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Buongiorno mare

20140806_08470220140806_09313820140806_09341420140806_084411Buongiorno spicchio di Salento tra Lido Belvedere e Bacino Grande. Camminatori instancabili “stirano” questa coperta morbida e davvero super vellutata dai colori chiari, come questo mare, a tratti azzurro, a tratti verde.  Un lieve venticello aleggia su questi pezzi di tenda che si chiamano ombrelloni. Piedi a mollo e raccoglitori di conchiglie di tanto in tanto si soffermano a prelevarne alcune. Uno sfratto esecutivo per quei poveri animaletti che trovano ricovero durante l’escursione termica. Una conchiglia buona per posarci l’orecchio nelle giornate invernali e sentirne il mare quando cala la nostalgia. Un cagnolino va e viene, o meglio, entra ed esce dall’acqua. La schiuma biancastra non fa che aggiungergli un colore alla sua gia’ presente pezzatura. Un gruppo di cinque ragazzi, ha appena davvero levato le tende e si dirigono dall’altra parte dell’insenatura. Il  corredo è davvero tenuto stretto, tra le loro mani.  Il  sole ora sta facendo la sua comparsa a “tutto tondo“. Operatori ecologici,  il loro ingresso, cercando di ripulire quanto piu’ possibile. Curioso notare alcuni intenti nella loro corsa mattutina affondare le scarpe sul bagnasciuga Il mare lentamente avanza di alcuni centimetri fino a lambire i piedi. Scrive e disegna. Noi, interpretiamo. A nostro uso e consumo. Fantasia permettendo. Un profumo a me famigliare chiama, anzi, richiama. E’ l’ora del pasticciotto20140806_090618 e del quotidiano.

Good morning. Per il pasticciotto, questa mattina opto per la variante crema pasticcera e nutella insieme ad un “espressino”, caffè Quarta, schiuma di latte  con una sventagliata di cacao finale. Zucchero  e una bustina di miele tra le mani. A pochi km da qui, a Porto Cesareo. In piazza non vi e’ che l’imbarazzo della scelta del bar. I simboli, la Torre e la sirena, sono proprio qua davanti. E’ una catena di Torre e Torrette che non ti abbandona mai, nonostante il tempo faccia la sua parte. Scelgo un bar, ma non a caso. Ricordo che alcuni anni fa vi entrai e in sottofondo vi era una canzone dei Negramaro. Qualcuno disse che di tanto in tanto Sangiorgi, un caffe’, li, lo, gustava. Non so se era leggenda metropolitana o meno ma personalmente, quel bar, in quel momento, era San Siro. L’ inverno capita che, ascoltando per caso i Negramaro,  abbini questo bar e Porto Cesareo a qualche canzone del complesso salentino.   Un’insegna indica il caffè Quarta. Allora, andiamo sul sicuro. Occorre qualcosa di veramente forte per “Un amore cosi grande, 2014”.  Le signorine M.e P. sono gentili: indicano e spiegano le tipologie dei pasticciotti.  Per la cronaca il pasticciotto qui costa un euro e venti. Il, cappuccino, ben fatto, un euro. Il bar gelateria e’ situato proprio fronte mare e torre. 20140806_085920Il suo nome e’ Alexander.20140806_085821 Il luogo dove viene servita colazione e’ rigorosamente in bianco.  Il bianco, quest’anno, è davvero  di moda.20140806_092059Un tavolino e 4 sedie contraddistinte da un porta tovaglioli numerato. Al fondo un televisore, probabilmente per la sera. Immagino quanto sia difficile trovare un posto, qui, la sera, al pari i quanto lo e’ digitare su questo tablet.Decido, dopo aver dato uno sgardo al porticciolo, alle case del paese, le pescherie, di dare una occhiata al lavoro e ai lavoratori della pesca. L’arrivo delle barche, dopo una notte li lavoro. Quanto pesce nella rete? Cosa chi e quanto, nella rete? Operai digitalizzati. Vita e vite da pescatori. Un giro davanti la spiaggetta del paese. E’ rimasta tale e quale alla spiaggetta di Porto Cesareo che si vede in alcune cartoline datate. Per fortuna. Per molti affiorano ricordi.20140806_09311720140806_09295120140806_07354120140806_08025520140806_08464920140806_08451520140806_08443120140806_084411

Mare: “un amore così grande, 2014”

Torre Lapillo, 2 agosto 2014. Foto, Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014, foto Romano BorrelliTorre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Tra una visita e l’altra al barocco leccese una passeggiata e buone letture sulla spiaggia, al tramonto e all’alba. Tra le pieghe dei libri, pagina dopo pagina,  immaginare di vivere tante vite. Altre vite, quando la propria pare non essere sufficiente. O all’altezza. E la si vorrebbe migliore, diversa. Con alcuni tratti da cancellare e rifare.  Il sole, all’alba o al tramonto, ci vendemmia. Chiudiamo gli occhi davanti  un’infinita bellezza, senza orizzonti.  Vediamo nuotare in un lago (originariamente, ma qui e’ mare) infinite promesse. Le promesse mancate. Promesse mancanti in questo zaino che ci accompagna sotto cieli diversi.  Mare e cielo che ci sfilano un sorriso. Mare, cielo e sole. Mi piace questa ipotetica figura. Colgo l’attimo esatto in cui un pallone calciato dalla riva giunge quasi sotto la sfera del sole, così ben rappresentato. Così come è stupendo osservare le sfumature dei colori quando il sole si nasconde dietro una pianta di quel che è rimasto di una vecchia duna. Quante, quanti e che belle sfumature in un gioco di nuvole in cielo di questa parte di Salento. Mi siedo sulla sabbia che sembra appena ripulita, una esibizione di bellezze di costruzioni che solo i bambini riescono a comporre. Il ripasso del “taccuino” (ovviamente, quello di Simone Weil) con appunti a matita. Osservazioni, analisi. Dall’attenzione all’osservazione. Bimbi, braccioli alle braccia che giocano senza mai conoscere il senso della stanchezza sotto occhi vigili delle mamme e dei papà, rigorosamente in canottiera.   Osservare i loro giochi  mentre si improvvisano, sabbia tra le mani, architetti del futuro: castelli, case per tutti, senza dimenticare nessuno, con una chiara idea del diritto alla casa  e pesci, moltiplicati in continuazione, insieme al pane, per sfamare tutti coloro che versano in condizione di povertà (disegni che paiono passi del Vangelo). Bambini, costruttori di relazioni sociali e pontieri fra culture differenti. E pensi ad Otranto, Santa Maria di Leuca. Bambini, scrivevo.  E forse, un giorno, pescatori. E mentre giocano a costruire ponti ripassano geografia e divengono ambasciatori di pace e ottimi politici. Bambini, portatori di speranza, di pace, di futuro migliore: “Davanti la Calabria, poco a Nord, Taranto A Sud, l’Africa… e intrecciano discorsi sul lavoro, che manca,  come è quel poco che ancora non è stato colpito come altre cose che terminano in “zione” (delocalizzazione, finanziarizzazione…) sul sindacato, su questioni ambientali, sul cibo, che basterebbe per tanti eppure …,migrazioni, richiedenti asilo, per loro. Per loro, i grandi, per loro, i piccoli. Asili che mancano…Idee in abbondanza. E’bello vederli correre, secchielli alla mano, mentre provano e riprovano a “svuotare” il mare e riempire una buca che assorbe continuamente ogni goccia d’acqua. Costruire e distruggere. Paiono Cartesio. “Se si vuole costruire qualcosa bisogna distruggere le certezze”.Corrono, eccome se corrono.  I miei disegni, le mie scritte, non resistono. Ci pensa il mare. L’ acqua e’ azzurra, chiara, cristallina, pulita. Ma non da bere, anche se dal lido Belvedere, Battisti e anni ’70-’80 vanno che è un piacere.  Qualche barchetta, i pedalo’, a 12 euro l’ora, o una canoa . 7 euro ad un posto, 12 euro per due. Qui tutto qui e’ tranquillo, anche dalle parti di “bassa marea”. Quella alta, che faceva riferimento alle migliorate condizioni economiche che faceva salire tutte le barche, frase celebre del Presidente F. Kennedy, e’ parecchio lontana, ferma al 1947. I bambini continuano i loro giochi. Li osservo pensando se staranno, tra qualche anno, peggio o meglio dei loro genitori. Per ora , meglio lasciarli concentrare sui loro giochi e costruire sogni e speranze.

