L’associazionismo….continua.

I quotidiani di questa mattina non smentiscono, per cui anche oggi, evidenziano come i redditi da lavoro dipendente denunciano un allarme, “allarme retribuzioni“. L’inflazione inoltre corre e va su del 32 % in 10 anni. Come accennavo già questa mattina, le preoccupazioni sono tutte per le famiglie con un dipendente percettore di reddito; queste famiglie hanno perso all’incirca 1600 euro tra il 2002 ed il 2008, viceversa le famiglie degli imprenditori hanno aumentato il reddito di circa 9 mila euro. Nonostante ciò già viene calcolato quanto spenderanno le famiglie per il cenone di fine anno, ovviamente, facendo una media calcolando pinco pallino con il signor B., dove il risultato dà la somma di euro 110 a famiglia, qualcosina meno rispetto all’anno scorso. Si calcolano le spese ma dalle interviste risulta che sette italiani su dieci non sanno ancora dove andranno. Strano, vero? L’unica certezza è che il 2008 che si sta per concludere costerà 1700 euro in più. Tutto questo mentre ancora qualcuno si sgola a dire di spendere…. spendere … spendere. Sul giornale della mia città, proprio oggi, viene citato il caso dell’operaio che dieci anni fa, con quasi due milioni di lire era una persona che riusciva anche a risparmiare e considerarsi “ricco”; oggi, con 1350 euro, non riesce ad andare avanti. Caso isolato? Non penso proprio, dal momento che le code e le richiese anche alle associazioni di volontariato aumentano di giorno in giorno, e non solo stranieri che si mettono in coda, ma anche italiani, ed italiane che non chiedono più solo il necessario per mangiare, ma chiedono un posto di lavoro, nel caso, anche da badante. Anche la crisi farà accettare lavori un tempo non molto graditi. Un ultimo dato, i servizi che sono aumentati, e così le spese di banca. Cosa mi fa pensare questo dato? Che il mondo sta andando proprio al contrario con un “francesismo” che spero mi perdonerete: si potrebbe dire che il mondo sta andando a “Puttane”. Qualche anno fa, preparando la mia tesi sui movimenti no global e le contestazioni, avevo notato come le crisi economiche si affacciano ogni 25 anni, e che oggi, tale periodo si è notevolmente ristretto, ma il punto è che un grande Paese, che ha “suggerito” privatizzazioni, liberalizzazioni, delocalizzazioni, e dopo aver preparato grandi crisi, ora stia invertendo la rotta, chiedendo allo stato il percorso inverso: nazionalizzare o comunque entrare all’interno del processo. E pensare a quante risorse e non solo di capitale ma anche umane sono state “distrutte” per una cosa che era un must: privatizzare. Quante volte ci hanno rimesso in termini di denaro i lavoratori?

L’associazionismo, un raggio di sole in giornate nebbiose

Una sera mentre percorrevo la strada, in treno per recarmi a Bra, ripensavo agli studi effettuati su questa meravigliosa cittadina, il suo territorio, la sua economia, la sua popolazione, tra l’800 ed il ‘900. Un aspetto particolare mi aveva particolarmente colpito: il dinamismo di una gran fetta dei suoi abitanti, così pronti, veloci, in ogni momento, e in particolare nei periodi di crisi, a costituire associazioni.

