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Gli auguri del sindaco di Torino Fassino a Torre Giuseppe

Fassino
Piero Fassino

Torino, 20 febbraio 2014. Cari lettori, in mattinata, il Sindaco di Torino, Piero Fassino, come aveva promesso, ha fatto pervenire presso questo blog gli auguri al sig. Torre Giuseppe, una vita “al lavoro” e di lavoro, a Torino e per Torino. Il sindaco si è raccomandato che gli auguri pervenissero al sig. Torre in giornata, con le scuse di un piccolo ritardo. Ma si sa, la politica è in fermento. Al nostro giornale cittadino, mi è parso giusto e doveroso segnalare la persona, la storia.  La sua storia è stata raccontata, qui sopra con passione. Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere Torre, quando ero piccolo. E davvero, la reputo una grande fortuna. Una grande fortuna, ma anche tenacia, sacrifici, e gioia nell’ascoltare una fonte così preziosa come Torre Giuseppe. Il lavoro, lo studio, gli esami, la scuola, gli affanni, la voglia di riscatto. Momenti in cui molto sembra girare come non si vorrebbe. Ma poi, l’impegno e la passione nelle persone prendono il sopravvento. Una passione vivere di passioni e veder realizzato il proprio lavoro. La felicità è stata condivisa nel pomeriggio insieme nello stesso luogo, Maria Ausiliatrice, Valdocco, a Torino, dove il Sig. Torre Giuseppe ha scritto una fantastica storia. Domani mattina anche La Stampa, interverrà sulle pagine cittadine, dopo aver letto il blog, su mia indicazione. Se non è una notizia questa…

Lettera del sindaco di Torino a Giuseppe Torre

Torre Giuseppe
Torre Giuseppe

Ancora tanti auguri, Torre.  E un grazie per i messaggi che hai saputo instillare. La passione nelle cose fatte bene. Anche quando si corre il rischio di essere tacciati di “martellamento”. Ma le storie a metà, non vanno bene. Le storie vere, devono avere la giusta pagina, la giusta conclusione.

Per questa bellissima giornata, vorrei esprimere alcuni ringraziamenti. A chi ha sostenuto la mia persona, nonostante i sacrifici, la famiglia, fratello, l’amico e collega di precariato, ing. Domenico Capano che agli inizi di questo blog insistette tanto affinché cominciassi a scrivere, il prof. Giovanni Carpinelli, che per due volte mi ha dato fiducia seguendomi nelle tesi universitarie, i lavoratori in genere che faticano ad arrivare alla fine del mese e chi il lavoro non lo ha o lo ha perso, i Salesiani che mi han dato accesso ad ogni cosa chiedessi per questa bellissima storia, e Roma, la Pisana, Felice Reburdo, un don da fabbrica, un prete operaio, chi mi ha dato voce e chi no e non ultimo i ragazzi che incontro ogni mattina a scuola, con i loro pensieri, le loro difficoltà, ma anche tanta gioia di vivere. E poi, la sinistra, la fiom per la richiesta, sempre, di giustizia sociale. I loro visi, i loro grazie il loro buongiorno. Inoltre, persone che per passione mi hanno portato ad assorbire – come una spugna – tantissimo, anche quando sembrava tutto difficile  tranne che per me. Anche quando le energie mancano e la passione pulsa. Ancora. Che fantastica storia è la vita…

Allora, lettori, a domani, su La Stampa:

Romano con Giuseppe Torre e la lettera del sindaco Fassino
Romano con Giuseppe Torre e la lettera di Fassino

Negli articoli precedenti del blog raccontata la vicenda del Nostro Giuseppe:

Quella rosa che torna ogni anno Il fascino degli amori che resistono La storia di Diego e Marilisa commuove i lettori: decine di lettere alla “Stampa”

diego-marilisa-amore-perdutoQuella rosa che torna ogni anno Il fascino degli amori che resistono La storia di Diego e Marilisa commuove