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (3)Torre Lapillo, Lecce. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli (2) Un po’ di dolcezza, con un pasticciottoTorre Lapillo, Lecce. Il pasticciotto di primo mattino. Foto, Romano Borrelli da far surfare su questa tavola azzurra,  spicchio di mare che non è solo un nome di Lido, ma che lo è di fatto: “Belvedere”, e quando il sole comincia a farsi alto, e vendemmiarci troppo, un salto nell’entroterra, tra gli ulivi,Salento. Una panchina tra gli ulivi, per una buona lettura. Foto, Romano Borrelli a ricavarsi una panchina, per una buona continuazione di lettura.Salento. Estate 2014. Foto, Romano Borrelli

 

Torre Lapillo. 2 agosto 2014. Foto, Borrelli Romano

Ritornare in treno a Ravenna

 

Torino Porta Susa. foto, Romano Borrelli

 

 

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Riprendere il viaggio…fiondarsi nella stazione vetro-acciaio di Torino Porta Susa; incontrare lungo il cammino che separa casa dalla stazione solo poche anime. Anime “vagabonde”, in giro per la nostra città, al mattino presto, quando la metropoli dorme ancora e l’estate non vuole ancora bussare alle porte torinesi. Direzione stazione, per poter salire su di  uno dei primi treni mattutini e dirigersi verso Sud. Al mare. Pensare di potersi dedicare a buone letture e sorbirsi invece gli influssi e gli effetti della nuova tecnologia e cellulari ultimo grido con  cartoni animati incorporati per distrarre i bebè al seguito. Scoprire  così che in un’epoca in cui il lavoro scarseggia  per molti il treno diviene  un’appendice dell’ufficio, trasformando il ripiano posto davanti al sedile in una scrivania tipo Presidente del Consiglio (evidenziatori, penne e blocchi in ogni dove, con tablet e cellulari ultima generazione) e parlare ore e ore di finanza, condomini, polizze assicurative incuranti se tutto questo parlare ad alta voce con persone dall’altro capo del telefono possa dare o meno fastidio al vicino. Una voce di Trenitalia chiede gentilmente di abbassare la suoneria del cellulare ma in realtà, a mio modo di vedere, dovrebbe invitare molti  viaggiatori a frequentare corsi di buona educazione, di bon ton. E un mio suggerimento potrebbe essere quello di suddividere questo eccesso di lavoro con chi ancora non lo ha.  Un nonno anziano fa la spola, dal sud al nord per accompagnare i nipoti al mare.  Da anni in pensione conosce a memoria gallerie, scambi, stazioni, fermate, coincidenze. Vedo passare velocemente Reggio Emilia,  Bologna tante cittadine a me amiche. Faenza, Imola, Rimini, Cattolica, abbinando a quest’ultima  un ritardo di fine estate con continuazione del viaggio in macchina, lungo l’autostrada per uno di quei viaggi che non si dimenticano, direzione Sud, verso Ascoli. E poi ancora  Pesaro! Rimini, Ancona, la sala d’aspetto, prima, dopo, durante, persone silenziose e meno, manovratori, uomini di fatica e guastatori. Lettere scritte, consegnate e consegnate al volo su di un treno in partenza. Un giro del mare per arrivare  a Ravenna. Il pensionato ferroviere comincia il suo  racconto di una Italia che fu coinvolgendo quante più persone: di quando c’era il vagone postale  incorporato  nel treno e dentro si lavorava (conoscendo esattamente la composizione di ogni treno, classi, cuccette, vagone lette, postale) eccome se si lavora. Delle “balille”  ( brutto nome, ma le chiama così, contenitori in ferro) in attesa alle stazioni, lungo le banchine, suddivise in posta in arrivo e posta in partenza. Il suo racconto ci ricorda che il ferroviere, quello posto nel vagone “buttava” giù  i sacchi e un altro ferroviere, sotto, lungo la banchina, “tirava” su, e poi, su, quando il treno ripartiva, si smistava.  Una catena di montaggio. Solo che a muoversi era il treno. E il pensiero correva a tutti quei pacchi, e non tanto al contenuto, che non si saprà mai, quanto elle emozioni che potevano contenere tutti quei contenitori che emanavano profumi, di montagna e di mare, di pizza e di torta, e di mille altre cose. Le attese, le speranze, l’arrivo. E poi scartarlo. Il pacco.   Chiedere al telefono se era arrivato o meno, se si faceva in tempo a prenderlo o no, prima che la posta chiudesse. E le emozioni all’atto dell’apertura di quell’oggetto che avrebbe sostituito così una relazione non a distanza. Tutto questo fino a quando non arrivo’ il pacco celere a rovinare tutto quel piccolo mondo antico…insieme ai cellulari, ovviamente. “Ci sarebbe da distruggerli sotto i piedi”. E difatti, qualcuno lo fa, o lo ha fatto. Racconta, racconta, racconta…..quanta gente ha visto viaggiare e attendere l’alba per il primo treno.  E’ un “Pozzo orario” vivente questo signore.  E’ coinvolgente, e con lui si riesce ad essere pazienti. Tutti. Racconta di quando il personale era in abbondanza e “i ferrovieri erano ferrovieri” , quando formavano una classe, fino a quando…Il mercato non impose i suoi tagli e un modo nuovo di viaggiare. “Ma chi è il mercato, domanda?” Pero’ conosce il periodo delle lenzuola d’oro e degli scandali.  Poi passa una signorina, giovane, carina, capelli ricci e rossiccia, efelidi sul viso, a controllare i biglietti, pinzarli e augurare buon viaggio a tutti. Lui le mostra la sua tessera da ex ferroviere e quindi, viaggio gratuito ma meritato. E’ raggiante. Si dichiara suo collega, nonostante abbia 80 anni. Le ricorda di come si era assunti una volta, mentre ora le signorine  sembrano tutte assunte,  appena terminato il concorso Miss Italia, direttamente da Salsomaggiore.  “Sa, signorina, lei è proprio bella, come le sue colleghe”, le dice.  Attira simpatia e pazienza e, pazienza se ripete le stesse cose. Non fa nulla. Addirittura riesce a strappare un applauso. Per aver fatto un pezzo. In questo Paese. Un pezzo importante sui binari della vita. Al riparo da massicciate. Il suo racconto per un po’ di tempo mi aveva indotto a dimenticare per quale motivo stessi tornando a Ravenna…C’era una cassettiera e una scultura che….Foto Romano Borrelli (2)

Foto Romano BorrelliRavenna. Foto, Romano Borrelli (2)Ravenna. Foto, Romano BorrelliRavenna. Foto, Romano Borrelli (3)Ravenna. Strele di  defunto Caio Cassio Seneca, in vita centurione già congedato. Foto, Romano BorrelliRavenna. Foto, Romano Borrelli (2)Ravenna, biglietti. Foto, Romano Borrelli

Senigallia…a “lume di candela…”

Senigallia. 19 luglio 2014. Foto, Romano Borrelli

Senigallia. Sabato 19 luglio 2014. Foto, Romano BorrelliIl mare è calmo, la spiaggia è bella, anzi, “vellutata”,  l’accoglienza idem. Senigallia a…lume di candela, ci puo’ stare. Per un paio di volte…perdoniamo tutto, dopo “le ferite”. In fondo, vedere un “mare” di cellulari accesi nello stesso istante per “farsi strada“, o per farsi mare,  utilizzati come fossero torce, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Centinaia o migliaia di cellulari, mani alzate e danze lente imposte dall’occasione. Zero panico, per la cronaca. Solo spettacolo. E nonostante questo variegato mondo danzante, appendice umana, quasi una terza mano, nella danza di luci pare in fondo che  qualcosa manchi sempre.  Per quanto ci si sforzi di riempire i “buchi” qualcosa manca.Senigallia. 19 luglio 2014. Foto, Romano Borrelli (2)E siamo continuamente alla ricerca di Luce nella luce. Ad ogni modo, questo agitarsi di cellulari  non era uno spot, ma una esigenza…”Le Marche non abbandonano mai“.  Anche in questo momento mentre scrivo, un altro black out. “Ma che succede stasera co sta luce?” in una cadenza marchigiana. Un altro dice: “e mo che fago?”. Non aveva il cellulare e aveva già perso di suo…anche la comunicazione sincopata…(ORE 23 10).