Leggendo un bellissimo manuale sull’associazionismo operaio in Italia (L’associazionismo operaio in Italia, 1870-1900), ho potuto constatare quante e quali erano le associazioni presenti  in Bra. Durante la presentazione della rivista “Bra, o della felicità”(forse non ho mai accennato, ma il titolo è tratto da un’opera di Gina Lagorio), il 22 dicembre , e in particolare  durante la presentazione di alcuni argomenti relativi all’ultimo numero, della rivista stessa, ripensavo a come momenti forti di solidarietà, di coscienza sociale possano essere d’aiuto a molte persone che in tempi di crisi economica, un po’ come quella che sta attraversando le vite di ciascuno di noi. L’associazionismo (ho notato qualche cosa di analogo alla condizione operaia di Terni, della solidarietà esistente non solo in quella fabbrica, ovvero quella descritta nel libro “Acciai speciali”, di Alessandro Portelli, ma anche nel contesto urbano, cittadino) mi ha portato a riflettere su alcuni dati dell’Istat presentati sui giornali nei giorni scorsi: “Istat, allarme povertà”, (la Stampa del 23 dicembre), “Allarme Istat: un milione di famiglie non ha i soldi per il cibo”, (La repubblica del 23 dicembre), “Un Natale da poveri” (il Manifesto). Potrei continuare nella rassegna stampa di qualche giorno fa, ma il dato che più mi fa riflettere è che potremmo pensare ad una città della grandezza di Torino, un milione di abitanti priva dei soldi per comprare il cibo. E il dato si aggiunge ad un altro, quello che il 15% della popolazione italiana arriva con difficoltà alla fine del mese, cioè quindici famiglie su cento faticano a giungere alla fine del mese. Qualche mese fa si parlava di crisi della terza settimana, ovviamente per i percettori di reddito fisso, mentre per altri si parlava di utili da ripartire, e tuttora per molti gli utili continuano ad essere buoni, tanto che alcuni bilanci si chiudono in attivo, è solo che per molti i bilanci famigliari si chiudono nuovamente in rosso. La questione importante è che i dati tengono conto anche di famiglie medie, ma quanti e quante sono le famiglie che non vengono “inchiestate” per così dire su quanti capi di abbigliamento, un maglione ad esempio, hanno in casa?  Infatti, altro dato che mi ha fatto impressione è che il 16, 8% non ha avuto i soldi necessari per i vestiti necessari, o che il 10,4% non ha avuto i soldi necessari per le spese mediche. Nel 2006 erano quattro le famiglie su cento che non riuscivano a sfamarsi; nel 2007 sono diventate  cinque, quindi un milione  di famiglie, e come dicevo prima, una città come Torino. I dati presentano una media come reddito disponibile pari a 28.552 euro al netto del prelievo tributario, ma peccato che nel conteggio ci siano i sig Rossi con un signore ricchissimo. Non oso pensare ai dati dell’anno prossimo. Un altro dato che rumoreggia è che in media per i regali di Natale si siano spesi circa 200 euro. Incredibile: personalmente ho visto delle vie della mia città piene di gente, ma  con le mani in tasca, e non a reggere alcun sacchetto. Anche in alcuni supermercati, un paio di giorni prima della vigilia di Natale ho visto poca gente a ridosso delle casse. Pare che l’unico settore che non abbia conosciuto crisi sia stato Slow Food, forse dovuto anche al fatto che i prodotti non sono molti, e la gente