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Bar “Casa del caffè”. Dove transitava il 50 a Torino

Torino. Bar del Comune, foto Romano Borrelli

In molti mi han chiesto una foto e………..qualcosa in più sul bar “Casa del caffè” nei pressi del Comune di Torino e su una possibile storia  su Laura e Mario…ecco…….

Torino era avvolta nella nebbia.  Novembrina, come ora. Le ciminiere sullo sfondo, dove sopra, si inquinava, sotto, si produceva. La manifestazione studentesca si avviava verso il Teatro,  a due passi da qui. Di li a poco, a qualche isolato da qui, avrebbe dovuto materializzarsi il corteo operaio.  Capelli lunghi, baffi, barbe e pugni chiusi, tutti stretti in una piazza.  Ma c’era il tempo ancora per un caffè e un latte macchiato, accompagnati da qualche cantuccio, rannicchiati, in un cantuccio, accogliente, caldo e famigliare.  Al solito bar.Torino, 4 novembre 2014, bar Casa del Caffè, foto, Romano Borrelli Dall’altra parte, “la casa dei torinesi”. Di qua, “la casa del caffè”. Lei, L. era sotto il porticato, in attesa che il bus passasse, sotto il portico. L’autista rallento’ la corsa dell’ ” elefante” cittadino, arancione, carico di studenti e operai.  Abbasso’ il finestrino con la  mano sinistra e tiro’ a sé, con dolcezza,  il grande “orecchio” dell’automezzo. La destra era ancora immobile sulla ciambella. Interruppe la sua corsa, sull’asfalto e sulle rotaie, l’elefante, come ferito a morte. Ma solo il tempo di qualche secondo. In fondo, quella volta, tra le centinaia al giorno,  era andata ancora bene. Altre volte la sosta era seguita da 2, 3, 5, tra, tra, tra, era il freno a mano. Immobile, “l’animale” cittadino  si frappose fra i due: L, sotto la casa torinese, M. a far compagnia al conte. In quel momento, grigio anch’esso, non piu’ verde. Fu un attimo, per loro e per l’autobus”. O fu un attimo, causa autobus. Lentamente attravero’ il porticato. Appena fuori da quel   brevissimo tunnel , abbassò nuovamente il finestrino e con le stesse movenze di prima, rimise al solito posto l’orecchio dell’elefante. Tiro’ su il finestrino, e rimise anche la sinistra sulla ciambella. Riprese così la sua marcia.  In questi brevi secondi, l’attenzione di lui fu tutta su di un particolare. Il disegno di una mano, al fondo del  bus, in basso, a destra, e tra le dita, un pezzo da 50 lire. Un cerchio, anzi, due. La moneta e il simbolo. E poi, Atm, la madre di Gtt. Rovistò tra le tasche ripensando al caffè e al latte macchiato che avrebbero di li a poco consumato. Insieme alle quattro chiacchiere che la breve pausa avrebbe concesso dopo la parentesi domenicale trascorsa sui libri, mastrini e partita doppia. Per lui, invece, altre partite, altri risultati, altre cifre. Il 13, o il 12, continuavano ad essere sogni…Di qui a poco, un altro tunnel avrebbe avvolto nel grigio della città L. e M…nella casa del caffè del Comune di Torino….Torino, 4 novembre 2014. Bar Casa del Caffè. Foto, Romano Borrelli

