno insegna. Verissimo. Ma si rivela quel che  spesso rimane nascosto “sotto la sabbia” del nostro io, fra le radici della nostra storia, ripiegato fra “l’io genitore”e noi; solo quando viene rivelato, quel molto, nascosto, dimenticato, è merito sovente di una persona che ci ha veramente voluto bene. E dobbiamo considerarci fortunati, nell’averl conosciuta, anche se, la storia, non ha avuto l’epilogo da noi desiderato.

Essere fortunati e felici. La disperazione, sostiene Lia “è un abito che ci tagliamo noi, pezzo dopo pezzo”. Certo sarebbe stato bello terminare la lettura del libro con il finale ” e vissero tutti felici e contenti”, ma, Lia ci offre una possibilità che dobbiamo cogliere; il libro è uno specchio entro il quale rifletterci e ripensare al nostro vissuto. Penso che Lia meriti molto, tanto, a cominciare da un grande abbraccio per aver avuto la forza e il coraggio di dare materialità, fisicità a quei personaggi, che non sono tanto personaggi da autogrill, o da sale d’aspetto di una stazione. I personaggi li trovo autentici. Chi di noi non ha avuto un amore malato? chi non ne ha cercato uno con cui non avevamo rapporti da anni, solo per colmare il vuoto, la noia? chi di noi non ha avuto un amore “sotto ricatto”? chi non ha ricevuto un messaggio telefonico impensabile e da quello riaprire qualcosa che ci pareva chiuso per sempre? chi non ha mai avuto un amico, un’amica che non è piu’ tra noi a cui pensiamo continuamente e grazie a lui, lei siamo cresciuti e ci sentiamo piu’ motivati?

Sicuramente questo breve scritto, il mio,  sconta moltissimi limiti e magari “rovina” la bellezza e la fatica del libro di Lia, per questo ne consiglio la lettura.

Per questo consiglio di fare un salto presso la libreria Belgravia Librerie di Torino (via Vicoforte14 e via Monginevro 44) e comprare il libro di Lia. Un libro che aiuta, a fermarsi lungo il nostro cammino, alzare gli occhi al cielo, contemplarlo e porsi delle domande.

Complimenti Lia, per il libro e soprattutto per il coraggio che hai avuto di far parlare il nostro silenzio.

Elvira Tonelli e Veronica Tomassini

Come “Ogni promessa” che si mantenga e di Bajani scrittura, ecco un un mio piccolo contributo su due libri appena letti. “In fondo si puo’ sempre essere felici”, di Elvira Tonelli, Statale 11 Editrice (in vendita presso Belgravia Librerie di Torino) e “Sangue di cane” di Veronica Tomassini, Laurana Editore.

Nella lettura del libro di Elvira Tonelli, “In fondo si puo’ sempre essere felici”  ho riscontrato, piacevolmente, il trionfo dei valori. Nella società odierna, “decomposta”, frammentata, spesso, quei valori, (nel testo presenti invece presenti), soccombono.  I protagonisti, o meglio, la protagonista, sono, è, così distanti da quelli  che una società globalizzata ci propone e forse ci impone. I due personaggi feminili “volano” alto, idealisti e concreti. La protagonista principale, Rebecca è davvero una figura femminile d’altri tempi: fedele, leale, sognatrice. Fabio, il fidanzato di Rebecca, invece, ci gioca, con i sentimenti, con i valori. E’ il maschio di sempre. Di un tempo e di oggi, capace di parlare, molto, nei primi approcci con Rebecca, incapace di ascoltare, sempre, nei successivi incontri.  Ruoli che si invertono con il “passare delle pagine”: chi pareva sicuro di sè inizialmente,  non lo sarà piu’ nel corso della storia,  e forse perchè inghiottito dal suo presente, dal suo egoismo, dalle occasioni che “l’apparire” concede. L’essere è tutta un’altra cosa. E l’essere coincide con Rebecca. Tutto corre, velocemente, e per Fabio, anche i sentimenti di dilatano. Chi era privo di sicurezza la maturerà, grazie ad altri valori, come l’amicizia. Gli amici, quelli veri, sempre pronti ad esserci e presenti nel consegnare consigli ed esempi di vita. Il libo di Elvira è uno spaccato di due società: quella di ieri e quella di oggi. In quella di oggi si puo’ agevolemente inserire la  “fotografia  del lavoro”. Precario.  Bene Rebecca, cher rappresenta “il tempo indeterminato”, un po’ meno Fabio, così precario anche nei sentimenti. Molto bene anche la figura della donna “mangiatrice di uomini”, pur di fare carriera in ambito lavorativo. Così  da sembrare sempre in procinto di un “rinnovo di contratto”. In quest’ultimo caso, l’esperienza attiverà domande sul proprio passato, generdando, fortunatamente, nella mangiatrice di uomini, una forte presa di coscienza. La richiesta di perdono a coloro che ha generato dolore è una delle pagine piu’ belle. Il riscatto. Anche in questo caso, quanto era schiacciato sul presente, presto svanirà per lasciare posto ad una prospettiva nuova.  Quasi incredibile ai giorni nostri. Un lieto fine per una bella storia che al fondo e in fondo  ti rende comunque  felice.