comunque si sta orientando su questo settore come idea di regalo natalizio. In ogni caso pare che si sia registrato un meno 25% sugli acquisti per gli addobbi della casa, un meno 23 % per i vestiti e le scarpe, ed un meno 10% per i profumi ed i mobili, oltre un meno 5% dell’elettronica e della casa. Un altro dato importante è che sì, è certamente difficile ipotizzare l’andamento economico futuro, ma molti hanno difficoltà a leggere anche il presente, con una voce fuori dal coro inaspettata, e che certo fa piacere, il vescovo di Milano, ha deciso di istituire un fondo per i cittadini in difficoltà, un fondo proveniente dall’8 per mille, gestito dalle Acli e dalla Caritas. Certo non si pensa di risolvere il problema, ma il modello pare verrà adottato anche dal vescovo di Torino. E altri? Si sta parlando tanto di “settimana corta”, ma forse, come afferma Loris Campetti, potrebbe esserci anche un “salario corto”; spalmare infatti la minor produzione su molti riducendo il salario, non mi pare una buona soluzione.  Se già lo stipendio medio di un operaio di terzo livello, si aggira sui mille euro, quando lavora, e non è in cig, con la settimana corta, come potrà essere? E poi, i precari? quelli che dal primo gennaio lasceranno il posto di lavoro che nel pubblico impiego potrebbero essere in molti? L’associazionismo dicevo, forse potrebbe essere un rimedio, ma prima dobbiamo eliminare molto egoismo. Alcuni giorni fa, leggevo da qualche parte che quest’anno chi consuma circa 2000 litri di carburante avrà un risparmio di 800 euro circa; chi ha un mutuo, sugli interessi, circa 4500 euro; poi luce e gas faranno altri 50 euro. Ma, mi domando, risparmio rispetto a cosa? Quale è il parametro di riferimento? Ai prezzi che avrebbero dovuto essere e sono alle stelle o a quelli che avrebbero realmente dovuto essere? E poi, onestamente, quanti euro si sono persi i lavoratori dipendenti considerando l’inflazione programmata rispetto a quella reale nel momento del rinnovo contrattuale? Un’ultima cosa, mi domando perchè devono esserci delle differenze sui rinnovi contrattuali tra impiegati pubblici, con 60 euro in più, ad altri dipendenti 600 euro in più a patto di avere due ore lavorative in più, o al altri ancora, una cifra totalmente differente? No Dramma, ci viene consigliato d’oltreoceano, pero’ a me pare che a “pagare” siano sempre gli stessi. Eppure, una notizia , anzi due belle c’erano state: un regalo di una panda da Pechino a Taiwan, ed il Manifesto che riuscirà a mangiare il panettone, grazie a tantissimi giornali venduti a 50 euro e a molti lettori che davvero conoscono il senso della solidarietà e dell’associazionismo Forse si è data troppa importanza al fisico di alcuni premier o presidenti, asciutti, magri, grassi, quello con addominali, fisico statuario, che “fa pensare ad una politica di forze”, notizie viste “dal buco della serratura, capaci solo di rafforzare, in molti che l’apparire forse è meglio che l’essere, ecco perchè la concretezza di Bra scoperta nella sua storia mi ha insegnato davvero tanto. Forse, ci vorrebbe una presentazione della rivista per ciascun mese dell’anno, tanta fiducia, tanta storia riscoperta e da attualizzare, e, perchè no, uno sguardo a quella “Zizzola”, capace di far innamorare e battere il cuore…. almeno una volta al mese.

