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Il concerto dal balconcino

Torino 22 giugno 2014. Ore 17. Via dei Mercanti. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliTorino, domenica 22 giugno ore 17.

Torino 22 giugno 2014. Via dei Mercanti 3. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano Borrelli (2)
Concerto dal balconcino

Via dei Mercanti 3. Ci si arriva dopo aver percorso a piedi per un lungo tratto via Garibaldi, (da Piazza Statuto), oppure, lasciandosi alle spalle Piazza Castello, ci si arriva dopo pochi minuti, svoltando a sinistra.

Al numero 3, da numerose domeniche, almeno dall’inverno passato,  sempre alla stessa ora, (le 17) si puo’ assistere dal cortile di una casa di ringhiera ad un bellissimo concertino. Tanta semplicità, tanta famigliarità, ospitalità e professionalità. Sul balconcino qualcosa che affonda le radici in un passato di molti. Una paglietta, da calare in testa, nelle giornate assolate, soprattutto quelle estive e del sud (ah, quanti ricordi nei  nonni che calavano una paglietta simile sul loro capo) e un vessillo di “lotta”: no-tav. Affollatissimo il cortile, ieri, così come accaduto sabato, sempre alla stessa ora. Un cortile, anche questo, che trasuda di storia. Chissà perché immaginavo la Torino operaia, con turnisti che rientravano da questa casa come da molte altre simili a questa, e altri che uscivano, pronti per il loro lavoro. Profumi e odori ei tempi andati e saperi e sapori conservati in una societa’ che ci prova a resistere nonostante la crisi che morde ognuno di noi. Pensavo a questa offerta culturale messa a disposizione per tutti. Un concetto di cultura democratico. Il cortile. La corte. Un tempo si cantava sempre, nel cortile, per alleviare le fatiche. Offerta culturale, pensavo, in un periodo dove davvero l’ intrattenimento lo paghi e prifumatamente. Qui lo trovi, ricercato, raffinato. Andiamo, un’ arpa, un pianoforte, un violino e delle voci cosi. Verrebbe voglia di abbracciarli “in comune”. Gia’, sarebbe logico che il comune cominciasse a riconoscere questa iniziativa. Concertino e cantanti, dicevo. Con l’ausilio di un pianoforte.  Artisti accompagnati da strumenti quali chitarra, violino, arpa, pianoforte sabato. Impressionante quanta gente in questo fine settimana sia passata da questo cortile per godersi della buona musica e spettacoli vari. Lungo via Garibaldi si potevano incontrare molti turisti,  armati di cartina geografica intenti a ricercare il famoso balconcino di via dei Mercanti 3, già presentato nel mese di gennaio sul quotidiano torinese, La Stampa.Torino 22 giugno 2014. Via dei Mercanti.  Romano Borrelli E davvero  vale la pena andarci e continuare ad andare.  Sottoscrivo. Descrivere, scrivere, non riuscirà a rendere giustizia di quanta bellezza possa uscire da quel balconcino. Neppure  due gocce sono riuscite a spaventare quanti erano in ascolto di poesie e buona musica. E quanta delicatezza da parte della suonatrice d’arpa nel rivestire il suo strumento, dopo aver terminato la sua prova, proprio per evitarle un eventuale  guasto alle…”corde”. Bravissimi tutti, davvero. Anche a chi ha diretto la parte dedicata alla poesia. Forse un omaggio alle Langhe è stata la lettura della poesia dedicata alle…”colline“, strappando risate anche oltre il cortile. E ancora poesia. Romantica. Domenica 22 giugno 2014. Ore 17. via dei Mercanti. Concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliCosa non si farebbe per trattenere un amore al momento “evaporato”?E all’uscita, la domanda fra tantissimi gruppi giunti in via dei Mercanti era la solita: “allora, ti è piaciuto il concertino dal balconcino?”. Una domanda che lasciava intravedere come i residenti torinesi si erano trascinati al concertino amici e parenti provenienti da fuori. Un po’ come andare a vedere il Museo Egizio o la Mole Antonelliana quando qualche caro giunge a trovarci. Tanto è lodevole  e interessante questo appuntamento ormai divenuto fisso. Una iniziativa che davvero ha preso “piede” nella nostra città. Bravi, bravissimi, bis. Che ormai è domenicale.

Non mi intendo molto di tempi o cose più tecniche  ma ritengo che il concerto sia davvero uno spettacolo nello spettacolo.

Allo spettacolo era presente anche Ida Curti.

Notti di note

Foto Romano Borrelli. In centro, per TorinoTorino 22 giugno 2014. Ore 17. Via dei Mercanti. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliSui balconi della nostra città non solo bandiere.  Non solo tv accese sintonizzate sul Mondiale di Calcio e sedia o poltrona divenuta panchina, la piu’ lunga del mondo dove siedono contemporaneamente 60 milioni di allenatori. Qui, infatti, impazza lo slogan “siamo tutti Ct”. Divertente vedere gruppi fuori dai bar gesticolare e parlare di ali, terzini e altro ancora. A volte sembra che da quel gesticolare possa materializzarsi da un momento all’altro Cerci o Ciro Immobile. Mondiali infiniti. Cesare Prandelli che in 48 ore diventerà il più grande disegnatore del mondo. Un sarto in ritiro che “cambierà” la nazionale. Dai balconi e dalle strade torinesi anche altro. Musica, immagini sacre, piante. Basta aprire gli occhi e le orecchie. Per quanto riguarda la prima, duecento concerti in tre giorni con un palco che si chiama “selciato” o vie della nostra città. Domicilio di tanta musica: il Quadrilatero Romano. Torino 22 giugno 2014. Via dei Mercanti 3. Il concerto dal balconcino. Foto, Romano BorrelliUna tre giorni organizzata dall’Associazione dei Mercanti di Note, il sostegno del  Comune e il supporto della Regione e della Camera di Commercio. 800 musicisti sparsi per il Quadrilatero. Come dicevo, il più grande palco per tanta musica, teatro, danza.

In via dei Mercanti, anche oggi, alle 17, appuntamento sotto il balconcino con reading poetico. Oramai questo del balconcino è un appuntamento domenicale da tantissimo tempo. Un appuntamento davvero da non perdere.In centro, a Torino. Invasione di note anche dal balconcino

Per quanto riguarda la lettura, un “Circolo” o “in Circolo” al Borgo Medievale. Al Valentino.

Quando “la porta nel cuore”

Cuore di Torino. La porta nel cuore. Foto Romano BorrelliOgni città possiede una, cinque, dieci porte. Forse più. Di ogni tipo. Dal monumento, al mercato, alla stazione ferroviaria. Porta Palazzo, Porte Palatine, Porta Nuova, Porta Susa. Porta Portese, Porta Garibaldi… Ma diciamoci la verità: la bellezza di quando “la porta nel cuore” è davvero una sensazione unica, personale, indescrivibile per quanto la si gridi e la si esterni. Identica cosa, per la par condicio, quando “lo porta nel cuore.”  Forse complice  il fatto che siamo alle porte dell’estate tutto “calza” a pennello per scrivere, descrive, disegnare nel migliore dei modi la situazione.  Espadrillas ai piedi e “la porta” nel cuore ovunque. Tra pochi giorni il rompete le righe nelle scuole sarà quasi totale. Con l’eccezione dell’appendice esami. Una piccola coda. Un’altra “porta” d’accesso, per l’università. ”  A proposito di scuola. Qui, “La porta nel cuore” è più  evidente. Una certa complicità e qualche abbondante risata descrive la grande opera d’arte fin dal suo fiorire. Via vai continuo, al pari di via Roma o via Garibaldi. Il corridoio, il cuore del cuore. Corta o lunga, la strada da fare, basterà lasciarlo camminare, il cuore. E’ la grande  “questione” del cuore. E anche di scarpe, quando la strada è lunga.  L’estate è alle porte. Quando “la porta nel cuore” è sempre estate.

