30 gennaio 2004-continua

Ieri, ho accennato al nesso “sentimentale” per evidenziare che talvolta, quando siamo immersi nei nostri pensieri, nelle nostre difficoltà, non riusciamo a cogliere quanto avviene intorno a noi.

Leggevo quelle pagine del libro e pensavo a dove ero esattamente in quei giorni, in quel momento; leggevo e pensavo ad una inchiesta comparativa riportata su di un libro che avevo intenzione di commentare alcuni giorni fa: “Largo all’eros alato” di Aleksandra Kollontaj.

In una pagina di quel libro si legge che,  in riferimento ad una inchiesta del 1999, “famiglia, lavoro e amici costituivano i valori di riferimento dei cittadini europei; la politica è un valore solo per l’8%, mentre è venuta completamente meno la fiducia in quelle grandi strutture collettive che furono i partiti di massa” (pag.23).

E’ vero, quando si è assorbiti dai nostri pensieri siamo lontani da tutto ciò che dovrebbe interessarci. Ad esempio, perchè la partecipazione allo sciopero non è sentita, da tanti, come  “un dover partecipare per poter cambiare il proprio status“?

Perchè per alcuni è più semplice, come sovente capita, fare un regalo  di Natale, magari raccogliendo fondi fra colleghi, ad un dirigente (non dico di che tipo) che non aderire allo sciopero? E perchè, se lo sciopero è un diritto individuale, una libertà di aderire o non aderire, non posso soffermarmi su una riflessione e chiedermi, chiedervi: perchè è così facile raccogliere fondi per un regalo natalizio ad un dirigente che ha già molto ha di suo, cioè il posto di lavoro, dato che non voglio entrare nel merito quantitativo dello stipendio, e non pensare ad un mio collega a cui sta per scadere il contratto di lavoro, che magari ha dei bambini a casa, e che questi ultimi non vedranno magari non un “regalo” ma neanche l’assicurazione che dal domani potranno ancora mangiare?

Io non vorrei tornare ai freddi numeri per non stancare i lettori, ma soffermarmi su questo punto, sì.

Personalmente, ho aderito a tutti gli scioperi: penso al futuro, so che manca del personale e che c’è bisogno, nel luogo del mio lavoro, di personale che non dovrebbe andar via: deve restare, gli spetta, ed io, con il mio “aderire allo sciopero” esprimo simbolicamente (perchè onestamente, economicamente non mi cambia la vita) il mio desiderio di un modello diverso di società.

Vorrei poter dire, “mi interessi tu, con la tua lettera di dimissioni in mano, che dal 19 dicembre non hai una prospettiva di futuro, mentre non mi interessa lei, la dirigente, a cui fare il regalo. Lei la vedrò ancora un anno intero, e so che sarà  qui, mentre tu, collega, che simbolicamente rappresenti migliaia di colleghi nella medesima condizione, vorrei saperti felice, qui: al tuo posto di lavoro“.

Questa mattina mi hanno ricordato che questo è uno strumento poco credibile, nel senso che i contatti veri sono migliori, più efficaci, ed è sicuramente vero, ma nel modello di società che vorrei, non posso perdere più tempo. Ecco perchè un fermo no è stata la mia risposta “per il regalo”, ma un secco si verrà tutte le volte che penserò a te, caro collega, cara collega, che dalla fine del mese, non ti vedrò nello stesso posto di lavoro.

L’altro aspetto che volevo accennare, partendo da quel “30 gennaio 2004… che facevo?

E’ considerare oggi, o quel 30 gennaio 2004 che tipo di risposta può avere la domanda posta in alcune pagine del libro Largo all’eros alato ” quale è il rapporto  o meglio quale è il ruolo che l’ideologia proletaria assegna all’amore ?

Quale è il posto occupato dall’amore nell’ideologia della classe operaia?”

La struttura attuale  della società quanto influisce sulla psicologia umana incapace di recepire certi bisogni? E, quanto influisce sull’insensibilità dell’uomo nei confronti della donna?

