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30 aprile

Il passaggio e il ricordo a ridosso di un altro 30 aprile. Poi, profumo piu’ recente: Pisa,  la Torre e il corridoio del treno, profumo di corridoio e d’ amore, poi cernobyl, con i suoi dolori e le nostre preoccupazioni,  e ancora piu’ recente  una stazione dal nome doppio, M.M., cosi tanto immaginata e la sua sala d’attesa e l’attesa di te e la festa del paese, e il, caldo e chissa’ se ci si torna; MM, metropolitana milanese e il tante volte chiesto, “scusi, l’Expo?” E poi, domani, il grande assente, il lavoro; MM, come “mamma mia”…e un pensiero a domani, al 1 maggio, al corteo, allo sciopero del 5 maggio della scuola che non e’ in gita ma ugualmente come l’ allenatore, nel pallone, un po’ come noi, che corriamo e corriamo e corriamo…. All’ uscita di scuola i ragazzi non vendevano libri, perche’ e’ ancora presto. Avrei voluto regalarne invece un po’, quelli sula Costituzione. Domani, probabilmente, un salto al corteo, con la Costituzione, un pochino “stappata” in altri contesti, forse nel silenzio di molti. Ma ai ragazz* un augurio era doveroso: buon primo maggio.

Torino, foto Borrelli Romano

Primo maggio a Torino

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Torino. Piazza Castello. Corteo primo maggio 2014. “No alle aperture dei negozi e supermercati nei giorni festivi”.

Avrei voluto cimentarmi in una “pseudo-cronaca”, nel racconto di chi c’era e chi no.Sul grande assente di oggi e sul passato lavorativo di quanti hanno nelle mani i segni della fatica del lavoro di una vita, sul viso gli stenti di una vita stretti alla catena, di donne a conciliare lavoro in fabbrica e lavoro in famiglia, e di occhi che hanno visto tutto, nella luce artificiale della fabbrica: mattino, pomeriggio, sera, notte. Compagne e compagni di lavoro, pensionati, amici di scuola, famiglie con bimbi e passeggini al seguito.  Torino, la crisi e il lavoro che manca. La crisi del settimo anno che comunque porta in piazza, a Torino, oggi, migliaia di persone. Aspettavo la giornata di oggi, per incontrare storie, raccontarle, scriverle, provare a svolgere quello che pia e, impedito durante la settimana. Non esistono piu’da un pezzo le catene, ma altre catene impediscono di fare cio’ che si vorrebbe, cio’ per cui abbiam studiato e accontentarci cosi, al ribasso, pur di sopravvivere. Nella festa, il festeggiato, pero’, è assente. Nella festa del lavoro, manca proprio il lavoro. Che paradosso. Un lavoro povero e quel poco riceve poco reddito. Per alcuni, paradosso dei paradossi, è l’alba della mobilità. Associazioni, categorie, partiti.  Amici. Tra gli amici, incontro Marco  Revelli che usa con abilità un cellulare di ultima generazione e filma, filma, filma. Dopo aver tenuto per un bel pezzo lo striscione dell’ Altra sinistra. Filma e  fotografa diventando bravo tanto come quando parla e insegna scienza della politica. E sorrideva, sotto i suoi baffi. Mi sarebbe piaciuto sapere a cosa pensava, a quante feste del primo maggio gli “ronzavano” nella testa.  Recuperi la piazza, Castello, poi Via Po,  dove incontri il gruppo di musica e ti dicono “ci manchi e manchi tanto ai bambini”,  poi, l’altra piazza, Vittorio, testa e coda del corteo. Avanti e indietro a stringere qualche mano e “ciao, come stai?” e così fanno in tanti.  Incontri Armando Petrini, in versione ecologico, bici e bandiera, Simone, ormai, ben inserito e amici incontrati a Roma,  Ferrero, amici incontrati dieci anni fa, in treno o a qualche manifestazione per la pace, a ridosso di un San Valentino. Amici, amiche, compagni, compagne, uniti e poi divisi da qualche documento, qualche parola non limata bene finita nel calderone di un documento. Documenti contrapposti. Mozioni, aree, correnti, come le si voglia chiamare, buone per “dividere” più che unire. Contrapposizioni in ambito congressuale e che continuano in molte riunioni. Eppure, al primo maggio, in piazza, ci devi essere per ritrovare un pezzo della storia, un pezzo di se stessi. Ecco, ci siamo. Ci siamo ancora, nonostante tutto.  La mattina ti alzi presto, metti il vestito buono e vai incontro a loro e loro vengono incontro a te. I lavoratori. Gente con cui mangi pane, sudore e lacrime, mentre gli altri, godono dei profitti accumulati sulla pelle altrui. “Domenica aperti”,  e pensi che non vorresti mai vederlo un cartello così, e invece, ora ci è toccato vedere anche cartelli, come “Primo maggio aperti”.  Il film della memoria corre di chi è in piazza comincia a proiettare scene di cordoni dei militanti che “proteggevano” Bertinotti, Cossutta, Rizzo e altri ancora e tutti insieme che cantavano l’Internazionale. La sinistra, un tempo. Altri ricordano il primo maggio del 1994, a Torino, subito dopo quella grandissima manifestazione del 25 aprile di Milano, sotto la pioggia, ai piedi del Duomo. “Un milione sotto la pioggia.”  “Che liberazione”. Non erano solo titoli di giornali. Era un riporre la speranza ne voler e poter cambiare una politica e una maggioranza fresca di urne.  Tutti  i partecipanti indossavano  quelle magliettine bianche, con il bimbo che dorme e pensa che in fondo, “la rivoluzione non russa”. Il primo maggio, tutti vogliono esserci, in piazza, per ricordare “di quando  suonava la campana della fabbrica e la linea partiva, quando  verso mezzogiorno, quel rumore liberava i lavoratori dalle catene, di montaggio, e si riappropriavano della propria libertà, andando a mangiare, in pausa. E quando la pausa te la concedeva, il padrone, non quando l’organismo, il fisico vorrebbe.

