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25-26 luglio 2017

Roma è… Non sono stati giorni particolarmente afosi qui a Roma. Immaginavo peggio. Gia’ perche’ e’ dalla giornata,  meglio,  mattinata di ieri, che ho messo piede nella capitale. Super-treno doppio Torino-Roma e opla’,  in un men che non si dica,  Termini. La preoccupazione preventiva  era la ipotetica “razionalizzazione” dell’acqua prevista o ventilata,  che ci sara’ a partire da venerdì.   Prima,  si ipotizzavano   8 ore di chiusura dei rubinetti,  poi 4, poi qualcuno sosteneva che l’erogazione dell’acqua avrebbe conosciuto uno stop,  si,  ma a zone,  quartieri,   a partire da venerdì.  “Si comincera’ da Monte Mario”,  asseriva qualcuno. Ma erano voci “in metropolitana” e penso equiparabili alle famose leggende”. Metropolitane. Monte Mario,  che sappia io, è  zona di ospedali,  quindi,  probabilmente,  quella affermazione, potrebbe essere davvero una   leggenda metropolitana.  Vedremo. Intanto,  nel pomeriggio, così,  tanto per non farci mancar nulla,  “una grattugiata” d’acqua è  piovuta dal cielo,  in contemporanea al mio salire in  visita a Castel Sant’angelo. Con tanti anni di “militanza”,  qui a Roma,  mai vi avevo messo piede,  in questa interessantissima roccaforte. Una ventina di minuti in coda, come filtro,  fuori dal Castel, e poi un’altra,  breve,  per il biglieto. Peccato mortale,  davvero,  non averci mai messo naso e  piede dentro! Il “passetto”,   via di fuga dei Papi dal  Vaticano alla fortezza tonda e orlata, ” la antiche celle”,  le stanze… da restare senza fiato,  e non solo sul finire delle scale. Ottimo panorama in cima. Davvero,  per me, ogni cosa di Roma e’ un puzzle che la rende sempre una grande bellezza. Con acqua o senza. C’è  anche una caffetteria,  a meta’ percorso, e da buon “gianduiotto” quale sono, non mi son fatto mancare un cappuccino sabaudo. Unico neo, cappuccino  un pochino “salato”. Mi è  sembrato eccessivo,  al banco, il suo costo: 2 euro. Ma vabbe’,  Non son mica venuto fino qui per un cappuccino salato. A me interessa altro. Cercare di entrare nella dimensione storica raccontata dal castello,  pagina dopo pagina e dipanarla poi da settembre,  a scuola. Preparare unità,  moduli, uda, conoscenze,  abilita’, competenze. Trovare qualcosa che possa appassionare. Terminata la visita al Castello,  un ritorno presso la Basilica Santa Maria del Popolo,  per Pinturicchio (Nativita’), Caravagio (Cappella Cerasi) e Cappella Chigi. In mattinata un ritorno presso Minerva di Sopra,   (Santa Caterina da Siena,  Beato Angelico) a “Santa Chiara”,  cappella-cella di Santa Caterina da Siena inserita ora all’interno di un teatro,  proprio a due passi dal Pantheon. O meglio,  alle spalle. Sempre fruibile,  visitabile,  con grande gentilezza da parte di chi gestisce il locale adiacente. Non so quanti km avro’ macinato,  vorrei chiederlo ai miei piedi,  che in questo momento si rifiutano di parlare. Hanno inscenato anche una serata di sciopero,  per cui,  le uniche parole sono: “non si esce! “.

A secco

Roma 3 10 2015.V della Cordonata.foto Borrelli R.Mentre la storia  di  Lucrezia Borgia (la mia ultima lettura, di Maria Bellonci,  Oscar Mondadori) lentamente si dipana, pagina dopo pagina, per avviarsi alla conclusione, lungo le  strade tra Ferrara e Roma,  ovvero “Emilia e Flaminia,  l ‘acqua,  nella capitale scarseggia e i “nasoni”,  le fontanelle in ghisa sparse per la città  eterna,  potrebbero presto chiudere per alcune ore.  “Il lago di Bracciano,  riserva idrica della capitale si è  assottigliato di un paio di metri e cosi un milione di romani potrebbero restare a secco in alcune ore della giornata”,  così si sente dire,  parlare,  quando si introduce il tema,  acqua,  emergenza siccità,  emergenza Roma. Intanto riprendono forma per le vie,  di alcune citta’ del Sud, immagini proiettate dalla tv, le autobotti e il commercio dell’acqua. Rammentano le autobotti del Salento,  quando quasi ogni abitazione era dotata di una cisterna. Per noi bambini l’arrivo dell’ autobotte era sempre una festa,  ennesima modalità  di gioco e divertimento,  in aggiunta alle interminabili altre che aprivano e chiudevano la stagione estiva,  rottura dell’ordinario,  entrata nello straordinario piuttosto dilatato.   Tutti a bere quell’ acqua fresca nei bicchieroni,  dal nome particolare, “bucala o ucala” e tutti a spostare ora di qua ora di la’ il manicotto tra un albero e l’altro quando la cisterna era ormai colma e bisognava pensare alle piante del giardino,  data l’acqua in eccesso. Anche loro, le piante,  presumibilmente,  in festa,  al solo sentire il rumore e quel profumo caratteristico  dell’acqua,  in estate,  quando si riversa in zone di terra secche e rosse da mesi.    La parola d’ordine,  oggi,  e’ razionamento. Purtroppo. Penso a Villa D’Este e tutte quelle bellissime fontane.  Quanta bellezza. Elementi naturali,  fuoco prima,  con incendi e devastazioni di ettari ed ettari di terra in fiamme, paragonabili ad intere città  come Torino,  Milano,  Firenze. Devastazione  prima, e acqua ora che scarseggia e che entrambi i temi e le emergenze impensieriscono fortemente.  E’ come se mancasse l’intero lago di Como! Gente che torna in preghiera,  ora. Intanto si attribuiscono responsabilita’ e ci si avvia allo stato di calamita’. Una corsa contro il tempo,  per trovare soluzioni o per una “pioggia” a… “pioggia” su quasi tutto il territorio nazionale. Colpa delle condutture colabrodo per altri. Colpa dell’inquinamento per molti. Responsabilita’ di tutti,  nelle piccole azioni quotidiane,  wuando lasciamo andare l’acqua senza attribuire ad essa alcun valore. Il pensiero dell’acqua mi riporta ad Assisi,  all’affresco di Giotto,  alla fonte,  a “sora” acqua. San Francesco,  vicino alla sorgente. Acqua che lava e purifica. Sempre.  Occorre subito un’inversione di rotta, modificare i consumi,  usare accortezza e non sciupare  l’oro bianco”,  prima che sia troppo tardi. Il razionamento è  imminente e il termine,  razionamento,  non prospetta nulla di buono.