Senigallia. Una cittadina che meritava e merita la visita. Un imperativo categorico esserci, dopo il fango e le tante lacrime versate. Bisognava esserci, testimoniare anche a distanza che un altro mondo e ‘possibile, che lentamente si puo’ ricostruire. Un atto di stima e di fiducia. Per una delle più belle spiagge italiane. Di velluto. Un segno piccolo, il mio, ma importante. Esserci. Per una stetta di mano, a chi ha patito l’alluvione e fatica, in silenzio, con compostezza. In questa cittadina, dove i nomi degli alberghi rimandano  a cose e luoghi particolari e nazioni oltre confine. Un saluto, una stretta di mano a chi, in fondo, si è trovato a vivere una calamità come l’alluvione di maggio. Alluvioni capitati anche nella nostra città, Torino. Nel 1994 e nel 2000. Acqua alta, tutto da rifare. Nel racconto di chi l’ha vissuto qualcosa di simile in chi lo ricorda nella nostra città. Solidali con la nostra città, con il nostro Borgo, dove la Dora esondo’ generando disastri. E allora, se si puo’, nonostante la crisi che morde, un passaggio lo merita. Insieme ad una stretta di mano al sig. Rocco e famiglia. Spiaggia e mare meritano davvero. E l’accoglienza proverbiale. Una cittadina, che, come detto altre volte su questo blog, un biglietto lo merita davvero.DSC01254

Poco prima che andasse via la luce, anzi, La luce, osservavo  qualche libro depositato qua durante la giornata piuttosto afosa. Proprio là, su quei  lettini che di li a poco sarebbero serviti a tanti, per riposare le stanche membra, fino al sorgere del sole. Quel “deposito” di pagine scritte mi induceva a pensare come possono essere considerate  le letture estive;  forse migliori, più spensierate, meno esigenti rispetto a quelle invernali, che obbligano a tornare indietro, riflettere, ripensare su di un passo appena letto e magari non colto. L’inverno esprime una esigenza. Siamo intolleranti. Permalosi. Puntigliosi. D’estate le pagine del libro si bagnano e  dalla carta, al tatto con le dita, si sprigionano odori particolari, misti al dolce di crema solare. Sono odori pregnanti. Ecco, nella brutta stagione, sarebbe davvero un guaio, avere un libro bagnato. Guai se qualche goccia d’acqua, fiocco di neve, o altro si lascia cadere sulle pagine del libro. Lo proteggiamo fino alla fine. Lo foderiamo e cerchiamo di preservarne la sua dignità. Guai a chi lo tocca. D’inverno è più probabile che i neuroni specchio si facciano sentire maggiormente. Puo’ essere che le gocce arrivino a contatto con la carta. Ma di quali gocce stiamo parlando? Forse la solitudine e il mare reso deserto, le folate di vento che ti aggrediscono e senti sul viso quell’umor acqueo che ti spieghi con gocce marine, ma in realtà sai benissimo che è la commozione, l’empatia, per una storia che diventa grande, che si intreccia e si dipana in una d’inizio, a metà, e il finale. E forse il finale e’ quello che si capisce meglio d’inverno, quello che risveglia i neuroni specchio. Addentri, aderisci al personaggio perfettamente. Una storia d’amore che si deposita in un clima d’angoscia e d’attesa. D’estate invece le pagine corrono via velocemente. Forse partecipiamo meno alle vicende, alla storia. Si ha forse voglia di concludere in fretta il libro. D’inverno si ha come l’impressione che emergano tutti insieme gli stati femminili presenti e che emergono  nei personaggi raccontati…solarità, mistero, fragilità. Almeno cosi’ mi pare, cosi’ sembra. E mentre cosi sembra si prova a mettere insieme libro e vita , cose lasciate indietro  e che continuano a stare  a vivere “accanto a noi”. Cose che camminano su strade parallele alla nostra, appena qualche metro piu’ indietro. Questo credo per causa di quello che tra me e me da anni chiamo il 49%” (Maria Perosino, “Le scelte che non hai fatto“). Cosa resta di quel 49% rimasto in panchina? Cosa resta di una scritta sulla sabbia mesi prima, di una citta’ che no si vedeva da tempo e che abbiamo lasciato, magari a malincuore, mentre una porta dopo l’ altra si chiudevano, a partire da quella di un bar, di una sala d’ attesa, di un treno e  che inizia il suo lento veloce movimento nel viaggio del ritorno? Resta in panchina…. quel 49%, avvolto da una eterna giovinezza. Lo si incontra,  spesso, magari nella malinconia, solitudine, nel rispolverare un album di foto, qualche scontrino, un foglio scritto sul bancone di un treno, o un biglietto dello stesso. Si incontra, come si incontra una persona speciale. Basta poco e la ritroviamo davanti. Pensieri…a cavallo tra l’inverno e l’estate. Pensieri in viaggio tra disegni, di vita e mosaici.. Il bicchierino di caffè, stretto tra le mani, recita, “un sorriso lungo un viaggio”. Un viaggio nel viaggio. Estate. Luce nella luce.Foto, Romano Borrelli.

Foto, Romano Borrelli (2)

Foto, Romano Borrelli (3)

Il concerto dal balconcino

Torino 22 giugno 2014. Ore 17. Via dei Mercanti. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliTorino, domenica 22 giugno ore 17.

Torino 22 giugno 2014. Via dei Mercanti 3. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano Borrelli (2)
Concerto dal balconcino

Via dei Mercanti 3. Ci si arriva dopo aver percorso a piedi per un lungo tratto via Garibaldi, (da Piazza Statuto), oppure, lasciandosi alle spalle Piazza Castello, ci si arriva dopo pochi minuti, svoltando a sinistra.

Al numero 3, da numerose domeniche, almeno dall’inverno passato,  sempre alla stessa ora, (le 17) si puo’ assistere dal cortile di una casa di ringhiera ad un bellissimo concertino. Tanta semplicità, tanta famigliarità, ospitalità e professionalità. Sul balconcino qualcosa che affonda le radici in un passato di molti. Una paglietta, da calare in testa, nelle giornate assolate, soprattutto quelle estive e del sud (ah, quanti ricordi nei  nonni che calavano una paglietta simile sul loro capo) e un vessillo di “lotta”: no-tav. Affollatissimo il cortile, ieri, così come accaduto sabato, sempre alla stessa ora. Un cortile, anche questo, che trasuda di storia. Chissà perché immaginavo la Torino operaia, con turnisti che rientravano da questa casa come da molte altre simili a questa, e altri che uscivano, pronti per il loro lavoro. Profumi e odori ei tempi andati e saperi e sapori conservati in una societa’ che ci prova a resistere nonostante la crisi che morde ognuno di noi. Pensavo a questa offerta culturale messa a disposizione per tutti. Un concetto di cultura democratico. Il cortile. La corte. Un tempo si cantava sempre, nel cortile, per alleviare le fatiche. Offerta culturale, pensavo, in un periodo dove davvero l’ intrattenimento lo paghi e prifumatamente. Qui lo trovi, ricercato, raffinato. Andiamo, un’ arpa, un pianoforte, un violino e delle voci cosi. Verrebbe voglia di abbracciarli “in comune”. Gia’, sarebbe logico che il comune cominciasse a riconoscere questa iniziativa. Concertino e cantanti, dicevo. Con l’ausilio di un pianoforte.  Artisti accompagnati da strumenti quali chitarra, violino, arpa, pianoforte sabato. Impressionante quanta gente in questo fine settimana sia passata da questo cortile per godersi della buona musica e spettacoli vari. Lungo via Garibaldi si potevano incontrare molti turisti,  armati di cartina geografica intenti a ricercare il famoso balconcino di via dei Mercanti 3, già presentato nel mese di gennaio sul quotidiano torinese, La Stampa.Torino 22 giugno 2014. Via dei Mercanti.  Romano Borrelli E davvero  vale la pena andarci e continuare ad andare.  Sottoscrivo. Descrivere, scrivere, non riuscirà a rendere giustizia di quanta bellezza possa uscire da quel balconcino. Neppure  due gocce sono riuscite a spaventare quanti erano in ascolto di poesie e buona musica. E quanta delicatezza da parte della suonatrice d’arpa nel rivestire il suo strumento, dopo aver terminato la sua prova, proprio per evitarle un eventuale  guasto alle…”corde”. Bravissimi tutti, davvero. Anche a chi ha diretto la parte dedicata alla poesia. Forse un omaggio alle Langhe è stata la lettura della poesia dedicata alle…”colline“, strappando risate anche oltre il cortile. E ancora poesia. Romantica. Domenica 22 giugno 2014. Ore 17. via dei Mercanti. Concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliCosa non si farebbe per trattenere un amore al momento “evaporato”?E all’uscita, la domanda fra tantissimi gruppi giunti in via dei Mercanti era la solita: “allora, ti è piaciuto il concertino dal balconcino?”. Una domanda che lasciava intravedere come i residenti torinesi si erano trascinati al concertino amici e parenti provenienti da fuori. Un po’ come andare a vedere il Museo Egizio o la Mole Antonelliana quando qualche caro giunge a trovarci. Tanto è lodevole  e interessante questo appuntamento ormai divenuto fisso. Una iniziativa che davvero ha preso “piede” nella nostra città. Bravi, bravissimi, bis. Che ormai è domenicale.