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Torino. Piazza Castello. Banda musicale. Primo maggio 2014.

La linea, era li, a dettare i tempi e comandare. E  i ricordi si riproducono a  valanga, come fossero accaduti ieri. I pensionati, ricordano quando “volevi andare a pisciare” ma non potevi, perché “la prima pausa era toccata a te“, quando non “avevi bisogno di pisciare”. “Per pisciare, avevi tempo, si, ma dovevi aspettare altre due ore”. Quel gusto così buono della pizza ancora calda e di quelle brioches che forse non erano buone, ma almeno riempivano la pancia e aiutavano a combattere quel “mostro” sempre in cammino, della catena di montaggio. Le mamme, che usavano la pausa per raggiungere la cabina telefonica per telefonare a casa e svegliare i figli. Lasciando ancora raccomandazioni.  “Il caffè è già pronto. La pasta, a mezzogiorno, e il sugo è ancora caldo. L’ho preparato questa mattina. Alle quattro. Mi raccomando.” Cuore di mamma.  E così, i tempi  scivolavano via, lentamente, e oggi, nella giornata di oggi, provi a raccoglievi. O almeno, avresti voluto. E così,  infatti, cercavo di raccoglierli, in una giornata della Festa dei lavoratori tutt’altro che da festeggiare, per i numeri che le cronache sulla disoccupazione ci forniscono.  E che allarme, sul e del lavoro!!

 

Pero’, il primo maggio,  bisogna esserci. Ad ogni costo.  Una festa bella, giovane. Di tutti. Per tutte, tutti. Spiace aver visto le saracinesche  di alcuni negozi e supermercati tirate su. Mentre dovevano restare giù.

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Torino. Via Po. Studentesse e studenti universitari. Primo magio 2014.

Mi sarebbe piaciuto scrivere di piu’, storie di vita, storie importanti, ma, a metà di via Roma, si verificano momenti di alta tensione, davanti. Senza capire il perché, chi è davanti, comincia ad indietreggiare. Allungare il passo e poi a correre. Mamme con bambini piangenti cercano velocemente vie di fuga, laterali. Ci si perde e ci perdiamo. Le parole, insieme alle lacrime dei bambini diventano di ghiaccio. Sono impronunciabili. Si perde molto.  Perdo la forza, le parole, i pensieri, il blocchetto con tante storie che avevo già raccolto.  Pensavo che le perdite fossero più che altro a livello personale. Anche a livello collettivo, certamente. Le parole diventano di ghiaccio e non sono più pronunciabili.  Oggi,  le perdite, sono soprattutto  a livello collettivo. Perdiamo tutti. Doveva essere una giornata di festa. Dei lavoratori. Non una musica così…stonata. Doveva esser un’altra musica, di speranza.  La speranza di seguire un sogno. Musica. Come quella suonata dalla banda che era in corteo.

 

Penso al cassetto dei nonni……….mentalmente lo riapro.

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Torino. Via Po. Ragazza con bandiera “L’altra Europa con Tsipras” in via Po. Primo maggio 2014.