Buona Pasqua

20160209_094631Fuoco, luce, parola, acqua, pane. Campane che suonano. Candele. Parola.Genesi, Abramo che va per sacrificare Isacco. Seduto sulla mia panca tra migliaia di fedeli  rigiro il foglietto e penso per un istante ad Amerigo Ormea nello  stesso punto in cui Italo Calvino lo faceva riflettere. Mi ridesto. “E’ risorto”.  Penso ai mosaici di Santa Prassede. 20160209_094704Mi affaccio lasciandomi la Basilica di Maria Ausiliatrice di Torino alle spalle con un  “triduo” che volge al termine.  Ho una candela tra le mani. Luce e speranza, verso “un uomo nuovo”. Uno, due, tre, quattro gradini, il sagrato della Basilica. Volgo lo sguardo a sinistra:  una luna piena staziona e sorride. Si e’ affacciata al suono delle campane. “Gloria”.  E’ immensa. Riempie meta’ del cielo. Lo allaga. La primavera e’ l’inizio della vita. Tutto rifiorisce. Le campane continuano a suonare. “Gloria”. La vittoria della vita sulla morte. Un “duello” tra Spinoza (Ethica) e Heidegger. Gli uomini che pensano piu’ alla vita che alla morte, il primo, e il secondo (Heidegger) che la ribalta (“Essere-per-la morte”). Altro duello si e’ appena concluso in queste ore con la vittoria annunciata della vita sulla morte,  dal suono delle campane cittadine: “Gloria”. Tanto studio, condensato.  Lungo la strada del ritorno gruppi di ragazze, verso la movida.  Indossano jeans sgualciti, giubbottini leggeri e sogni nelle loro tasche, leggeri, come loro. Penso alle studentesse “Erasmus”. Le voglio ricordare. Io, mi incammino verso il divano di casa,  con gli stessi jeans  come i loro, con i miei sogni di ieri, e degli anni passati e di oggi. Una cosa sola pero’: avrei solo bisogno di dormire, pero’, per realizzarli…sognare bei sogni, come quando in viaggio, in treno, con la testa premuta contro il finestrino  vedi il mare darsi il cambio con le colline e la campagna. E ripensi a quella compagna di viaggio cosi innamorata della filosofia mentre parlava di Spinoza e di Heidegger. Mi prendo la copertina alla Linus, di qualche anno fa, e ci provo.A sognare.Buona Pasqua.

Mi scarto un paio di uova e di sogni e…buona Pasqua.

Nella foto mosaici di Santa Prassede. Gesu’ Cristo risorto libera dalle catene della morte “Adamo ed Eva”.

Il secondo, “il trono vuoto”.

 

Porto Cesareo (Lecce)

Porto Cesareo, 2 8 2015, foto Borrelli RomanoFoto Borrelli Romano, Porto Cesareo (Le)2 8 2015Porto Cesareo (Le), foto Borrelli Romano 2 ag 20152 ag 2015, Porto Cesareo (Le) foto Borrelli RomanoPorto Cesareo (Le) 2 ag 2015 foto Borrelli Romano2 8 2015 foto Romano Borrelli. Porto Cesareo (Le)Porto Cesareo 20150802_084105(Lecce). Al mattino presto non vi e’ che l’imbarazzo della scelta, ove cercare “rifugio” in qualche bar, per una colazione in attesa di osservare il risveglio del mondo. Ci vuole il classico caffe’ Quarta20150802_090229, quello che ti sveglia all’inizio “del viaggio”. Anche quando il viaggio e’ quello effettuato non in una “scatola” di lamiera posizionato su binari ma quello svolto con gli occhi, tra il verde, l’azzurro, il blu, il bianco di questo mare. Una girandola di emozioni tra saperi sapori ed emozioni.  E  il caffe’ ti conferisce la carica giusta per affrontare meglio “il peso” del dolce far niente. Affondi il cucchiaino nella tazzina e mescoli e intorno tutto  si allarga in un silenzio che rilassa. Il cielo presenta colori stupendi. E’ la perfezione. Quaggiu’ invece siamo in perenne affanno nel farla nostra. Punto verso la Torre. Qualche bicicletta scampanella; qalcuno in coda per l’acqua, con taniche bottiglie e bottiglioni: per molti e’ancora”oro”, l’acqua.I ricordi si riavvolgono come un nastro, ma non e’ un film. I negozi si animano e qualche ciabatta da mare o infradito si trascina verso la spiaggia. Chi verso quella ricordata da “antiche cartoline” Porto Cesareo (Le) 2 8 2015,  foto Borrelli Romano20150802_082748chi verso l’isola o lo “scoglio”. Le barche rientrano. A me piace molto la visuale dallo scoglio, dalla statua di Manuela Arcuri2 8 2015 Porto Cesareo foto Borrelli Romano dove l’insenatura e’ magnifica e ti permette di raccogliere conchiglie e allo stesso tempo il recupero di frammenti di bei ricordi: sensazione stupenda, da Torre a Torre. Un intreccio volto al recupero dei momenti piu’ preziosi e inserirli negli altri, che si reputano fastidiosi.  Non esiste e non potrebbe esistere una estate senza Salento. Una breve camminata e siamo a Torre Chianca, altra Torre, dalle parti di Lido Belvedere. Una manciata di ragazzi con divise arancioni attendono il loro turno davanti ad un buon pasticciotto. E’ davvero un “Belvedere” questa storia condivisa.

Ps.Mi piace quel profumo di fazzoletti appena stirati…Torre Chianca, 3 8 2015 foto Romano BorrelliTorre Chianca (Le) 3 8 2015, foto Borrelli RomanoTorre Chianca (Le) 3 8 2015 foto Borrelli Romano20150802_083743 2 8 2015, Porto Cesareo (Le) foto Borrelli Romano2 8 2015 Porto Cesareo foto Borrelli Romano.2 8 2015 Porto Cesareo (Le), foto, Romano Borrelli

