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Orvieto

Orvieto è  proprio una bellissima citta’,  così,  sospesa,  sulle nuvole,  avvolta d’inverno da una patina misteriosa,  fiabesca e oggi cosi,  “in -attesa”.  Quante volte mi sarebbe piaciuto tornarci l’inverno appena trascorso…. o trovare il tempo di fermarmi,  nel mio girovagare “formativo”,  ma non importa,  sono qui e   ora,  esattamente nello stesso “belvedere” dove ero,  quasi  un anno fa. Le colline,  i colori, l’alta velocita’ e la linea tradizionale, verso Roma (un’ora e mezza esatta con il treno regionale) o verso Firenze e  quella voglia di restare che mi sorprende per non andare mai più  via da qui. L’idea è  tutto. Una manciata di ragazze,  sdraiate sull’erba ripetono,  in prossimita’ degli esami. Dalla funicolare si danno il cambio 20-30 persone,  in uscita e in entrata. Il bus, è  pronto sul piazzale;  ha appena “restituito” turisti e non provenienti dal Duomo,  dalla citta’,  mai “espugnata”,  cosi mi racconta la guida del “Palazzo dei Papi”. Quelli appena scesi dal bus parlano molte lingue e avranno “carismi diversi”, si intrufolano velicemente,  piedi ravvicinati, all’interno della stazione,  obliterano e il conta persone ci informa “quanti”. Appena arrivata la funicolare,  via,  alla ricerca di un pezzettino di posto sulla panchetta in legno,  per un viaggio che durerà  pochissimi minuti.  Il Duomo,  maestoso,  bello,  dedicato alla Madonna,  visitato in maniera diversa,  dall’anno scorso,  oggi preparata e senza confronto con la prima volta,  al tempo della scuola. Cosi bello,  anche in lontananza, da ammirare e fotografare  fra turisti alla ricerca di qualche oggetto tradizionale. La facciata,  bellissima,  con le storie dell’Antico Testamento,  il rosone con ai lati i padri della Chiesa,  le storie di Maria,  il doppio giro di colonnine e il viso di Cristo; i simboli degli Evangelisti,  l’aquila,  il Toro…  E poi l’interno,  con gli affreschi del Signorelli (1445-1524) presso la cappella di San Brizio (1499,  già avviata da Beato Angelico e Benozzo Gozzoli), la Pieta’, la risurrezione della carne,  l’Anticristo,  il giudizio… ) e la cappella del Corporale. Cerco tra le stradine interne della cittadina il negozietto con l’insegna in legno,  sul viaggio e sul tornare con nuovi occhi. Mi piace,  vorrei mi raccontasse mentre per una buona fetta dell’ anno scolastico ho raccontato “il viaggio” ai ragazzi.  Orvieto,  quanto sei  bella.

 

In giro per la citta’

Iniziano i lavori su corso Principe Oddone. “Zitti, zitti, forse la ripresa, allora, e’ davvero vicina”. Torino c.so p.oddone.foto borrelli romanoFinalmente verra’ cicatrizzata, e presto,  la ferita che ormai da anni divide due circoscrizioni.Da queste parti. Questione di mutamenti sociali per mezzo dell’accelerazione sociale. La’ dove un tempo passava il treno..a bassa velocita’, la direttrice Torino Milano Venezia, ora sistemata anche come alta nella pancia -“bassa” almeno fino a Stura;  prima,  un ponte in ferro divideva via don Bosco da via Maria Ausiliatrice,  poco distante da li, la palina del bus, luogo di incontri e di amori e di promesse da mantenere,  una sorta di lampada Osram ( e non solo a Termini, vedi Baglioni) tutta torinese e per pochi intimi.