CRISTINA INSALACO SU LA STAMPA DI OGGI
Caro Diego, sapessi a quante persone hai fatto scuotere il cuore. Quanta gente si è commossa per te e per se stessa, quanta si è incuriosita e rattristata.
Quanti messaggi di solidarietà, commenti e confidenze ci hanno scritto i lettori. Che hanno avuto l’occasione per riflettere sul senso dei ricordi e
sull’insostituibilità delle persone.
Sulla meraviglia, o la condanna, di fronte al fatto che nella vita ci sono affetti che non si riescono a rimpiazzare.
Il cuore che duole Di lei non sappiamo quasi nulla, se non che l’ha lasciato, e forse un po’ violentemente. In questi giorni ci sono arrivate moltissime mail di lettori che hanno voluto raccontarci qualcosa della loro vita, che hanno trovato in Diego qualcosa di sé edegli stati d’animo simili ai
suoi. Altri hanno scritto commenti e impressioni su un amore che se non fosse vero sembrerebbe la trama di un film.«Io non ce la farei mai a lasciare fiori e lettere per Torino, ma mi capita di passarci davanti al bar dove il mio ex fidanzato ed io ci siamo dati il primo appuntamento. A volte entro e ordino qualcosa. E ripenso a quelmomento. Perché mai uno dovrebbe cancellare i ricordi? », scrive Sonia.
Problema di testa
«Come lo capisco! I sentimenti sono più forti di noi. Come si fa … CONTINUA
Articolo completo de LA STAMPA:
Diego e Marilisa, de “La Stampa

Il Natale 2013 raccontato assieme al quotidiano La Stampa

romano

Cari lettori, oggi vi presento il mio articolo apparso sulla Stampa del 28 dicembre 2013 nella sezione L’EDITORIALE DEI LETTORI, intitolato Ingessati a scuola.

Ingessati a scuola
ROMANO BORRELLI*
Dall’ultima maturità, provo a soffermarmi sul senso dell’Infinito viaggiare nel mondo della scuola. Tanti viaggi, tante cittadine di provincia, tante scuole. Università. Anni di precariato. Il sistema scuola: soggetti al lavoro. Graduatorie, classi. Di scuola, di concorso. Modalità di accesso. A e B. Docenti, ragazzi, famiglie. Nell’articolo «Le relazioni che salvano la scuola» (Alessandro D’Avenia, La Stampa, 12 dicembre 2013), una dimenticanza. Gli Ata, per esempio. La burocrazia ingessa e altro corre. Velocemente. La scuola o la società? Ma chi vuole realmente salvare la scuola? Cosa e come potrebbe cambiare la scuola e con chi? Qualcuno al Ministero dell’istruzione ha mai provato a scattare una fotografia sullo stato della scuola tra i suoi lavoratori? Laureati, «ingessati» dalla burocrazia che potrebbero contribuire ad implementare il vero senso del lavoro, consistente nella relazione di servizio reciproco, azione virtuosa rispondente ai bisogni umani?

Laurea, specializzazione, master e altro utilizzati nella scuola per altre funzioni che restano prive di sbocchi quando le aule si chiudono e con esse la consapevolezza critica.
La scuola è inclusione, di tutti. Basterebbe una mappatura dei bisogni e stabilizzare. Come ci si fa a conoscere e relazionarsi in una babele del ricambio continuo? Basterebbe poco
per trasmettere passioni a «quel mondo» dell’infinito viaggiare. Le scuole sono una miniera di passioni, nascoste.

Suggerendo di visionare le tesine degli anni passati proponendo di analizzare quel pezzetto di comunità, provando ad individuare gusti, tendenze, dinamiche, orientamenti dei ragazzi e provare a connetterli con gli strumenti che possiedono, oggi, ad intraprendere un infinito viaggiare a ritroso nel confronto, nello scarto trovato nel mondo dai  compilatori di quelle tra come si immaginavano il loro mondo e come lo hanno trovato. Ho provato. Tra l’entusiasmo della Preside e l’ingessatura della burocrazia. Ricordandomi la mia funzione ho riposto tutto nel cestino. Comprese le lauree.
*40 anni, laureato in Scienze Politiche, Ata, scuola, Torino

Di seguito per chi desidera stamparlo è disponibile il file in formato pdf, (aver cura di fare salva pagina con nome e poi aprirlo e stamparlo con adobe reader):

Ingessati-a scuola di Romano Borrelli

Il 27 dicembre 2013 è stato pubblicato sempre sulla Stampa questo bell’articolo di CRISTINA INSALACO avente per titolo:

La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale:

La voglia-di riprovarci parte anche da un albero di Natale

Di seguito la prima pagina della Stampa citata nel precedente articolo della Insalaco, in formato pdf, del 24 dicembre 2013:

Prima pagina del 24 dicembre 2013

stampa-24dic.2013-primapagina

Buone e serene feste a tutti Voi.

short link all’articolo:
http://wp.me/pog5o-1uZ

Bacio bandaTo

DSCN3523DSCN3525Sabato pomeriggio. Sabato autunnale. Profumo di castagne, meglio, caldarroste.