 

Ps. Quando “la porta nel cuore”  non e’ il mansionario che impone di portare-accompagnare la puoooooortaaaa, ma e’ il cuore che “sente di portare la puoooooorta”. A scuola quando “la puoooorta nel cuore entra  “e’davvero di classe. Qualche professoressa bisbiglia:”e’ proprio tanto carino. Stanno bene insieme”.Speriamo non la chiudano, in questo caso, e che di qui al termine delle lezioni portino un bel po’ di sole in classe”. Mani nelle mano e capelli che rimbalzano sulle spalle ad ogni incedere”. Anche dovesse dirlo il mansionario qualcuno vigilera’ ugualmente “la puooooooortaaaa”. Lasciamola aperta, questa volta.

Scarpe Espadrillas. Benetton. Torino. Foto Romano Borrelli

La scuola si racconta

Palina Gtt. Fotro Romano BorrelliIn tantissimi lettori  hanno chiesto alcune fotografie di Cristina Corgiat, a corredo della sua storia e del panificio. Impossibile, almeno per il momento. Si potrebbero pero’, riannodare i fili del racconto e provare ad immaginare come poteva essere la Torino negli anni ‘ 70, il trenino Torino- Ceres-Torino utilizzato  per andare a lavorare, magari, facendo un salto alla Torino-Ceres di Corso Giulio Cesare e osservare qualche treno che staziona; ancora, la palina Gtt  M. Ausiliatrice nei pressi della panetteria e della Basilica di di don Bosco, a Valdocco.  Provare infine ad immaginare Cristina da giovane, in cammino verso Torino, con il carico di gioie, fatiche, sofferenze  in agguato, lungo il corso della vita, superate con determinazione per amore del prossimo…Il forno, le scuole, i ragazzi, prima e dopo le lezioni, in attesa della loro pizza. Le scuola. La scuola.

Basta poco. Immaginare, puoi, uno slogan, certo. Ma l’immaginazione, corredata dai racconti dei ragazzi, talvolta trasforma una giornata ordinaria, monotona, uguale a tantissime altre, in una più allegra, spensierata, a tratti, da ridere. Forse loro, i ragazzi, in fondo, sono gli unici che non cambiano mai. Artefici di destino. Di molto. Di tanto.  Sempre allegri e mai privi di fantasia. A volte, in abbondanza. E allora, mentre sei in coda, appoggiato al bancone, in attesa della stessa identica e buona pizza, servita da anni sempre con le buone maniere, gentilezza e delicatezza da Cristina, loro, con i loro racconti, diventano gli artefici di un cambiamento d’umore, ritrovandoti a ridere ancora e ancora. Dalla scuola, insomma, sorrido sempre.

Panetteria .Corso Principe Oddone 38. Torino. In attesa, che la pizza sia sfornata, insieme ad un gruppo di ragazze e ragazzi. Un saluto a Cristina, e renderla partecipe della sua storia, che  è piaciuta, si  scopre che quella che poteva essere una giornata come tante altre, di colpo tendendo  l’orecchio ai  discorsi di quella gioventù,  talvolta esagerati, ma non sempre, la giornata, per incanto prende un corso diverso, si trasforma, divenendo  lieve, leggera, divertente. Ragazze e ragazzi che si raccontano. E pare di vederli, mentre il racconto prende l’abbrivio, mentre dipanano gesticolando ogni loro gesto compiuto qualche minuto prima. A scuola.  Si materializzano, prendono forma e forme.

Campana appena suonata. L’uscita, per alcuni. Ma non per tutti.  Chi canta, grida, chi inneggia alla Juve pensando che la partita di domenica sia terminata in quel momento, e non tre giorni fa, chi inveisce contro questo e quello, chi pensa all’interrogazione di domani e chi non pensa affatto. E immagini lo sciamare nei corridoi, zaini sulle spalle.  Dal racconto si comprende che alcuni, si erano “coagualati”  esprimendo una fortissima solidarietà di classe, stile anni ’70, in un posto particolare della scuola evocato dal loro rimembrare,  muniti di tutto punto all’attacco  di quel posto: il bagno. Le turche. Fili, attaccati alle scope che ricordano canne da pesca, scope raccattate presso la bidelleria, manici di spolverino per i banchi, e attrezzi vari, per una chiara, convincente e determinata lotta continua contro “la turca” del bagno.  Tutti per uno, uno per tutti. Tutti per un cellulare o un cellulare per tutti, finito miseramente in acque immobili e stagnanti. Un cellulare, per l’ennesima volta, era scivolato, come tanti altri, in una turca della scuola. Una discesa negli inferi, meglio, nell’acqua stagna, per un metro circa. Ma non importa. Nei loro racconti, sono determinati e convinti nel portare avanti una vera  “rivoluzione”: quel che è in basso, scaricato, scivolato senza chiedere permesso, sarà innalzato, ricaricato. Una rivoluzione perfetta. Tutti insieme, racchiusi in un paio di metri,  alla riconquista di un’appendice fondamentale, per sentirsi un po’ vivi. Il recupero di “un’alta fedeltà”.  Smanettoni amputati del loro preziosissimo oggetto. Stupito mentre  ascolto quel termine, “fedeltà, quando il più delle volte si è propensi a  “cestinarla” e mai “salvarla“.  Una spina nel cuore. Davvero strano il linguaggio 2.0. Nel racconto li  immagino assimilando a ” operai e ingegneri”,  con tute blu o bianche, recuperate chissà dove, con guanti fino all’avanbraccio, stesi, pancia a terra, a misurare fin dove il braccio riesce ad arrivare in quel “vuoto”. Un compito specifico, li attendeva. Un recupero. E i recuperi, sono attività che vanno per la maggiore, in questo periodo, in ogni scuola. Ma questo salvataggio, doveva essere memorabile. Doveva entrare nella storia. A ripensarci, chissà quante prove di questo genere a noi sconosciute sono entrate nella storia della scuola. Facile immaginare quel  gruppo, suddiviso in operai, team-leader, capi ute e ingegneri a conteggiarne la produzione. Alcuni “armeggiano” seguendo fedelmente le istruzioni impartite da altri, gli “ingegneri” del gruppo, teorizzando  idee davvero fenomenali. Altri rannicchiati o sempre pancia a terra mentre provano in continuazione a far suonare il  cellulare di ultima generazione, così, “per vederlo accendere e rianimarlo un po’, come fosse una persona”. Forse con l’intento chiaro di fargli sentire il calore nel momento del “bagno”. Poi, dal racconto del gruppo, sconsolati dalle difficoltà dell’operazione e dalle lancette dell’orologio che correvano diversamente da come corrono quando sono a lezione, qualcuno comincia a proporre idee alternative e tra queste chi proponeva “un furto” della turca completa e chi invece, nel rispetto della legalità, suggeriva  di provare a chiedere alla Preside, se possibile staccarla e portarsela a casa. Per smontarla con più tranquillità.   Con la promessa che il giorno dopo l’avrebbero riportata e rimontata. Garantito. Nel caso, accompagnati anche da mamma e papà, oltre lo zio, che in quel caso,  era anche muratore. Qualcun altro passava poi a suggerire   di passare dal piano sottostante,  entrando in contatto con la turca del piano sottostante.  I loro racconti, dilatati, assumevano una dimensione temporale differente. Eventi accaduti, non nello spazio di alcuni minuti, ma in una giornata intera. Forse, un anno scolastico. Un altro aveva suggerito di trasformare quel bagno in una cabina di seggio elettorale. Sigillarlo alle estremità, con le firme di chi teorizzava la rivoluzione e chi l’avrebbe dovuta compiere. Mancavano i rappresentanti di lista, poi, tutto sarebbe stato identico.  Dal loro racconto, si capisce che qualcuno, disturbato da tanto rumore, avrà impartito  il rompete le righe, forse esauto o forse perché dalla bidelleria, qualcuno cominciava a fare la voce grossa e rumoreggiare. E immagini frotte di grembiuli blu, chiavi in mano, a gridare “scendete giù, ragazzi, ma che fate” e ancora,  “Ehi, voi, con le scope, voi, con la pancia in giù, tiratevi su“. E dire che un tempo, sulla pancia, c’era molto da dire e ridire, perché portata in giro, a prendere un po’ di aria nei corridoi della scuola e non per il recupero di un cellulare. Dai racconti dei ragazzi, si percepiva  che il grido finale sarebbe stato  un “non finisce qui” richiamando  alla memoria il bravissimo presentatore di un tempo, Corrado Mantoni.  E forse anche quella raccontata dai ragazzi, era davvero una corrida.  Probabilmente,  non era terminata li. Uno degli “ingegneri” infatti aveva  inoltre proposto di far girare la voce, il giorno dopo, che nel cellulare che aveva preso la via del bagno, forse stancatosi di stare sempre attaccato a qualche gonna, erano conservate “foto da spiaggia della proprietaria“.  Un’idea. Questa si che sarebbe stata una canna da…cellulare. In tal  caso, l’indomani, con ogni evenienza, tutta la scuola si sarebbe ritrovata  in bagno e con quella, idee a non finire per il recupero finale e strepitoso.  Idee per una vera rivoluzione. Di classe. Di scuola.Dal basso.