Cosi le voci da corridoio di corso Principe Oddone. Una macelleria, una tintoria, una pasticceria in una manciata di numeri civici mentre ora, niente. Una farmacia , Ausiliatrice, che resiste, e una  palina dei bus e una cabina dove ci si sentiva e si pensava all’amore infinito e agli infiniti amori trovando talvolta ricovero proprio sotto quel cerchio e la cornetta rossa, in occasione di certe “tempeste”. Da dietro questa recinzione scruto come certe distanze si accorcino: corso Venezia e oltre… Se da una parte della citta’ i lavori vanno a cominciare a due passi da li basterebbe fare solo un po’ di pulizia. Di tanto in tanto qualcuno, armato di bastone e lenza, si dedica alla “pesca”,  complice anche la vicinanza del fiume l’analogia e’ immediata: racchette da tennis,  scarpe,  oggetti di ogni tipo e fattezza…. da pescare,  sul vero senso della parola, oltre le sbarre dopo che alcuni hanno gettato centinaia di oggetti,  oltre,  pensandola come fosse discarica. Siamo a due passi dal fiume Dora,  due da via san Pietro in Vincoli… Ma girando per la citta’ alcune stranezze che potrebbero far sorridere altri si palesano ai nostri occhi confondendo un po’…. dalle parti dell’ex stadio comunale ora Olimpico qualcuno ricerca ma non si sa bene cosa… IMG-20150620-WA0017

Torino ieri e oggi

Torino corso Regina Margherita, corso Principe Oddone. La Sida li vicino....da loro a Borrelli RomanoTorino, Porta Palazzo. gennaio 2015, foto Romano Borrelli.Torino…………nella sua dimensione…attenta. Ieri, 1926, oggi, 2015.  Oggi, davanti ad una buona merenda, un the, pasticcini, nell’identica pasticceria di ieri, seduto, alla Sida. Sono intento ad osservare questa bellissima fotografia, della famiglia Mangiardi, ( e nella fotografia, ci sono davvero tutti, a mio modo di vedere) che ritrae una Torino del  1926. Da fare, da farsi. Prospettive e futuro. Mi concentro sulla locomotiva che apre la strada al futuro. Non solo una foto. Un progetto. Una locomotiva che “taglia” Torino.  E allo stesso tempo la apre. Al futuro. Riconosco Corso Umbria. Operai al lavoro. O forse persone lungo i binari. Strada ferrata verso est che ora non esiste più.  O meglio, esistono, ma sono interrati e da qui, dagli interni “dolce” e “dolci”  è  possibile are. Li sotto,  dove transita l’alta e la bassa velocità , l’affaccio è sul pc mica dal finestrino, come accadeva quando qui c’era…il treno. “Eh, quando passavano i treni da qui….” mi sussurra una persona “saggia”  intenta a gustarsi il  suo the (“senza zucchero”, dice a se stesso) e alla vetrina dei pasticcini di ogni tipo e fattezza. Un “vorrei ma non posso” è  interpretabile dalle sue dolci, lente movenze.  ” Mi si nota di piu’ se mi alzo e li prendo o se resto a guardarli e fissarli di continuo, quei pasticcini”? Sussurra….”Ma  secondo lei“, mi domanda, “ci sarà ancora della gente che vuol stare seduta vicino il finestrino?” Bho…chissà. Pero’ ha ragione. In questo tratto, eravamo in molti, appena qualche anno addietro, a stare attaccati al finestrino del treno, “interregionale” Torino- Milano, cadenzato ad ogni ora esatta. E proprio questo angolo di Torino, appena spuntati dal breve tratto di tunnel ti si presentava agli occhi per primo, con la pasticceria la farmacia Ausiliatrice, la cupola della Basilica, corso Regina Margherita e Principe Oddone erano un po’ il segnalibro  di questo dolce libro che si chiama Torino. Se andavi verso Milano, ti gustavi la citta’ con i suoi primi cambiamenti. E la storia. Il sacrista salesiano più anziano di Italia, e la sua storia, una missione nella missione ( manca poco e saranno “99”), la pasticceria Sida, tra “tradizione e innovazione” che resiste e “surfa” sulle onde della globalizzazione della rete, e vince perche” fa rete con la tradizione e l’innovazione,  e insieme a questo luogo e quelli ricordati,  la panetteria Corgiat, un ex internato militare, Gherardi Natale e il suo scatolificio e le scatole che lui le fabbricava, mica le rompeva ‘ne’. Sulla stessa via, l’oratorio…e ancora la scuola materna dove ora i bambini suonano il violino…E quanta storia….bamboline russe….Se viceversa andavi verso Porta Susa, cominciavi ad alzarti. L’arrivo e la discesa erano prossimi. Ha ragione, la saggezza.  Un tempo, quel posto ce lo si contendeva. Stare alla finestra di un finestrino. Anche a me, “Piace”molto. Ora, sotto il tunnel, nessun interesse. Una galleria, fino quasi a Stura. Chi vorrebbe stare al finestrino senza vedere nulla? “Vorrei ma non posso”, ripete la saggezza.  Pero’, torna a sussurrarmi, ” vedere e non gustare, e’ una cosa un po’ brutta da provare“. Ha ragione. Si alza e ordina. “Ci pensero’ domani. Oggi proprio no. Voglio coccolarmi”.  E addenta una pasta. Ritorno con lo sguardo sulla foto.

