Se lo slow aiuta

Ieri sera, dopo aver effettuato una lunga corsa, con alcuni compagni di palestra, mi son ritrovato a discutere di politica, della situazione attuale, economica e non solo. La gente che ha letto le vicissitudini del Partito della Rifondazione Comunista ha una visione distorta di quanto è successo. Chi ha l’intenzione di restare nel partito è vista dai più come “stalinista”. Chi vorrebbe uscire dal partito, è connotato come una persona che merita stima poiché ha una “visione migliore della società ed una lettura più attenta di quanto ci sta intorno”. Io non condivido questo pensiero, anche perché mi pare che l’elettore, nel chiuso di una cabina elettorale, ha dato torto, non solo al progetto di un arcobaleno, ma ai quattro partiti che includevano l’arcobaleno stesso. Vedo che la gente si è informata dai giornali che come La Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa ecc. i quali hanno riportato una realtà che non ci rappresenta, non ci racconta, nel senso che è venuto fuori un gruppo di militanti che bisticciano su di un giornale. A me piaceva Vendola quando scriveva gli editoriali “il dito nell’occhio”. Mi piaceva aspettare quel giorno della settimana per leggere il suo articolo. Mi piaceva il contenuto e come scriveva; mi piacevano le inchieste, e ogni volta che sono stato a Roma, o che ritorno a Roma, guardando dal fondo di via Marsala, penso alle sue “inchieste” portate avanti nei pressi di Termini. Però, però, però……IO penso che sia giusto avere un partito che affondi le sue radici in un movimento operaio, che si occupi di operai, di salari, di emarginati, di persone che non riescono a vivere con 600 euro in cassa integrazione, che non riescono a comprare il fabbisogno, che guardano perennemente gli altri, quelli che possono. Ora, io mi accontenterei del giusto.
Oggi, ho sentito, finalmente, dico un gruppetto di ragazze che si chiedevano”: ma perché non possiamo trovare la persona giusta e sposarci presto come hanno fatto i nostri genitori”? Ed una delle ragazze rispondeva:”è la precarietà che non lo permette; oggi tutto è precario, ed anche i sentimenti lo sono“. Le guardavo ed ho visto tanta tristezza nei loro occhi. Forse esiste ancora tanta voglia di “principe azzurro”, ma non si è più capaci di farglielo sognare.

Giovane artista di strada
Giovane artista di strada

Allora è vero quando si dice “qualcuno ci ha rubato il futuro“. Vorrei essere rappresentato, vorrei che qualcuno intercettasse i nostri bisogni, elaborasse le nostre domande, riuscendole ad aggregare, e finalmente fornire una politica adeguata ai nostri bisogni, alle nostre esigenze. Comprendo che non è come mettersi davanti ad un distributore automatico di bevande; proprio per tale motivo occorre” tornare alle radici”. Perché bisogna guardare altrove? Perché dobbiamo subire la nomea di “stalinisti”? La società cambia e allora bisogna montare tutti sul treno superveloce? E i pendolari li facciamo fermare nelle stazioni, facendogli accumulare ritardi su ritardi? Dobbiamo continuare a guardare alle privatizzazioni, alle liberalizzazioni, ad altri mondi che non sono nel nostro campo visivo per tralasciare la parte più umana, quella fatta di carne ed ossa? Ma, dove sono andati a finire tutti quei soggetti che mi entusiasmavano quando salivano sul palco a tener comizio, a suscitare emozioni? Hanno già prenotato “una poltrona” su un treno superveloce?

Uccellino fa amicizia
Uccellino fa amicizia

Ma, guardiamo chi nel 1987, rendendosi conto che il fast stava devastando tutto, ha strizzato l’occhio allo slow; in questo modo ed in questo mondo, si è riscoperta tutta la tradizione del mondo contadino, del sapere e dei sapori. Con lo slow si riesce ad ascoltare anche chi, sottovoce, racconta un fatto, una storiella, all’apparenza poco interessante, ma che recupera un pezzo del sapere, dell’identità di qualcosa o di qualcuno. Personalmente penso che di questo abbia bisogno un partito: di tornare tra la gente, fermarsi ed ascoltare i bisogni, e chiedersi non solo perché la gente sta male, ma perché ciò è capitato.