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“Bra, Bra, stazione di Bra, Bra”.

Ieri, dopo aver svolto il mio lavoro, ho partecipato a due appuntamenti. Il primo, un incontro con gli amici con cui mi impegno in politica; il secondo è stato, forse, più emozionante, (perchè concludeva un ciclo di incontri, di lavori, iniziato nel luglio dello scorso anno intorno ad un tavolo, nell’ora di pranzo, con Fabio Bailo direttore dell’Istituto storico di Bra. Ed è di quest’ultimo appuntamento che vorrei parlare. Ieri sera, infatti, a Bra, è stato presentato il volume numero 14, Bra “o Della felicità”, Storia e storie del nostro territorio. L’appuntamento era per tutti i braidesi che ormai vi partecipano da quattro anni a questa parte , e per molti altri, provenienti anche da fuori; inizio previsto, ore 21 presso l’Auditorium della Cassa di Risparmio di Bra (Cuneo). All’interno di questa bellissima rivista, il cui direttore è Fabio Bailo, conosciuto all’Università di Torino, vi era anche una pagina che mi riguardava, a pagina 93. In quella pagina vi è la foto, della discussione della mia tesi con il Relatore, professor Giovanni Carpinelli presso l’Università di Scienze Politiche di Torino ed il correlatore professor Sergio Dalmasso (consigliere regionale piemontese); titolo della mia tesi specialistica in Scienze Politiche Specialistica “Lo spirito e le circostanze di un’impresa culturale: l’istituto storico di Bra“. Nonostante lo studio di documenti utili per fare storia (pubblicati dalla rivista), tutti i numeri della rivista, le interviste a molti braidesi da me effettuate, quello dell’appuntamento con il pubblico era un aspetto che mi mancava. Quando sono arrivato, l’Auditorium era stracolmo: vi erano anche una novantina di persone in piedi. (anche io ho partecipato al fondo, in piedi, cercando di annotare qualche appunto utile da riportare sul blog). Sul palco, vi erano: Carlo Petrini, Elisa Panero, Ettore Molinaro, Fabio Bailo ed un gruppo comico, davvero divertente, nonostante io, non essendo piemontese, non abbia capito molto. Ho trovato una buona fetta di braidesi pronta a farsi coinvolgere dalla memoria, ma senza mitizzarla troppo; un clima quasi famigliare, dove indirettamente tutti avevano qualcuno o qualcosa da ricordare. L’uditorio non aveva una fascia di età omogenea: vi erano infatti uomini e donne che hanno contribuito in qualche modo alla costruzione di un pezzo di storia, alle ragazze e ragazzi di oggi, pronti a fare lo scarto tra cio’ che veniva descritto e quanto vi è ora a Bra. Grande attenzione soprattutto ai ricordi dei bar, dei biliardi: più volte è stato detto quanti ne contasse Bra (davvero tanti per una cittadina di quel tempo). Grande attenzione è stata prestata nel momento in cui si è ricordato come si passavano le giornate di vacanza, terminati gli impegni scolastici; ci si aggregava componendo una enorme compagnia, con livelli di età e di condizione diversa: chi avrebbe ripreso scuola a settembre e chi si proiettava nel mondo del lavoro, ma tutti con un collante unico, (di moda anche a quei tempi): lo sport, il calcio. Incredibile mi è parso il modo di “fare compagnia”, (così diverso da quello attuale), ma pieno di “materialità” e non di virtualità come avviene oggi. Ciascun ragazzo metteva a disposizione ciò che aveva (cioè le poche lire) al fine di “fare una grande colletta” e comprare Tuttosport, giornale sportivo piemontese. L’oratore migliore si prestava alla lettura per tutti. Le notizie erano urlate creando disturbo il più delle volte. Era questo il modo di relazionarsi per un gruppo di ragazzi che andava dai 14 ai 18 anni e che dovevano riempire vuoti senza tempo.
Il biliardo, invece, era per i più grandi. Una ragazza a me vicina, con due occhi bellissimi, verde speranza, vedendomi scrivere, (e chiedendomi chi ero) mi ha chiesto cosa ne pensassi io tra quel modo di fare amicizia e gruppo e quello così virtuale, poco duraturo di oggi, composto da telefonini, chat ecc. ecc. Ho risposto brevemente (per non creare rumore), e le ho risposto che oggi, le relazioni possono nascere con un messaggio, e possono finire allo stesso modo: solo la sofferenza successiva è reale. (personalmente mi è capitato di conoscere una ragazza in questo modo, ma di soffrire poi realmente. Quando ti conosci in modo virtuale, c’è lo slancio sicuramente, ma si toglie tutto il “gioco della relazione, le emozioni….insomma, virtualmente vi è poco di strutturato. Per me, ho risposto a quella ragazza è un po’ come i giochi: una volta si giocava a “facciamo che io sono….e tu sei…..” oppure a giocare con la sabbia; oggi, invece altri giochi non permettono una crescita migliore, secondo me).