Se noi ci battessimo per eliminarele sacche di precarietàchiedendo ciò che per ragioni di bilancio viene sempre negato, e penso a più asili, più assistenza alle donne, più welfare orientato in questo senso, di quanto avremmo liberato la nostra capacità di ascoltare e dare amore?

Non è possibile rispondere ad una richiesta pensando che non è la costruzione del socialismo reale a cui stiamo pensando, ma ad una “liberazione anche d’amore“?

E, forse, non sarebbe questo il miglior regalo, una prospettiva diversa per tutti coloro che non hanno nulla che non fare un banalissimo “regalo di Natale a chi ha già tanto e tutto”?….

(Forse queste cose mi sarebbe piaciuto dire quel 30 gennaio 2004)—

L’impegno!

Come promesso, ieri sera, in continuità con l’impegno preso, quello cioè di non lasciar cadere nel vuoto quanto successo a Torino un anno fa, nella tragedia della Tyssen, (e non solo, cercando di ricordare  tutte le vittime sul lavoro e ribadendo che la sicurezza non è un optional) ho riletto alcune pagine del libro “Acciai speciali” di Alessandro Portelli; l’elemento più significativo è stato un pensiero, un’analisi riportata a pagina 22, tratta da un articolo di Mario Pirani che su Repubblica scriveva: “Dopo anni di stoltezza sul prevalere del terziario e sul tramonto dell’era metalmeccanica ci troviamo con alcuni dati strabilianti“: l’elevato surplus generato dalle esportazioni dei prodotti manifatturieri, la posizione di testa dell’Italia nella classifica europea per valore aggiunto manifatturiero. E invita a riflettere su “cosa ha comportato negare la centralità del lavoro operaio per sostituirla col precariato dei servizi come archetipo attuale di riferimento” (da rubrica “Linea di confine in la Repubblica del 7 luglio 2008).

La classe operaia, l’operaio in genere, non è considerato come “fine della storia“; esiste ancora, forse una classe frammentata, per tipologie di contratti, forse non li si trova più in grandi capannoni come Mirafiori, ma stabilimenti più piccoli, da mille o duemila dipendenti, ma esiste, con la dignità che le è propria. Forse alcuni si adeguano al consumismo, forse seguono il mito della moda, del vestito o delle scarpe firmate, mia io li vedo pieni di contenuti. Quando ero piccolo ero fiero dei miei genitori operai, e nei miei discorsi, limitati dall’età, partecipavo a “quella, questa lotta di classe”, dove il salario rispetto allo sforzo fisico non era sufficiente per assicurare per sè ed i propri famigliari il giusto per poter vivere.

“Cambia il tempo” da il Manifesto del 13 dicembre 2008

Oggi avrei voluto iniziare commentando alcune pagine di un paio di libri iniziati l’altra sera. “Acciai speciali“,  sempre per continuare sul filone del ricordo della tragedia Tyssen, libro scritto da Alessandro Portelli,  Donzelli Editore, e, con un altro libro, “Largo all’Eros alato!“, di Aleksandra Kollontaj, casa editrice il Melangolo. Il primo, perchè rientrava nella seconda parte dell’incontro tenutosi al Circolo dei lettori di Torino (subito dopo la proiezione del film di Mimmo Calopresti) e presentato a noi in quell’occasione. Volevo soffermarmi su alcuni punti e commentare e, o, suscitarne altri. Il secondo era un libro che avevo ordinato da tempo e che avevo scordato di ritirare dalla libreria. Ma, di entrambi, ne parlerò in seguito. In realtà, ho anche altri due libri dei quali vorrei parlare: il primo è di Andra Bajani, “Domani niente scuola“;  in settimana ho avuto la possibilità di scambiare qualche chiacchiera (presso  la libreria “la Torre di Abele“, dove il sig. Rocco, il proprietario, è sempre pronto a darmi suggerimenti su qualsiasi tema, mi ha dato modo di incontrare l’autore. Ho chiesto alcuni lumi per capire questa generazione. Il secondo libro  è intitolato “La vita bassa” di Alberto Arbasino, casa editrice Adelphi. Ma, di tutto ciò ne parlerò in seguito. Ora vorrei soffermarmi sulla giornata di ieri. Innanzitutto i numeri, dato che qualcuno continua a guardare ciò come si si guardasse dal buco  della serratura, oltre che minimizzarli  in continuazione. La Repubblica titola a pag. 6:  “Sciopero, in piazza il popolo della Cgil. Un milione e mezzo in 100 città“, La Stampa, a pag. 12: “Sulla crisi staneremo il governo“, Epifani: “In piazza un milione e mezzo di lavoratori“. Cisl e Uil: “No, è stato un flop“. Il Manifesto –  giocando un po’ con il titolo – : “Cambia il tempo” in prima pagina, ovviamente per dare risalto alla grandissima e bellissima manifestazione avvenuta in 108 città d’Italia. Nella foto campeggiano tanti ombrelli con dei cartelli al riparo che riportano: “Più lavoro, più pensione, più sanità, più scuola“….che analogia, almeno per me, con quell’apertura di pagina di tanti anni fa, del 1994 con su scritto “Che liberazione“, con una Milano sotto la pioggia. A pagina 2, continua con “I lavoratori insieme contro tutti“, e poi, nelle pagine 5 e 6 una immagine che dice tutto solo a guardarla. Un operaio con un casco, di quelli usati per la sicurezza con su scritto “Metalmeccanico al 100%“. Liberazione, in prima pagina riporta: “Sciopero, la Cgil vince la sfida“.  Rinaldini: “Crisi mai vista“, e ancora a pagina 2, “La Cgil vince la sfida. Riuscito lo siopero generale“.