Vorrei sentire il profumo, della speranza…

 

 

 

Spot elettorale della Federazione della Sinistra per le amministrative 2011

Simbolo Federazione della Sinistra

Nel video seguente lo spot elettorale della Federazione della Sinistra (Partito della Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani, Socialismo 2000, Lavoro e Solidarietà) per le amministrative 2011:

http://www.federazionedellasinistra.com

Bossuto candidato sindaco Torino: ma quale par condicio?

Presentato dall’Osservatorio di Pavia il resoconto dello spazio dedicato dalle emittenti locali e dal Tg3 del Piemonte, tra il 16 e il 29 aprile, a ciascun candidato sindaco per le prossime elezioni amministrative. Preoccupanti i dati del monitoraggio che fanno rilevare come Juri Bossuto, candidato per Federazione della Sinistra e Sinistra Critica, sia stato del tutto oscurato dal Tg regionale (0 secondi in 13 giorni) e che dimostrano come la legge sulla par-condicio sia ignorata anche dal servizio pubblico.

Sono solidale con la protesta degli “oscurati” Fassino e Musy – dichiara il candidato sindaco – che sono stati in video solo 275 e 250 secondi e infatti mi aggrego al loro appello per garantire pari opportunità di accesso a tutti”.

“Prendo atto dello scarso interesse riservato a me e alla coalizione che rappresento ma la freddezza dei media non è sufficiente a intaccare l’entusiasmo e l’impegno con cui stiamo portando avanti questa difficile campagna elettorale”.

“Con la stessa passione siamo pronti a confrontarci in Consiglio comunale per sostenere un’idea di Torino più giusta, aperta e tollerante, rappresentando le istanze dei lavoratori e dei soggetti più deboli, dando voce a chi difende i beni comuni a partire dall’acqua, a chi rifiuta la TAV, il nucleare e la guerra o, giustamente, esige più moralità dagli amministratori pubblici”.

Torino, 6 Maggio 2011

Fonte: Juri Bossuto candidato Sindaco di Torino

Difendiamo la scuola. Difendiamo la costituzione. Guardiamo alla lotta di classe in Wisconsin

Solamente un quinto degli italiani possiede davvero le competenze linguistiche e culturali per affrontare la società odierna; la restante enorme parte del Paese è variamente classificabile sotto una delle categorie di analfabetismo. E la situazione, anziché migliorare, si aggrava progressivamente” (Tullio De Mauro su Internazionale, 6 marzo 2008).

Nel prossimo anno i tagli alla scuola saranno pesanti. Ventimila cattedre in meno. L’ultimo taglio previsto da questo Governo, nel giro di tre anni. “Risparmio di otto miliardi di euro”. Dopo aver salvato l’insalvabile: banche, imprese… E così, dai farewell, precari, di città in città, di scuola in scuola, dove ogni passaggio “settembrino”, (di diritto settembre-agosto o di fatto settembre-giugno come i contratti che la scuola ci rifila tutti gli anni, invece di stabilizzarci tutti), risulta essere simile ad un’audizione, a settembre, probabilmente, molti di noi saranno privati anche di quella. Fine dell’audizione.

Si rischierà, infatti, in forza dei tagli, ad un’iscrizione forzata all’ufficio di collocamento. O, al piu’, una “exit”, dal momento che la “voice” è stata poco attuata per l’individualismo esasperato, di chi ha preferito “intascare la giornata” e pensare al suo presente anzicchè aderire agli scioperi. A proposito di scioperi: 4 ore a maggio, proclamate dalla Cgil, davvero, sono simili ad una merendina che a poco serve. Certo tutto è piu’ difficile, in questa “macelleria sociale”, in questo Paese che rassomiglia ogni giorno ad una sartoria, dove si effettuano solo “tagli” (“ripara e cuci”, questi, proprio no). Exit, all’estero. La notizia di questi giorni, dei tagli al mondo della scuola, si somma alle ulteriori critiche piovute sullo stesso mondo, quello inerente alla scuola ma “statale”, ai suoi insegnanti, ai lavoratori in generale della scuola. Critiche, insofferenze quelle del Presidente del Consiglio rivolta agli insegnanti e al loro metodo di “inculcare” nozioni, informazioni, sapere. Naturalmente, critica smentita, perché, come sostiene sempre il giorno successivo di ogni affermazione, “non era quello il significato” da lui attribuito. Certo. Penso che il ruolo di tutti i lavoratori della scuola sia quello di indirizzare gli alunni ad innamorarsi del sapere, rendere gli studenti “artefici” come ci ricordava un lettore-insegnante di un noto quotidiano torinese.