Per tornare alla presentazione della rivista, giunta al suo quarto anno di attività, ricordo brevemente (perchè altrimenti toglierei il bello di acquistarla) il bellissimo intervento di Elisa Panero, su Pollenzo, “la città di un impero”, ora frazione, ma un tempo una città. Il riferimento che è stato posto più volte ha inciso sulla “cultura materiale”, l’organizzazione del territorio, i monumenti, le piazze, il mercato e tutto cio’ che una città può presentare. Elisa Panero ha ricordato anche questioni politiche e sociali di quel tempo a Pollenzo. Interessante è stata la risposta a Carlo Petrini su quanti potessero essere gli abitanti di Pollenzo in quel periodo storico. Tra 13.000 e 17.000 è stata la risposta; il calcolo è stato ottenuto conteggiando gli spettatori presenti all’interno dell’anfiteatro. Un altro intervento è stato effettuato da Ettore Molinaro sui fratelli Craveri. La presentazione era affiancata da numerosi video di breve durata. Interessantissimo è stato l’intervento del direttore della rivista Fabio Bailo sulle case di tolleranza. Bravissimi infine i comici: capaci di suonare, cantare ed entrare nel momento giusto in una discussione così piena di temi culturali. Verso le 23, 15 circa, la serata si avvia a conclusione; mi reco al tavolo, dove alcune persone erano addette alla sottoscrizione di nuovi abbonamenti e alla vendita dell’ultimo numero della rivista. E’ stata un momento entusiasmante, perchè molte persone, soprattutto giovani, mi ponevano domande sulla stesura della mia tesi, che ha riguardato non solo la rivista, l’attività di Petrini a Bra negli anni ’70, ma anche slow food, i presìdi alimentari, terra madre, i problemi legati all’alimentazione e malattie ad essa collegate. Forse lo scopo di tutto ciò era cercare un nesso fra presidio storico e presidio alimentare. Prima di andare via, ho ricevuto i saluti ed i ringraziamenti da Fabio Bailo e Carlo Petrini. Quest’ultimo, in particolare era interessato a leggere parti del mio volume, ( ci continuo a lavorare ancora, perchè l’argomento mi interessa), e a sapere se un’iniziativa simile potrebbe prendere piede anche nella mia città.
Dopo i saluti, mi avvio verso una salutare dormita; alzo gli occhi al cielo e vedo una bellissima “Zizzola” (simbolo di Bra su una collina) illuminata: “sì, è davvero romantico, questo posto”, penso in solitudine.
Questa mattina, all’alba, la sveglia. Alle 6.40 (come una canzone, ancora in vena di romanticismo), prendo il treno del ritorno verso Torino Porta Susa, stazione sotterranea. All’arrivo, circa le 8.45, la mia felicità, il mio romanticismo vengono interrotti: sulle scale mobili, alla fine, una scritta, un marchio, colpisce la mia attenzione: “Thyssen”. Sono nuovamente a Torino.
Lungo il viaggio, avevo pensato agli operai degli anni ’50, quelli descritti da Arpino, quelli che continuamente viaggiavano tra Bra e Torino e viceversa, con le sciarpe che avvolgevano interamente il viso, con alcuni che “recuperavano” il sonno perso ed altri che “consumavano la colazione” in treno. Altri che, con i loro racconti evidenziavano la classe operaia, la loro coscienza, la loro voglia di fare, anche politica. Oggi, forse, tutto ciò non c’è più, o resta poco di quella memoria; ed anche la puzza di pelli, o l’odore delle concerie, che “anche nelle giornate di nebbia permettevano di riconoscere Bra pur non vedendone il cartello”.
Forse quella Bra non esiste più, e difatti guardavo all’interno del treno, facce con le sciarpe ma giovani e non visi di fabbrica; forse la situazione di Torino è identica, con meno operai, ma io non voglio rassegnarmi a vedere solo un marchio alla fine di una scala mobile: quellla scala mobile è stata costruita da una classe operaia che c’era, e ci sarà sempre.
Alle otto, inizio la mia attività lavorativa. Tutto sommato, ho ritrovato un pizzico di romanticismo. Quella collina illuminata, ha fatto sì, per breve tempo, per un breve attimo, ch’io pensassi ad un sentimento bello come l’amore …. quante coppie si saranno innamorate sotto quella collina?