Gente. In attesa del  treno, o di un treno, già in quel periodo. Binari, dove ora, all’ora di pranzo, da qui, si vedono la rotonda e qualcuno pure il mare. Già. Il mare. Lungo i binari, a passi lenti. Verso domani. A passi lenti, come dalle parti di Porta Palazzo, poco distante da qui.  Un giro per Torino e scopri che Costantino ha trovato casa, meglio, un letto. Una buona notizia. Ora, la panchina in ferro posta  sotto la pensilina del bus (vedere articoli precedenti) Costantino la usa solo per sedersi e contare in un passatempo i bus che lentamente passano e si avviano al loro capolinea. Legge il numero di serie, quante persone scendono e quante restano.  Di tanto in tanto allunga la mano, per una sigaretta. Spiaccica solo qualche parola  ma si fa capire. I bus stancamente ripassano, dopo il loro lungo percorso.  Costantino da una rapida occhiata all’orologio elettronico, sopra le piante, oltre le siepi,  posto sopra il palazzo, forse di un albergo. Conta, Costantino. Conta i minuti in più o in meno rispetto al precedente  giro del bus. Per un attimo è come si salutassero. Chissà quante volte nell’arco di una giornata, Costantino e bus si scambieranno un saluto e una risata che poi, altro non è lo stridore delle gomme. Pochi minuti per la sosta. Poi, tutto riprende. Come prima. Con qualche accelerata che nella vita ci sta sempre. Ragazze che non sanno cosa sia facebook e usano la macchinetta per le fototessere. All’uscita di quei quattro francobolli li osservano, si guardano e si  abbracciano. Un abbraccio  condiviso. Alcune  smorfie, sorrisi. Entusiasmo. Mi piace.  Finalmente qualcosa di concreto. Guardando oltre.

Alta velocità

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La “bussola” del tempo, posta al centro della stazione, orientava tempo e spazio. Le 13 10. Il tempo del tram, o del bus. Il 13 e il 56 erano i preferiti. Chi non aveva voglia di camminare sotto i portici, aspettava il dieci, appena fuori dalla scuola. Davanti la Questura. Sopra il tram, capitava spesso che per questione di precisa “ragioneria”, i posti fossero già occupati. Per chi si disponeva a marciare, come l’esercito del re, sotto i portici, canticchiava, felice, la ripresa. Della libertà.    Dalla parte opposta, i tram 10, 91, 91 barrato e 92, trasportavano in continuazione coloro che di li a poco, per otto ore, la libertà, l’avrebbero persa. Cartellino alla mano, semaforo a campione, scelta della porta e…..voilà, bolla ed eri nel tempio del lavoro. Presse, scocche, lastroferratura, montaggio…Una “catena” li attendeva. Di montaggio, mentre allo stesso tempo, altro si smontava. Per otto lunghissime ore. Per chi rientrava in possesso della libertà, riposti libri e quaderni, una breve passeggiata, prima del bus. Chi non aveva i guanti, intrecciava dita o al più, un palmo  della mano avviluppato in altro palmo della mano. Coppiette in corso.. Zaino in spalla. Lo spazio. La collinetta a sinistra, con un giardino e qualche panchina. “Un ponte” per, e, sul lato opposto, gli scalini. Da li sopra, il ponte, con delle arcate. Si vedevano entrare o uscire dalla stazione i treni. Quelli rossi. Il regionale Milano Torino, direzione Porta Nuova e il Torino Porta Nuova Milano, direzione Chivasso. Binario 2 e 3. E poi, da sopra, il mitico binario tronco, dove in attesa del trenino ci ricavavi un po’ di spazio interiore, solitudine, intimità. Spazio. Dall’altra parte, Corso Inghilterra. Altro ponte. La bussola, fedele, segnava la sua ora. Era lì, davanti a noi. Ha fatto la sua parte e ancora la fa. Per le partenze, gli arrivi, gli incontri, gli scioperi, i banchetti per i volantini da distribuire. La bussola, come per tutte le stazioni che si rispettano, era al centro della stazione. Tutti noi, buttavamo un occhio. La giornata era cadenzata anche da quella bussola. Ha segnato tanti di quegli eventi e ancora ne segna. La nuova stazione è carina, illuminata, bella. Chissà perché, a tratti ricorda la nuova stazione di Berlino. Ma perché per rispondere alla domanda “che ore sono” ci dobbiamo far venire il torcicollo per guardare l’orologio bussola appeso alla cara e vecchia stazione Porta Susa? Mha…..Forse perché nel tempo dell’alta velocità, tutto è istantaneo. O forse perché, proiettati nel futuro siamo ancorati nel passato.  Dall’altro capo dei fili elettrici, a Reggio Emilia, forse staranno pensando qualcosa di simile…Perché bisogna usare la lima per le porte? Questione di banchina?…..Miracoli dell’alta velocità….Remaniement…Uscendo, Filippo e Marianna chiedono pazienza. Lavoro ed economia, sono in corso nella dialettica ad alta velocità.DSCN3657

Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono

DSCN3196DSCN3197Ripercorro, ancora una volta, il solito tragitto. Scarpe sul selciato, pensieri altrove. Ore 7.50. Velocemente costeggio quel tratto di strada che mi separa  dal luogo di lavoro. Un percorso breve, amico. Un semaforo, qualche negozio, una benzina. Un tempo, esisteva, dall’altra parte del corso, un trincerone, un rialzo. I treni percorrevano quel tratto guardando tutto e tutti  sopra tutto, prima di entrare per un breve tratto nella pancia della nostra città e sbucare poi nella vecchia e cara stazione Porta Susa. Ora, al posto dei binari, esiste solo una ferita. Da ricucire. E chissà se si avrà la forza di ricucire. A volte i treni congiungono città lontane, aiutano ad evadere, almeno mentalmente;  altre volte invece, contribuiscono solo a dannare.  Forse si ricucirà, un giorno. Quando ci si “sarà resi conto”. Quando ci saranno le risorse. Sotto quel corso, ora, piu’ gallerie permettono ai treni di “s-freccia-re”  sotto terra.  Ah, come si è modificato il territorio della nostra città. Torino. Quante ferite. Davvero, “affondata” e affondati noi. Continuo il mio percorso, ancora una volta. Un’ultima volta. L’orologio che ha scandito le entrate e le uscite di un anno, scandisce velocemente il tempo che passa. Pulizia armadietti, consegna chiavi, firma di quel che si lascia. Come ogni anno. Assorto nei pensieri, mi domando se si possa qualificare civile un Paese che si permette il lusso di “chiedere”, meglio, prendere, senza domandare, quasi tutto, senza “riconoscere”. Nulla. E’ un Paese civile quello che, pur sapendo, sulla carta, le necessità di quanti lavoratori necessita una scuola, si permette il lusso di precarizzarne, lo stesso numero per anni e anni e anni? In sintesi: se si sa che una scuola necessita di cinque insegnanti, perché due devono essere a tempo indeterminato e tre precari, con contratti annuali, pronti ad entrare ed uscire come da una porta girevole? E’ un paese civile quello in cui si “Innalzando” le mansioni del lavoratore, un po’ come quel grattacielo, mantenendone la stessa retribuzione? La società muta, le funzioni aumentano, gli stipendi restano al palo. Il sistema Italia “svappa” e perde 250 mila posti di lavoro, o forse piu’. Il “Fare” non è una questione di fiducia. Tra il dire e il Fare, di mezzo il mare. Mare della disperazione. “Ti rendi conto?” domanda qualcuno. Ora? E prima? E’ un Paese civile quello che ti costringe nella precarietà e ti ricaccia nella povertà relativa? E’ un Paese civile quello che non riesce ad accogliere con le strutture dovute ragazzi diversamente abili, privati di un insegnante di sostegno che lo affianchi per tutta l’intera giornata e non “ad ore”? E’ un Paese civile quello che ti chiede formazione continua, ovviamente, con il proprio contributo personale, senza mai arrivare poter dire:  “ora dire basta?”  Queste forse, per chi legge,  sono parole schiacciate dal peso della sofferenza. Ricordo solo che lo Stato, la pubblica amministrazione ha chiesto, ha pagato lo stipendio in ritardo, perché ogni qual volta si muta destinazione, l’inserimento dei propri numeri riservati per il pagamento stipendi conosce numerosi ritardi; una pubblica amministrazione, sistema scuola che ha aumentato a dismisura le mansioni, (certo, dopo i tagli Gelmini!) che mi renderà “nuovo assunto” il primo settembre, azzerandomi ancora una volta “l’anzianità”. mi farà partecipare all’ennesima lotteria del tutti contro tutti, ma non ha mantenuto fede all’impegno: la stabilizzazione di tantissimi non “s’aveva da fare e non si è fatta”. Come un matrimonio romanzato. Una pubblica amministrazione che mi ha coinvolto soltanto nell’ennesimo viaggio. Come diceva Saramago, “Il viaggio non finisce mai, solo i viaggiatori finiscono”. O ti fanno finire, pensando di gabbarti un pochino.