Non mi intendo molto di tempi o cose più tecniche  ma ritengo che il concerto sia davvero uno spettacolo nello spettacolo.

Allo spettacolo era presente anche Ida Curti.

Notti di note

Foto Romano Borrelli. In centro, per TorinoTorino 22 giugno 2014. Ore 17. Via dei Mercanti. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliSui balconi della nostra città non solo bandiere.  Non solo tv accese sintonizzate sul Mondiale di Calcio e sedia o poltrona divenuta panchina, la piu’ lunga del mondo dove siedono contemporaneamente 60 milioni di allenatori. Qui, infatti, impazza lo slogan “siamo tutti Ct”. Divertente vedere gruppi fuori dai bar gesticolare e parlare di ali, terzini e altro ancora. A volte sembra che da quel gesticolare possa materializzarsi da un momento all’altro Cerci o Ciro Immobile. Mondiali infiniti. Cesare Prandelli che in 48 ore diventerà il più grande disegnatore del mondo. Un sarto in ritiro che “cambierà” la nazionale. Dai balconi e dalle strade torinesi anche altro. Musica, immagini sacre, piante. Basta aprire gli occhi e le orecchie. Per quanto riguarda la prima, duecento concerti in tre giorni con un palco che si chiama “selciato” o vie della nostra città. Domicilio di tanta musica: il Quadrilatero Romano. Torino 22 giugno 2014. Via dei Mercanti 3. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliUna tre giorni organizzata dall’Associazione dei Mercanti di Note, il sostegno del  Comune e il supporto della Regione e della Camera di Commercio. 800 musicisti sparsi per il Quadrilatero. Come dicevo, il più grande palco per tanta musica, teatro, danza.

In via dei Mercanti, anche oggi, alle 17, appuntamento sotto il balconcino con reading poetico. Oramai questo del balconcino è un appuntamento domenicale da tantissimo tempo. Un appuntamento davvero da non perdere.In centro, a Torino. Invasione di note anche dal balconcino

Per quanto riguarda la lettura, un “Circolo” o “in Circolo” al Borgo Medievale. Al Valentino.

Quando “la porta nel cuore”

Cuore di Torino. La porta nel cuore. Foto Romano BorrelliOgni città possiede una, cinque, dieci porte. Forse più. Di ogni tipo. Dal monumento, al mercato, alla stazione ferroviaria. Porta Palazzo, Porte Palatine, Porta Nuova, Porta Susa. Porta Portese, Porta Garibaldi… Ma diciamoci la verità: la bellezza di quando “la porta nel cuore” è davvero una sensazione unica, personale, indescrivibile per quanto la si gridi e la si esterni. Identica cosa, per la par condicio, quando “lo porta nel cuore.”  Forse complice  il fatto che siamo alle porte dell’estate tutto “calza” a pennello per scrivere, descrive, disegnare nel migliore dei modi la situazione.  Espadrillas ai piedi e “la porta” nel cuore ovunque. Tra pochi giorni il rompete le righe nelle scuole sarà quasi totale. Con l’eccezione dell’appendice esami. Una piccola coda. Un’altra “porta” d’accesso, per l’università. ”  A proposito di scuola. Qui, “La porta nel cuore” è più  evidente. Una certa complicità e qualche abbondante risata descrive la grande opera d’arte fin dal suo fiorire. Via vai continuo, al pari di via Roma o via Garibaldi. Il corridoio, il cuore del cuore. Corta o lunga, la strada da fare, basterà lasciarlo camminare, il cuore. E’ la grande  “questione” del cuore. E anche di scarpe, quando la strada è lunga.  L’estate è alle porte. Quando “la porta nel cuore” è sempre estate.

 

Ps. Quando “la porta nel cuore”  non e’ il mansionario che impone di portare-accompagnare la puoooooortaaaa, ma e’ il cuore che “sente di portare la puoooooorta”. A scuola quando “la puoooorta nel cuore entra  “e’davvero di classe. Qualche professoressa bisbiglia:”e’ proprio tanto carino. Stanno bene insieme”.Speriamo non la chiudano, in questo caso, e che di qui al termine delle lezioni portino un bel po’ di sole in classe”. Mani nelle mano e capelli che rimbalzano sulle spalle ad ogni incedere”. Anche dovesse dirlo il mansionario qualcuno vigilera’ ugualmente “la puooooooortaaaa”. Lasciamola aperta, questa volta.

Scarpe Espadrillas. Benetton. Torino. Foto Romano Borrelli

La scuola si racconta

Palina Gtt. Fotro Romano BorrelliIn tantissimi lettori  hanno chiesto alcune fotografie di Cristina Corgiat, a corredo della sua storia e del panificio. Impossibile, almeno per il momento. Si potrebbero pero’, riannodare i fili del racconto e provare ad immaginare come poteva essere la Torino negli anni ‘ 70, il trenino Torino- Ceres-Torino utilizzato  per andare a lavorare, magari, facendo un salto alla Torino-Ceres di Corso Giulio Cesare e osservare qualche treno che staziona; ancora, la palina Gtt  M. Ausiliatrice nei pressi della panetteria e della Basilica di di don Bosco, a Valdocco.  Provare infine ad immaginare Cristina da giovane, in cammino verso Torino, con il carico di gioie, fatiche, sofferenze  in agguato, lungo il corso della vita, superate con determinazione per amore del prossimo…Il forno, le scuole, i ragazzi, prima e dopo le lezioni, in attesa della loro pizza. Le scuola. La scuola.

Basta poco. Immaginare, puoi, uno slogan, certo. Ma l’immaginazione, corredata dai racconti dei ragazzi, talvolta trasforma una giornata ordinaria, monotona, uguale a tantissime altre, in una più allegra, spensierata, a tratti, da ridere. Forse loro, i ragazzi, in fondo, sono gli unici che non cambiano mai. Artefici di destino. Di molto. Di tanto.  Sempre allegri e mai privi di fantasia. A volte, in abbondanza. E allora, mentre sei in coda, appoggiato al bancone, in attesa della stessa identica e buona pizza, servita da anni sempre con le buone maniere, gentilezza e delicatezza da Cristina, loro, con i loro racconti, diventano gli artefici di un cambiamento d’umore, ritrovandoti a ridere ancora e ancora. Dalla scuola, insomma, sorrido sempre.

Panetteria .Corso Principe Oddone 38. Torino. In attesa, che la pizza sia sfornata, insieme ad un gruppo di ragazze e ragazzi. Un saluto a Cristina, e renderla partecipe della sua storia, che  è piaciuta, si  scopre che quella che poteva essere una giornata come tante altre, di colpo tendendo  l’orecchio ai  discorsi di quella gioventù,  talvolta esagerati, ma non sempre, la giornata, per incanto prende un corso diverso, si trasforma, divenendo  lieve, leggera, divertente. Ragazze e ragazzi che si raccontano. E pare di vederli, mentre il racconto prende l’abbrivio, mentre dipanano gesticolando ogni loro gesto compiuto qualche minuto prima. A scuola.  Si materializzano, prendono forma e forme.