L’uscita della stazione della Metropolitana torinese “Stazione Porta Nuova” (una grandissima M rossa) “vomita” continuamente, a tutte le ore, gente. Le scale mobili continuano instancabilmente il loro viaggio e instancabilmente, come muli cittadini, sopportano il carico di cittadini e non che scelgono questa fermata per iniziare il loro viaggio spensierato nel centro cittadino. Una enorme impalcatura della stazione Porta Nuova ne copre la maestosa “faccia”;  la stazione delle biciclette gialle sulla sinistra e il parco della piazza, davanti a noi, si apre con la sua storia di globalizzazione. Chissà se qualcuno ricorda un enorme e bellissimo orologio composto da fiori, posizionato lì, a ricordarci lo scorrere del tempo. Sotto il porticato, l’hotel Roma. Una “marea” si sparge, si confonde, si spalma, e, in alcuni tratti, si “sdraia” in questi due kilometri che ci separano dall’altra piazza, seguendo via Roma. A metà, della via, delirio. Confusione.

Confusione in centro cittadino….due amori “invisibili” si scambiano un bacio a ritmo di banda. Confusione per questo gesto, o confusione per le strade cittadine? Lasciandomi alle spalle Piazza Carlo Felice, la stazione Porta Nuova, i portici che trasudano di  tanta poesia, narrativa,  di uno dei grandi della nostra letteratura,(Cesare Pavese), una musica distrae la passeggiata sabauda di un sabato pomeriggio autunnale. La domenica pare essersi infilata di soppiatto, anticipatamente, sotto le volte dei lunghissimi e bellissimi porticati torinesi. Qualcuno ne approfitta ed effettua, “pedonalmente” una sosta, così, tanto per accompagnare il “corso” della musichetta. Coralmente. Altri, invece, nelle loro movenze, ricordano l’inizio del film, “La stanza del figlio“: ci si ferma, si segue la banda con lo sguardo, ci si muove se ne intonano alcuni pezzi riconosciuti e si canta liberamente, il tutto con caffè o cappuccino in mano.  Il restringimento di via Roma, prima a di sfogare nella piazza, vede gli  “scheletri” delle due Chiese gemelle. Per un momento, con l’aiuto della fantasia,  pare di essere in altra piazza, piu’ a Sud, con due Chiese dedicate agli artisti: piazza del Popolo. Anche lì, come in numerose altre piazze d’Italia, numerosi Apollo e Dafne staranno scambiando occhiate verso “grandi bellezze”. Sulla destra, una piccola piazzetta “apre” alla Rinascente, altrimenti detta, “la Rina” dove ci si incontrava quando la piazza era davvero reale e le occhiate ce le si lanciava da quella scala mobile. Ora un bar moderno, al suo interno, posizione lungo i tavoli “piazze virtuali” con pc perennemente collegati. Manca il Pincio, ma con un po’ di immaginazione si possono oltrepassare  palazzi sabaudi e provare a vedere la collina torinese, oltrepassare così, con la fantasia, una serie di vie che ricordano altrettanti personaggi sabaudi. Anche la piazza, volendo, potrebbe avere delle vaghe analogie con la bellissima piazza del Popolo, di Roma. Il parco romano, impresso sulla cartina geografica, rassomiglia ad un cuore, con le sue arterie, che poi sono le vie, i busti, il laghetto. Nella piazza torinese, il cuore è “appeso”, resiste. Pulsa, come il cuore del centro cittadino. E piu’ lo maltrattano e lo buttano giu’ e più quello si tira su. Cuore, cuori pulsanti e  labbra “stampate”  congiuntamente alla musica profusa dalla banda, appena entrata in piazza San Carlo, compongono un romanzo polifonico su di uno sfondo panoramico per un bacio davvero romantico di due mimi.

Allo stesso tempo in cui un “romanzo” prende corpo, e il bacio si consuma in un tempo espresso, un altro, piu’ a Sud, vicino altra Chiesa, Santa Chiara, termina definitivamente la sua narrazione.