IO non mi vergogno.

Io non mi vergogno di essere un dipendente pubblico, così come non mi sono mai vergognato di appartenere alla classe operaia, di mangiare un panino con i rumori assordanti di una fabbrica, in un posto chiamato cella, che era un riquadro riservato agli operai durante le pause che non si recavano in mensa. Gli odori nauseabondi erano una sorta di condimento. Non mi sono mai vergognato di avere una tessera sindacale Fiom che per me andava mostrata con fierezza e senso di appartenenza. Non mi vergognerei oggi di dire che lavoro per la pubblica amministrazione. E, non mi vergogno di guadagnare meno di mille euro, ma mi vergogno al pensiero di constastare che in Italia migliaia di persone non li guadagnano nemmeno, o non guadagnano affatto, e non sono considerati da nessuno. Mi vergogno perchè si è raggiunta una tale situazione che molti pensano di non essere niente e nessuno: rifiutati dalle banche perchè non guadagnano e non hanno possibilità di avere un prestito, un mutuo, niente; un futuro negato a milioni di persone lavoratori e non. Mi vergogno perchè l’amore nelle canzoni non ha barriere, mentre i soldi, la mancanza di lavoro continua a costruirle. Qualcuno si vergogna del fatto che oggi il debito pubblico ha raggiunto il suo record storico. Vi è qualcuno che si vergogna per averci lasciato in eredità tutto ciò? Vi è vergogna per avercela “menata” per venticinque anni con la storia del: si deve privatizzare, si deve liberalizzare, si deve esternalizzare. Qualcuno si vergogna di ciò? Basta con gli slogan e con le offese alla dignità dei lavoratori.