Nel frattempo, la teglia con la pizza rossa, calda e fumante  appena uscita dal forno ha interrotto ogni tipo di narrazione. Peccato. Quei ragazzi hanno allietato davvero la giornata che era iniziata come tante altre.   Il cammino. Piazza Statuto. Torino. Foto Romano B.

 

 

 

 

 

Piazza Statuto. Torino. Foto Romano Borrelli

 

 

 

 

 

 

 

 

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Corgiat, quando “il pane va via come il pane” da 50 anni

 

Pantetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone 38. Foto, Romano Borrelli“Siamo venuti a Torino nel luglio del 1965. Mio marito era di Caselle e io, di San Maurizio Canavese…”

Comincia così la storia di quasi cinquant’anni di lavoro (e famigliare) con l’approdo a Torino, nel borgo Valdocco, Maria Ausiliatrice, di Cristina Corgiat e della sua famiglia. Una storia all’ombra della cupola della bellissima Basilica di Maria Ausiliatrice e dove tutto ricorda l’opera di don Bosco e dei Salesiani.

Incontro Cristina, (verso metà maggio) al numero 38 di corso Principe Oddone, a Torino. Fermata bus contrassegnata dal nome della palina “don Bosco”. Una panetteria “incastonata” tra il corso, via Brindisi, via Ravenna, via Biella. Profumo di pane per tuta la Circoscrizione 7. Profumo di pane su molte tavole torinesi. Prima di cominciare questo ricordo, Cristina non ha voluto rilasciare fotografie, ma tutti saranno i benvenuti nel suo negozio. La seconda. Le scuse anticipate per la lunghezza, ma ogni virgola, di questa storia, merita di essere raccontata. 50 anni nella stessa panetteria sono davvero “d’oro” e una medaglia la meritano.
Cristina, occhi azzurri, modi genti, garbati, mani delicate, grembiulino bianco, candido, sempre addosso, nata il sette di agosto del 1929, “anche se mi segnano il sei sulla carta di identità”. A quel tempo, probabilmente, la scuola commise un errore e così, quella piccola imperfezione è rimasta. A dire il vero,  l’errore è rimasto anche perché da parte mia non ho esposto un particolare rilievo di sorta all’anagrafe.” Cristina, già a 21 anni  decise per il grande passo della sua vita, convolando a nozze con Silvio, suo unico primo e grande amore. Silvio, nato il tre novembre del 1927. “Un gran lavoratore, sempre a contatto con farina, acqua, e lievito. Figlio di una famiglia di panettieri, grandissimi  lavoratori  e con ridottissimi tempi di libertà”.  Lei, ne parla come lo avesse incontrato ieri, con una delicatezza e un amore ineguagliabili. Ma quando quella era in agguato, Silvio si dimostrava un ottimo ballerino, non perdendo mai occasione per mettere in mostra la sua abilità.  “Ai balli pubblici, lui era davvero un bravissimo ballerino. Mi ero innamorata di chi sarebbe diventato presto mio marito e lui avrebbe voluto sposarmi anche prima, all’età di diciotto anni.”  Complice della loro conoscenza, come sempre avviene, un’amica. Silvio, in realtà, era ancora molto giovane; un ragazzo di diciannove o venti anni, e con il militare ancora da assolvere. Un ragazzo si giovane  ma deciso e innamorato quanto Cristina. Certo, qualche resistenza da parte del papà di lei, non si fece mancare, ma Silvio, era davvero ostinato:  il militare, altro ostacolo, insieme alle gelosie del padre e fratelli di Cristina  non avrebbero certo creato difficoltà alla forza di un amore.  Quando si vuole, si vuole. Nulla da aggiungere. Così a 21 anni, Silvio e Cristina si avviano a formare una nuova famiglia. 

Era il 1950, entrambi giovani, molto felici e consapevoli della scelta, grazie ad un grandissimo amore.Panetteria Corgiat, Torino. Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli

La vita, si sa, spesso dà, spesso toglie. E così, Cristina, ben presto in seguito alla morte della mamma  si è trovata a fare, lei,   “da mamma” ai suoi fratelli per tre anni circa . Almeno fino a quando non ha gustato essa stessa la grande e bellissima esperienza di diventare mamma di tre bambini.

 
Ezio, nato il tre dicembre del 1953, a Nole.
Francesco, nato il 15 d’agosto del 1956, a Villanova Canavese, paese “dove abbiamo lavorato”, aggiunge Cristina.Corgiat Francesco. per gentile sua concessione.

Il vecchio proprietario di un forno di quella cittadina “aveva avuto un incidente e in quell’occasione siamo andati a sostituire l’infortunato. Eravamo stati a casa da Nole, e quindi senza lavoro,  perché quei proprietari non avevano rispettato le condizioni del contratto pattuito. Ricordo che era un contratto triennale.” Nel frattempo, Cristina, non si è scoraggiata e  ha dimostrato di essere una grande lavoratrice dimostrando la sua qualità di ottima lavoratrice anche in altro settore. In fabbrica. Continua inoltre l’amore e il rispetto anche per la famiglia di Silvio.  Da Nole infatti, andava a lavorare col treno a Caselle. Da qui, nei fine turno, o ad inizio turno,  andava a trovare i suoceri, che lì avevano il negozio.  Cristina, una volta arrivata a Caselle e dopo aver salutato i suoceri, inforcava la bicicletta per tre  km circa, dove aveva luogo la fabbrica in cui lavorava.  “Era un lanificio. Si chiamava  “Bona”. Ero obbligata a lavorare. Non c’erano neanche i soldi per comprare il latte”.

Ma, nel frattempo, nasce anche il terzo figlio, Fiore.
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Fiore, nato il 27 ottobre del 1958, a Ciriè.

Cristina e il lavoro. La fabbrica e la panetteria.
“La fase più consistente di questo lavoro, quello del  pane,  è  per me collocabile in una piccola cittadina alle porte di Torino, Druento dove abbiamo lavorato per circa sei anni. Una panetteria con forno a legna.  Eravamo in gestione, nel centro del paese, in via Carlo Casale.”  Prima ancora, una breve esperienza presso una panettiere Cooperativa di Nole Canavese. Una Cooperativa dotata di forno dove annesso era il magazzino dedicato alla vendita di altri prodotti. “Ma noi ci occupavamo solo della panetteria”. La nostra retribuzione era a quintali di pane prodotti e venduti. “Noi lsiamo andati a sostituire un panettiere.”
Nel 1965, Torino era stupenda. Tutto era così diverso e bello rispetto alla realtà di paese. C’era tantissimo lavoro.  C’era una grande bellezza, e lo dicono in molti, anche se, il lavoro, e talune condizioni lavorative, mi riferisco alle condizioni di lavoro di fabbrica,  erano davvero pesanti.  “Si faceva il pane per noi, per il negozio e per i ristoranti, e le trattorie qui intorno.” Era proprio un grande borgo. Con tante attività. Un bellissimo borgo! Ed è vero. Dopo aver ascoltato le sue parole le parole di Cristina le confronto con quelle di altri residenti di quel periodo che mi ribadiscono l’identica affermazione.