A Torino, nella mia città, La Stampa, nella cronaca cittadina, afferma: “cinquantamila in piazza. No alla tessera del pane” (sciopero di pensionati, operai e studenti). La Repubblica nella cronaca cittadina di Torino: “Cgil e Onda: 30 mila in piazza, ma è guerra di cifre con la Cisl. Gli studenti “murano” una banca“. Come al solito, la guerra di cifre su una manifestazione che non piace a loro, direi io…loro, sempre per la …..”concertazione”.

Ma non ho parlato dei libri, o del libro, perchè ripenso, nelnostro sempre vivo modo di “spersonalizzarci” ad alcuni fotogrammi di ieri: operai, stanchi, malconci, con poche illusioni nell’immediato ma ricchi della loro diginità, del loro mangiare pane e sudore in quei posti che hanno contribuito ad edificare, ad arricchire con il loro sapere, e che si chiamano fabbriche. Ed ora, questi luoghi ricchi di memorie personali, intrise d’olio impastate a sudore e amarezze, quei volti, non li vuole più e non li degna neanche di uno sguardo. Penso a loro che incedevano mestamente, stanchi, ma pronti a dire di no ad una social card che li priverebbe di ogni dignità e che qualcuno vorrebbe garantire ai possessori un “ulteriore sconto” del 10% al bar, per la colazione o al ristorante, privandoli ulteriormente della propria dignità. Ma, è possibile proporre una cosa del genere a gente che stenta ad arrivare a fine mese? Ma, chi ha quelle monete in più da poter spendere per una colazione? per una pizza, per un ristorante?

La proposta è stata fatta nella mia città, a Torino, letta sul quotidiano di casa nostra. Ed io, cosa posso pensare, dopo aver distribuito pane ad un euro per molti sabati consecuitivi? Ma, chi propone queste cose, ha idea della realtà? Chi propone di spendere ha idea? Basta fare un’analisi della società: numero di dipendenti fanno tot, autonomi fanno tot, pensionati fanno tot…..quanti in cig?

Ripeto le cifre: a Torino 0 Milano nell’anno: 51943 a partire da ottobre. Tremila i lavoratori chimici; 500 nelle telecomunicazioni, centinaia in altri settori. La Cgil ha scioperato in una realtà drammatica, con convinzione, forza, e forse “cambia il tempo”. Lo sciopero è arrivato dopo aver visto 2 mila assemblee e 120 mila lavoratori che vi hanno partecipato.

La cig a novembre è a più 109% rispetto al 2007.

Quante facce ho visto ieri….e, di alcuni conservo le foto.