L’autoriduzione delle tariffe e la vendita del pane ad un euro

A volte mi capita di pensare a quanto ci si aiutasse un tempo, a dirimere contrasti e conflitti, a cercare forme alternative a forme di sfruttamento o malessere. Mi capita di rileggere gli anni ’70 e vedere come, quanti e quali erano i modi ed i metodi per uscire da una crisi che ha delle somiglianze a quella odierna. Nel 1974-1975 non si contavano le ore di cassa integrazione, la disoccupazione, il costo della vita. Pareva non si dovesse uscire da quella spirale. Eppure, per calmierare i prezzi nacquero ad esempio i “mercatini”, “gli spacci”, dove grazie all’aiuto di persone valide, solidali, che potevano esser compagni di lavoro o compagni di partito, o sindacalisti, vendevano il prodotto a prezzo di costo, facendo saltare così il passaggio dell’intermediazione. Mi domando: perchè oggi quella forma non dovrebbe essere più valida; mi domando perchè è osteggiata da alcuni, e mi riferisco, ovviamente, ad alcuni soggetti del Partito della Rifondazione Comunista che criticano questo tipo di approccio. Dovremmo vendere cellulari perchè i tempi sono cambiati? Dovremmo vendere i-pod, i-phone, perchè si è capito che bisogna andare ad intercettare questa fascia di elettori? Cioè, quello che alcuni vorrebbero sostenere è che bisogna spiccare il salto dal paradigma della politica come identità a quello della politica come mercato? Penso che l’esempio degli anni ’70 e quello della vendita del pane ci riconnetta nuovamente con la gente, con le masse. A me questa esperienza è piaciuta tantissimo, e sì, ci avrei messo altri prodotti. D’accordo, noi dobbiamo fare poltica, ma limitarci, ora, ad un semplice volantino, signori, non va bene. Non ricorda il fare? Non ricorda l’esperienza dell’autoriduzione delle tariffe elettriche degli anni ’70 questo tipo di attività? E, perchè non riproporre attività che sappiano andare incontro alle masse? Perchè si è dovuto accettare l’abbraccio dei movimenti, che poi durano brevi spezzoni di vita, ma non incidono se non a breve termine? Elettoralmente, dato che per molti il paradigma della politica come mercato è divenuto fondamentale, quanto ha pagato? Quanto ha pagato l’esperienza dei movimenti di Genova 2001? Seguiamo l’onda ora, in maniera “da metterci su il cappello”? Chi diceva nei documenti congressuali “no ai settarismi”, diciamocelo francamente, a livello pratico, come operava, se altri appartenenti ad altre mozioni congressuali chiedevano il radicamento nelle fabbriche? Personalmente in tutte, e dico tutte, le manifestazioni in cui c’erano in carne ed ossa operai ho visto poca partecipazione. E questo perchè? Forse perchè qualcuno ha voluto “guardare” altrove, pensando ad altri soggetti applicando il paradigma della politica come mercato. Chi si è allontanato dal partito? Se si deve sostenere che: il circolo è l’unità fondamentale (era stabilito così, no?), che la “democrazia”, la “partecipazione”, “il movimento operaio”, sono i temi fondamentali e radici di un partito che vuole essere comunista, così deve essere. Punto. Io sono contento che Luxuria abbia vinto quella trasmissione televisiva, ma Luxuria in quel momento rappresentava se stessa. Come si fa a sostenere, come sostenevano molti dirigenti del partito, che la classe operaia esiste ed è più numerosa di prima e poi dire che la società è cambiata e allora guardiamo da altre parti? Forse l’individuralismo è entrato, penetrato in ciascuno di noi, fino a farci fare straordinari per comprare un paio di scarpe alla moda, senza guardarci intorno se magari nella nostra stessa fabbrica esistono altri reparti o altre forme impiegatizie in cassa integrazione, buttando al mare tutta l’esperienza della solidarietà. Ma non è che la società sia cambiata e allora devo cambiare pure io. E’ un problema di “educazione” inteso come lenta abitudine. E, allora riabituiamoci. Non guardiamo altrove. Torniamo tra la gente che lavora. Poi, che siano operai della fabbrica, od operai della scuola, od operai dei call center, riproviamoci. Caro Fausto, solo tu puoi dire “Io ci provo”? Noi ci vogliamo provare e credere. Juri Bossutoad esempio, ha presentato un’ interrogazione sui collaboratori scolastici, quanti sono, come vengono impiegati, ecc. ecc. E’ vero, forse la frammentazione in quel pezzo di lavoratori rende difficile costruire qualcosa, ma sapere che qualcuno si stia occupando di te, fa sentire meglio. Non ti risolve la vita, ma ti aiuta. Sergio Dalmasso, ad esempio, è attivo tra gli studenti, fornisce indicazioni, continua un lavoro tra i lavoratori di ogni sito. E ne citerei altri ancora. Carmelo Inì ad esempio dovrebbe smettere di parlare delle fabbriche, di lavoro semplicemente perchè la società sta cambiando?

Luxur production
Luxur production

E, allora cambiamo nome, cambiamo tutto? Ah, quanta nostalgia dei dibattiti interminabili, delle discussioni, articolate e forti…..era solo quattro anni fa! Ora forse, molti tra quelli che non ci sono più e mai più discuteranno con noi, perchè stanno per viaggiare su un treno….superveloce senza sapere che fermerà, irrimediabilmente i Lavoratori.