Penso, influenzato anche da alcune letture di questo periodo, che occorre coraggio nell’ammettere che c’è più bellezza di quanta i nostri occhi possano sopportare.  Penso a quante cose sono state messe nelle nostre mani e non fare nulla per onorarle equivale ad arrecare danno. In questo negozio, in questo borgo, nel lavoro, nei lavoratori, nei cortili ovunque si volge lo sguardo, ogni frammento di questo mondo, risplende. Di luce forte, che non è questa, artificiale. Altra luce.

Dodici ore di lavoro, nel retro, dove era posizionato il forno, e dove lo e’ancora, e altre  nel negozio, come commessa.

Nel borgo, l’insediamento dei Salesiani, con la Basilica di Maria Ausiliatrice e il primo oratorio di don Bosco, sono stati  determinanti per la scelta del quartiere e l’economia stessa. Fedeli e studenti, passavano in continuazione da qui, chi per il pane, chi per la pizza, che, a dire il vero, era, è, una delle migliori di Torino.

Cristina continua: ” Noi lavoravamo molto per i ristoranti. Le trattorie chiedevano sempre pane e  anche in quelle si lavorava molto. Qui, nei pressi c’era un  ristorante che richiedeva circa 20 kg di pane al giorno. Ogni giorno  quella fornitura  non erano mai sufficiente. Il ristorante era quello in corso Principe Oddone, probabilmente al numero 32, titolare Malanca.
Noi vendevamo il pane alle suore, al patrocinio di via Ravenna.” Nel quartiere era forte l’insediamento di numerose scuole superiori, geometri, chimici, per acconciatori, e quindi, la mattina alle sette c’erano già i ragazzi fuori dal negozio  che passavano a prendere la propria colazione.

Per  la panetteria Corgiat e per questo Borgo, l’affermazione “il pane va via come il pane” è davvero la più appropriata.Interno Panetteria Corgiat. Torino, Corso Principe Oddone. Foto Romano Borrelli
Il quaderno con i conti aperti. Cristina, occhi azzurri, modi di fare garbati e gentili, una grande bontà di cuore, è corredata anche della capacità di “guardare” dentro i sentimenti delle persone. Riuscendo ad anticipare, necessità e bisogni altrui, con risposte immediate,  quando altri non  riescono a manifestare ed esternare le preoccupazioni, per timidezza o per vergogna. In molti manifestavano  difficoltà economiche,  “come facevo io a negare loro il pane quotidiano”? Come potevo se, oltre che leggere i loro sentimenti, ne conoscevo anche le loro storie famigliari? A molti concedevo di fare  la spesa, senza pagare subito, e quando percepivano lo stipendio o  la “quindicina”  avrebbero avuto modo di onorare il dovuto. Se potevano, pagavano altrimenti lo avrebbero saldato successivamente.  Per come potevano. Per quando potevano. Alle necessità,  sono stata abituata a  rispondere immediatamente. E poi, il pane!  Chi negherebbe il pane “ai propri figli?”. E chi lo avrebbe mai negato a chi lo richiedeva? Pagavano due volte al mese perché all’epoca le buste paga erano due. L’acconto e il saldo. Erano diversi clienti che avevano un conto aperto, da noi. “A dire il vero, la rubrica era piena.” Gli occhi di Cristina si inumidiscono. Penso a quanto noi esseri umani siamo cattivi e spesso facciamo del male. Nella storia, la cattiveria dell’uomo sarebbe riuscita a far piangere una pietra. E ad uccidere ingiusti. Talvolta si aprono occasioni per fare del bene al prossimo, per partecipare anche noi a “rimettere il debito”. Pensieri. Cristina continua. “Era una possibilita’ che avevo, per fare del bene, e cercavo di farne, come potevo. La bontà che emana dalle sue parole, scalda il cuore. E lascia speranza, per i gesti che hanno edificato molto, in molti. In questo quartiere e in molti, a Torino. Penso che cosi come avviene per i credenti, che  il Signore perdona e lava  le colpe cosi  Cristina e altre persone di bontà son riuscite e riescono allo stesso tempo, con genti semplici a togliere “quello sporco dal viso che sovente ci portiamo addosso”. O asciugare qualche lacrima. Con la prontezza delle risposte. Riprende il discorso e dice: “Ancora adesso mi telefonano. Una signora in via Ravenna, conserva  quei ricordi, e non smette mai di ringraziare. Questo è per me un piacere che ha arricchito e continua ad arricchire la vita. Non solo la mia. In quel modo mi è stato possibile far un pochino di bene, e forse guadagnare altro tesoro”.  Alza gli occhi al cielo, direzione Basilica. A Druento, un signore, che desidera restare nell’anonimato, M.T. aveva un conto aperto, di circa diecimila lire. Nel frattempo, M.T. era tornato per alcuni mesi al Sud, e nello stesso periodo, Cristina e famiglia avevano lasciato quel paese per recarsi a Torino. Non si sono più visti. Rivisti. Per saldare un conto. La vita di città è frenteica. Quando ti perdi, difficile ritrovarti. Invece…Dopo qualche anno di distanza, il signor M.T. è riuscito a rintracciare Cristina e la nuova panetteria, grazie al “profumo” del pane,   ma avendo già cestinato quella rubrica, la nostra brava panettiera aveva “rimesso”  quel debito ugualmente. Il sig. M.T, ricorda di essersi recato nella panetteria e di aver allungato una banconota da diecimila lire. Il suo debito, mai dimenticato.  Un gesto ricambiato da altra  bontà ‘. M.T. Ricorda sempre di aver ricevuto in dono cioccolatini, dello stesso valore del debito appena saldato.

Ho pensato molto a questa storia delle rubriche. Onestamente, l’ho vista, in giro. O meglio, la ricordo. Si potrebbe ricostruire l’economia di un quartiere. Ho pensato possa essere uno strumento valido per i ragazzi, per trarne tesine. L’economia famigliare di un borgo. Analizzarne i consumi, i tempi in cui si poteva, riusciva a pagare. Le annotazioni, come a piè di pagina di un libro. Ma Cristina, non finisce mai di stupire. Qui, in questa panetteria non esiste più, nel senso che lo  si “cestina” presto per non lasciarne tracce.  Si “cancella”, si rimettono i debiti. Un gesto molto evangelico.  E ancora, vengono alla luce alcune pagine di un libro, al pensiero di questa gentilezza e bontà. “Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Siamo davvero dei grandi segreti, gli uni per gli altri e ognuno racchiude una lingua, un’estetica e una giurisprudenza a sé stanti. Siamo davvero piccole civiltà erette sulle rovine  di un’infinità di civiltà precedenti, con i propri concetti di quanto e cosa è bello e accettabile. E di cosa non lo è”.

Penso a storie di debiti, crediti, storie di infinita bontà. Una storia di “pane quotidiano“, di debito, di reintegrazione, di remissione dei debiti, nostri e di altri, di grazie, di grazia. Sentire una volontà più grande attuata per nostro tramite.