Un precario dell’Università laureato con 110 e lode, e tanti, tantissimi altri. Ma davvero tutta questa moltitudine può seguire il consiglio proveniente dal titolo di un articolo de “La Stampa” , “Bar e ristoranti scontati per chi ha la social card” ? Forse è vero, la politica è questione di tempi e luoghi prima che di opinioni, ma io, personalmente penso che a problemi e necessità urgenti bisogna dare risposte immediate, sempre. Forse, dopo questo sciopero, l’identità di questo popolo è visibile, c’è;  sono gli altri a non voler capire, quelli che hanno difeso sempre il mercato. Basti pensare che anche il Papa afferma che “La crisi alimentare è colpa della speculazione“, vedendo in questa affermazione i mandanti di questa crisi.

Sciopero generale 12 Dicembre 2008.

12 Dicembre 2008. Così, il grande giorno, come risposta ad un insieme di problemi, è arrivato. Prima di recarmi in Piazza Vittorio, a Torino, dove era previsto il concentramento dei manifestanti, mi soffermo in edicola e acquisto dei giornali. Il manifesto, Liberazione, Repubblica, La Stampa. Strada facendo, per come posso, dato che il traffico impazza nella mia città, Torino, fisso l’occhio sull’editoriale di Gabriele Polo sul Manifesto: “Sciopero unico”. Ma non è tanto il riferimento allo sciopero che mi colpisce, quanto, fin dalla prima riga, si legge: “Ieri un operaio è morto all’Ilva di Taranto. Sono quarantaquattro in quindici anni gli uccisi dal lavoro nelle fabbrica italiana della morte. Il morto è un operaio manutentore Jan Zygmuntjan Paurowicz, di 54 anni. Anche Liberazione,ricorda il morto di ieri e sotto il grande titolo Sciopero Generale, ne ricorda un altro, mort nello stesso posto,poco tempo fa: “Sono morto così, all’Ilva, pensando a Francesca”. La lettera di Francesca Caliolo che racconta la storia di suo marito che lavorava all’Ilva, morto sul posto di lavoro.
Repubblica, a pagina 24 titolaTragedia all’Ilva, muore un operaio. Taranto, il lavoratore travolto da una gru. E’ la terza vittima nel 2008. Quello che mi colpisce di più è il box a destra del giornale in cui si indicano i numeri, sempre così freddi delle vittime sul lavoro: 1376 la media di questi anni; 1546 il picco nel 2001; 1260 quelli del 2007. Il mio pensiero chiaramente ritorna a sabato mattina: è possibile che di fronte a queste tragedie sabato mattina ci sia stata quella poca partecipazione? E così, la grande voglia di partecipazione alla manifestazione e la volontà di gridare “la vostra crisi non la paghiamo” è stata stoppata da questa grande amarezza. Appena giunto a Piazza Vittorio, vedo tra il gruppo di Sinistra Critica l’amico Franco Turigliatto, poi altri amici conosciuti in manifestazioni varie. La sinistra era collocata al fondo, Comunisti Italiani, Rifondazione Comunista, Sinistra Critica; prima ho visto i giovani dell’Università e quelli della scuola in genere. I metalmeccanici della fiom, e vecchi colleghi di lavoro, preoccupatissimi della lunghissima cassa integrazione che dovranno affrontare. Proprio aspettando di metterci in cammino dò nuovamente un’occhiata ai giornali e scopro che un’altra fabbrica, a Torino, si fermerà per undici settimane:Sciopero Cgil, ma la crisi si aggrava. Si ferma per undici settimane la fabbrica dei trattori: 700 in cassa“, titolava in prima pagina dell’edizione di Torino la Repubblica.
La Stampa, sempre nella cronaca cittadina, con le parole della giornalista Marina Cassi, indica in “sessantamila metalmeccanici in cassa integrazione nell’anno di cui 51943 a partire da ottobre.
E poi 3 mila lavoratori chimici, almeno 500 delle telecomunicazioni e centinaia di altri settori, dalle imprese di pulizia al commercio all’artigianato”. Numeri pesanti che fanno capire il perchè delle motivazioni dello sciopero.
Tra le tante notizie di questo tenore una mi ridà qualche spiraglio di speranza: il Manifesto, racconta che “La Gelmini è costretta a fare dietrofront. Una prima vittoria dell’Onda…. Speriamo.
Per ritornare al racconto della giornata di oggi, dopo aver aspettato la partenza del nostro gruppo, scambio qualche chiacchiera con il segretario regionale di Rifondazione Comunista, Armando Petrini. Ovviamente dopo aver fatto un po’ di analisi sulla situazione attuale guardiamo altri striscioni, quello dei Comunisti Italiani, quello di Sinistra Critica, le bandiere del Partito dei lavoratori di Ferrando. In quei gruppi ognuno di noi ritrova amici, compagni di lavoro, di circolo, e ricordi che ci raccontano dibattiti e lunghe serate a discutere su un documento o un volantino, a volte su una parola da citare o da omettere. La chiacchierata si fa lunga, si profila un “come potrebbe essere”, un raffronto con la situazione francese della sinistra, e mentre parliamo, si alza uno striscione conCiao Rocco“, compagno di Rifondazione deceduto pochi giorni fa.