Campana appena suonata. L’uscita, per alcuni. Ma non per tutti.  Chi canta, grida, chi inneggia alla Juve pensando che la partita di domenica sia terminata in quel momento, e non tre giorni fa, chi inveisce contro questo e quello, chi pensa all’interrogazione di domani e chi non pensa affatto. E immagini lo sciamare nei corridoi, zaini sulle spalle.  Dal racconto si comprende che alcuni, si erano “coagualati”  esprimendo una fortissima solidarietà di classe, stile anni ’70, in un posto particolare della scuola evocato dal loro rimembrare,  muniti di tutto punto all’attacco  di quel posto: il bagno. Le turche. Fili, attaccati alle scope che ricordano canne da pesca, scope raccattate presso la bidelleria, manici di spolverino per i banchi, e attrezzi vari, per una chiara, convincente e determinata lotta continua contro “la turca” del bagno.  Tutti per uno, uno per tutti. Tutti per un cellulare o un cellulare per tutti, finito miseramente in acque immobili e stagnanti. Un cellulare, per l’ennesima volta, era scivolato, come tanti altri, in una turca della scuola. Una discesa negli inferi, meglio, nell’acqua stagna, per un metro circa. Ma non importa. Nei loro racconti, sono determinati e convinti nel portare avanti una vera  “rivoluzione”: quel che è in basso, scaricato, scivolato senza chiedere permesso, sarà innalzato, ricaricato. Una rivoluzione perfetta. Tutti insieme, racchiusi in un paio di metri,  alla riconquista di un’appendice fondamentale, per sentirsi un po’ vivi. Il recupero di “un’alta fedeltà”.  Smanettoni amputati del loro preziosissimo oggetto. Stupito mentre  ascolto quel termine, “fedeltà, quando il più delle volte si è propensi a  “cestinarla” e mai “salvarla“.  Una spina nel cuore. Davvero strano il linguaggio 2.0. Nel racconto li  immagino assimilando a ” operai e ingegneri”,  con tute blu o bianche, recuperate chissà dove, con guanti fino all’avanbraccio, stesi, pancia a terra, a misurare fin dove il braccio riesce ad arrivare in quel “vuoto”. Un compito specifico, li attendeva. Un recupero. E i recuperi, sono attività che vanno per la maggiore, in questo periodo, in ogni scuola. Ma questo salvataggio, doveva essere memorabile. Doveva entrare nella storia. A ripensarci, chissà quante prove di questo genere a noi sconosciute sono entrate nella storia della scuola. Facile immaginare quel  gruppo, suddiviso in operai, team-leader, capi ute e ingegneri a conteggiarne la produzione. Alcuni “armeggiano” seguendo fedelmente le istruzioni impartite da altri, gli “ingegneri” del gruppo, teorizzando  idee davvero fenomenali. Altri rannicchiati o sempre pancia a terra mentre provano in continuazione a far suonare il  cellulare di ultima generazione, così, “per vederlo accendere e rianimarlo un po’, come fosse una persona”. Forse con l’intento chiaro di fargli sentire il calore nel momento del “bagno”. Poi, dal racconto del gruppo, sconsolati dalle difficoltà dell’operazione e dalle lancette dell’orologio che correvano diversamente da come corrono quando sono a lezione, qualcuno comincia a proporre idee alternative e tra queste chi proponeva “un furto” della turca completa e chi invece, nel rispetto della legalità, suggeriva  di provare a chiedere alla Preside, se possibile staccarla e portarsela a casa. Per smontarla con più tranquillità.   Con la promessa che il giorno dopo l’avrebbero riportata e rimontata. Garantito. Nel caso, accompagnati anche da mamma e papà, oltre lo zio, che in quel caso,  era anche muratore. Qualcun altro passava poi a suggerire   di passare dal piano sottostante,  entrando in contatto con la turca del piano sottostante.  I loro racconti, dilatati, assumevano una dimensione temporale differente. Eventi accaduti, non nello spazio di alcuni minuti, ma in una giornata intera. Forse, un anno scolastico. Un altro aveva suggerito di trasformare quel bagno in una cabina di seggio elettorale. Sigillarlo alle estremità, con le firme di chi teorizzava la rivoluzione e chi l’avrebbe dovuta compiere. Mancavano i rappresentanti di lista, poi, tutto sarebbe stato identico.  Dal loro racconto, si capisce che qualcuno, disturbato da tanto rumore, avrà impartito  il rompete le righe, forse esauto o forse perché dalla bidelleria, qualcuno cominciava a fare la voce grossa e rumoreggiare. E immagini frotte di grembiuli blu, chiavi in mano, a gridare “scendete giù, ragazzi, ma che fate” e ancora,  “Ehi, voi, con le scope, voi, con la pancia in giù, tiratevi su“. E dire che un tempo, sulla pancia, c’era molto da dire e ridire, perché portata in giro, a prendere un po’ di aria nei corridoi della scuola e non per il recupero di un cellulare. Dai racconti dei ragazzi, si percepiva  che il grido finale sarebbe stato  un “non finisce qui” richiamando  alla memoria il bravissimo presentatore di un tempo, Corrado Mantoni.  E forse anche quella raccontata dai ragazzi, era davvero una corrida.  Probabilmente,  non era terminata li. Uno degli “ingegneri” infatti aveva  inoltre proposto di far girare la voce, il giorno dopo, che nel cellulare che aveva preso la via del bagno, forse stancatosi di stare sempre attaccato a qualche gonna, erano conservate “foto da spiaggia della proprietaria“.  Un’idea. Questa si che sarebbe stata una canna da…cellulare. In tal  caso, l’indomani, con ogni evenienza, tutta la scuola si sarebbe ritrovata  in bagno e con quella, idee a non finire per il recupero finale e strepitoso.  Idee per una vera rivoluzione. Di classe. Di scuola.Dal basso.

Nel frattempo, la teglia con la pizza rossa, calda e fumante  appena uscita dal forno ha interrotto ogni tipo di narrazione. Peccato. Quei ragazzi hanno allietato davvero la giornata che era iniziata come tante altre.   Il cammino. Piazza Statuto. Torino. Foto Romano B.

 

 

 

 

 

Piazza Statuto. Torino. Foto Romano Borrelli

 

 

 

 

 

 

 

 

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Corgiat, quando “il pane va via come il pane” da 50 anni

 

Pantetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone 38. Foto, Romano Borrelli“Siamo venuti a Torino nel luglio del 1965. Mio marito era di Caselle e io, di San Maurizio Canavese…”

Comincia così la storia di quasi cinquant’anni di lavoro (e famigliare) con l’approdo a Torino, nel borgo Valdocco, Maria Ausiliatrice, di Cristina Corgiat e della sua famiglia. Una storia all’ombra della cupola della bellissima Basilica di Maria Ausiliatrice e dove tutto ricorda l’opera di don Bosco e dei Salesiani.

Incontro Cristina, (verso metà maggio) al numero 38 di corso Principe Oddone, a Torino. Fermata bus contrassegnata dal nome della palina “don Bosco”. Una panetteria “incastonata” tra il corso, via Brindisi, via Ravenna, via Biella. Profumo di pane per tuta la Circoscrizione 7. Profumo di pane su molte tavole torinesi. Prima di cominciare questo ricordo, Cristina non ha voluto rilasciare fotografie, ma tutti saranno i benvenuti nel suo negozio. La seconda. Le scuse anticipate per la lunghezza, ma ogni virgola, di questa storia, merita di essere raccontata. 50 anni nella stessa panetteria sono davvero “d’oro” e una medaglia la meritano.
Cristina, occhi azzurri, modi genti, garbati, mani delicate, grembiulino bianco, candido, sempre addosso, nata il sette di agosto del 1929, “anche se mi segnano il sei sulla carta di identità”. A quel tempo, probabilmente, la scuola commise un errore e così, quella piccola imperfezione è rimasta. A dire il vero,  l’errore è rimasto anche perché da parte mia non ho esposto un particolare rilievo di sorta all’anagrafe.” Cristina, già a 21 anni  decise per il grande passo della sua vita, convolando a nozze con Silvio, suo unico primo e grande amore. Silvio, nato il tre novembre del 1927. “Un gran lavoratore, sempre a contatto con farina, acqua, e lievito. Figlio di una famiglia di panettieri, grandissimi  lavoratori  e con ridottissimi tempi di libertà”.  Lei, ne parla come lo avesse incontrato ieri, con una delicatezza e un amore ineguagliabili. Ma quando quella era in agguato, Silvio si dimostrava un ottimo ballerino, non perdendo mai occasione per mettere in mostra la sua abilità.  “Ai balli pubblici, lui era davvero un bravissimo ballerino. Mi ero innamorata di chi sarebbe diventato presto mio marito e lui avrebbe voluto sposarmi anche prima, all’età di diciotto anni.”  Complice della loro conoscenza, come sempre avviene, un’amica. Silvio, in realtà, era ancora molto giovane; un ragazzo di diciannove o venti anni, e con il militare ancora da assolvere. Un ragazzo si giovane  ma deciso e innamorato quanto Cristina. Certo, qualche resistenza da parte del papà di lei, non si fece mancare, ma Silvio, era davvero ostinato:  il militare, altro ostacolo, insieme alle gelosie del padre e fratelli di Cristina  non avrebbero certo creato difficoltà alla forza di un amore.  Quando si vuole, si vuole. Nulla da aggiungere. Così a 21 anni, Silvio e Cristina si avviano a formare una nuova famiglia. 

Era il 1950, entrambi giovani, molto felici e consapevoli della scelta, grazie ad un grandissimo amore.Panetteria Corgiat, Torino. Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli

La vita, si sa, spesso dà, spesso toglie. E così, Cristina, ben presto in seguito alla morte della mamma  si è trovata a fare, lei,   “da mamma” ai suoi fratelli per tre anni circa . Almeno fino a quando non ha gustato essa stessa la grande e bellissima esperienza di diventare mamma di tre bambini.

 
Ezio, nato il tre dicembre del 1953, a Nole.
Francesco, nato il 15 d’agosto del 1956, a Villanova Canavese, paese “dove abbiamo lavorato”, aggiunge Cristina.Corgiat Francesco. per gentile sua concessione.