Cristina, riprende il racconto sul negozio, e sui debiti. “Questo negozio ha conosciuto davvero un esborso di denaro  molto forte. Nel 1965 questo negozio costava sedici milioni. Mio marito riposava lì (e indica un luogo), più lavoravi e più vendevi. Le scadenze erano continue. Questa era la casa. Sedici milioni era l’equivalente di una casa di tre piani.  Abbiamo fatto sacrifici sempre. A Silvio, mio marito, piaceva tantissimo Torino. Da giovane, il papà di Silvio era venuto a lavorare a Torino. Spesso affermava che era meglio un anno di lavoro nella grande citta’  che dieci  in paese.”

Nel frattempo, le campane di Maria Ausiliatrice suonano l’ora. Viene da pensare alla Madre. E qui, l’abbinamento è immediato con la farina madre. L’impasto lo chiamano, in piemontese,  “il levà”, che è quello della sera. Si lascia “depositare”  e alla mattina, si fanno due o tre impasti. Se ne prende un pezzo, lo si rinfresca, e si aggiunge  la farina e quindi un po’ di lievito di birra per “carezzarlo“, ma poco, perché ha già la forza, sotto, che poi, lo farà lievitare. Resta un pane normale, più buono, perché si conserva. Tutte le sere si procede con questa operazione. Ancora oggi. Il pane, in tal modo,  emana il profumo, cosa che oggi non si sente più, né per le strade, nè tantomeno in panetteria, forse perché si mette troppo lievito, che velocizza il processo ma non dona il profumo.

Il sacrificio e la felicità nel lavoro.
Il tipo di lavoro richiedeva, e richiede,  una grande responsabilità e impegno.  Al servizio per il prossimo. “Cercavamo la gioia nel vedere tutta quella gente, sapendo che quel pane avrebbe raggiunto tantissime case, tante tavole. Quel pane avrebbe parlato anche di noi in case altrui. Era lì, tutti i giorni. Sulla tavola. Questo, conferiva la forza che il lavoro richiedeva. Non ti sentivi mai stanca. Gioventù, gioia, i figli, che volevi che nella semplicità fossero stati  come tutti gli altri. In Comunione. ”

Dopo queste parole, immediato il pensiero al Vangelo di Giovanni.

Racconta  e si racconta ancora. “La malattia di Silvio ha richiesto un dispendio ulteriore di forze. Negli anni ’70 ha cominciato a non stare bene, pero’ si stringeva i denti e si andava avanti, anche nella malattia. Lavorava perché i figli erano giovani. Le forze venivano a mancare, lentamente, giorno dopo giorno,  e così  ho cominciato a fare ” il garzone,” dato uno, come aiutante, non ce lo si poteva permettere . Ho imparato a fare il lavoro quasi come lui. Io mi occupavo della famiglia, ma, al mattino ho sempre aiutato mio marito.” Lavoro, lavoro, lavoro.

I rapporti con il borgo.
C’erano tre panetterie nel borgo  e tutte  possedevano un  forno proprio. C’era Gillone, che in realtà erano tre fratelli, in via Biella, poi c’era Pennone, in via don Bosco e noi, Corgiat. Poi c’erano le rivendite. Maria Teresa era una di quelle. “La gente era bravissima, tutta. Quelli provenienti dal Sud, poi, erano delle bravissime famiglie. Per me erano tutti uguali. Ognuno con la sua famiglia, venuti qui per lavorare. Bella e brava gente. Ragazzi che vengono ancora a trovare. E ringraziare. Ragazzi di un tempo che hanno lasciato crescere i baffetti o la barba, ex ragazzi che non conosco più ma che loro si ricordano di quando vendevo loro la pizza e di tanto in tanto, allungavo un grissino, come capita di fare, quando entra un bambino.”

La crisi degli anni ’80.
La crisi di quegli anni, qui, in panetteria, si è fatta sentire poco, fortunatamente, anche se, in molti cominciavano a spostare  residenza proprio in virtù di quel fatto. Oggi di pane se ne produce molto meno. Il Toscano,  tipo di pane che un tempo si vendeva in grandissima quantità, oramai non ha più mercato. Un tempo le quattro bocche del forno andavano a pieno regime, con il  pane toscano in cottura. Ci andava una giornata per produrre quel   tipo. Aveva una lievitazione molto lunga, pero’. Che pane era quello!”
“Un tempo i grissini si facevano tutti i giorni, poi, han subito un calo. Li produciamo due o tre volte la settimana.”
La pizza, invece, andava tutti i giorni. Usciva più volte al giorno,  forno, pronta per i ragazzi delle scuole.

Cristina e le ferie.
Cristina, non ha mai visto il mare. O meglio, una volta sola.  A parte un ricordo di una giornata- regalo di Ezio, il figlio,  che trovandosi a  Ceriale per lavoro, decide di farle il dono  del mare. Merito suo, infatti, se Cristina è riuscita, per qualche minuto, ad “accarezzare” il suo sogno di vedere il mare. Intorno agli anni ’70, infatti, Ezio, da Ceriale, telefona al fratello, dicendo gioia:  “Prendi mamma e accompagnala qui, di modo che non avrà scuse da accampare sostenendo di non essere mai stata al mare.”

La paura di un eritema solare e un po’ il brutto tempo, contribuirono ad un incontro, tra Cristina e il mare davvero ridotto. A Savona difatti, la colsero tuoni e fulmini. Sicuramente, era il tempo che festeggiava con fuochi d’ artificio questo incontro. Da quella volta, il  mare, Cristina non l’ho mai più visto.
Il marito Silvio è mancato nel 1978.  “Ho tribolato molto per aiutare a  crescere tre figli e sofferto tantissimo la mancanza di mio marito”.  Torino non era un paesino e richiedeva più attenzione e vigilanza dei figli. Una  attenzione costante e continua. Così era per tutte le famiglie con figli adolescenti. In quel periodo l’oratorio era l’unico posto di accoglienza per i ragazzi. Ancora tanti sacrifici, da sola.

Quando sono entrato, Francesco si concedeva un attimo di tregua, su una sedia, Cristina osservava attentamente un macchinario. In una frazione di secondo, è passata vita.

Una vita di lavoro e sacrifici, ma ci sono migliaia e migliaia di ragioni per vivere questa vita, e sono tutte sufficienti, dalla prima all’ultima. Il Borgo è cambiato, in molto. I treni non percorrono più l’ultimo tratto in superfice prima di inabissarsi nella pancia torinese. I negozi che c’erano un tempo,  dall’elettrauto, alla carrozzeria, alla pizzeria al taglio con la farinata, alla polleria,  latteria, al ristorante, alla lavanderia-tintoria, la Ve-gè, le rivendite del pane, alla drogheria, il barbiere, piccoli esercizi che non ci sono più da tempo, ormai.  Resiste, ma resisterà ancora per poco, Teresa, la pettinatrice .Cristina è lì, come sempre. Talvolta, ancora qualcuno, la domenica, preferisce bussare e passare dal retro, così, per farsi dare qualche panino, avendo dimenticato di comprarlo il giorno prima. Talvolta anche il latte. Nonostante ora i negozi siano aperti anche la domenica, si preferisce andare lì. Perché lì, è un po’ come stare a casa. O tornare a casa. Un’accoglienza che è rimasta tale e quale, nonostante il passare del tempo e il mutare dei tempi. Con un po’ di immaginazione, si puo’ pensare che nulla sia cambiato. Che il treno continui a passare, sentire l’odore del fiume, le grida che  ragazzi e ragazze fanno ogni qual volta si sentono giocare a  pallone nei pressi dell’oratorio.

Una lunga storia d’amore, tra Cristina e il borgo, tra la panetteria e il borgo. L’amore è davvero sacro, come la Grazia: il valore del suo oggetto non ha mai una grade importanza.

Una storia d’amore per il lavoro e per le persone che dura da 50 anni.

 

 

La mia Torino 2

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Colombi. Porticato nei pressi di Porta Palazzo. Torino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Torino. Nei pressi del Comune, in bici per la messa in comune.

 

 

 

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Torino. La fine del mercato.