La “storia” sul piattino…

Torino, 8 novembre 2014. Piazza Cln, foto, Romano BorrelliEsiste qualcosa che “accomuna” l’archeologia con la psicologia e la storia. Scavare tra Torino, 8 novembre 2014, foto, Romano Borrellireperti archeologici e, o, scavare, nel senso buono del termine, con la massima libertà, (di chi si lascia scavare), delicatezza, attenzione, nelle persone, per la seconda. Relazionarsi, mettere a fuoco, inquadrare, esporre quanto inespresso. Talvolta, nel gioco delle lettere, entra in scena una vocale e da scavare, la parola, diviene scovare, che è lavoro e patrimonio dello storico. Per il gioco delle “aste”, “stanghette” ,”punteggiatura” , “maiuscole-minuscole” poi, la S maiuscola della storia si trasforma in storia, o storie, di gente comune, che solo superficialmente appaiono insignificanti ma che tali non sono. Ogni persona che incontriamo rappresenta un dono. Sta poi a noi approfondire l’altro, che è in noi. E migliorarci. Magari “abbattendo” altro tipo di …”muro”… 25, 28, 28, 25….Berlino. Il muro, cosa resta. Foto, Romano BorrelliBerlino, Foto, Romano BorrelliBerlino, il muro. Foto, Romano BorrelliPensavo e scrivevo questo,  a commento di uno scritto, proprio nel momento esatto in cui “calpestavo” il simbolo della nostra città: il toro.Torino, 8 novembre 2014, foto, Romano Borrelli (2)

Torino. una città che contiene tutta l’arte, in un fine settimana. “Artissima”, “Paratissima”, “bellissima”,  Torino. Sembra uno spot di un’acqua e invece e ‘una Torino “tutta da bere” diversamente, in una notte bianca. Dell’arte. La città in cui “Io lavoro”.  La città dei fiumi, delle luci, degli artisti e delle luci d’artista.Torino, 8 novembre 2014, via Roma. Foto, Romano Borrelli

Un carnevale di colori, odori, profumi e storie che si incontrano e incrocianoDecido per un caffè e  ovviamente, come capita da qualche giorno, mi reco presso “La casa del caffè” o presso la fabbrica di una storia. O nella storia dell'”otto volante”. O nella storia che transitava da qui, su un bus 50, dalle orecchie “grosse”, mica fini”,  grandi al pari di quelle di un elefante. Orecchie “tirate e chiuse” da un autista atm in maniera  tale da non fargli percepire le storie che  si consumavano nel suo corpaccione da pachiderma arancione. Le viveva e ci vivevano, li sopra, inglobandole, ma con discrezione.

Sono quasi all’entrata del bar. Poso la mano sulla porta destra. Quella sinistra è contrassegnata dal divieto d’accesso. Come una porta girevole.  Però quale combinazione! Un gesto nel presente e un gesto nel passato: l’autista atm che abbassava il finestrino con la sinistra per “attrarre” a sé “l’orecchio elefantiaco” del 50 e la destra sulla ciambella!  Nel presente, con la destra spingo la meta’ di una porta e con la sinistra apro e richiudo la mano a mo di pugno: “ciao ciao”, a chi e’ qui e a quanti prenderanno vita nella fantasia e si materializzeranno da un semplice ” succo di penna”. Conosco cosa troverò e chi incontrerò, prima, dopo e durante il caffè.  So anche che nel “piattino” che mi verrà posto sul bancone al termine del caffè non ci sarà solo una ricevuta,  lo scontrino, di quanto avrò consumato. Quel che mi verrà restituito  sarà molto più di un buon caffè. Una ” chiave” per “scovare” storie. 

Il cielo su Torino è stellato. Torino, 8 novembre 2014. Luci d'artista, via Roma. Foto, Romano BorrelliE così doveva essere quando qui si incontravano M. e L. a sorseggiare il loro caffè, cappuccino e masticare qualche cantuccio, lontani dagli affanni del mondo, seduti in questo piccolo grande mondo: il loro.  Li immagino, seduti, prima o dopo il lavoro. E quando era “dopo”  un carezza non mancava mai. Al cane che era in compagnia di chi vendeva, a due passi da qui, informazione, con “Stampa Sera”.  E loro? Lei, dolcevita, bianca, capelli neri, fin sulle spalle, una forcina per unire e tenere lontane crisi, zero trucco e due orecchini in perla bianca piccolissimi che ne incorniciavano il tutto, ovvero, la storia.La loro e con quella, gli anni ’70, ’80, torinese o italiana.  Lui, bhe, lui, riesco ad immaginarne solo gli occhi: da innamorato. Vicini e vicinanza di luci, d’artista. Perche’amare e’ una cosa semplice, ma anche un’arte. Vicinanza perche’  illumina e non acceca. Alla ricerca di una qualche chiave anche loro, per “entrare” nella casa adatta ai  loro sogni.  O di una forcina, tra i capelli, per i capelli. Amore.In costruzione. Guardarsi negli occhi e ascoltarsi. Per scavarsi vicendevolmente e scoprirne desideri, stati d’animo, psicologia e costruire così una grande storia. La storia di M. e L. ovattata, messa al riparo da altre che prendevano piede li vicino. Storie che si costruivano all’aperto, ma diverse da quelle di L. e M. Ma l’amore puo’ fare a meno del troppo capire? Storie all’aperto, un po’ “gonfiate”, tra chi domandava e chi offriva.

Il Lunedi mattina, infatti, in quella  piazzetta, che profumava come le erbe, si teneva il “mercato dei bugiardi“. Ma non era “Piazza delle erbe?” Non era qui su quella piazza che esisteva una erboristeria, una gastronomia, una sartoria? Non era forse qui che chi cercava lavoro poteva anche trovarlo? Certamente, un “piccolo sud” dove  lavoratori e padroni si “incontravano, amplificando molto fra competenze e paga promessa. Incontri, scontri, promesse verbali in piazza…mozioni, interrogazioni, interpellanze in altra piazza. Tutto “in comune”.  Quelle più belle, probabilmente, avvenivano proprio in quel…cantuccio del bar. La casa del caffè eletta loro domicilio: la casa del loro amore.

Tra un pensiero e l’ altro, non e’ che per caso mi sono perso Novelli mentre usciva?

Bhè, bellissima  Torino, si è fatta sera e l’appetito si fa sentire…………..Buon appetito. In piazza Solferino,Torino 8 novembre 2014. Piazza Solferino. Foto, Romano Borrelli si mangia.Torino, 8 novembre 2014. Piazza Solferino. Foto, Romano Borrelli

Arrivederci…dalla scuola

Arrivederci...scuola. Foto, Romano Borrelli

Torino. Ultimo giorno di scuola.