San Pietro in Vincoli come Pere Lachaise

DSC00056

DSC00055L’orologio ha battuto la sua ora. Per sette volte il suono della campana è stato fedele compagno di viaggio, nello scandire tempo e ritmi. Di lavoro nel lavoro. E nei viaggi, spesso, si è costretti a chiacchierare e ascoltare con chi non se ne avrebbe voglia. Un po’ come capita a taluni quando il lavoro… E spesso alcune attività non sono e non sono mai state proprio ottimi compagni di viaggio.  Spesso capita che durante un viaggio, pur non conoscendone  i compagni, forzati, se ne condivide almeno una cosa: la meta finale. Ci si sopporta. Si pena. Si condivide. Si fantastica. Poi, la meta finale. Un “mondo nuovo”. Nel viaggio capita che si parla, oltre il più e meno. Li sopporti meglio, anche se quei compagni, dicono di tifare  Atalanta, e la domenica, finite le vacanze, saranno allo stadio comunale, biglietto alla mano per vedere Juventus-Atalanta. Li sopporti. Anche se non tifi Atalanta e non tifi Juventus. E magari del calcio non ti importa più nulla. Sopporti, loro, le loro compagne,  addobbate in twin-set  e cappotti neri, lustrate come fossero già pronte per il Capodanno, appena arrivate per festeggiare sugli Champs Eliysees. Bottiglia alla mano. Invece, il viaggio, è ancora lungo su quel “Napoli express”. Il confine, la neve, la notte. La fatica si fa sentire.  Ti entra dentro, la porti addosso. Ma poi, la meta. Come l’uscita. Dal lavoro. Questione antica, nuova, modificata. Lavoro assente, alienato. Lavoro che ingessa. Perso e da ritrovare. Lavoro di un tempo, faticoso certo, ma con momenti belli, di festa. Come quando comprare un paio di scarpe diventava una festa, e il giorno di festa si espandeva e generava festa quando la domenica eri orgoglioso di calzare quelle scarpe. E un po’, qui intorno, alcuni “scheletri” oggi ci indicano fabbrichette di un tempo. Sale igieniche appena terminato il lavoro e armadietti dove riporre tute blu. Apprendisti con contratto alla mano, accompagnati da qualcuno che sapesse difendere le ragioni degli ultimi. Contro il padrone. Operai e famiglie felici di rivedersi, ricongiungersi dopo una giornata lavorativa, per un gelato, da consumarsi in piazza. L’operaio Mario, che aveva lasciato la figlia Marina,  la sua frangetta, così bella nel suo dolce dormire nel lettone con la mamma. Marina, che non va ancora a scuola ma che sicuramente è brava e diventerà bravissima col caldo abbraccio del papà. Mario, che pensa e ripensa a Giovanni, il suo “sindacalista” quando ancora non ne conosceva l’esistenza. Latte caldo e miele, le notizie alla radio. Tram che sferragliano, come il dieci, il dodici. Tempi duri.  Risvegli. Dopo la suonata della settima campana, la riappropriazione dello spazio, del tempo, del pensiero, del sogno. Come il primo battito, anche questa “settima battuta” di campane  da istruire” si  ripropone l’identico scenario del mattino. Torino un po’ come Parigi. Il fiume, in riduzione anche questo, le nebbie, un caffè, corto, da poco sorseggiato, anche questo, in riduzione…ma la metro è nei ricordi.  Come il Trocadero, Bouburg, la Tour Eiffel. Il vento che smuove i capelli. Il freddo che gela le dita. Un cane appostato, un grigio. Da queste parti, è sempre stata un’ottima compagnia, discreta. Un fedele compagno, perché è nelle difficoltà che un amico si fa presente. A nostra insaputa.  In “lontananza” altri bambini che giocano alla lippa. Un ragazzo, che potrebbe essere un valido apprendista intona e fischietta una canzoncina: “Now Main street’s whitewashed Windows and vacant stores, Seems like there ain’t nobody wants to come down here no more” (Bruce Springsteen, My hometown)… I cancelli della scuola e del lavoro, oggi, per lui sono chiusi. Nessuno lo accompagnerà e aiuterà a firmare un contratto. Il lavoro, semplicemente, manca. Per ora. Sa solo fischiare. E quindi, si diletta a fischiare. In attesa.  Così di moda, gioco e fischio, da queste parti, su queste strade, su questa terra, sempre nuova, oggi come ieri, quando il lavoro, almeno un po’, c’era. Terra santa, sociale. Terra di promesse e di riscatti. Passion, lives here. Again.