La mia Torino, non confluisce solo a Piazza Vittorio. Non soltanto. Almeno. La vedo convergere e confluire, dal mio “punto” di vista, verso altri lidi. Punto che non è una autovettura “lanciata” dal suolo di un  Cape Canaveral torinese, “attorniato” a mo’ di corona da numerosi locali. Piazza e piazze, meta di tantissimi, non solo il week-end, ma ogni giorno della settimana. E’ il punto di vista di chi “tira la carretta” e di chi l’ha vista tirare. I balconi, ad esempio, raccontano, e con essi, le case di ringhiera. Quante tute stese ad asciugare il sabato e la domenica potrebbero raccontare i balconi cittadini dove, proprio  in uno di questi, forse, ora si espongono e cantano alcuni artisti, così  ben raccontati dal nostro giornale “quotidiano” cittadino. E’ lo specchio dei tempi. Andati, ma attuali. Balconi, case di ringhiera, cortili, dove nel mese di maggio, mariano per la chiesa, ci si trova in gruppi, per recitare il rosario. E ti piacerebbe scrivere un pezzo  sulla storia di questi cortili, dove non si canta, oggi, ma si e’ lavorato, tanto, e si sono costruiti rapporti umani, cordiali e sinceri. Ponti tra le persone. E ora che vedi i manifesti di Maria Ausiliatrice con le tappe di approdo alla grande processione del 24 maggio, lungo le strade di Torino, li pensi e li ripensi, in questo” punto” di Torino, che non e’ piazza Vittorio, ma zona di salesiani, don Bosco e tanta sinistra. Ciascuno con la sua sforia, di quelle sentite raccontare e di quelle appena intraviste. E quanta storia e  non solo devozione, passa da questi cortili, dove si sono consumati “lavoratori” e lavori di un tempo. La bici del fornaio, la “sfornation“, come la chiamavamo noi bambini, legando quella strana bicicletta ai ricordi di una pubblicita’.  Bici pronta per la consegna mattutina con il suo cestello bianco, posto sul davanti. Profumo sparso in ogni via prima della consegna. Nelle varie comunità della circoscrizione. (la sette, Valdocco, Aurora).”Ciuchino” il panettiere, lo invidiavi, quando con la sua bici, assaporava il gusto della libertà. Ma era quella libertà, che invidiavi, non quella vita, dalle tante ristrettezze. Era un libertà “ristretta”. Il gusto dell’aria fresca, per le vie della città, il suono della fisarmonica la domenica pomeriggio, che saliva su, fino ai piani alti, fino al palazzo affianco. Ma era tanta fatica. Fornaio che talvolta invidiavi, per la sua maglietta bianca, a maniche corte, anche nei mesi più freddi. E lo invidiavi perché pareva che l’estate non avesse mai fine. Guardavi la neve, sugli alberi, sul trincerone della ferrovia, e “Ciuchino” in maniche corte e pantaloncini. Pareva che con l’estate fosse in atto il “rompete le righe” della scuola. E capitava di pensare a quella “biovetta” che avresti mangiato il giorno dopp e sul perche’ a Torino era la biovetta mentre a Milano era la “michetta”. E cosi’, il giorno prima della gita, per Milano e Pavia, finite le biovette, ti trovi a comperare le biove che ci poteva mangiafe il bus intero. E cosi’, finivi per legafe per sempre il nome del pane ad un evento, una gita, due citta’, Pavia, Milano, la Certosa e quel pane messo in uno zaino intero. Senza dimenticare che talvolta, in negozio, c’ era la mamma di ciuchino, che ti porgeva sempre il grissino, e tu, speravi sempre di vexere quella mano tesa, per ricevere quel pezzo di pane cosi tanto torinese che vedevi in alcune occasioni nelle pizzerie. “La torinese” e pensavi che la notte, al forno, ciuchino e sua mamma, avessero fatto, quei grissini per la pizzeria. E te li sentivi sempre vicini  e di colpo immaginavi partire il suono della fisarmonica, suonata da uno dei suoi figli’. Fornaio che non invidiavi, quando dal balcone di casa, notavi la luce del forno accesa,  e tutto il resto della città si apprestava a dormire; tutto questo, avveniva prima. Prima che il pane cominciassero a cuocerselo in casa, con qualche impastatrice o robe varie; la “pressetta” del materassaio e quel suo lavorare in cortile, in ogni stagione, e ti veniva da pensare “beato lui che è sempre in cortile”! quando avresti voluto andarci, ma non si poteva, perché il regolamento dei condomini impediva “il gioco del pallone in cortile”;  e la moglie del materassaio contribuiva ad ampliare quel senso di liberta’, emanato dalla forza del suo canto non sapendo piu’ bene se eravamo in quegli anni o in un’ altra Torino. Senza dimenticare i contenitori del verduriere che esponevano, lì sul corso, il “baccalà” o lo stoccafisso in quell’acqua che un po’, il mare, te lo faceva ricordare per forza, anche se uno di quei mari che non avevi mai visto; e sempre lì, nel corso, il sacco delle noccioline del “droghiere” con quella scritta dal sapore  vagamente americano. Ti femavi un attimo, prima del rientro a casa, con la cartella sulle spalle e di colpo, forse dopo averti visto, usciva il padre del negoziante, il sig. Piero, che in quel periodo pareva essere gia piuttosto anziano nel suo incedere. Infilava la mano in quel sacco enorme e tirava fuori qualche nocciolina, per la gioia dei bambini. E mentre le mangiavi pensavi a quell’ america.’Il mio punto di vista,  è di quelli di chi tira la carretta, osserva luoghi particolari, nascosti dalla polvere di un birrificio che sono stati e meriterebbero un capitolo di storia  nel e del movimento operaio. Un punto di vista  che ricorda  e conserva narrazioni altrui e dove la carretta la si tirava e la si tira ancora, come a Porta Palazzo, dove  quotidianamente ti immergi non solo in un mare di frutta e verdura. Cammini tra i colori e nei colori variopinti  delle bancarelle, con quelle tende che di tanto in tanto producono un po’ di ombra nel ciondolare estivo, sommerso da grida in una babele di lingue che, lentamente o velocemente (non saprei dire)  hanno soppiantato il  vero dialetto piemontese. Piemontese, che non era affatto “falso e cortese”. Magari, nei racconti evocati, alcune volte non “affittava” ai “napuli”, causa il cattivo uso delle vasche da bagno. Sarà poi vera la storia che non le affittavano perché usavano le vasche da bagno per piantare? Mha, anche queste, storie. Sicuramente, erano tutte dicerie. E poi, anche se soppiantato, talvolta,  il  “piemontese”  lo si usa ancora, almeno qualche parola, goffamente usata, a dire il vero,  da  qualche cinese o arabo, pur di invogliarti a comperare. Il mio “punto” di vista è di quelli che osservano chi “mette in comune” nel carretto, a due passi dal comune, tante cose, da noi considerate “cianfrusaglie” e inservibili, ma servibili a “terzi” che non sono solo “terzo”, del mondo. Ed è bello veder passare due ragazzi, con una strana bicicletta, andare per la città a  “raccogliere” e poi consegnare ai bisognosi il tutto. E quanti.  Bisogni. Punto di vista che alza gli occhi al cielo e osserva la presa in comune e in carico di due colombi, che, “tubano” e si prendono cura, uno dell’altro, come chi, alla fine del mercato,  (i raccoglitori) “mette in comune” quanto ha trovato, dividendolo, suddividendolo.  Come fosse pane appena sfornato. Scarti di altri, buoni da farci il pranzo. E qualcosa di antico, lo scarto, lo ricorda: la pietra scartata è diventata testata d’angolo. Qualcosa di buono, insomma, dallo scarto.  Insomma, il punto di vista, è una città che conserva una memoria storica da rinnovare e ravvivare. Con forti radici solidali. Questo è il metro per procedere.Dimenticavo. I personaggi raccontati nei loro gesti di bonta’,  sono tutti piemontesi, torinesi. E questa, almeno, non e’ una diceria. Cristina e’ una signora dagli occhi chiari, parecchio saggia, ma la vedi di tanto in tanto contemplare il suo forno e i tempi andati. Di tanto in tanto, porge ancora la sua mano con i grissini a qualche bimbo africano che si appresta ad andare alla scuola materna.