Non ho fatto in tempo a dirvi, a tutti, proprio tutti, un arrivederci. Buone vacanze. Una stretta di mano, una pacca sulle spalle. Non saprei dire neanche  se sarà un “arrivederci a presto”. Il mondo della scuola, dei lavoratori della scuola, è simile ad “un viaggio”. La meta non la si conosce  ma tanto questo non è importante, è il viaggio quello che conta. Incontri. Fondamentali. Orme. Frasi dette, mancate. Domande, risposte. Mi sono limitato ad osservarvi da quassù. Una finestra. Due mondi apparentemente distaccati ma congiunti.  Adulti, ragazzi. Una finestra. Un brivido ricorre ad altra finestra. Il ricordo di Recanati, dello studio di Leopardi. Il suo guardare con un po’ di malinconia o nostalgia.  La finestra dove ognuno di noi, fin da piccoli,  eravamo  scrutati da un occhio vigile e attento, ora da un padre ora da una madre nel nostro lento, incerto incedere e   attraversare la strada della vita e  per andare a scuola. Ecco. Forse un occhio vigile e attento, potrebbe essere il simbolo che racchiude il guardare da questa finestra. Strade che si separano. “Cose che restano”. Avete salutato la fine della scuola con una festa fatta in casa come succede in molte famiglie e la scuola è stata la vostra. Lo  è e continua ad esserlo. Avete aspettato il suono dell’ultima campana per poi andare. Prima avete messo in comune qualcosa da mangiare e da bere. Compagni. Per una volta, azzerate differenze e gruppetti vari che durante l’anno vi hanno contraddistinti.   Prima vi siete abbracciati, qualcuno ha pianto, altri hanno riso.  Abbracci. I migliori, quelli che arricchiscono, non si riescono proprio a raccontare. Non ci si riesce proprio. Lasciano qualcosa dentro. Un misto di emozioni che non si riescono a raccontare. Non si possono, raccontare. Siete andati. Oltre. In mare aperto.

Arrivederci, buone vacanze e buona maturità.Ultimo giorno di scuola, 2013-2014. Torino. Foto, Romano Borrelli

Ps. Domani qualcuno racconterà delle fontane, dei bagni e gavettoni. Ma con “occhio” freddo come l’acqua fredda e ghiacciata delle fontane del centro di Torino, in piazza Castello. Acqua che “lava”  via un anno di scuola e altro ancora. Raccontare non basta. Bisogna viverle, quelle emozioni. E le emozioni non durano un attimo. Una fotografia, due righe su un giornale, qualche notazione a margine  non saranno mai sufficienti. Bisogna viverle, impastarsi con centinaia e centinaia di emozioni differenti.  Che appartengono ai ragazzi e le scambiano. Che durano un anno. Cinque anni.  Non due righe. Anche queste non saranno mai sufficienti e non renderanno sufficientemente giustizia.

Un saluto.

Corgiat, quando “il pane va via come il pane” da 50 anni

 

Pantetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone 38. Foto, Romano Borrelli“Siamo venuti a Torino nel luglio del 1965. Mio marito era di Caselle e io, di San Maurizio Canavese…”

Comincia così la storia di quasi cinquant’anni di lavoro (e famigliare) con l’approdo a Torino, nel borgo Valdocco, Maria Ausiliatrice, di Cristina Corgiat e della sua famiglia. Una storia all’ombra della cupola della bellissima Basilica di Maria Ausiliatrice e dove tutto ricorda l’opera di don Bosco e dei Salesiani.

Incontro Cristina, (verso metà maggio) al numero 38 di corso Principe Oddone, a Torino. Fermata bus contrassegnata dal nome della palina “don Bosco”. Una panetteria “incastonata” tra il corso, via Brindisi, via Ravenna, via Biella. Profumo di pane per tuta la Circoscrizione 7. Profumo di pane su molte tavole torinesi. Prima di cominciare questo ricordo, Cristina non ha voluto rilasciare fotografie, ma tutti saranno i benvenuti nel suo negozio. La seconda. Le scuse anticipate per la lunghezza, ma ogni virgola, di questa storia, merita di essere raccontata. 50 anni nella stessa panetteria sono davvero “d’oro” e una medaglia la meritano.
Cristina, occhi azzurri, modi genti, garbati, mani delicate, grembiulino bianco, candido, sempre addosso, nata il sette di agosto del 1929, “anche se mi segnano il sei sulla carta di identità”. A quel tempo, probabilmente, la scuola commise un errore e così, quella piccola imperfezione è rimasta. A dire il vero,  l’errore è rimasto anche perché da parte mia non ho esposto un particolare rilievo di sorta all’anagrafe.” Cristina, già a 21 anni  decise per il grande passo della sua vita, convolando a nozze con Silvio, suo unico primo e grande amore. Silvio, nato il tre novembre del 1927. “Un gran lavoratore, sempre a contatto con farina, acqua, e lievito. Figlio di una famiglia di panettieri, grandissimi  lavoratori  e con ridottissimi tempi di libertà”.  Lei, ne parla come lo avesse incontrato ieri, con una delicatezza e un amore ineguagliabili. Ma quando quella era in agguato, Silvio si dimostrava un ottimo ballerino, non perdendo mai occasione per mettere in mostra la sua abilità.  “Ai balli pubblici, lui era davvero un bravissimo ballerino. Mi ero innamorata di chi sarebbe diventato presto mio marito e lui avrebbe voluto sposarmi anche prima, all’età di diciotto anni.”  Complice della loro conoscenza, come sempre avviene, un’amica. Silvio, in realtà, era ancora molto giovane; un ragazzo di diciannove o venti anni, e con il militare ancora da assolvere. Un ragazzo si giovane  ma deciso e innamorato quanto Cristina. Certo, qualche resistenza da parte del papà di lei, non si fece mancare, ma Silvio, era davvero ostinato:  il militare, altro ostacolo, insieme alle gelosie del padre e fratelli di Cristina  non avrebbero certo creato difficoltà alla forza di un amore.  Quando si vuole, si vuole. Nulla da aggiungere. Così a 21 anni, Silvio e Cristina si avviano a formare una nuova famiglia. 

Era il 1950, entrambi giovani, molto felici e consapevoli della scelta, grazie ad un grandissimo amore.Panetteria Corgiat, Torino. Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli

La vita, si sa, spesso dà, spesso toglie. E così, Cristina, ben presto in seguito alla morte della mamma  si è trovata a fare, lei,   “da mamma” ai suoi fratelli per tre anni circa . Almeno fino a quando non ha gustato essa stessa la grande e bellissima esperienza di diventare mamma di tre bambini.

 
Ezio, nato il tre dicembre del 1953, a Nole.
Francesco, nato il 15 d’agosto del 1956, a Villanova Canavese, paese “dove abbiamo lavorato”, aggiunge Cristina.Corgiat Francesco. per gentile sua concessione.