Non lascio il PRC: l’unita’ a Sinistra non può significare dividere

Leggo su Repubblica che rientro tra i “dubbiosi” per quanto concerne l’addio al Prc. Ebbene mi trovo doverosamente a smentire tale dubbio. Un dubbio definito tale da numerosi articoli, che spesso hanno rappresentato la sintesi di un lavoro basato esclusivamente dall’estrapolazione di chi ha votato i documenti congressuali.
Un dubbio, comunque, che è caduto, se mai vi è stato, nel momento in cui per unire (così si dice) la sinistra si crea un ulteriore partito e, peggio, se tale partito rischia di diventare area egemonizzabile del Pd (vedi vicenda Tav ed altro).
La mia scelta, che purtroppo mi vede dare l’arrivederci a tanti amici al di là delle posizioni politiche attuali, è semplicemente legata alla mia personale tradizione di sinistra libertaria e comunista, che mi porta a credere nell’unità della sinistra (motivo per cui ho votato la cosiddetta mozione Vendola), ma senza contraddirsi in fratture politiche o progetti molto riformisti e poco comunisti.

Juri Bossuto
Juri Bossuto

COMUNISMO INTESO QUALE CRITICA AMPIA, E GLOBALE, AL SISTEMA DELLE COSE E QUALE PROPOSTA DI REALE CAMBIAMENTO. Al di là di dogmatismi, oppure dell’aggrapparsi a ricordi o percorsi storici, la crisi attuale e le vicende di politica internazionale suggeriscono, ogni giorno, che non può essere il fondamentalismo religioso o l’integralismo economico (anch’esso fede cieca) a dare risposte nei riguardi di un’Umanità ormai devastata.

Guardiamo avanti, imparando da errori e conservando la correttezza delle intenzioni, lasciamo un attimo a casa i soli slogans, pensiamo a noi quali comunisti di opposizione, ma anche di reale proposta. Non nel riformismo si troveranno le risposte, ma nel comunismo di questo millennio.

11 Gennaio 2009

Fonte: Juri Bossuto

La fedeltà

Continuo a leggere l’articolo comparso su La Stampa a proposito di Rifondazione Comunista. Vengo subito al dunque. Io mi domando come mai, nel precedente congresso, una mozione come quella di Essere Comunisti, da me votata, che pur aveva un buonissima percentuale, ha mostrato comunque fedeltà, al partito, non alle persone,
grazie-sansonetti
perchè è al partito che bisogna voler bene, è rimasta nel partito, nonostante tutto? E identica cosa posso dire di altre mozioni. Come erano stati posti i personaggi nelle liste elettorali? Chi decideva sempre il tutto? Ho partecipato a numerose manifestazioni; un termine chiave era “partecipazione dal basso”, un altro “partecipazione”. Chi si ricorda quando si prendevano esempi della democrazia partecipata? Quante riunioni sul Brasile? Le tornate su alcuni argomenti che la si facevano con le loro assemblee per decidere lo stanziamento piccolissimo di fondi? Eppure la battaglia la si faceva all’interno del partito. Ricordo le partecipazioni veramente forti all’interno di ogni circolo, di un federale. Era bello, perchè forte era la dialettica. Ricordo che alle primarie era stato sottoscritto, firmato, pagato un euro..ma tutti volevamo quell’esperienza? Lo ricorderanno tutti? Vogliamo fermarci un momento e ricordarci un po’ di cose? Io penso che la fedeltà alla linea sia importante; è vero, siamo continuamente in cammino e di spostamenti da sinistra a destra è piena la storia politica, e questo è comprensibile se lo si fa proponendo un ragionamento; si, perchè i cambiamenti sono legittimi, non soltanto nel cammino politico. Mi pare che in psicologia si affermi che quando un individuo dice “io sono fatto così” implicitamente afferma che non vuole rimettersi in discussione. Quindi, è legittimo il cambiamento, ma io sostengo che la fedeltà sia più importante. Molti miti son caduti, ma onestamente, qualcuno agli iscritti, ai militanti, aveva chiesto che cosa pensava di una “sinistra arcobaleno“? Il partito era proprietà di qualcuno? O, forse, dato che per anni si era stabilito che “democrazia”, “partecipazione”, circoli come unità fondamentale fossero gli elementi più importanti; di colpo queste nozioni non andavano più bene? Una gestione verticistica mi era sembrata, eppure, anche quelli di altre mozioni hanno fatto tutto il possibile per un esito elettorale positivo, nonostante non si condividessero molte cose….cosa ci legava agli altri partiti di quell’esperienza? Noi che che abbiamo lavorato siamo sempre stati al fianco dei lavoratori. Io vedo persone che non sbuffano, non scalpitano, non danno l’idea, all’esterno, di essere insofferenti, di fare questioni su un giornale. Ho visto, vedo persone che lavorano per il partito, che stanno al fianco dei lavoratori. Ho visto Sergio Dalmasso lavorare per il partito stando al fianco dei lavoratori, degli studenti; lo sesso posso dire di Juri Bossuto…Compagni di mozioni diverse, eppure noi eravamo lì dentro, o no? Gli altri invece……. posso dire che è triste vedere compagni che erano con te in un congresso, passare in altre mozioni, e sentire dentro la tristezza, pensando che la meta è identica, ma le strade per arrivarci sono diverse. Però siamo rimasti al fianco gli uni degli altri….gli altri a cosa pensano? Dove vogliono andare? Noi vendiamo il pane, la pasta, a gente bisognosa e forse non è sufficiente, ma è qualcosa, è anche stare tra la gente, a prendere freddo, a urlare, invogliare, a ricompattarci.