Nessuno ha mai utilizzato un termine, così basso, come inculcare, per parlare di educazione. Artefici invece fa pensare ad una ricerca di verità, giustizia, amore per il sapere. Una ricerca divina. Non stanchiamoci mai di fare riflessioni, porci domande e sviluppare senso critico. E così si è consumato un ulteriore attacco alla scuola. Uno snocciolare continuo di attacchi, i suoi, che vorrebbero privatizzare ogni aspetto della società. Dopo quello sulla festa del lavoro, dove, secondo alcuni governanti, sarebbe inopportuna. Già, dopo che il capitale ci ha “spolpato”, ora vorrebbero toglierci anche la festa del primo maggio. Intorno alla politica dei padroni del vapore, questo nostro Bel Paese, sta perdendo anche la maiuscola nella lettera iniziale. Dopo la critica ad una rigida “puntigliosità” del Quirinale, rivolta dal Governo, (e per fortuna che lo è, il Presidente della Repubblica, così puntiglioso e speriamo in futuro lo sarà ancor piu’) ancora una volta, la scuola. Proprio in questi giorni in cui ci avviamo a festeggiare il 150 dell’Unità d’Italia, (sempre “piu’ disunita”, invece), incapace di comprendere questa fumosità dei tempi. La scuola, così tartassata, così declassata, così umiliata. Eppure nel 1866 Pasquale Villari sosteneva che vi era nel seno della Nazione un nemico piu’ potente dell’Austria: ”la nostra colossale ignoranza”. Tre italiani su quattro erano analfabeti. Solo con il nuovo secolo si avrà un’esigua maggioranza di cittadini capaci di leggere e scrivere.

Nell’Italia pre-unitaria è bene ricordare che il 44% dei bimbi non superano la soglia di una scuola, “perché non arriva ai cinque anni di vita”.

A Torino sotto Carlo Felice, la scolarità è pari al 45%.

A Genova al 26%. A Roma sono presenti 45 scuole serali e 55 scuole tecniche commerciali.

Nel 1901 la percentuale degli analfabeti era scesa al 48,5%. L’eredità pre-unitaria ci lasciava in dote 210 Biblioteche di cui 164 aperte al pubblico, distribuite in 45 città.

Nel 2010 la percentuale di chi leggeva almeno un libro era pari al 46,8%. In questa percentuale, le donne leggono di piu’ degli uomini. Nel 1973 invece, leggevano di piu’ gli uomini.

D’Amico Nicola sostiene che “la scuola è una semina a raccolta assai differita per chi governa e per l’intero Paese”. E oggi, invece, cosa si fa? Si taglia! Anni e anni passati ad investire sulla scuola e ora…Si vorrebbe rendere la scuola un modello similare a quello statunitense. Un po’ come la salute. Dimenticando che qui, in Italia, la longevità vorrà dire qualcosa, no? Dal momento che la sanità è gratuita, universale, per tutti, mentre negli Usa, al piu’, l’assicurazione “paga” al termine del ciclo lavorativo. In quel Paese, quanti milioni sono privi copertura sanitaria? Eppure, a leggere le cronache di questi giorni, proprio da quel grande Paese, dal Wisconsin balzano le cronache di una presa di coscienza, di una lotta di classe. Già! in un periodo in cui le classi sociali vengono dichiarate defunte o ricordi di un passato ormai lontano, proprio in quel Paese si sta contrapponendo in questi giorni una durissima lotta di classe tra i “robber barons”, capitalisti vecchio stampo e lavoratori organizzati.

Il Governatore, Walker, vuole infatti tagliare a tutti i dipendenti pubblici il diritto al contratto di lavoro collettivo, tagliare gli stipendi e aumentare i contributi sanitari e pensionistici. E’ la “guerra ai fannulloni” yankee. Li pero’ si accende la speranza di una lotta di classe, qui, assistiamo alla privatizzazione di ogni spazio, a cominciare da quello pubblico. Li la lotta di classe riparte da forme di solidarietà concreta, di visibilità raccolte e raccontante, mediate, rappresentate nei luoghi classici, della politica. Qui l’unico mezzo per far sentire la propria voce “utilizzato da una parte del mondo del lavoro iperframmentato” pare essere oltre che la salita sui tetti, sulle gru, l’apparizione in un reality. Riappropriamoci delle idee e delle passioni politiche. Impegniamoci. Il Pil (che brutta cosa!) sarà anche cresciuto, ma restano sempre un 30% dei giovani senza lavoro e i disoccupati, a gennaio, erano 2 milioni 145 mila (in aumento rispetto a dicembre 2010). Impegniamoci, guardiamo al Wisconsin, eliminiamo queste assurde porte girevoli presenti nel mondo precario della scuola. Investiamo sulla scuola e sui lavoratori della scuola. Eliminiamo l’immagine che ci costringe nel reale a vivere come all’interno di una sala d’aspetto di una stazione ferroviaria. Un treno, quello dell’occupazione, della stabilità (di tutto, anche affettiva) che tarda ad arrivare. Perennemente in ritardo. E nell’attesa edifichiamo la nostra precarietà-precaria-mente, adattandoci a quella situazione. Una sala d’aspetto che stiamo “costruendo”, edificando, anno dopo anno, come la nostra casa, con i nostri amici, cose, ecc. ecc. Basta con questa “neotenia psicologica” su vasta scala. Riprendiamo coscienza, torniamo a lottare per una condizione sociale e di lavoro soddisfacente.