Il vecchio proprietario di un forno di quella cittadina “aveva avuto un incidente e in quell’occasione siamo andati a sostituire l’infortunato. Eravamo stati a casa da Nole, e quindi senza lavoro,  perché quei proprietari non avevano rispettato le condizioni del contratto pattuito. Ricordo che era un contratto triennale.” Nel frattempo, Cristina, non si è scoraggiata e  ha dimostrato di essere una grande lavoratrice dimostrando la sua qualità di ottima lavoratrice anche in altro settore. In fabbrica. Continua inoltre l’amore e il rispetto anche per la famiglia di Silvio.  Da Nole infatti, andava a lavorare col treno a Caselle. Da qui, nei fine turno, o ad inizio turno,  andava a trovare i suoceri, che lì avevano il negozio.  Cristina, una volta arrivata a Caselle e dopo aver salutato i suoceri, inforcava la bicicletta per tre  km circa, dove aveva luogo la fabbrica in cui lavorava.  “Era un lanificio. Si chiamava  “Bona”. Ero obbligata a lavorare. Non c’erano neanche i soldi per comprare il latte”.

Ma, nel frattempo, nasce anche il terzo figlio, Fiore.
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Fiore, nato il 27 ottobre del 1958, a Ciriè.

Cristina e il lavoro. La fabbrica e la panetteria.
“La fase più consistente di questo lavoro, quello del  pane,  è  per me collocabile in una piccola cittadina alle porte di Torino, Druento dove abbiamo lavorato per circa sei anni. Una panetteria con forno a legna.  Eravamo in gestione, nel centro del paese, in via Carlo Casale.”  Prima ancora, una breve esperienza presso una panettiere Cooperativa di Nole Canavese. Una Cooperativa dotata di forno dove annesso era il magazzino dedicato alla vendita di altri prodotti. “Ma noi ci occupavamo solo della panetteria”. La nostra retribuzione era a quintali di pane prodotti e venduti. “Noi lsiamo andati a sostituire un panettiere.”
Nel 1965, Torino era stupenda. Tutto era così diverso e bello rispetto alla realtà di paese. C’era tantissimo lavoro.  C’era una grande bellezza, e lo dicono in molti, anche se, il lavoro, e talune condizioni lavorative, mi riferisco alle condizioni di lavoro di fabbrica,  erano davvero pesanti.  “Si faceva il pane per noi, per il negozio e per i ristoranti, e le trattorie qui intorno.” Era proprio un grande borgo. Con tante attività. Un bellissimo borgo! Ed è vero. Dopo aver ascoltato le sue parole le parole di Cristina le confronto con quelle di altri residenti di quel periodo che mi ribadiscono l’identica affermazione.

Penso, influenzato anche da alcune letture di questo periodo, che occorre coraggio nell’ammettere che c’è più bellezza di quanta i nostri occhi possano sopportare.  Penso a quante cose sono state messe nelle nostre mani e non fare nulla per onorarle equivale ad arrecare danno. In questo negozio, in questo borgo, nel lavoro, nei lavoratori, nei cortili ovunque si volge lo sguardo, ogni frammento di questo mondo, risplende. Di luce forte, che non è questa, artificiale. Altra luce.

Dodici ore di lavoro, nel retro, dove era posizionato il forno, e dove lo e’ancora, e altre  nel negozio, come commessa.

Nel borgo, l’insediamento dei Salesiani, con la Basilica di Maria Ausiliatrice e il primo oratorio di don Bosco, sono stati  determinanti per la scelta del quartiere e l’economia stessa. Fedeli e studenti, passavano in continuazione da qui, chi per il pane, chi per la pizza, che, a dire il vero, era, è, una delle migliori di Torino.

Cristina continua: ” Noi lavoravamo molto per i ristoranti. Le trattorie chiedevano sempre pane e  anche in quelle si lavorava molto. Qui, nei pressi c’era un  ristorante che richiedeva circa 20 kg di pane al giorno. Ogni giorno  quella fornitura  non erano mai sufficiente. Il ristorante era quello in corso Principe Oddone, probabilmente al numero 32, titolare Malanca.
Noi vendevamo il pane alle suore, al patrocinio di via Ravenna.” Nel quartiere era forte l’insediamento di numerose scuole superiori, geometri, chimici, per acconciatori, e quindi, la mattina alle sette c’erano già i ragazzi fuori dal negozio  che passavano a prendere la propria colazione.

Per  la panetteria Corgiat e per questo Borgo, l’affermazione “il pane va via come il pane” è davvero la più appropriata.Interno Panetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli
Il quaderno con i conti aperti. Cristina, occhi azzurri, modi di fare garbati e gentili, una grande bontà di cuore, è corredata anche della capacità di “guardare” dentro i sentimenti delle persone. Riuscendo ad anticipare, necessità e bisogni altrui, con risposte immediate,  quando altri non  riescono a manifestare ed esternare le preoccupazioni, per timidezza o per vergogna. In molti manifestavano  difficoltà economiche,  “come facevo io a negare loro il pane quotidiano”? Come potevo se, oltre che leggere i loro sentimenti, ne conoscevo anche le loro storie famigliari? A molti concedevo di fare  la spesa, senza pagare subito, e quando percepivano lo stipendio o  la “quindicina”  avrebbero avuto modo di onorare il dovuto. Se potevano, pagavano altrimenti lo avrebbero saldato successivamente.  Per come potevano. Per quando potevano. Alle necessità,  sono stata abituata a  rispondere immediatamente. E poi, il pane!  Chi negherebbe il pane “ai propri figli?”. E chi lo avrebbe mai negato a chi lo richiedeva? Pagavano due volte al mese perché all’epoca le buste paga erano due. L’acconto e il saldo. Erano diversi clienti che avevano un conto aperto, da noi. “A dire il vero, la rubrica era piena.” Gli occhi di Cristina si inumidiscono. Penso a quanto noi esseri umani siamo cattivi e spesso facciamo del male. Nella storia, la cattiveria dell’uomo sarebbe riuscita a far piangere una pietra. E ad uccidere ingiusti. Talvolta si aprono occasioni per fare del bene al prossimo, per partecipare anche noi a “rimettere il debito”. Pensieri. Cristina continua. “Era una possibilita’ che avevo, per fare del bene, e cercavo di farne, come potevo. La bontà che emana dalle sue parole, scalda il cuore. E lascia speranza, per i gesti che hanno edificato molto, in molti. In questo quartiere e in molti, a Torino. Penso che cosi come avviene per i credenti, che  il Signore perdona e lava  le colpe cosi  Cristina e altre persone di bontà son riuscite e riescono allo stesso tempo, con genti semplici a togliere “quello sporco dal viso che sovente ci portiamo addosso”. O asciugare qualche lacrima. Con la prontezza delle risposte. Riprende il discorso e dice: “Ancora adesso mi telefonano. Una signora in via Ravenna, conserva  quei ricordi, e non smette mai di ringraziare. Questo è per me un piacere che ha arricchito e continua ad arricchire la vita. Non solo la mia. In quel modo mi è stato possibile far un pochino di bene, e forse guadagnare altro tesoro”.  Alza gli occhi al cielo, direzione Basilica. A Druento, un signore, che desidera restare nell’anonimato, M.T. aveva un conto aperto, di circa diecimila lire. Nel frattempo, M.T. era tornato per alcuni mesi al Sud, e nello stesso periodo, Cristina e famiglia avevano lasciato quel paese per recarsi a Torino. Non si sono più visti. Rivisti. Per saldare un conto. La vita di città è frenteica. Quando ti perdi, difficile ritrovarti. Invece…Dopo qualche anno di distanza, il signor M.T. è riuscito a rintracciare Cristina e la nuova panetteria, grazie al “profumo” del pane,   ma avendo già cestinato quella rubrica, la nostra brava panettiera aveva “rimesso”  quel debito ugualmente. Il sig. M.T, ricorda di essersi recato nella panetteria e di aver allungato una banconota da diecimila lire. Il suo debito, mai dimenticato.  Un gesto ricambiato da altra  bontà ‘. M.T. Ricorda sempre di aver ricevuto in dono cioccolatini, dello stesso valore del debito appena saldato.