Un pensiero, a chi vive in condizioni simili, i cassintegrati, che nei primi mesi di quest’anno si sono visti erodere le proprie entrate di ben 4 mila euro. Civile?

Ancora un viaggio. Ancora la domanda: “è un Paese civile?”.  E’ civile chi mi dice che devo essere contento perché ogni anno ho un contratto annuale, da precario, e non vedo mai fine? E’ civile chi mi dice benpensante perché ho un contratto di questo tipo? L’orologio intanto ha percorso gli ultimi giri che doveva. E’ giunta l’ora. E così, civilmente, diversamente da chi non lo è stato, rimbalzandosi le responsabilità per una mancata stabilizzazione, quest’anno, garantendo comunque il servizio, o meglio, i servizi,  ho consegnato, ancora una volta, le chiavi. Altri viaggiatori pronti fino ad un nuovo consumo.

“Spremuti d’arance”

Terminate le vacanze, la vita, per molti, ricomincia nell’identico modo: “nulla di nuovo all’orizzonte”. L’alta velocità è il tema dominante. Sui giornali. La bassa velocità, con annessi ritardi, e annesse disfunzioni, come vagoni ghiacciati, si inscrivono invece sulla pelle delle persone. Ritardi, stipendio decurtato, ore da recuperare, temi che tornano prepotentemente all’ordine del giorno. Lunedì mattina, ore 7.30. Torino Porta Susa. Treno per Aosta, in ritardo. Dieci minuti, divenuti poi 15 sul tabellone luminoso. Diventati poi oltre 40 ad Ivrea. “Extended play”. Identica sorte al ritorno, con una variante: carrozza priva di riscaldamento. “L’alta velocità rende migliore la qualità della vita”, afferma qualcuno. Anche a costo di perforare una montagna, magari contenente amianto. Non concordo. Perchè non insistere nel migliorare le infrastrutture esistenti? Considerazioni già fatte. Che rendono però visibile il legame con altre situazioni…Alta velocità, bianco. Pendolari, nero. Vince bianco. Peccato, vediamo se, con l’istruzione le condizioni di partenza si riequilibrano. Dipendente con posto fisso, bianco. Precario, nero. Vince ancora bianco. Vincerà ancora, per tanti anni. Peccato, proprio nella scuola. Ma proprio qui, il bianco è bianco-bianco, con i fondi d’istituto. Pochi bianchi molti neri. Forse sarebbe meglio eliminarli, quei fondi. E se i precari provassero ad alzare la voce? “Nero-nero”.

Per non parlare poi dell’agorà di agosto: un “caporale” chiama. Non tutti possono partecipare alla raccolta “dei frutti” settembrini. Chi raccoglie fino a fine attività didattica, chi fino ad agosto, chi di fatto, chi di diritto. Nel privato, poi, i neri-neri sono raggruppati in una vastissima categoria: spremi e butta. Mezzo milione “neri” fuoriusciti dai cancelli delle fabbriche? Poi esistono i quasi neri, che sono in cig, o in mobilità. Ma esistono anche i neri-neri, i disoccupati. Che brutto periodo! Eppure, proprio in Piemonte, a Torino, terra di santi sociali, già nel novembre del 1851 veniva stipulato il primo contratto d’apprendistato. Diritti. Altri tempi. Oggi, rifiuti.

Oggi “è il mercato, bellezza”. Vuoi vedere che dopo aver tanto spremuto, aumenterà anche il prezzo delle arance?

Chivasso – Ivrea, in treno: che vergogna!