Difendiamo la scuola. Difendiamo l’articolo 33 della Costituzione. Difendiamo tutta la Costituzione. Guardiamo alla lotta di classe in Wisconsin.

 

Con la Fiom e Landini.

Prima di ogni cosa, un ricordo ad Haiti e al suo popolo. Un anno dopo.

Grande e partecipata fiaccolata lungo via Garibaldi, direzione Piazza Castello a Torino.

Alle ore 18, un grande corteo, formato da operaie, operai, pensionati, studenti, e quanti credono che un referendum siffatto non va bene. E neanche quell’accordo. Così come non va bene che “enormi risorse siano evaporate nei grandi circuiti finanziari, delocalizzate“, mi dice Marco Revelli.

E proprio con Marco ho l’appuntamento per recarmi alla fiaccolata. Con me una copia de “il Manifesto” di oggi, che riporta l’articolo in prima pagina, “La costituente Fiat” e il suo libro, che mi accompagna ormai da diversi giorni, “Poveri, noi” (Edizione Einaudi).

Si, Marco ha ragione, con quanto afferma sulle colonne de Il Manifesto, e tutti noi,gente da “sotto  i mille euro al mese” ormai lo abbiamo notato: quanta crisi in questa città, dove compaiono come funghi cartelli con su scritto “compro oro”; una città dove sono in forte aumento i pignoramenti di alloggi; una città dove il 35%-40% dei metalmeccanici devono far ricorso alla cessione del quinto dello stipendio per far fronte a pagamenti in sospeso.

Non so quanti di coloro che erano alla manifestazione oggi si trovassero nelle condizioni citate sopra. Le uniche cose certe erano il grande entusiasmo e la voglia di dire no a quelle condizioni, ( che “a qualcuno piace porle per  vincere facile”). Sarà dura, come affermano in Val di Susa. Eravamo tanti, tantissimi. La Fiom, la federazione della sinistra, sinistra critica, Ferrando e Turigliatto, Vendola, tutti gli amici di Rifondazione.

A qualcuno col maglioncino blu piace “Vincere facile”, troppo facile in una città, in una società che galleggia, o boccheggia  “su uno strato sociale allo stremo“; Si, si galleggia su una città, una regione, dove si parla di “bonus-pannolini” e nello stesso tempo mi dicono ci siano ancora delle difficoltà per le borse di studio. Vincere facile. Chi, vince facile?  Per uno che ha percepito un compenso di 4 milioni e 782 mila euro, pari a 435 volte il reddito di un suo dipendente di Pomigliano, cifra comprendente il “bonus che la Fiat ha deciso di attribuirgli per il 2009, mentre l’attività svolta dal manager italo-canadese negli Stati Uniti per Chryser è stata forntia a titolo gratuito” (così ci ricorda il libro di Marco Revelli, capitolo quinto, Ambivalenze, pag. 107, rifacendosi a Gad Lerner in un editoriale di qualche mese fa).

Un accordo sulla pelle di chi? “E’ stato calcolato che nel 2006 meno di due operai non specializzati ogni cento percepissero un guadagno netto mensile superiore ai 1500 euro, e solo un 5% si collocasse tra i 1300 e i 1500 euro. Il 73% strava tra gli 800 e i 1300 e il restante 20% non raggiungeva gli 800 euro. In sintesi 14 milioni di italiani guadagnano meno di 1300 euro mensili; piu di 7 milioni non raggiungono i 1000 euro; lavoratori piccole imprese, 866 euro al mese; immigrati extra UE 856 euro; giovani, 854 euro” (dal capitolo terzo, Progredire declinando, Poveri, noi, Marco Revelli). La classe operaia, proprio, non va in Paradiso.