ciao-rocco-web

A me, ovviamente, viene in mente anche un altro compagno che fisicamente non c’è più, ma continua ad essere tra noi: “Mario Contu“. Il suo pensiero si fa più forte quando vedo gli studenti, lui, sempre presente in mezzo a loro con la capacità di capirne le loro aspettative, le loro esigenze, i loro bisogni, e a tutto ciò saper dare una risposta immediata, concreta grazie al suo impegno. Sempre in prima fila: sia fra gli studenti sia fra i metalmeccanici. Dopo questi brevi frammenti di ricordi, finalmente si parte. Vedo i ragazzi, i precari della scuola, a sinistra di via Po, vedo alcuni che cercano di “murare” simbolicamente una banca. In piazza Castello mi “sgancio” perchè ho voglia di condividere qualche pensiero e qualche riflessione con alcuni ex colleghi di lavoro, star loro vicino in un momento così difficile, pieno di incognite, e con poche alternative. Insieme decidiamo di “scalare” posizioni, e vediamo quasi tutti i gruppi. Arriviamo in una piazza San Carlo, solo noi, vecchi colleghi e decidiamo di vedere chi arriva davanti all’Unione Industriale. I primi, quelli dei Cobas.
Salutiamo ancora qualcuno, e…..decidiamo di rincasare.

Precari e supplenti sulla cresta dell’onda

Precari e supplenti sulla cresta dell’onda
tre giorni di dibattiti e festa: un punto d’incontro trasversale
per i precari e supplenti della scuola
12,13,14 DICEMBRE 2008
…troverete info e un caffè caldo…
tendone piazza Vittorio – Torino

PROGRAMMA

    Venerdì 12 Dicembre

14.30: Conferenza stampa
15.30: Non pagheremo noi la vostra crisi ma ve la risolviamo.
Dibattito con le realtà operaie e precarie toccate dalla crisi.
Thyssen, Bertone, Fiat Mirafiori.

21.00: Daniele Contardo in School Days. Lezione-giullarata con organetto

    Sabato 13 Dicembre

11.00: Le rivendicazioni di noi precari e un confronto con le
Rappresentanze sindacali: Cobas, Cub e Flc-Cgil

16.00: Le lotte dei precari di altre realtà italiane: Liguria, Milano.
A che punto è l’onda?
Incontro cittadino con i protagonisti dell’onda:
• assemblea universitaria NO GELMINI
• assemblea del Politecnico NO TREMONTI
• precari della scuola
• precari della ricerca,
• Scuole elementari, medie e superiori, genitori

21:00: Il grande freddo, Catalano & soci – cabaret

• Domenica 14 Dicembre

10.00: Assemblea sulla legge Aprea e sulla Riforma:
Cosa sta succedendo? Il punto della situazione spiegato per ogni ordine e grado.
Intervento sulle Materne, Elementari, Medie Inferiori, Superiori, Aprea
11.30: Coordinamento genitori e la campagna iscrizioni nelle elementari e medie
Converso, Spertino
15:00: A scuola di legalità con l’avvocato Claudio Novaro: il processo al G8 di
Genova
COOSUP – Coordinamento Provinciale scuole superiori di Torino
17:00: ASSEMBLEA CITTADINA DEGLI STUDENTI MEDI
Concerto a seguire

Documento Invito Precari e Supplenti Scuola

“Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta”.

Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta. Questo è il titolo di Loris Campetti sul manifesto di oggi giovedì 11 dicembre 2008. Almeno un milione in piazza in 108 città, scrive Antonio Sciotto sempre su il Manifesto. Io, a Torino, sarò uno di questi: uno in mezzo ad un milione, uno che guarda al futuro, per dire basta al flusso dell’interminabile flusso di denaro transitato negli ultimi anni dai salari ai profitti ed alle rendite. Uno in mezzo ad un milione: saremo quelli che saremo, pochi, tanti, non importa che qualcuno provi a contare Piazza Vittorio, via Po o altre vie adiacenti. Quel che conta è che saremo determinati a portare in piazza le sei proposte presentate da quadri e delegati nel mese di novembre: ammortizzatori per tutti i lavoratori, sostegni ai redditi da lavoro e pensioni, investimenti e politica industriale, infrastrutture ed edilizia popolare, attenzione e più welfare e la sospensione per due anni della Bossi- Fini in caso di perdita del posto per crisi aziendale. Ieri sera, ad una cena dove erano presenti molti lavoratori autonomi, la mia era una voce fori dal coro, ma sempre pronta ad intonare la stessa musica: “la coscienza sociale, analizzando la società attuale mi porta a manifestare con forza e tenacia; ho aderito a tutti gli scioperi, condivisibili nel merito: quello di settembre come quelli di ottobre, come quello di domani. Nulla mi e ci dovrà intimorire e pazienza se troveremo qualche soldo in meno. Le grandi conquiste del movimento operaio hanno richiesto numerosi sacrifici, ed ora tocca a noi; mangeremo meno, ma ci nutriremo di altro, ci riempiremo e torneremo a mangiare e bere ai veri valori che hanno sempre contraddistinto il movimento operaio“. Ero in minoranza, ma non mi spaventa. Avanti, riempiamola la piazza, per noi, per il presente, per il futuro; la manifestazione e la lotta di domani e di quelle che verranno dovranno, e noi dobbiamo dare forza, misurarsi con la prospettiva, dove la necessità di un lavoratore deve avere una soluzione, vera, qui, ora, sempre. Ai bisogni bisogna dare risposta immediata, adeguata. Dobbiamo stare vicino ai metalmeccanici, che è come dire stare vicino agli studenti, equiparati da una identica condizione: la precarietà che sta aggredendo ogni aspetto della nostra vita. Allora, a domani, con le nostre bandiere, con i nostri giornali, con i nostri ideali con la nostra prospettiva che un mondo migliore è possibile.
Ps: ho partecipato ad una assemblea della cgil scuola: pochissimi e tra questi, su sei, da me conosciuti, uno solo era a contratto al tempo indeterminato. Ho ascoltato un intervento di uno di questi cinque: 50, due figli, da venti precario. E’ vita questa? la domanda è antica e mi fa tremare i polsi. Ma ancora un’altra riflessione mi portava a domandarmi: è possibile che nel mondo degli intellettuali, nella scuola non si sappia rispondere in maniera adeguata ad una “chiamata”? bisogna aver paura della reazione del dirigente o della propria condizione personale e famigliare che rischia di non avere una prospettiva, uno sbocco? Siamo noi che diamo la forza al sindacato, d’accordo, ma prima di tutto, coscienza sociale! A domani, vi aspetto.