La vita o è stile o è errore

Le notizie di questi ultimi giorni sono varie e molte di esse mi hanno lasciato perplesso. Comincio col ricordare un uomo di settanta anni circa, di Milano, che aiutava i viaggiatori in partenza o in arrivo alla stazione Centrale milanese, a trasportare i loro colli; non era un facchino nè tantomeno chiedeva elemosina: semplicemente aiutava, stava poi al buon cuore della gente lasciargli qualcosa. La stazione era la sua dimora; è morto, alcuni giorni fa, senza fare rumore, in solitudine, in povertà, ma avendo conservato fino all’ultimo la sua dignità. Così come mi ha colpito la notizia che in una Chiesa, all’interno del presepe mancasse Gesù Bambino, o meglio, c’era ma era poco discosto. C’era, ma a volte non lo si vuole, non lo si vuole vedere perchè incarna la povertà, o il diverso, ed esattamente come tanti anni fa le situazioni di disagio non le vogliamo vedere. Sui tram o bus ho visto tantissime persone con abiti normali, non griffati; e penso a come sia veramente squallido sentir dire che “bisogna comprare” a tutti i costi, per rimettere in moto l’economia. Vedo tantissime persone che forse non comprano ma mantengono la propria dignità. A volte mi da tristezza sapere, anche, di aver comprato un paio di maglioni pensando che molti non hanno la medesima possibilità, in questo periodo di ristrettezze; contrariamente a quanto accadde nel 2001 o nel 1990, quel periodo, durò sei oppure otto mesi, mentre ora qualcuno pronostica di più. L’altro giorno parlavo con Marisa Sacco, all’Istituto storico della Resistenza di Torino e mi ricordava episodi del periodo della Resistenza, quando circolare per Torino in bicicletta era vietato. Mi ricordava di quanta vergogna avesse provato nel “rubare” una bicicletta, salvo poi riportarla al proprietario tempo dopo o quanta vergogna provasse nell’aver mangiato “della polenta” senza essere stata invitata. La vergogna…….Parole e ricordi che fanno riflettere.
Un’ultima notizia di questi giorni è che probabilmente un altro pezzo di un partito della Rifondazione Comunista vorrà “uscire”, presumibilmente dal partito. Anche “vendere” pane ad un euro, secondo alcuni non va bene, non è sufficiente. Cosa andrà bene oggi, in questa società? Provare a fare cose concrete come alleviare in parte il carovita o accettare che tutto ci scivoli? Penso convenga provare, col nostro stile, mantenendo la nostra dignità, dando così esempio agli altri.
Come diceva Arpino, la vita o è stile, o è errore.

Giovanni Arpino
Giovanni Arpino

Seconda parte: La crisi la paghi chi l’ha causata.