Torino, città che riflette

Assisi. Basilica Inferiore. Dipinto di Cimabue

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Torino, per le vie del centro. Via Maria Vittoria. Dipinto, copia del Cimabue ( Posto nella Basilica Inferiore ad Assisi).

Giornata di pioggia sulla nostra città. Come da previsione. Giornata “radiosa”, invece, dalle parti di Roma, Citta’ del Vaticano, dove “uomini coraggiosi” sono diventati Santi.  Alle ore 11.02. Una giornata che resterà nella storia, non solo per  Roma. “Due uomini coraggiosi, sacerdoti, vescovi e papi del ventesimo secolo. Che hanno conosciuto tragedie ma senza esserne sopraffatti”. Papa Wojtyla e Papa Roncalli. Da oggi, due santi. Così sostiene Papa Bergoglio in un tripudio di bandiere bianche e rosse. Con ombrelli gialli.  Nella giornata dei 4 papi. Due in questo Regno,  che celebrano insieme “due nell’altro”. Papa Francesco che celebra.  Roma, “invasa” da pellegrini e turisti. Facile immaginare la marea di gente in quella piazza, dietro in quella che e’ piazza Risorgimento, il fiume in Via della Conciliazione, fino ai giardini di Castel S.Angelo. Una pagina di storia in una giornata trascorsa tra canti e colori, fedeli, gente comune e capi di Stato e “teste coronate”. Un evento davvero mondiale. Come era Czestochowa, Denver, Parigi, Roma… Un’ immagine che resterà nella storia per due Papi vissuti nello stesso secolo. Francesco che ringrazia e che si intrufola tra la gente, in via della Conciliazione.

Già, Francesco. Anche qui, a Torino, piove. Si cammina rasentando il muro, al riparo, per quello che si puo’, dai cornicioni, proteggendo la mazzetta dei giornali per una rassegna stampa “quotidiana”  in una giornata di festa ma piovosa. Tra la stazione Porta Susa  e i piedi della collina, una lunghissima direttrice. A metà, un salotto. Di quelli buoni. Sovente è “la meta” per il giusto riposo, nel lungo cammino di questa direttrice. Luogo dove sovente si festeggia uno scudetto, quando si vince; dove   di tanto in tanto si insediano palchi, residenza, un tempo, di comizi e manifestazioni sindacali e politiche. Prima che perdessero visibilità e consistenza.  Luogo di passaggio per manifestazioni e domeniche a piedi. Luogo. Diversamente dai non luoghi. Direttrice che incontra piazza Carlina, casa Gramsci.Altro salto presso la casa, oggi, anniversario della morte, 27 aprile. Scritte sui muri e cartelli che indicano la presenza di associazioni, come quella dei panificatori. Compagni, una parola, un ritmo. Condivisione, partecipazione. Cammini, osservi i muri, la Provincia, un museo. Un dipinto sul muro. Uno specchio dall’altra. Dall’altra, lo specchio riflette arrivi di moltitudini, in quella cittadina, Assisi. Lo, specchio ideale riflette  incontri, quotidiani e andati, partenze e arrivi,  “un panino” condiviso, da anni, per anni, un giorno: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” (senza dimenticare di rimettere i nostri debiti, poi, noi…); un paio d’ore rinchiusi in un abitacolo che si chiama vettura, o bus, l’aria condizionata, la radio che rimanda Rino Gaetano mentre le parole tamburellano in testa… “a mano a mano”, il vento che soffia sul viso e “ruba un sorriso”, la bella stagione che era iniziata..”? Insieme alle mani muovono braccialetti, rossi. Poi,   le colline, una scarpinata, e l’approdo ad altri colli, Assisi. Una meta voluta, ricercata.  Altro colle, alle spalle. Insieme a tanta filosofia. La meta e la ricerca, di sé e del perdono. Turisti incrociati, ovunque, coi loro zaini e le loro storie. Altre storie. Altra storia. Assisi. La contemplazione, la preghiera. Solitudine. Orazione.  Due mani aderenti, senza vuoti. Di qua, sul muro di questa via cittadina, la sorpresa. L’immagine. Ma lo specchio si trova su questo lato della strada. Dall’altra parte, l’immagine rimandata dal ricordo di una città, di un dipinto,  di un incontro, era quella vera. L’originale di Cimabue,  che si trova nella Basilica inferiore di San Francesco, ad Assisi. L’immagine sui muri di Torino. Per le vie del centro. Nei pressi del salotto buono, di via Roma. Via Maria Vittoria.  Bellissima questa copia del Cimabue. Chissà quante volte ci si passa, davanti, senza osservarlo e pensare all’autentica che si trova  ad Assisi. Fermarsi col pensiero. Essere qui, ad Assisi e Roma.  Torino, una città che davvero vista con occhi attenti non termina mai di stupire. Devozione popolare. Occhi rivolti verso l’alto. Mentre la nostra citta’ e’ invasa da turisti in coda per musei, forse complice il mal tempo, continuo ad osservare questo dipinto e lo “specchio” che rimanda immagini.

Lettera 28. Continua…

 

 

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Torino. Monte dei Cappuccini. Romanticismo notturno.

Il caffè, quel caffè, era il nostro rifugio.  La piazza e la stazione nella quale aspettavamo un treno, il nostro treno. Due luoghi, due spazi, fulcro della vita culturale. Non era la nostra vita quotidiana, ma ci provavamo, a farla diventare. Nostra.  In tutti e due i luoghi, i  libri ci accompagnavano. Sempre. Ci aiutavano nella nostra libertà. Loro incontravano noi e noi incontravamo loro. E ogni incontro, un’esperienza unica. La loro con la nostra. La nostra e la loro. Con loro in nostra compagnia, superavamo confini e saltavamo angoli che la realtà ci costringeva o meglio, ci costringeva a vivere in luoghi angusti, e lavorare con un “abito” non nostro. Ma fortunatamente, come lo storico della domenica, ci scrollavamo di dosso molto, del passato, dall’ultimo incontro a quello nuovo. Torino era nostra. Piazza Castello, al pomeriggio. In lungo e in largo. Mano nella mano.  Avevamo vinto lo scudetto. Il nostro. Una giornata di festa e tripudio. Festa, cori, trombe e bandiere.  Uno scudetto appuntato sul petto, al termine  di un campionato. Era l’andata. Il ritorno sarebbe stato più duro. Come tutti i ritorni. Una trasferta lunga, con il fattore campo che certo non aiutava. Ma intanto, quello, era il nostro scudetto. Laureatici campioni, in piazza, a festeggiare, come dopo un esame. In un campionato a due. Lo scudetto, quello nostro, era l’abbraccio e le mani intrecciate. Le trombe, due cuori esultanti. La bandiera era un enorme foglio bianco sul quale scrivere la storia. Il tamburo, il nostro cuore. Un cuore solo, fuso. La nostra storia. Piazza Castello, per l’occasione, e per tutte quelle a venire, diventava, o meglio, ridiventava la Medal Plaza. E noi, orgogliosi, la appuntavamo, sul nostro petto. Da li, ai Cappuccini, occhi gettati verso l’alto e da qui, a Superga. La città era nostra. Ai nostri piedi. Il ritorno, lento ma veloce. Uno sguardo all’orologio. Il tempo passa. Troppo velocemente. La riconquista della Piazza. La scelta del caffè, del bar, per l’aperitivo.  Cosa che avremmo ricordato, il giorno dopo, in stazione, prima del congedo. Due mani, domani,  formeranno un cuore.  L’umor acqueo, fornirà l’inchiostro. Le dita, saranno i tasti, per scrivere qualcosa che non si puo’ dire in poco tempo, in pochi secondi. Quel tamburo continuava ad emettere lo stesso suono. A distanza. Di tempo.  Il treno, velocemente veniva  inghiottito dalla galleria cittadina. Cominciava il girone di ritorno. Tum, tum, tum…il cuore batteva il suo tempo e questo non ne rallentava mai quel battito.