I due mimi, intanto continuano a  consacrare un amore eterno per la nostra città….Potenza di un bacio.

Cesare Pavese (Torino, hotel Roma)

DSCN3437DSCN3433La statale proveniente da S. terminava in una lunga discesa. A destra una pista prove, per auto, ne indicava l’arrivo, al mare. Era il segnale che davvero un anno di freddo, gelo, studio, lavoro, veniva riposto alle nostre spalle. A quell’altezza si poteva già percepire la sua presenza un paio di km prima: l’azzurro, verde era visibile e il profumo erano percepibili a chiunque.  Quella strada terminava con una rotonda, dei tempi andati. Un paio di traverse, una fontana e il cartello: via Cesare Pavese. Fin da piccolo questo nome, legato ad una abitazione, quella dei nonni, mi incuriosiva. Chi era? Dove era nato? Ogni volta, quando la bella stagione, l’estate, mi riportava nello stesso luogo, Cesare Pavese, risuonava nella testa. Una coppia mi precede. Lui accompagna lei, la precede. Lei si sofferma, pensierosa, forse sul mal di vivere. Osserva quello scrittoio, quella sedia. Sicuramente nella sua mente starà pensando ad alcuni personaggi dei tanti libri scritti dal suo autore preferito. Forse ora vacilla in quegli anni. Forse ora è Ginia, forse Amelia, o chissà chi. Forse starà pensando al mal di vivere o alla sua adolescenza, quando tutto era semplice. Su un blocchetto annota qualcosa. Sicuramente rileggerà quegli apppunti. A casa, al suo ritorno, la sera. Perchè casa è dove ci sentiamo amati. La sera provo a ripensarla, a rimontare e rileggere quel breve scritto. Magari ne avrà fatto una pagina di diario, o di blog. Chissà. Magari avrà scritto così. Ripenso a quel numero, il lungo corridoio, la porta, la poltrona rossa e quel silenzio, di rispetto e di amore. Forse era un regalo di lui, a lei, così studentessa, amante di lettere e delle lettere. Sarebbe stato bello parlarci un po’, a fondo. Onestamente. Sarebbe stato bello in un’ altra vita trovarsi sotto e passare qui, notti intere. A parlarsi. Raccontarsi.Viversi.

Passeggiavo immersa nella città semideserta, sospinta dal vento che avrebbe portato la nuova stagione. Caldo e freddo si facevano guerra sul cielo di Torino e proiettili di grandine precipitavano al suolo, davanti agli occhi stupiti dei passanti. Ero felice, anche gli altri mi sembravano per nulla turbati da quel fracasso, tutti fermi per qualche minuto ad osservare lo scenario.