Oggi, non soltanto è stato un giorno di rientro in ufficio, in fabbrica o scuola, università per coloro che studiano. Come tutti i rientri ci si trova sovente ad affrontare delle sorprese. A volte sono imprevedibili, ma anche quando sono probabilisticamente verificabili, vedi la nevicata di ieri e oggi, per molti rimangono delle sorprese: vedi lo stupore che la neve suscita nei bambini, vuoi per le difficoltà nel raggiungere il proprio posto di lavoro, scuola, università. Ma le sorprese non sono riconducibili solo alle abbondanti precipitazioni di neve; infatti, oggi, mi è stata data comunicazione che anche alcuni settori impiegatizi riferibili al mondo Fiat saranno collocati in cassa integrazione: parrebbe circa duemila.Quest’ultima è una notizia poco gradita che metterà, se confermata, in crisi altre famiglie. Tutto ciò mentre ancora oggi, sotto una Torino imbiancata continuo a vedere gente dormire sotto i porticati, avente come unico giaciglio, un cartone. Possiamo, comunque, stare tranquilli c’è chi pensa loro: v’e’ la social card da 40 euro al mese!

La crisi la paghi chi l’ha causata.

In questi giorni si sono intensificati gli incontri con amici e compagni della Fiom: insieme abbiamo ricordato come in tempi non sospetti, la scorsa primavera, evidenziavamo alcune storture che avrebbero causato forti crisi. Per questo si veniva sempre accusati di catastrofismo, ma i problemi dell’economia reale erano evidenti; chi si sistemava l’aspetto finanziario forse lasciava molti chiaroscuri sotto il profilo del piano industriale. Io personalmente vedo, e leggo molte situazioni disperate: sempre più persone senza un posto di lavoro, e molte altre che lo risciano; più persone che si recano presso le parocchie, dove viene assicurata una funzione suppletiva rispetto a quelli che dovrebbero essere gli impegni di chi gestisce. Più persone che stazionano sotto i portici di via Roma e molte che si recano presso le sale d’attesa dei pronti soccorso pur di approfittare di un po’ di caldo in questo gelido inverno nordico. Leggo di quante persone richiedono la social card e penso a quanto possa essere umiliante l’esibirla (ovviamente dopo aver fatto un bel po’ di gioco dell’oca per ottenerla); oltre alla social card qualcuno consiglia di comprare, comprare, comprare…….assurdo, desolante, tutto ciò: penso ai manager, ai loro benefits, alle loro buonuscite, alle comparse di persone che dovrebbero essere brave a giocare a pallone che richiedono un bel mucchio di euro….ma tutto ciò non è vergognoso?

Torino, città impoverita

Torino è la mia città, ma oggi non la si riconosce più. La povertà è scesa su essa in ampi strati della popolazione. La crisi del sistema capitalistico quì è arrivata sin da settembre 2008, rapidamente, inesorabilmente ed indipendentemente dalle capacità professionali dei lavoratori. Sono tante altre le città italiane a risentire della crisi finanziaria. Sono scelte, quelle delle chiusure delle fabbriche o della messa in cassa integrazione di tanti lavoratori, che partono da lontano, dalle multinazionali, ma che piombano vicino e nelle vite delle persone, le attraversano, e le dilaniano finanche insidiando il senso dell’onestà in alcuni. Quest’ultima cosa non deve mai accadere: vi è la lotta che deve ripartire contro questo mostro invisibile del mercato globalizzato. Oggi è evidente a molti: “A genova nel 2001, quando un ragazzo perdeva la vita, aveva ragione chi protestava contro quell’indirizzo che poche persone stavano dando al mondo“. Spegnamo le TV, accendiamo la coscienza sociale, ridiamo la fiducia a chi pur avendo commesso errori: sta dalla parte dei lavoratori. Il governo diffonde attraverso i media dati ottimistici sui consumi, ma si dovrebbe rispondere all’unisono con uno slogan: “Le chiacchiere stanno a zero: Noi la vostra crisi non la paghiamo“.

Un altro mondo è possibile!

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