 

Oggi, come allora, piazza Castello. Sul porfido, la lettera 28, batte gli ultimi tasti.Torino 18 ottobre 2014. Foto, Romano Borrelli Ultime lettere.  Ancora una lettera. Per continuare. A sognare. Il foglio bianco, la nostra bandiera, ormai è divenuto testo scritto. Le dita, le mani, solo apparentemente si distaccano. Le dita, battono e scrivono una storia. Questa piazza sembra, a quest’ora, ha le sembianze di  un bel visino. Occhiali, frangetta e occhi neri, sono quelli di Marina, che così “ricama” la sua storia. Io l’ascolto e la regalo ai lettori.

“Una coppia porta a spasso il suo segreto, nello spazio aperto di Piazza Castello, che induce a prendere fiato per fare un profondo respiro, per un lungo sospiro. Aria di libertà, il sole ravviva i colori e definisce i contorni, la temperatura, mite, rilassa i muscoli (compreso il cuore). Mi piace pensare che quelle mani non siano perfettamente aderenti, che non ci sia il vuoto fra di esse, ma che contengano il frutto dell’amore dei due, il frutto che si portano a spasso nascondendone il sapore al pubblico pur rivelandone la bellezza. E’ questa delicata esibizione di un sentimento, rispettosa del confine fra la dimensione pubblica e privata dello stesso, che suscita in me tenerezza. Strappandomi un sorriso e un pensiero, su quell’avanzare nella piazza come nella vita in due, distinti e diversi, ma l’uno accanto all’altro. Lui non colma le mancanze di lei, lei non colma le mancanze di lui, ma lo attraversano insieme, il vuoto che ognuno si porta dentro. Stando accanto. Anche quando l’amore è attesa e manca la routine per cui si conservano come reliquie oggetti, foto, libri che oggettivano la presenza, l’assenza, di lui o di lei. Basta poco per ritagliarsi un momento di poesia nella giornata. Alzo gli occhi al cielo, lo stesso cielo. Calpesto la stessa terra. E mentre le due mani intrecciate spariscono all’orizzonte in me rimane un retrogusto dolce, di qualcosa che fu, di tutto l’amore divorato, mai assaporato, mai restituito. Vita, torna da me, cavalcando la primavera.”

“Lettera 28”

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Il Bicerin di Torino. Davanti alla Basilica della Consolata
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Piazza Castello. Torino. Una sera d’inverno

Non so se sia la vicinanza della Holden e dell’aria che emana e che sei indotto a respirare a trasformare ogni pensiero in una narrazione o se davvero ogni cosa possa essere come una lampada, grattarla, e oplà…storie, personaggi e persone.  In una carta d’alluminio, conservo il cibo serale. Una semplice patata. Un tubero. Allo scartare, profumo di mare. E più la scarti, come le caramelle, più ti accorgi di quanto sono dolci. E più le scarti, più rimbalzano storie.  A guardarla, questa piazza… Seduto su questa panchina la osservo, la piazza, con cura, con attenzione. Ripenso a quelle mani intrecciate, che insieme attraversano la piazza e il corso della vita.  La Mole, a due passi, occhieggia. La stella, in cima, indica la traiettoria. E’ bussola per il cammino. Ai suoi piedi, lettere smarrite e ritrovate, e personaggi “evaporati” e dissolti nelle nebbie. Lettere di Natale, e Natale di letterine, dissolte anche queste, “ricercate” da qualcuno. E lettera 28, di prossima pubblicazione.  Ogni cubetto di porfido posto sotto i miei piedi pare un tasto, una lettera. A, S, D, F… Una enorme macchina da scrivere. Torino 18 ottobre 2014. Foto, Romano BorrelliDi quelle nere. Bellissime. Lo zio Vito ne possedeva una, sulla  sua scrivania. Un po’ come La Stampa per un torinese, una L 28 è per un eporediese. Lui, così ligio al suo dovere, chissà quante pagelle avrà compilato con quella bellissima L 28. Una lettera 28, di Ivrea. E Ivrea significava Olivetti.  La spolverava e ammirava ogni giorno. Quasi come fosse una bella ragazza. E una bella, lo è per davvero. La professoressa T. pone un foglio, bianco, sopra la tastiera, affinché gli studenti non vedano dove sono posizionati i tasti. Ci si avvia, così, lentamente, a scrivere, una pagina di storia. Forse un libro, in capo al biennio di corso.   A, s, d, f, moltiplicato tre righe. Michela e Paola, sono le più brave. A ruota, seguono Riccardo e Danilo. Io, faccio come posso. A pigiarli, tutti quei tasti, sull’ immenso foglio, che si chiama piazza Castello, l'”inchiostro immaginario” comincia lentamente a colare, colorare e  riempirla, la piazza,  di contenuti, persone, storie, città, anni. Lentamente, lo svolgimento, del tema, prende “corpo”. Una pergamena, con qualche “bruciatura“, ma ricca di contenuti. Un bel tema. Lentamente, la srotolo e la leggo. Una storia, nella storia. Che continua a fare storia.

 

“Il Bicerin era pronto davanti a me, sul bancone di quel caffè storico, della città più affascinante che io abbia mai visitato. Certo erano diversi fattori a produrre quell’eco, quel richiamo, arrivato fino al mare. La promessa di una vita più solleticante. Un senso di ordine, l’assenza di frenesia, una certa eleganza. Il romanticismo. E l’accoglienza della casa di lui, di lui indaffarato a preparare un piatto di pasta di rara bontà. Sapori del Sud, genuini. E la cura. Delle sue mani guantate avvolgenti le mie, nude, per impedire al freddo di penetrare nel cuore di quell’intreccio. Della sua voce, la sera, che leggeva i passi di un libro a ripercorrere gli stessi posti di qualche ora prima. Forse voleva fissare nei miei ricordi quelle immagini, ma non sapeva che le stesse immagini non solo si erano fissate ma si erano fatte emozione, sogno, speranza, tanto da concedere alla mia mente stanca un repentino abbandono al sonno. Come una bambina avevo bisogno di essere rassicurata per dormire. Ma ancora non sapevo di quella ninnananna, davanti a quel bicerin. Faceva venire l’acquolina in bocca, un triplo strato di cioccolata, caffè e fiordilatte, perchè, si sa, la vista e il gusto vanno a braccetto. E vanno a braccetto anche con le emozioni, i sentimenti, i ricordi, piacevoli o dolorosi. Il cibo è soprattutto cibo dell’anima. Sarà per questo che quel ghiacciolo era così succoso a Superga. Incomparabilmente più squisito di qualsiasi altro ghiacciolo al limone. E sarà per questo che a volte, pur volendo ed essendo sul punto di gustare qualcosa, ci tratteniamo dal farlo. Perchè vivere, nutrirsi, amare, decidere, crescere potrebbero evocare fantasmi. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci racconti una favola. O una storia vera, magari piccola piccola ma pregna di grande valore. Lui ha continuato a raccontarmele le favole, da lontano, con un blog. Un appuntamento quotidiano con numerose e variegate storie che solo i suoi occhi potevano cogliere e anticipare. Proseguì quel giorno la passeggiata, mano nella mano, fiumi di parole che non ci eravamo forse detti, ma anche momenti di silenzioso ascolto, delle cose nuove che la città sembrava promettere a entrambi.”

La lettera di una sconosciuta è stata riposta nella biblioteca di famiglia. Questa, è la lettera di Marina. Scritta da una formidabile …L 28.