Lungo il percorso, molti visi conosciuti e tanti altri sconosciuti, e anche se non ci si conosceva, qualche cosa ci univa, ci faceva sentire dentro, interni alla solidarietà di un tempo, quella che oggi l’individualismo sfrenato ha cancellato. Qualcosa di bello e indescrivibile, questa fiaccolata. Peccato per quanti non erano presenti. Una camminata lungo via Garibaldi. Fino all’apoteosi, con Landini.

Ha ragione Landini. Un voto per non votare mai piu’. Ma come fanno a non rendersi conto gli altri sindacati? Un voto per tornare indietro, di cento anni. Alla faccia di chi sostiene che difendere le conquiste è “vecchio”. Ha ragione Landini: perchè la Merkel ha detto no al piano Marchionne? Perchè Marchionne “non scopre le sue carte”? Perchè questo Governo non ha preso posizione? Perchè non si pensa ad un’industria dell’auto, altra? Perchè la testa pensante rimane negli Usa e qui, a Mirafiori, la “manovalanza”? Chi li compera questi Suv? Dove andranno a finire questi Suv? Un’ultima cosa, a chi propone la firma, tecnica. Chi si recherà alle consultazioni si accollerà una responsabilità anche per gli altri, anche per chi non è metalmeccanico, anche per chi lavora nel pubblico impiego, per esempio e continua a dire: “lasciate che succeda, non è colpa mia”,oppure, “tanto non mi interessa”.
“Si, anche noi vogliamo la firma tecnica, sul blocchetto degli assegni di Marchionne”.

Landini, non ti lasceremo mai solo. Come la Fiom. Con la Fiom nel cuore.

Un saluto a Simone, Barbara, Massimo, amiche e amici incontrati in tantissime altre occasioni, nei viaggi e in altre mille occasioni. Quando le radici chiamano.

“Nessun dorma”.

Indisponibili

A Torino è cominciato l’autunno. Caldo? Non si sa. Minuscole goccioline, di tanto in tanto, ci bagnavano. Torino, una città con circa 76 mila studenti e con 12.400 borse di studio erogate nell’anno accademico (con un importo da 2mila a 4.500 euro l’anno: borse ora a rischio?). In Piazza Arbarello, luogo storico per le partenze delle manifestazioni studentesche, sono già in tantissime e tantissimi per la manifestazione indetta dalla Rete degli Studenti, per dire no. Studenti e lavoratori della scuola, insieme, per dire no “alle politiche della scuola del governo”. Un’ora di sciopero, invece, promosso dalla Flc-Cgil e un’intera giornata promossa da Unicobas. Chiedo a Igor Piotto, Segretario Provinciale Flc di Torino, perchè un’ora soltanto. “Abbiamo programmato pacchetti di sciopero da un’ora cadenzati ogni 15-20 giorni, per tenere alta alta la mobilitazione. Nelle precedenti assemblee non vi è stata un’ attenzione alta per uno sciopero da indire per un’intera giornata,e questo sicuramente spiegabile con la crisi economica e la conseguente perdita di salario che dallo sciopero deriverebbe. Penso che con oggi si sia aperta una possibilità. Esiste un movimento in piazza e noi ragioneremo su questo. Se cambia il contesto nelle assemblee, noi siamo pronti. Il problema, ripeto, è di capire se vi è un movimento. E cosa ci chiedono i lavoratori nelle assemblee”. E la crisi economica, in città, picchia duro. Un mercato del lavoro che ondeggia sulla e nella crisi: diminuiscono gli avviamenti, aumentano i contratti precari, diminuiscono anche le famiglie che ricorrono “alla badante”. E nella crisi chiedo al professor di sociologia del lavoro, Luciano Gallino, se, negli ultimi mesi, qualcosa è cambiato, magari con un approccio diverso. Magari ipotizzando una riappropriazione del nostro futuro. “Rispetto ad un po’ di mesi fa, esiste un sintomo in piu’ che consiste nella partecipazione. Le varie facce della crisi spingono le diverse parti e componenti di lavoratori e studenti a trovare un accordo. Alla fine degli anni ‘70 l’ideologia legava il movimento; vi era una sorta di rappresentazione della necessità di cambiare, di “sbloccare la società”, come sostenevano i tedeschi. La crisi in atto è davvero forte; potrebbe avere sviluppi, imprevisti, sia a destra, sia a sinistra. Ricordiamoci della crisi degli anni ‘30. In ogni caso, ripeto, rispetto ad alcuni mesi fa, vi è piu’ partecipazione”. Personalmente ho optato per lo sciopero di sei ore. Pensando ad Ilaria studentessa di scienze politiche, specialistica, a Torino, che vorrebbe “vivessimo in un mondo migliore”. Con il sogno di un futuro, ma sembra che ci stiano lentamente togliendo perfino la capacità di sognare; ad Alberto, studente lavoratore di Scienze Politiche, lavoratore presso un grande centro commerciale, (“tasse universitarie elevate”)che non saprà se e quali corsi seguire, ai fratelli gemelli, Simone e Mattia Ciabattoni, bravi, meritevoli, ma forse, senza borsa di studio? Pensando a chi mi chiede di scrivere per denunciare con la penna, o la tastiera,una ingiustizia, perchè scritti nel nome della Pace.