Anche per Noi è Natale: Ma la vostra crisi non la paghiamo

Natale sottotono per i consumi, con vendite in calo in tutta Italia. La crisi c’è per tante famiglie italiane.
Non si può chiedere a quelle famiglie di pagare la Crisi finanziaria.
Non si può privatizzare l’Università e statalizzare i costi delle Banche.

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Dal Manifesto “Berlusconi: Palle di Natale”

Continua la campagna abbonamenti del Manifesto; oggi vi è in prima pagina il viso sorridente del Cavaliere Berlusconi: uno che sa come si vende un prodotto, sicuramente.

Oggi trattiamo, dunque, un argomento più leggero: le Palle di Natale.

E’ Natale! Babbo Natale sta salendo con la sua scaletta tanti balconi italiani, poi vi sono le palle d’appendere sotto l’albero, per i ritardatari. Le palle a Natale, e non solo, aiutano a distrarsi dai problemi reali, altrimenti si rischia di diventare matti.

C’è bisogno di ridere e scherzare e di Palle di tante palle; penso che il Cavaliere da ottimo sondaggista lo sappia e, continuiamo così; e chi se ne frega! Domani è un altro giorno.

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In Italia, siamo un po’ abituati durante tutto l’anno, ma a Natale hanno un gusto diverso le palle.

Andare è bello, ma…..(continua).

L’incontro e la sensibilità mostratami da una giovane coppia ha fatto si che non pensassi a come la superficialità abbia preso il sopravvento nella nostra società. Tutto è divenuto così veloce, ed anche i sentimenti, vengono banalizzati. Spesso i ragazzi sono oggetto di statistiche, di inchieste solo in quanto “consumatori” e per tale motivo ci si adatta a considerarli superficialmente. Un paio di giorni fa mi aveva stupito un’inchiesta di uno psicologo, che considerava come uomini e donne si convincano sempre più che  “i meccanismi dei rapporti di coppia siano quelli dei media generalisti e si stupiscano quando nella vita reale non accadano le stesse cose“.  Così, non soltanto si consumano più ore davanti alla tv, a vedere balletti, veline e troniste, ma si parte in maniera errata anche nelle relazioni sentimentali. I film, la tv, rendono normali situazioni impossibili (soltanto a fin di share e relativo ritorno pubblicitario) e spesso molte relazioni falliscono proprio perchè non condotte secondo gli schemi proposti dalla finzione. Eppure, la finzione dovrebbe già dirci che “siamo alla ricerca di un qualcosa di impossibile, e che la nostra struttura mentale lo ricerca, come per una evasione“. Oggi quasi tutti pensano che la relazione di coppia deve essere come quella dei film. Perchè, anche in qesto caso, a pochi interessano i valori? Ma, davvero è il trionfo dell’egoismo? Perchè deve essere tutto così esageratamente finto, banale? Dai ragazzi di “plastica”, alla finzione del cinema, alla ricerca dell’amore secondo gli schemi proposti dai media dove la vita non regge “il confronto con la finzione”, alla mancanza di solidarietà, alla mancanza di una coscienza sociale prima e politica poi?

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Oggi, sono stato un’ora a distribuire “pasta e panettoni” secondo lo schema GAP (Gruppi di Acquisto Popolari), e mi domandavo come mai non fioriscono, non si incrementano soluzioni di questo tipo in un’epoca di aridità da tanti punti di vista, qual è quella che stiamo vivendo; ma, davvero c’è un vuoto di valori che comprende tutto, anche i sentimenti? Dopo aver letto e riletto quell’indagine che ho menzionato sopra, mi domandavo: ma possibile che anche l’amore non funziona più, se non amo come al cinema? Possibile che a nessuna ad esempio possa interessare una cena al circolo dei lettori con lettura di libri e musiche di sottofondo? Mi pare incredibile, davvero. Ma ho paura che anche chi ci consiglia di consumare sposti un problema: ma in un periodo di crisi economica, con pochi soldi e molti con le tredicesime ridotte, perchè un problema oggettivo deve essere spostato sul lato psicologico?