La lettura di “In fondo si puo’ sempre essere felici” si salda con un’altra lettura, quella di Veronica Tomassini, “Sangue di cane” (Laurana Editore).

Il filo che  mette in connessione i due libri, a mio modo di vedere è la centralità della figura femminile. Donne le autrici, donne i personaggi femminili.  Entrambe danno voce a quante donne vorrebbero ma non possono, per mille motivi, narrare condizioni simili. Idealiste ma pragmatiche. Narrano le difficoltà ma cercano con forza spiragli di luce, prospettive, futuro. Entrambe non restano schiacciate dal peso degli eventi, tristi, pesanti, difficili da gestire e da risolvere. Volano alto e nutrono con tenacia i propri valori. Hanno una forza dirompente, resistono alle occasioni, prendendosi cura, non di sè, ma dell’altro. Schiacciati dal presente, mai. Veronica rappresenta la protagonista con una forza incredibile. Si mette in discussione, si gioca continuamente tutto. Concede e si concede, senza se e senza ma, all’amore. Un amore coniugato al futuro. “Il passato è passato”. Lascia, per amore, le comodità che una le avrebbe concesso. “Macchina nuova ma pagata a rate”. Lavoro a termine. Licenziata, scaduta, Eppure  una grande fede, una grande fiducia la trascina a credere in un futuro diverso, migliore, normale, ordinario. L’io è spesso orientato al Noi, quello che spesso manca, nella società odierna. Valori presenti, come l’amicizia: il dottore nel libro di Elvira,  una “creaturina”, con le sue parole ed il suo esempio, nel libro di Veronica.

Un noi “rassicurante”, “romantico”, “rimettersi insieme ogni volta”, per dare nutrimento ad un futuro senza per forza “resettare il presente”. Un “noi come auspicio”. Noi. così accarezzato nella presentazione dell’ ultimo libro, oggi, a Torino, di Andrea Bajani, “Ogni promessa”.

Ad Elvira e Veronica i miei migliori auguri. A me, buona lettura di “Ogni promessa”.

Domani niente scuola: Andrea Bajani

E’ mia intenzione continuare ad informarmi sulla situazione di questo periodo, sulla crisi economica e le possibilità di superarle.

Ma, sotto quel libro ve ne erano altri due: di Andrea Bajani.

Uno sulle tipologie contrattuali, uno sulla delocalizzazione. Quest’ultimo, “Se consideri le colpe“, ambientato in Romania, (un protagonista: “sulle tracce di una madre sempre in fuga”), mi è rimasto particolarmente impresso. Sarà stato per via di un incontro, dove ricordo anche Giorgio Airaudo (esponente torinese Fiom) e Luciano Gallino (sociologo).
Un incontro illuminante, che mi aveva dato la possibilità di capire meglio le ragioni della delocalizzazione (ovvero, come le imprese scegliessero, per trasferire la produzione, paesi dove il costo del lavoro è minore che in Italia).

Ricordo ancora di aver scambiato qualche opinione con lui e di aver ricevuto copia del suo libro con autografo, “per Romano, questo viaggio ad est“.

L’altro suo libro, di cui parlerò in seguito è “Domani niente scuola“, un viaggio per l’Europa, dove l’autore è ostaggio di 150 “scalmanati” per circa un mese.

Se consideri le colpe di Andrea Bajani domani-niente-scuola

Sono due libri che fanno capire molte cose sullo stato attuale dell’economia; penso valga la pena leggerli, così come vale la pena riflettere sulla condizione femminile nell’epoca attuale.
(Non dimentichiamo cosa intende fare il ministro Brunetta per alleviare la condizione femminile in Italia: aumentare l’età pensionabile da 60 anni a 65 anni).