Ho pensato molto a questa storia delle rubriche. Onestamente, l’ho vista, in giro. O meglio, la ricordo. Si potrebbe ricostruire l’economia di un quartiere. Ho pensato possa essere uno strumento valido per i ragazzi, per trarne tesine. L’economia famigliare di un borgo. Analizzarne i consumi, i tempi in cui si poteva, riusciva a pagare. Le annotazioni, come a piè di pagina di un libro. Ma Cristina, non finisce mai di stupire. Qui, in questa panetteria non esiste più, nel senso che lo  si “cestina” presto per non lasciarne tracce.  Si “cancella”, si rimettono i debiti. Un gesto molto evangelico.  E ancora, vengono alla luce alcune pagine di un libro, al pensiero di questa gentilezza e bontà. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Siamo davvero dei grandi segreti, gli uni per gli altri e ognuno racchiude una lingua, un’estetica e una giurisprudenza a sé stanti. Siamo davvero piccole civiltà erette sulle rovine  di un’infinità di civiltà precedenti, con i propri concetti di quanto e cosa è bello e accettabile. E di cosa non lo è”.

Penso a storie di debiti, crediti, storie di infinita bontà. Una storia di “pane quotidiano“, di debito, di reintegrazione, di remissione dei debiti, nostri e di altri, di grazie, di grazia. Sentire una volontà più grande attuata per nostro tramite.

Cristina, riprende il racconto sul negozio, e sui debiti. “Questo negozio ha conosciuto davvero un esborso di denaro  molto forte. Nel 1965 questo negozio costava sedici milioni. Mio marito riposava lì (e indica un luogo), più lavoravi e più vendevi. Le scadenze erano continue. Questa era la casa. Sedici milioni era l’equivalente di una casa di tre piani.  Abbiamo fatto sacrifici sempre. A Silvio, mio marito, piaceva tantissimo Torino. Da giovane, il papà di Silvio era venuto a lavorare a Torino. Spesso affermava che era meglio un anno di lavoro nella grande citta’  che dieci  in paese.”

Nel frattempo, le campane di Maria Ausiliatrice suonano l’ora. Viene da pensare alla Madre. E qui, l’abbinamento è immediato con la farina madre. L’impasto lo chiamano, in piemontese,  “il levà”, che è quello della sera. Si lascia “depositare”  e alla mattina, si fanno due o tre impasti. Se ne prende un pezzo, lo si rinfresca, e si aggiunge  la farina e quindi un po’ di lievito di birra per “carezzarlo“, ma poco, perché ha già la forza, sotto, che poi, lo farà lievitare. Resta un pane normale, più buono, perché si conserva. Tutte le sere si procede con questa operazione. Ancora oggi. Il pane, in tal modo,  emana il profumo, cosa che oggi non si sente più, né per le strade, nè tantomeno in panetteria, forse perché si mette troppo lievito, che velocizza il processo ma non dona il profumo.

Il sacrificio e la felicità nel lavoro.
Il tipo di lavoro richiedeva, e richiede,  una grande responsabilità e impegno.  Al servizio per il prossimo. “Cercavamo la gioia nel vedere tutta quella gente, sapendo che quel pane avrebbe raggiunto tantissime case, tante tavole. Quel pane avrebbe parlato anche di noi in case altrui. Era lì, tutti i giorni. Sulla tavola. Questo, conferiva la forza che il lavoro richiedeva. Non ti sentivi mai stanca. Gioventù, gioia, i figli, che volevi che nella semplicità fossero stati  come tutti gli altri. In Comunione. ”

Dopo queste parole, immediato il pensiero al Vangelo di Giovanni.

Racconta  e si racconta ancora. “La malattia di Silvio ha richiesto un dispendio ulteriore di forze. Negli anni ’70 ha cominciato a non stare bene, pero’ si stringeva i denti e si andava avanti, anche nella malattia. Lavorava perché i figli erano giovani. Le forze venivano a mancare, lentamente, giorno dopo giorno,  e così  ho cominciato a fare ” il garzone,” dato uno, come aiutante, non ce lo si poteva permettere . Ho imparato a fare il lavoro quasi come lui. Io mi occupavo della famiglia, ma, al mattino ho sempre aiutato mio marito.” Lavoro, lavoro, lavoro.

I rapporti con il borgo.
C’erano tre panetterie nel borgo  e tutte  possedevano un  forno proprio. C’era Gillone, che in realtà erano tre fratelli, in via Biella, poi c’era Pennone, in via don Bosco e noi, Corgiat. Poi c’erano le rivendite. Maria Teresa era una di quelle. “La gente era bravissima, tutta. Quelli provenienti dal Sud, poi, erano delle bravissime famiglie. Per me erano tutti uguali. Ognuno con la sua famiglia, venuti qui per lavorare. Bella e brava gente. Ragazzi che vengono ancora a trovare. E ringraziare. Ragazzi di un tempo che hanno lasciato crescere i baffetti o la barba, ex ragazzi che non conosco più ma che loro si ricordano di quando vendevo loro la pizza e di tanto in tanto, allungavo un grissino, come capita di fare, quando entra un bambino.”

La crisi degli anni ’80.
La crisi di quegli anni, qui, in panetteria, si è fatta sentire poco, fortunatamente, anche se, in molti cominciavano a spostare  residenza proprio in virtù di quel fatto. Oggi di pane se ne produce molto meno. Il Toscano,  tipo di pane che un tempo si vendeva in grandissima quantità, oramai non ha più mercato. Un tempo le quattro bocche del forno andavano a pieno regime, con il  pane toscano in cottura. Ci andava una giornata per produrre quel   tipo. Aveva una lievitazione molto lunga, pero’. Che pane era quello!”
“Un tempo i grissini si facevano tutti i giorni, poi, han subito un calo. Li produciamo due o tre volte la settimana.”
La pizza, invece, andava tutti i giorni. Usciva più volte al giorno,  forno, pronta per i ragazzi delle scuole.

Cristina e le ferie.
Cristina, non ha mai visto il mare. O meglio, una volta sola.  A parte un ricordo di una giornata- regalo di Ezio, il figlio,  che trovandosi a  Ceriale per lavoro, decide di farle il dono  del mare. Merito suo, infatti, se Cristina è riuscita, per qualche minuto, ad “accarezzare” il suo sogno di vedere il mare. Intorno agli anni ’70, infatti, Ezio, da Ceriale, telefona al fratello, dicendo gioia:  “Prendi mamma e accompagnala qui, di modo che non avrà scuse da accampare sostenendo di non essere mai stata al mare.”

La paura di un eritema solare e un po’ il brutto tempo, contribuirono ad un incontro, tra Cristina e il mare davvero ridotto. A Savona difatti, la colsero tuoni e fulmini. Sicuramente, era il tempo che festeggiava con fuochi d’ artificio questo incontro. Da quella volta, il  mare, Cristina non l’ho mai più visto.
Il marito Silvio è mancato nel 1978.  “Ho tribolato molto per aiutare a  crescere tre figli e sofferto tantissimo la mancanza di mio marito”.  Torino non era un paesino e richiedeva più attenzione e vigilanza dei figli. Una  attenzione costante e continua. Così era per tutte le famiglie con figli adolescenti. In quel periodo l’oratorio era l’unico posto di accoglienza per i ragazzi. Ancora tanti sacrifici, da sola.

Quando sono entrato, Francesco si concedeva un attimo di tregua, su una sedia, Cristina osservava attentamente un macchinario. In una frazione di secondo, è passata vita.

Una vita di lavoro e sacrifici, ma ci sono migliaia e migliaia di ragioni per vivere questa vita, e sono tutte sufficienti, dalla prima all’ultima. Il Borgo è cambiato, in molto. I treni non percorrono più l’ultimo tratto in superfice prima di inabissarsi nella pancia torinese. I negozi che c’erano un tempo,  dall’elettrauto, alla carrozzeria, alla pizzeria al taglio con la farinata, alla polleria,  latteria, al ristorante, alla lavanderia-tintoria, la Ve-gè, le rivendite del pane, alla drogheria, il barbiere, piccoli esercizi che non ci sono più da tempo, ormai.  Resiste, ma resisterà ancora per poco, Teresa, la pettinatrice .Cristina è lì, come sempre. Talvolta, ancora qualcuno, la domenica, preferisce bussare e passare dal retro, così, per farsi dare qualche panino, avendo dimenticato di comprarlo il giorno prima. Talvolta anche il latte. Nonostante ora i negozi siano aperti anche la domenica, si preferisce andare lì. Perché lì, è un po’ come stare a casa. O tornare a casa. Un’accoglienza che è rimasta tale e quale, nonostante il passare del tempo e il mutare dei tempi. Con un po’ di immaginazione, si puo’ pensare che nulla sia cambiato. Che il treno continui a passare, sentire l’odore del fiume, le grida che  ragazzi e ragazze fanno ogni qual volta si sentono giocare a  pallone nei pressi dell’oratorio.

Una lunga storia d’amore, tra Cristina e il borgo, tra la panetteria e il borgo. L’amore è davvero sacro, come la Grazia: il valore del suo oggetto non ha mai una grade importanza.