Il vecchio proprietario di un forno di quella cittadina “aveva avuto un incidente e in quell’occasione siamo andati a sostituire l’infortunato. Eravamo stati a casa da Nole, e quindi senza lavoro,  perché quei proprietari non avevano rispettato le condizioni del contratto pattuito. Ricordo che era un contratto triennale.” Nel frattempo, Cristina, non si è scoraggiata e  ha dimostrato di essere una grande lavoratrice dimostrando la sua qualità di ottima lavoratrice anche in altro settore. In fabbrica. Continua inoltre l’amore e il rispetto anche per la famiglia di Silvio.  Da Nole infatti, andava a lavorare col treno a Caselle. Da qui, nei fine turno, o ad inizio turno,  andava a trovare i suoceri, che lì avevano il negozio.  Cristina, una volta arrivata a Caselle e dopo aver salutato i suoceri, inforcava la bicicletta per tre  km circa, dove aveva luogo la fabbrica in cui lavorava.  “Era un lanificio. Si chiamava  “Bona”. Ero obbligata a lavorare. Non c’erano neanche i soldi per comprare il latte”.

Ma, nel frattempo, nasce anche il terzo figlio, Fiore.
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Fiore, nato il 27 ottobre del 1958, a Ciriè.

Cristina e il lavoro. La fabbrica e la panetteria.
“La fase più consistente di questo lavoro, quello del  pane,  è  per me collocabile in una piccola cittadina alle porte di Torino, Druento dove abbiamo lavorato per circa sei anni. Una panetteria con forno a legna.  Eravamo in gestione, nel centro del paese, in via Carlo Casale.”  Prima ancora, una breve esperienza presso una panettiere Cooperativa di Nole Canavese. Una Cooperativa dotata di forno dove annesso era il magazzino dedicato alla vendita di altri prodotti. “Ma noi ci occupavamo solo della panetteria”. La nostra retribuzione era a quintali di pane prodotti e venduti. “Noi lsiamo andati a sostituire un panettiere.”
Nel 1965, Torino era stupenda. Tutto era così diverso e bello rispetto alla realtà di paese. C’era tantissimo lavoro.  C’era una grande bellezza, e lo dicono in molti, anche se, il lavoro, e talune condizioni lavorative, mi riferisco alle condizioni di lavoro di fabbrica,  erano davvero pesanti.  “Si faceva il pane per noi, per il negozio e per i ristoranti, e le trattorie qui intorno.” Era proprio un grande borgo. Con tante attività. Un bellissimo borgo! Ed è vero. Dopo aver ascoltato le sue parole le parole di Cristina le confronto con quelle di altri residenti di quel periodo che mi ribadiscono l’identica affermazione.

Penso, influenzato anche da alcune letture di questo periodo, che occorre coraggio nell’ammettere che c’è più bellezza di quanta i nostri occhi possano sopportare.  Penso a quante cose sono state messe nelle nostre mani e non fare nulla per onorarle equivale ad arrecare danno. In questo negozio, in questo borgo, nel lavoro, nei lavoratori, nei cortili ovunque si volge lo sguardo, ogni frammento di questo mondo, risplende. Di luce forte, che non è questa, artificiale. Altra luce.

Dodici ore di lavoro, nel retro, dove era posizionato il forno, e dove lo e’ancora, e altre  nel negozio, come commessa.

Nel borgo, l’insediamento dei Salesiani, con la Basilica di Maria Ausiliatrice e il primo oratorio di don Bosco, sono stati  determinanti per la scelta del quartiere e l’economia stessa. Fedeli e studenti, passavano in continuazione da qui, chi per il pane, chi per la pizza, che, a dire il vero, era, è, una delle migliori di Torino.

Cristina continua: ” Noi lavoravamo molto per i ristoranti. Le trattorie chiedevano sempre pane e  anche in quelle si lavorava molto. Qui, nei pressi c’era un  ristorante che richiedeva circa 20 kg di pane al giorno. Ogni giorno  quella fornitura  non erano mai sufficiente. Il ristorante era quello in corso Principe Oddone, probabilmente al numero 32, titolare Malanca.
Noi vendevamo il pane alle suore, al patrocinio di via Ravenna.” Nel quartiere era forte l’insediamento di numerose scuole superiori, geometri, chimici, per acconciatori, e quindi, la mattina alle sette c’erano già i ragazzi fuori dal negozio  che passavano a prendere la propria colazione.

Per  la panetteria Corgiat e per questo Borgo, l’affermazione “il pane va via come il pane” è davvero la più appropriata.Interno Panetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli
Il quaderno con i conti aperti. Cristina, occhi azzurri, modi di fare garbati e gentili, una grande bontà di cuore, è corredata anche della capacità di “guardare” dentro i sentimenti delle persone. Riuscendo ad anticipare, necessità e bisogni altrui, con risposte immediate,  quando altri non  riescono a manifestare ed esternare le preoccupazioni, per timidezza o per vergogna. In molti manifestavano  difficoltà economiche,  “come facevo io a negare loro il pane quotidiano”? Come potevo se, oltre che leggere i loro sentimenti, ne conoscevo anche le loro storie famigliari? A molti concedevo di fare  la spesa, senza pagare subito, e quando percepivano lo stipendio o  la “quindicina”  avrebbero avuto modo di onorare il dovuto. Se potevano, pagavano altrimenti lo avrebbero saldato successivamente.  Per come potevano. Per quando potevano. Alle necessità,  sono stata abituata a  rispondere immediatamente. E poi, il pane!  Chi negherebbe il pane “ai propri figli?”. E chi lo avrebbe mai negato a chi lo richiedeva? Pagavano due volte al mese perché all’epoca le buste paga erano due. L’acconto e il saldo. Erano diversi clienti che avevano un conto aperto, da noi. “A dire il vero, la rubrica era piena.” Gli occhi di Cristina si inumidiscono. Penso a quanto noi esseri umani siamo cattivi e spesso facciamo del male. Nella storia, la cattiveria dell’uomo sarebbe riuscita a far piangere una pietra. E ad uccidere ingiusti. Talvolta si aprono occasioni per fare del bene al prossimo, per partecipare anche noi a “rimettere il debito”. Pensieri. Cristina continua. “Era una possibilita’ che avevo, per fare del bene, e cercavo di farne, come potevo. La bontà che emana dalle sue parole, scalda il cuore. E lascia speranza, per i gesti che hanno edificato molto, in molti. In questo quartiere e in molti, a Torino. Penso che cosi come avviene per i credenti, che  il Signore perdona e lava  le colpe cosi  Cristina e altre persone di bontà son riuscite e riescono allo stesso tempo, con genti semplici a togliere “quello sporco dal viso che sovente ci portiamo addosso”. O asciugare qualche lacrima. Con la prontezza delle risposte. Riprende il discorso e dice: “Ancora adesso mi telefonano. Una signora in via Ravenna, conserva  quei ricordi, e non smette mai di ringraziare. Questo è per me un piacere che ha arricchito e continua ad arricchire la vita. Non solo la mia. In quel modo mi è stato possibile far un pochino di bene, e forse guadagnare altro tesoro”.  Alza gli occhi al cielo, direzione Basilica. A Druento, un signore, che desidera restare nell’anonimato, M.T. aveva un conto aperto, di circa diecimila lire. Nel frattempo, M.T. era tornato per alcuni mesi al Sud, e nello stesso periodo, Cristina e famiglia avevano lasciato quel paese per recarsi a Torino. Non si sono più visti. Rivisti. Per saldare un conto. La vita di città è frenteica. Quando ti perdi, difficile ritrovarti. Invece…Dopo qualche anno di distanza, il signor M.T. è riuscito a rintracciare Cristina e la nuova panetteria, grazie al “profumo” del pane,   ma avendo già cestinato quella rubrica, la nostra brava panettiera aveva “rimesso”  quel debito ugualmente. Il sig. M.T, ricorda di essersi recato nella panetteria e di aver allungato una banconota da diecimila lire. Il suo debito, mai dimenticato.  Un gesto ricambiato da altra  bontà ‘. M.T. Ricorda sempre di aver ricevuto in dono cioccolatini, dello stesso valore del debito appena saldato.