Venerdì mattina 30 ottobre 2009. Ore 6.25. Stazione di Torino Porta Susa. Sotterranea. In attesa del treno, scorro velocemente i titoli di alcuni giornali. La Stampa, in prima pagina, pone in evidenza il tempo ridotto, per effettuare, in treno, il tragitto Torino-Milano e viceversa. “Rivoluzione dell’alta velocità”, Torino -Milano in 55′ (Marzolla, Minetti e Salvaggiulo). Incuriosito dall’articolo, fisso l’attenzione alle pagine successive, 10 e 11. “Torino-Milano la nuova vita ad alta velocità”. Proprio mentre leggo, il treno “dei pendolari”, quello da me utilizzato, (e dallritardo_trenoa maggior parte dei percettori di reddito fisso da meno di mille euro al mese, precari) è annunciato con 15 minuti di ritardo. Che a Chivasso diventano 5. Ma ad Ivrea superano i 20 minuti. Ritardo. Per alcuni da recuperare. Per altri non retribuito. Che moltiplicato per un anno fanno una cifra enorme. Eppure, la lettura del quotidiano sembrava essere di buon auspicio. Per i “detentori di denaro”. Personalmente, la questione treni, credo sia un recupero della versione “prime e seconde classi”. Con materiale differente. Una prima, (classe), identificata con treni veloci, puliti, capaci di ogni comfort, per ricchi, ovvero le frecce rosse; una seconda, per poveri, penalizzati, come sempre. Una nuova riedizione del “fast” contro “slow” degli anni ’80. Solo che lo slow, ora, non è scelto, ma imposto. Ritardo “tutto compreso”, con cambio di motrice a Chivasso, e perdita tempo, con viaggio a binario unico, con ferroviere che scende per “girare la chiavetta di una macchinetta” onde permettere il passaggio all’incrocio, comprese le porte non funzionanti, come questa mattina, come tante altre mattine. E con la nebbia, poco paesaggio da ammirare. Per questi motivi: slow. Certo come affermava un professore, gran sostenitore della TAV, “l’alta velocità porta posti di lavoro”, a quali costi, e a che condizioni non importa. Bisogna, per lui, farla. E non importava, a lui, e a quanti ragionano come lui, se si “sventra una montagna”. Oggi, tutti i fautori del capitale ragionano in “just in time”: solo per l’alta velocità o per il ponte sullo Stretto, questo ragionamento perde senso. Non importa se non si riesce a calcolare il traffico merci fra 15 o venti anni; non importa se tutti questi costi hanno il vantaggio di far arrivare un cesto di banane due ore prima da una città ad un’altra, magari prodotte in quest’ultima. E non importa se alcune zone sono prive dei diritti elementari, come quello di una casa, decente, sicura. Il capitale prima di ogni cosa. E pensando a queste cose, lungo la tratta Chivasso -Ivrea, a binario unico, con ritardi quasi quotidiani, osservavo fuori dal finestrino del treno una fabbrica di “traversine in cemento”: dove andranno a finire? su quali binari e per dove? e perché non qui, su questa linea? Forse perché su questa linea viaggiano, per la maggior parte percettori di reddito fisso a meno di mille euro, o intorno a tal cifra, al mese e per giunta precari? studenti universitari? o perché su quel territorio lavorano “operatori di call-center diventati oggi, per protesta, lavavetri?” (volantino distribuito, oggi, ad Ivrea da alcui dipendenti Phonemedia-Omega). Su questo tema, anche Liberazione di oggi se ne è occupata: “Phonemedia-Omega: sciopero ad oltranza da nord a sud”, di Daniele Nalbone a pagina 5). Il volantino afferma: “Dopo quasi tre mesi senza stipendi, attesi con pazienza in considerazione dell’imperversare della crisi, i lavoratori della Phonemedia hanno deciso di scendere in piazza…“. Per il momento, esprimo rabbia, per la condizione di viaggiatore pendolare che perde più’ di tre ore al giorno, tolte al sonno, allo studio, alle passioni personali, come la politica o agli affetti, ma, nel contempo esprimo la massima solidarietà ai lavoratori inventatisi “lavavetri” per un giorno. Invito a guardare oltre la meravigliosa nuova stazione sotterranea di Torino Porta Susa: da Chivasso a Ivrea si “cammina a vista”.

(se i lavoratori Phonemedia vogliono continuare a raccontare e rendere visibili le loro storie, ben vengano).

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