Si fa un gran parlare di banchi sponsorizzati da privati e pubblicità che entra nelle scuole. Ma di loro, cioè delle persone che ho visto durante la manifestazione e ricordato ora? Del loro futuro? Oggi, e sempre, con voi, domani, con la Fiom, con Barbara e gli amici della Skf. Poi, voi con noi, perchè in ogni scuola, potrebbe nascondersi una Pomigliano.

Movimentiamoci”, con lo spirito di Genova.

Farewell

Da tanto, troppo tempo, in molti chiedevano: “come mai non scrivi”? Già…come mai? eppure molti e tanti erano gli argomenti….ma del perchè, non diro’.

Piuttosto, pensando al “digiuno dei precari”….penso al mio “farewell”…

Il mio farewell. Ad Ivrea.

A Torino, sabato scorso, c’era il sole.” Il sole bacia i belli”, si sente dire. Nell’ambito dell’assegnazione nomine, per un posto Ata, non eravamo belli. E il “partito dell’amore” esprimeva odio, “ tagliando”. Le forbici del “duo” Tremonti-Gelmini, binomio espressione dell’amorevole “Presidente Silvio Berlusconi”, forse poco,  di li a poco, avrebbero effettuato “un taglio” su molte delle circa trecento “teste” in attesa del conferimento di una nomina. Trentasei ore settimanali, 950 euro il compenso. Senza conoscerne la meta, perchè la meta la decide la sorte, in luogo nostro, in base a chi è piazzato meglio, prima di noi, in graduatoria. I posti rimasti, sabato, erano davvero pochi, “grazie” si fa per dire a tagli e vincoli. Per pochi. Per altri, non esistono vincoli. Le scuole rimaste, da coprire mediante incarico, erano davvero poche. A Torino esiste ormai da anni una fascia, la prima, che fino all’anno scorso, garantiva a chi era inserito una nomina annuale; la si esauriva e si cominciavano così le chiamate anche per la seconda fascia, un serbatoio . Ma giusto. Quest’anno, la prima fascia, terminava al numero 2200. I posti da collocare si attribuivano, nell’ultima chiamata di sabato, fino alla posizione 1820, circa. Si deduce che molti di prima fascia non hanno ottenuto la nomina. Ho visto la disperazione sul volto di molti. Ho visto lacrime che quel sole, che illumina e scalda visi belli e brutti, spesso non riesce ad asciugarle e si dimentica inoltre di illuminare qualche migliaio di disperati. Eravamo in trecento circa. Sono uno dei fortunati nella sfortuna. Possiedo due lauree, perchè “la formazione non è mai sufficiente”, e “garantisce opportunità”: sono inserito in classi di concorso dove la mia “posizione è lontanissima”, difficilmente “nominato come insegnante” per cui devo ripiegare a “raschiare” il barile nel profilo Ata, presumibilmente, ultimo anno, applicando la teoria dei tagli di “un terzo, un terzo, un terzo”. Per cui, con l’ultimo terzo dei tagli dell’anno prossimo, presumibilmente il sole non accarezzerà piu’ il mio viso. La voglia di partire, di lasciare l’Italia, è forte. Un’Italia in cui si fa appello, ora, al senso di responsabilità. Già, ma prima? Dove erano coloro che inneggiano al senso di responsabilità e fanno carta straccia delle sentenze?Dove erano coloro che percepiscono 435 volte la somma di un operaio? Dove erano quando si arricchivano con le speculazioni e noi, a sporcarci di olio, di grasso, di sudore, con contratti a termine, interinali, ci impoverivamo mentre lor signori si arricchivano? Abbiamo sentito tutte le narrazioni del “padrone” che spesso andava a braccetto col governo: mancato recupero dell’inflazione; delocalizzazioni; fine del contratto a tempo indeterminato; investimenti in cambio di diritti, e bearsi di un grandioso investimento quando quasi la stessa somma viene percepita in un altro Stato Europeo ma non soggetto a vincoli e quindi libero di “aiutare le imprese”? Ho intasca la nomina, che per un anno mi garantisce un lavoro, retribuito con 950 euro, alle volte. Già, perchè non sempre è così. Residente in un piccolo paesino,a Sud di Torino , ho viaggiato sei giorni su sette verso nord, di Torino (Ivrea), con spese di viaggio che rasentavano i 100 euro mensili. Dove, essendo precario, ultimo arrivato, ho svolto ferie nel periodo non da me indicato, e che a causa lavori su un ponte ferroviario, tra Torino e Ivrea, le ore passate in treno-bus, al giorno, sono diventate sei (tra andata e ritorno) e questo in un Paese dove si plaude all’alta velocità. Chi guadagna quelle cifre, da precario, come coloro che sono in mobilità o in cassa integrazione o disoccupati, non sondo “degni” di attenzione da parte del “partito dell’amore”. Un partito dell’amore che con zero amorevolezza parla di lavoratori. A quella cifra, da 950 euro circa, (da decurtare, il costo dell’abbonamento) vi sono altri svantaggi fisici e morali  e si aggiunga  anche che nella scuola, non esistono i buoni pasto, per cui…… Ho aderito a tutti gli scioperi, Cgil, Cobas, e mi domando se agli altri sindacati piaccia tanto dormire ed essere cullati tra le braccia di un padrone e di un Governo così ottuso che continua a ripetere che “tagli non ve ne saranno”. E mi domando se molti colleghi pensino solo ed esclusivamente al presente e mai al futuro, non mio, ma dei loro nipoti. Chissà cosa ho visto, se così non è, allora; chissà per cosa digiuneranno i precari; semplice, fra un po’ saranno disponibili i dati degli iscritti all’ufficio di collocamento, per lo stato di disoccupazione. Vedremo chi ha ragione. Domani, sarà l’ultimo giorno: treno, bus, sei ore di lavoro. Consegna idel badge, delle chiavi. Saluti di circostanza ad alcuni e un grazie ad altri per il loro senso di umanità, (patrimonio personale), a coloro che mi hanno accolto, ascoltato, indirizzato, consigliato. A Vito, Marina, Rina che si sono fatti carico-di tanto, di me, delle difficoltà. Con i loro caffè sempre pronti; con il loro continuo ascoltare i temi dominanti della precarietà. Ai ragazzi diversamente abili, che poi tanto diversamente non sono, dato che abbiamo solo da imparare. Alle loro insegnanti di sostegno, precarie, in giro, forse per l’Italia. O forse no, dato che la forbice ha accarezzato anche loro. Sicuro che ci terremo sempre vivi nei nostri cuori. Ritorno: bus, treno.