Ho pensato molto a questa storia delle rubriche. Onestamente, l’ho vista, in giro. O meglio, la ricordo. Si potrebbe ricostruire l’economia di un quartiere. Ho pensato possa essere uno strumento valido per i ragazzi, per trarne tesine. L’economia famigliare di un borgo. Analizzarne i consumi, i tempi in cui si poteva, riusciva a pagare. Le annotazioni, come a piè di pagina di un libro. Ma Cristina, non finisce mai di stupire. Qui, in questa panetteria non esiste più, nel senso che lo  si “cestina” presto per non lasciarne tracce.  Si “cancella”, si rimettono i debiti. Un gesto molto evangelico.  E ancora, vengono alla luce alcune pagine di un libro, al pensiero di questa gentilezza e bontà. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Siamo davvero dei grandi segreti, gli uni per gli altri e ognuno racchiude una lingua, un’estetica e una giurisprudenza a sé stanti. Siamo davvero piccole civiltà erette sulle rovine  di un’infinità di civiltà precedenti, con i propri concetti di quanto e cosa è bello e accettabile. E di cosa non lo è”.

Penso a storie di debiti, crediti, storie di infinita bontà. Una storia di “pane quotidiano“, di debito, di reintegrazione, di remissione dei debiti, nostri e di altri, di grazie, di grazia. Sentire una volontà più grande attuata per nostro tramite.

Cristina, riprende il racconto sul negozio, e sui debiti. “Questo negozio ha conosciuto davvero un esborso di denaro  molto forte. Nel 1965 questo negozio costava sedici milioni. Mio marito riposava lì (e indica un luogo), più lavoravi e più vendevi. Le scadenze erano continue. Questa era la casa. Sedici milioni era l’equivalente di una casa di tre piani.  Abbiamo fatto sacrifici sempre. A Silvio, mio marito, piaceva tantissimo Torino. Da giovane, il papà di Silvio era venuto a lavorare a Torino. Spesso affermava che era meglio un anno di lavoro nella grande citta’  che dieci  in paese.”

Nel frattempo, le campane di Maria Ausiliatrice suonano l’ora. Viene da pensare alla Madre. E qui, l’abbinamento è immediato con la farina madre. L’impasto lo chiamano, in piemontese,  “il levà”, che è quello della sera. Si lascia “depositare”  e alla mattina, si fanno due o tre impasti. Se ne prende un pezzo, lo si rinfresca, e si aggiunge  la farina e quindi un po’ di lievito di birra per “carezzarlo“, ma poco, perché ha già la forza, sotto, che poi, lo farà lievitare. Resta un pane normale, più buono, perché si conserva. Tutte le sere si procede con questa operazione. Ancora oggi. Il pane, in tal modo,  emana il profumo, cosa che oggi non si sente più, né per le strade, nè tantomeno in panetteria, forse perché si mette troppo lievito, che velocizza il processo ma non dona il profumo.

Il sacrificio e la felicità nel lavoro.
Il tipo di lavoro richiedeva, e richiede,  una grande responsabilità e impegno.  Al servizio per il prossimo. “Cercavamo la gioia nel vedere tutta quella gente, sapendo che quel pane avrebbe raggiunto tantissime case, tante tavole. Quel pane avrebbe parlato anche di noi in case altrui. Era lì, tutti i giorni. Sulla tavola. Questo, conferiva la forza che il lavoro richiedeva. Non ti sentivi mai stanca. Gioventù, gioia, i figli, che volevi che nella semplicità fossero stati  come tutti gli altri. In Comunione. ”

Dopo queste parole, immediato il pensiero al Vangelo di Giovanni.

Racconta  e si racconta ancora. “La malattia di Silvio ha richiesto un dispendio ulteriore di forze. Negli anni ’70 ha cominciato a non stare bene, pero’ si stringeva i denti e si andava avanti, anche nella malattia. Lavorava perché i figli erano giovani. Le forze venivano a mancare, lentamente, giorno dopo giorno,  e così  ho cominciato a fare ” il garzone,” dato uno, come aiutante, non ce lo si poteva permettere . Ho imparato a fare il lavoro quasi come lui. Io mi occupavo della famiglia, ma, al mattino ho sempre aiutato mio marito.” Lavoro, lavoro, lavoro.

I rapporti con il borgo.
C’erano tre panetterie nel borgo  e tutte  possedevano un  forno proprio. C’era Gillone, che in realtà erano tre fratelli, in via Biella, poi c’era Pennone, in via don Bosco e noi, Corgiat. Poi c’erano le rivendite. Maria Teresa era una di quelle. “La gente era bravissima, tutta. Quelli provenienti dal Sud, poi, erano delle bravissime famiglie. Per me erano tutti uguali. Ognuno con la sua famiglia, venuti qui per lavorare. Bella e brava gente. Ragazzi che vengono ancora a trovare. E ringraziare. Ragazzi di un tempo che hanno lasciato crescere i baffetti o la barba, ex ragazzi che non conosco più ma che loro si ricordano di quando vendevo loro la pizza e di tanto in tanto, allungavo un grissino, come capita di fare, quando entra un bambino.”

La crisi degli anni ’80.
La crisi di quegli anni, qui, in panetteria, si è fatta sentire poco, fortunatamente, anche se, in molti cominciavano a spostare  residenza proprio in virtù di quel fatto. Oggi di pane se ne produce molto meno. Il Toscano,  tipo di pane che un tempo si vendeva in grandissima quantità, oramai non ha più mercato. Un tempo le quattro bocche del forno andavano a pieno regime, con il  pane toscano in cottura. Ci andava una giornata per produrre quel   tipo. Aveva una lievitazione molto lunga, pero’. Che pane era quello!”
“Un tempo i grissini si facevano tutti i giorni, poi, han subito un calo. Li produciamo due o tre volte la settimana.”
La pizza, invece, andava tutti i giorni. Usciva più volte al giorno,  forno, pronta per i ragazzi delle scuole.