Martedì 9 dicembre 2008: ancora sulla TyssenC

Martedì sera, alle 17 30, presso il Circolo dei lettori di Torino, in Via Bogino, ho assistito, insieme ad una ventina di persone, alla proiezione del film, La fabbrica dei tedeschi, di Mimmo Calopresti.
Al termine della proiezione, qualche parola di Mimmo Calopresti, il modo di condurre le interviste e la sua storia personale su situazioni simili a quella descritta nel film, riferita ad anni passati.
Il mio intervento è stato mirato a mettere in evidenza la lontananza di gran parte della città: 4000 persone? Mi sembrava un numero esagerato. Ma, la mia analisi metteva in luce come la globalizzazione abbia portato nella testa di molti ad accettare qualsiasi modo di lavorare: per la paura di perdere il posto di lavoro, forse. Non è che accettiamo passivamente questo stato di cose? Non è che per caso siamo diventati tutti un po’ troppo “concertativi”? La classe operaia, a mio modo di vedere, e perchè lo dicono i numeri, esiste, e in gran numero, soltanto che è molto più frammentata, sia sui luoghi di lavoro, con le varie tipologie contrattuali, sia all’interno delle fabbriche, che sono state suddivise; non esistono più le fabbriche di una volta, con venti o trentamila operai, ma tantissime, che racchiudono in esse mille operai quando va bene. Io ho trovato una certa passività, poca voglia a spendersi, a “spersonalizzarsi”, ad entrare nelle situazioni altrui, cercando se non di viverle, di provare a immaginarle. Io vorrei, se difficile e lungo il cammino per una coscienza politica, provare ad avere consapevolezza per una coscienza sociale.
Costruttivo mi è sembrato l’intervento di un partecipante che ha dato la chiave di lettura proprio sulla differenza tra coscienza sociale e coscienza politica e la capacità di individuare i “mandanti”di questa crisi, mandanti che hanno nomi e cognomi.

Perchè oggi non si fa la rivoluzione come nel 1968?

Perchè oggi non si fa la rivoluzione come nel 1968?

Secondo Umberto Galimberti, nel 1968 -quando i giovani di tutto il mondo si rivoltarono – vi erano dei motivi da ritenersi banali rispetto alle motivazioni che oggi hanno le nuove generazioni per rivoltarsi.

Ma, sostiene che nel ’68 il nemico era visibile classe operaia contro padrone, studente contro barone universitario, mentre oggi sia il padrone che il servo stanno sullo stesso livello e sopra di loro vi è questo nemico invisibile chiamato mercato globalizzato, per cui tutti a casa e giovani contentatevi di non aver futuro o di condurre un’esistenza da indigenti e per giunta priva finanche di valori.

Sarà vero?

Un anno dopo la tragedia della Thyssen, a Torino

Sabato, 6 dicembre 2008: un anno dopo la tragedia della Thyssen, a Torino.
Ore 10: corso Regina Margherita, Torino.
Immerso nel freddo torinese, con un sole che non scalda, insieme ad altre persone, per la verità non molte, mi domando come mai la città, la gente, i lavoratori non abbiano risposto in maniera massiccia ad un appuntamento, ad un ricordo, per non dimenticare le vittime del rogo.
Durante la marcia, chiuso nel mio silenzio, cerco di ricordare quelle persone, mai conosciute, ed i loro famigliari. Cerco di ricordarle, di commemorarle: “erano uscite di casa per andare a lavorare, non per andare in guerra!”.
Penso a come sia cambiato il mondo del lavoro negli ultimi venti anni e come lo era una volta. Penso a come quegli operai abbiano cercato fino in fondo di difendere quel posto di lavoro che di lì a poco non ci sarebbe più stato. Penso a tante cose, nel mio silenzio, fino all’arrivo, davanti al Palazzo di Giustizia di Torino.

Sono circa le 13,00.

L’indomani, domenica, compro alcuni giornali e scopro quanti pochi effettivamente eravamo:

la Repubblica: “a Torino solo cinquemila sfilano per le vittime“;

La Stampa:  “Ministri assenti alla manifestazione di Torino“.

Il Manifesto: “in cinquemila per non dimenticare le sette vittime del rogo ma, nessuno del governo e delle associazioni industriali ”.

Liberazione: “Governo, sindacati e sinistra: sulla Thyssen siete stati pessimi”.

Eppure, su La stampa dello stesso giorno – in un box, – un altro articolo, poneva in risalto che: “altri mille morti dopo quella notte all’acciaieria”.
Perchè, allora, questa distanza da eventi che si ripetono in continuazione?

Romano Borrelli

Un altro mondo è possibile!

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