Domani, è un altro giorno. Oggi, il farewell. Ad Ivrea. Domani, chissà, forse a questo Paese, una volta Bel. O forse lo era solo per pochi.

Rai, Berlusconi e Minzolini indagati per concussione

Così Berlusconi ordinò; “chiudete Annozero”: parte da qui, dal titolo de Il Fatto , l’ennesima vicenda giudiziaria riguardante il premier, da ieri indagato dalla Procura di Trani con l’accusa di concussione, insieme al direttore del Tg1 Augusto Minzolini e al membro dell’AgCom Giancarlo Innocenzi. Secondo quanto riportato dal quotidiano i pm, nell’ambito di un’inchiesta parallela, sarebbero incappati in delle intercettazioni telefoniche fra Berlusconi e Innocenzi, con il primo che si sarebbe lamentato con il secondo di molte trasmissioni del servizio pubblico, da Anno Zero di Santoro (vedi: caso Spatuzza) a Ballarò , a Parla con me di Serena Dandini per l’ospitata del direttore di Repubblica Ezio Mauro. Critiche che si sarebbero trasformate in vere e proprie richieste di chiudere tali trasmissioni. Il premier avrebbe trovato sia in Innocenzi (che avrebbe riferito le volontà del capo al dg Rai Masi) sia nel «direttorissimo» Minzolini, due alleati molto più che bendisposti. Adesso l’opposizione chiede le dimissioni del direttore del Tg1 e il ripristino dei talk show politici vista la sentenza del Tar del Lazio che ha bocciato il regolamento che li ha vietati finora. servizi a pagina 4 e 5 13/03/2010

Fonte Liberazione.it