Cristina e le ferie.
Cristina, non ha mai visto il mare. O meglio, una volta sola.  A parte un ricordo di una giornata- regalo di Ezio, il figlio,  che trovandosi a  Ceriale per lavoro, decide di farle il dono  del mare. Merito suo, infatti, se Cristina è riuscita, per qualche minuto, ad “accarezzare” il suo sogno di vedere il mare. Intorno agli anni ’70, infatti, Ezio, da Ceriale, telefona al fratello, dicendo gioia:  “Prendi mamma e accompagnala qui, di modo che non avrà scuse da accampare sostenendo di non essere mai stata al mare.”

La paura di un eritema solare e un po’ il brutto tempo, contribuirono ad un incontro, tra Cristina e il mare davvero ridotto. A Savona difatti, la colsero tuoni e fulmini. Sicuramente, era il tempo che festeggiava con fuochi d’ artificio questo incontro. Da quella volta, il  mare, Cristina non l’ho mai più visto.
Il marito Silvio è mancato nel 1978.  “Ho tribolato molto per aiutare a  crescere tre figli e sofferto tantissimo la mancanza di mio marito”.  Torino non era un paesino e richiedeva più attenzione e vigilanza dei figli. Una  attenzione costante e continua. Così era per tutte le famiglie con figli adolescenti. In quel periodo l’oratorio era l’unico posto di accoglienza per i ragazzi. Ancora tanti sacrifici, da sola.

Quando sono entrato, Francesco si concedeva un attimo di tregua, su una sedia, Cristina osservava attentamente un macchinario. In una frazione di secondo, è passata vita.

Una vita di lavoro e sacrifici, ma ci sono migliaia e migliaia di ragioni per vivere questa vita, e sono tutte sufficienti, dalla prima all’ultima. Il Borgo è cambiato, in molto. I treni non percorrono più l’ultimo tratto in superfice prima di inabissarsi nella pancia torinese. I negozi che c’erano un tempo,  dall’elettrauto, alla carrozzeria, alla pizzeria al taglio con la farinata, alla polleria,  latteria, al ristorante, alla lavanderia-tintoria, la Ve-gè, le rivendite del pane, alla drogheria, il barbiere, piccoli esercizi che non ci sono più da tempo, ormai.  Resiste, ma resisterà ancora per poco, Teresa, la pettinatrice .Cristina è lì, come sempre. Talvolta, ancora qualcuno, la domenica, preferisce bussare e passare dal retro, così, per farsi dare qualche panino, avendo dimenticato di comprarlo il giorno prima. Talvolta anche il latte. Nonostante ora i negozi siano aperti anche la domenica, si preferisce andare lì. Perché lì, è un po’ come stare a casa. O tornare a casa. Un’accoglienza che è rimasta tale e quale, nonostante il passare del tempo e il mutare dei tempi. Con un po’ di immaginazione, si puo’ pensare che nulla sia cambiato. Che il treno continui a passare, sentire l’odore del fiume, le grida che  ragazzi e ragazze fanno ogni qual volta si sentono giocare a  pallone nei pressi dell’oratorio.

Una lunga storia d’amore, tra Cristina e il borgo, tra la panetteria e il borgo. L’amore è davvero sacro, come la Grazia: il valore del suo oggetto non ha mai una grade importanza.

Una storia d’amore per il lavoro e per le persone che dura da 50 anni.

 

 

A mano a mano, mano nella mano

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Libreria Fogola. Torino. Libro di Patrizia Berti. La forza di una donna.

Alcuni lettori mi hanno gentilmente richiesto di pubblicare una foto relativa al libro citato ieri,  “La forza di una donna”, dell’autrice Patrizia Berti,  libro che verrà presentato domani mattina, alle dieci, presso la libreria Fogola. A Torino. Eccola. La foto del libro.  ASAP. Tanto per emulare le giovanissime leve che usano in maniera maniacale le abbreviazioni di termini, storpiandone il senso.

 

La forza di una donna.  La forza delle  donne……….”cmq”…

Piace molto la foto, di ieri, sul blog, e piacciono le mani intrecciate della coppia che attraversa la piazza, senza dossi, senza strettoie, senza quei cartelli che ne limitano l’andatura, il percorso e il pericolo. Al più, un un semplicissimo punto interrogativo. Alcuni si sono sbizzarriti ad abbinare alla foto qualche canzone del tempo andato.  La vita come festival e come canzone. “Sarà, sarà quel che sarà…del nostro amore che sarà…” Cantava Tiziana Rivale… e  “Se un giorno il mondo intero cadesse giù…Sarà quel che sarà.” Una piazza e l’attraversamento  che divengono corso di vita. Nel controviale, ai margini i corsi e ricorsi che la storia riserva. Un punto interrogativo, al più.  Intanto piace l'”attraversamento”, tra le quattro fontane zampillanti, in piazza Castello,  riaperte per il grande ritorno della bella stagione e termine dell’esodo del lungo autunno.  Acqua, segno e simbolo.  Di vita. Della vita. Segni, simboli, liturgie.  Acqua, ai margini e attraversamento, al centro.  Passaggio. Nuova vita. Vita nuova. Attraversamento. Della città. Una città che non “sta ferma”. Passioni vive e vivere di passioni.

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Auguri per un 18 mo compleanno. Quello di una delle due Isabella. La biondina. Cuori che fanno “scuola”. A scuola. Compagni di classe che accolgono Isabella con cuoricini affissi sulla porta di classe.

Città. Che si racconta lasciandosi abbracciare da chi la attraversa, da chi la coglie e se ne innamora.  Da chi se la rivede, prima di dormire, aperta, come una cartina geografica, rimandando a memoria ogni suo punto, ogni piccolo neo, impresso come un tatuaggio, nel cuore e nella mente. Rendendone più dolce e lieve l’abbraccio e il dormire insieme. Nomi di vie e di corsi, di fiumi e di affluenti, che sono parole a sera, appena sussurrate. Percorsi tracciati, rimandati a memoria. Altri, da tracciare. Porte che si schiudono. E post-it che ne ricordano il senso e la classe e che un amore non puo’ che essere “di classe”.  Il festival dell’abbinamento continua…a “mano a mano”  (Rino Gaetano) che se ne rivede la foto..

 

A mano a mano, ti accorgi che il vento ti soffia sul viso e ti ruba il sorriso, la bella stagione sta per cominciare (era, per finire, ma…..). A mano mano che la coppia procede, mano nella mano……….