Una storia d’amore per il lavoro e per le persone che dura da 50 anni.

 

 

La mia Torino 2

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Colombi. Porticato nei pressi di Porta Palazzo. Torino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Torino. Nei pressi del Comune, in bici per la messa in comune.

 

 

 

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Torino. La fine del mercato.

La mia Torino, non confluisce solo a Piazza Vittorio. Non soltanto. Almeno. La vedo convergere e confluire, dal mio “punto” di vista, verso altri lidi. Punto che non è una autovettura “lanciata” dal suolo di un  Cape Canaveral torinese, “attorniato” a mo’ di corona da numerosi locali. Piazza e piazze, meta di tantissimi, non solo il week-end, ma ogni giorno della settimana. E’ il punto di vista di chi “tira la carretta” e di chi l’ha vista tirare. I balconi, ad esempio, raccontano, e con essi, le case di ringhiera. Quante tute stese ad asciugare il sabato e la domenica potrebbero raccontare i balconi cittadini dove, proprio  in uno di questi, forse, ora si espongono e cantano alcuni artisti, così  ben raccontati dal nostro giornale “quotidiano” cittadino. E’ lo specchio dei tempi. Andati, ma attuali. Balconi, case di ringhiera, cortili, dove nel mese di maggio, mariano per la chiesa, ci si trova in gruppi, per recitare il rosario. E ti piacerebbe scrivere un pezzo  sulla storia di questi cortili, dove non si canta, oggi, ma si e’ lavorato, tanto, e si sono costruiti rapporti umani, cordiali e sinceri. Ponti tra le persone. E ora che vedi i manifesti di Maria Ausiliatrice con le tappe di approdo alla grande processione del 24 maggio, lungo le strade di Torino, li pensi e li ripensi, in questo” punto” di Torino, che non e’ piazza Vittorio, ma zona di salesiani, don Bosco e tanta sinistra. Ciascuno con la sua sforia, di quelle sentite raccontare e di quelle appena intraviste. E quanta storia e  non solo devozione, passa da questi cortili, dove si sono consumati “lavoratori” e lavori di un tempo. La bici del fornaio, la “sfornation“, come la chiamavamo noi bambini, legando quella strana bicicletta ai ricordi di una pubblicita’.  Bici pronta per la consegna mattutina con il suo cestello bianco, posto sul davanti. Profumo sparso in ogni via prima della consegna. Nelle varie comunità della circoscrizione. (la sette, Valdocco, Aurora).”Ciuchino” il panettiere, lo invidiavi, quando con la sua bici, assaporava il gusto della libertà. Ma era quella libertà, che invidiavi, non quella vita, dalle tante ristrettezze. Era un libertà “ristretta”. Il gusto dell’aria fresca, per le vie della città, il suono della fisarmonica la domenica pomeriggio, che saliva su, fino ai piani alti, fino al palazzo affianco. Ma era tanta fatica. Fornaio che talvolta invidiavi, per la sua maglietta bianca, a maniche corte, anche nei mesi più freddi. E lo invidiavi perché pareva che l’estate non avesse mai fine. Guardavi la neve, sugli alberi, sul trincerone della ferrovia, e “Ciuchino” in maniche corte e pantaloncini. Pareva che con l’estate fosse in atto il “rompete le righe” della scuola. E capitava di pensare a quella “biovetta” che avresti mangiato il giorno dopp e sul perche’ a Torino era la biovetta mentre a Milano era la “michetta”. E cosi’, il giorno prima della gita, per Milano e Pavia, finite le biovette, ti trovi a comperare le biove che ci poteva mangiafe il bus intero. E cosi’, finivi per legafe per sempre il nome del pane ad un evento, una gita, due citta’, Pavia, Milano, la Certosa e quel pane messo in uno zaino intero. Senza dimenticare che talvolta, in negozio, c’ era la mamma di ciuchino, che ti porgeva sempre il grissino, e tu, speravi sempre di vexere quella mano tesa, per ricevere quel pezzo di pane cosi tanto torinese che vedevi in alcune occasioni nelle pizzerie. “La torinese” e pensavi che la notte, al forno, ciuchino e sua mamma, avessero fatto, quei grissini per la pizzeria. E te li sentivi sempre vicini  e di colpo immaginavi partire il suono della fisarmonica, suonata da uno dei suoi figli’. Fornaio che non invidiavi, quando dal balcone di casa, notavi la luce del forno accesa,  e tutto il resto della città si apprestava a dormire; tutto questo, avveniva prima. Prima che il pane cominciassero a cuocerselo in casa, con qualche impastatrice o robe varie; la “pressetta” del materassaio e quel suo lavorare in cortile, in ogni stagione, e ti veniva da pensare “beato lui che è sempre in cortile”! quando avresti voluto andarci, ma non si poteva, perché il regolamento dei condomini impediva “il gioco del pallone in cortile”;  e la moglie del materassaio contribuiva ad ampliare quel senso di liberta’, emanato dalla forza del suo canto non sapendo piu’ bene se eravamo in quegli anni o in un’ altra Torino. Senza dimenticare i contenitori del verduriere che esponevano, lì sul corso, il “baccalà” o lo stoccafisso in quell’acqua che un po’, il mare, te lo faceva ricordare per forza, anche se uno di quei mari che non avevi mai visto; e sempre lì, nel corso, il sacco delle noccioline del “droghiere” con quella scritta dal sapore  vagamente americano. Ti femavi un attimo, prima del rientro a casa, con la cartella sulle spalle e di colpo, forse dopo averti visto, usciva il padre del negoziante, il sig. Piero, che in quel periodo pareva essere gia piuttosto anziano nel suo incedere. Infilava la mano in quel sacco enorme e tirava fuori qualche nocciolina, per la gioia dei bambini. E mentre le mangiavi pensavi a quell’ america.’Il mio punto di vista,  è di quelli di chi tira la carretta, osserva luoghi particolari, nascosti dalla polvere di un birrificio che sono stati e meriterebbero un capitolo di storia  nel e del movimento operaio. Un punto di vista  che ricorda  e conserva narrazioni altrui e dove la carretta la si tirava e la si tira ancora, come a Porta Palazzo, dove  quotidianamente ti immergi non solo in un mare di frutta e verdura. Cammini tra i colori e nei colori variopinti  delle bancarelle, con quelle tende che di tanto in tanto producono un po’ di ombra nel ciondolare estivo, sommerso da grida in una babele di lingue che, lentamente o velocemente (non saprei dire)  hanno soppiantato il  vero dialetto piemontese. Piemontese, che non era affatto “falso e cortese”. Magari, nei racconti evocati, alcune volte non “affittava” ai “napuli”, causa il cattivo uso delle vasche da bagno. Sarà poi vera la storia che non le affittavano perché usavano le vasche da bagno per piantare? Mha, anche queste, storie. Sicuramente, erano tutte dicerie. E poi, anche se soppiantato, talvolta,  il  “piemontese”  lo si usa ancora, almeno qualche parola, goffamente usata, a dire il vero,  da  qualche cinese o arabo, pur di invogliarti a comperare. Il mio “punto” di vista è di quelli che osservano chi “mette in comune” nel carretto, a due passi dal comune, tante cose, da noi considerate “cianfrusaglie” e inservibili, ma servibili a “terzi” che non sono solo “terzo”, del mondo. Ed è bello veder passare due ragazzi, con una strana bicicletta, andare per la città a  “raccogliere” e poi consegnare ai bisognosi il tutto. E quanti.  Bisogni. Punto di vista che alza gli occhi al cielo e osserva la presa in comune e in carico di due colombi, che, “tubano” e si prendono cura, uno dell’altro, come chi, alla fine del mercato,  (i raccoglitori) “mette in comune” quanto ha trovato, dividendolo, suddividendolo.  Come fosse pane appena sfornato. Scarti di altri, buoni da farci il pranzo. E qualcosa di antico, lo scarto, lo ricorda: la pietra scartata è diventata testata d’angolo. Qualcosa di buono, insomma, dallo scarto.  Insomma, il punto di vista, è una città che conserva una memoria storica da rinnovare e ravvivare. Con forti radici solidali. Questo è il metro per procedere.Dimenticavo. I personaggi raccontati nei loro gesti di bonta’,  sono tutti piemontesi, torinesi. E questa, almeno, non e’ una diceria. Cristina e’ una signora dagli occhi chiari, parecchio saggia, ma la vedi di tanto in tanto contemplare il suo forno e i tempi andati. Di tanto in tanto, porge ancora la sua mano con i grissini a qualche bimbo africano che si appresta ad andare alla scuola materna.