Ecco perchè l’incontro di stamattina con quella giovane coppia è stato per me un soffio di speranza.

Andare è bello, ma tornare, a volte, ancor più

Ora scriverò solo qualche pensiero, il tempo è tiranno, anche per me. Il titolo sintetizza un posto, una scuola, in cui ho rimesso piede questa mattina, e che solo alcuni mesi fa, pensavo di non rivedere mai più. L’aria era gelida, appena sceso dal treno; ma, quel che più conta è che fino a quel momento ero privo d’emozioni. Segno che quel posto nell’eporediese non mi aveva lasciato nulla di buono. Tranne il solito rituale buon caffè dei tempi passati preso al bar “Il Chicco” di Tiziana, che mi ha visto in altre fredde e gelide mattine insieme all’amico Domenico; e, via, verso quel luogo, simile ad una scatola, di color rosso e bianco.

Poi, la cosa più bella, una volta arrivato, è l’aver rincontrato visi  noti ma cambiati, con coscienze mutate, e tanti ricordi, tanti saluti, tante manifestazioni di stima e di affetto mi hanno fatto recepire qualcosa di bello: un segno quì è stato lasciato.

E’ stata una bella soddisfazione, sapere che in mezzo a tanta crisi, tanta mancanza di coscienza sociale, esistono persone riconoscenti, che hanno saputo individuare del bene, ascoltare e mettersi in discussione. In mezzo a tanta aridità, dove anche i sentimenti nelle relazioni non fioriscono, perchè il metro di riferimento è quello televisivo, dove le aspettative disattese portano a rompere anche una relazione, perchè  non si ha voglia di lottare, di combattere, di ascoltare, ecco, oggi, una ventata di ottimismo, di speranza, mi ha ricoperto di fiducia.

Quella coppietta così giovane, pronta a salutarmi, a chiedermi, “come stai, ora, dentro“?  Una domanda di quindicenni che mai ti aspetteresti è stata come un fulmine a ciel sereno. A loro,  Primo e la sua ragazza dedico la bella fotografia-cartone posta nel mio blog. Una coppietta così solare che ha fiducia e progettualità merita tutta la nostra attenzione.

Certo, gli altri problemi persistono e insistono nelle nostre vite, soprattutto in economia, o anche a scuola, all’Università, dove a fronte di un diritto allo studio garantito a tutti, almeno formalmente, nella mia città, ad esempio, con 30.000 studenti fuori sede, vengono garantiti solo 1.500 posti letto, naturalmente vincolati a certe condizioni (reddito, profitto…).

Forse, come commentava il quotidiano La Stampa, gli anziani, ancora una volta loro, quelli che superano i 67 anni di età e che sono 70.000 circa, potranno rispondere a questa chiamata di aiuto, un aiuto che è una collaborazione fra generazioni differenti.

Però, a fronte di un “fosco orizzonte”, questa mattina, sopra il cielo di Torino, e soprattutto nel mio cuore, c’era un  “raggio di luce spettacolare”.

Evento a Sorpresa e Manifesto Day

Oggi alle ore 12,30 presso l’Istituto Storico della Resistenza di Torino  c’è stata una festa a sorpresa per  la presentazione di un libro di una partigiana Marisa Sacco, attiva nell’Istituto, dal Titolo “La pelliccia di agnello bianco“, con  sottotitolo, la “Gioventù d’azione nella Resistenza” Edizioni Seb 27. La copertina del libro ha come sfondo una foto delle Langhe. La diretta interessata poco o nulla  sapeva di questa festa.

Ho partecipato all’evento sorpresa assieme cinquantina di persone.

Più in là spero di trovar modo di approfondire la conoscenza del libro e di condividere con Voi le mie impressioni.

Stamattina puntualmente, in edicola, ho acquistato una copia del Manifesto aderendo a Il Manifesto Day. Di seguito una fotografia realizzata con mezzi artigianali: io assieme all’edicolante.

Romano assieme all'edicolante

Un altro mondo è possibile!

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