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Muro di Torino. Mano anonima che ha scritto, “Ti amo”. Altra mano anonima, magari conoscente dell’altra, in risposta: “Pure io”.

(scritta murale della nostra città)

 

All’ombra di un fortino

DSC00086“Giuoco bocce”. E ti immagini pensionati, chini, boccia in mano, a centrare qualcosa e contare, ancora una volta, come ai “vecchi tempi“. Come quel gruppo seduto, carte tra le mani che conta e riconta. Tarocchi? Bho. Bicchiere in mano, sigaretta di traverso, un cagnolino sotto al tavolo. E talvolta il sorriso allarga la loro bocca  e ne distende il viso. Come ai vecchi tempi, quando tutto quello era permesso, dopo l’officina. All’uscita. Bicicletta e busta attaccata al manubrio. Ora il tempo è diverso. Le lancette segnano un tempo che è percepito come una ferita dell’esistenza, fonte di ansia. Depressione per alcuni. Le bocce, dieci, quindici, che entrano prepotentemente nel corpo del gioco e nel gioco e talvolta lasciano a terra, lontano dal campo, altre bocce. Un po’ come l’entrata della precarietà tra i bastioni delle nostre esistenze. Il rumore delle bocce e quello dell’acqua, del fiume,  ritmano congiuntamente nei meandri dei ricordi mentali, la grande bellezza. Il Salento e le sue bocce da spiaggia. Una grande bellezza  merita l’Oscar. A tempo indeterminato. Nei pressi qualche panno lavato e steso ad asciugare su uno stendino rimediato, di fortuna. Due scope alle estremità, un filo che è uno spago, e pani stesi.  La fontana, li nei pressi,  sempre pronta ad accogliere qualche assetato. Al cibo, poi, qualcuno provvederà.  Alcune badanti ridono e aspettano, che si faccia tempo. Intanto scrivono e riscrivono, alcune lettere. Contano anche loro. Qualche risparmio, da mandare su, in Moldavia, in Romania, forse in Ucraina. E consegnare il tutto, domenica, dove parte il bus. Su quel piazzale, lontano da qui, ma vicino, dove una umanità, per qualche istante si raduna, e torna a contare anch’essa. Scambiandosi informazioni, notizie, qualche prodotto di casa loro.  Qualche bambino insegue un pallone. Troppo avanti, o troppo indietro per la lippa. O forse non è mai tempo. O forse lo è sempre.  Fulvia intanto si sforza di camminare, da casa sua “alle case del fortino”. Almeno dieci minuti di cose diverse da fare durante la giornata.  Il nero, che si è raggomitolato dentro, passerà. “Ogni stagione ha i suoi colori e la sua grande bellezza”. “Quel nero verrà fuori, vedrai”. Anche oggi hai scritto un pezzo di storia, anche se, nella sfera (della penna), molte parole restano impigliate nell’inchiostro, e mai nessuno saprà cosa avrebbe voluto scrivere, dire, nella sua grande bellezza. Magari una poesia, o un semplice ciao. “Quel nero, andrà via. “En e xanax” sta per terminare. La mano delicatamente sposta le cuffiette, riponendole in borsa. Capelli lisci, scostati, da un lato. Un pensiero. “Però, forte Samuele“.  E poi, dai, in due si può lottare e “fare una rivoluzione”. Un libro della biblioteca da leggere…in due.  Dall’altra parte della strada, uno sciamare, un pizzico di umanità che si ritrova, come avveniva un tempo, nei pressi di Porta Palazzo o in Barriera, dove gli operai Fiat si ritrovavano, la domenica, e si incontravano e mischiavano in una babele di dialetti. Un pizzico di umanità che resiste, all’ombra di un fortino. A Torino. In una metropoli dove si cerca di fare comunità.

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Salento

DSCN3263DSCN3358Sul far della sera………….al rientro da una breve passeggiata al mare (ps. qui, di libri se ne trovavano sotto gli ombrelloni, insieme a tantissime Gazzetta dello Sport), alcune anziane del posto, meglio, sagge, rammentano i tempi andati,  fatti di cisterne, di pozzi, di alcuni proprietari  di grandi appezzamenti di terra, fortunati, per avere trovato, nel loro podere, l’oro, bianco, in questo spicchio di Sud: l’acqua. L’appendice dell’età dell’oro, nei loro racconti, non terminava, come classicamente e storicamente la si fa terminare con la prima metà degli anni ’70, ma, continuava, anche sul finire degli anni ’70. Chi aveva cercato lavoro altrove e aveva lasciato questa terra, queste terre, di tanto in tanto, spediva qualche risparmio, e, le case, d’inverno,  spuntavano come funghi. Lentamente. Una luce rossa, in lontananza, ad intermittenza, segnalava “tabu'”. Era un tabu,’ costruire? Cosa era, “tabu’?”. Un locale, anche se, il riferimento, gonfia il termine. Il racconto delle donne sagge si dipana in “quando l’acqua andavamo a prenderla da…..con le “menze”. La menza,  contenitore orientale, di plastica. Andavano e tornavano, quelle donne, giovani, ora anziane, capelli raccolti in un lunghissimo treccione,  per riempire quei contenitori d’acqua al fine di preparare “calce”, cemento, tufi. La costruzione, qui, seguiva la ricostruzione di anni prima. “Serviva, l’acqua”, per preparare la “conza”. Ma l’acqua non era per tutti. L’acqua non era di tutti. Chi aveva “li sordi”, “li turnisi”, di tanto in tano, chiamava l’autobotte, per riempire la cisterna, e, una volta riempita, con la rimanente, si potevano bagnare le piante del giardino. E poi, acqua nella “bucala”, così fresca e buona, quando, a sentire i racconti, “non tagliata” con l’acqua del mare, quindi, “sausa”. Le signore “sagge” continuano il loro ricordo in maniera nitida, come se quelle azioni, quel lavoro, “andare a prendere l’acqua”  per “gli uomini” intenti a lavori più duri fosse accaduto ieri. E l’acqua della menza, serviva anche per bagnare le friselle, la colazione d’altri tempi; lavare i pomodori, che ora non ci sono più, neanche secchi, neanche appesi, qui, in loco. E al ritorno, dalla “menza” un bicchiere ci scappava sempre, così, per arginare il sudore e riprendersi dalle fatiche. “Ah, che effetti diuretici aveva quell’acqua mica come quella di oggi. Del supermercato, imbottigliata. Comprare l’acqua al supermercato? Forse la fatica era immane, ma l’acqua, quell’acqua……”

Quella di oggi, che non si trova più nelle cisterne, nei pozzi, che non si va piu’ a prendere da…e che non ci sono piu’ neanche le menze. Quell’acqua che ora, arriva quasi nelle case di tutti.