Ad un tratto, inaspettatamente, qualcuno mi portò indietro nel tempo, esattamente a 63 anni fa, attraverso una porta, con un’ insegna (Hotel Roma), poi un ascensore e un corridoio. Infine un numero, 346. Io avevo già capito dove stavo andando, da chi. Era la stanza di Cesare Pavese, in cui trascorse gli ultimi mesi della sua vita, nell’angoscia di una fine programmata, a lungo rimandata, nella lacerante lotta interiore che sfinì quell’uomo così sensibile, quello scrittore così diverso dagli altri dei suoi anni, dai suoi amici impegnati politicamente. I suoi scritti erano più intimi, lui al confino a Brancaleone ci andò per amore. Quella stanza era così sua, come sua era Torino, allo stesso modo di S. Stefano Belbo, sprofondata fra le colline, anche quelle sue, parte di lui, colline che erano un limite da superare fisicamente e per la fantasia. La stanza numero 346 è piccola piccola, e chissà perchè gli è capitata proprio quella, se l’aveva scelta lui. Appena si entra c’è il bagno sulla sinistra e un pò più avanti, il letto, a fianco il telefono, poi la poltrona e la scrivania, procedendo avanti verso la finestra. Ho trattenuto il fiato mentre facevo scivolare le mani su quel mobilio, lo stesso che lui aveva toccato innumerevoli volte e che avevo immaginato quando leggevo “Il mestiere di vivere”, di tanto in tanto facevo riposare gli occhi e lo spirito da tutta quell’angoscia e provavo a focalizzare qualche immagine. Mi è parso di averlo visto su quel letto, tornando indietro dalla scrivania, con lo stomaco contratto come in ogni momento solenne, come un profeta al cospetto di Dio, come quando realizzi che stai rivivendo un pezzo di Storia e non ti senti più uomo, donna, ma parte del genere umano, parte di un Tutto, un Anima Mundi diluita nel corso dei secoli. E così io mi sentivo Uno, con quell’uomo che viveva di ricordi, perchè per lui “la vera scoperta non viene dalla cose nuove, ma dalle immagini del passato quando le cose accadono per la prima volta, che è la sola che conta davvero, quando la vita ci ha svelato il suo segreto e in preda a uno stupore terribile e delizioso siamo ancora vicini all’attimo in cui tutto è deciso per sempre e siamo pronti a ricordare ciò che siamo stati e ciò che saremo”. Per Cesare Pavese vivere era ricordare, la sua infanzia, le colline, il mondo agricolo, la terra, il volto dell’amore, il mare, Torino. Ferma davanti al suo letto, cercavo di fotografare ogni dettaglio di quello spazio in cui hanno raccolto il suo corpo stanco. Avrei voluto trovarlo ancora li, e chiedergli se addormentarsi quella sera è stato come se l’era immaginato, “come smettere un vizio” e se poi ha visto i suoi occhi, di lei. Ci vuole una gran forza per essere uomini veri, per conservare la dignità, per dare un senso ad una esistenza oggi ancor più precaria. Un pò di quella forza l’ho tratta dai suoi libri, perchè, diceva Guccini, “questo dolore che vagli tra le maglie del tuo cribro, svanisce un pò nel contemplare un fiore, si scorda fra le pagine di un libro”. Uscendo, la malinconia non aveva sopraffatto la speranza, e ho continuato a cercare me stessa. “Non si cerca che questo”.Hotel Roma Torino.foto Borrelli Romano

“La bella estate”, di Cesare Pavese. Oggi, come ieri. Un salto presso l’Hotel Roma ( ringrazio il personale per avermi accompagnato con professionalità presso la stanza del grande scrittore, fornendomi indicazioni per ogni oggetto presente), a Torino, in assoluto silenzio, quasi religioso. Un corridoio, con tappeti rossi a terra e stanze a destra e sinistra. In fondo, a sinistra, la numero 346, quella di Cesare Pavese. Un’impiegata molto gentile apre lentamente, con delicatezza, la 346. Con professionalità, anche se un gesto ripetuto chissà quante volte, si lascia  in disparte, per lasciarci il tempo di assaporare quell’atmosfera, per lasciare la possibilità di respirare quegli anni, quella Torino, forse grigia, forse crepuscolare, per alcuni versi così diversa e perfino così uguale alla Torino di oggi. Tante storie, personaggi paiono addensarsi in questi pochi metri quadrati. Un telefono nero, a muro, di quelli che ormai non si trovano più, neanche presso qualche mercatino delle pulci, il letto, la poltrona rossa, uno scrittoio. Quante emozioni. Immaginare lo scrittore piemontese intento a scrivere chino, lì sopra…Una giovane coppia, intenta come me, a saltellare negli anni, scatta alcune fotografie.Lei, si pone al centro della stanza, osserva con rispetto la scrivania, lo scrittoio, quei colori un po’ particolari. E’ librata, sicuramente gli anni che sta vivendo in questo frangente, non sono questi, sono altri, quelli dello scrittore. Respira nostalgia, angosce, desideri, e forse amore. Sembra aver tolto il tappo dalla bottiglia dei ricordi. I suoi occhi, ad altri occhi attenti, svelano molto: libri, toli di libri, pagine e pagine di libri letti in chissà quanti anni, pur essendo così giovane. L’emozione è forte. Uno zaino tradisce la sua identità, una turista, appena scesa dal treno. Non una gelateria, non un caffè o un bicerin,  non una salita presso la Mole Antonelliana, ma la visita presso la stanza di Cesare Pavese. Questa la meta del suo primo viaggio. Un giorno particolare. Appena scesa dal treno. La stazione, i giardini. Provo ad immaginare all’interno di quella bottiglia quali pensieri, quali frammenti di storia individuale “stapperà”  e sfilaccerà una volta tornata a casa. Mi pare di leggerle i suoi pensieri.

Era così bello avere tra le mani la sua, le pagine di Pavese, la sua poesia.

La città, in questo fine agosto, sembra svegliarsi da un torpore, da un letargo. La grandine dei giorni passati sembra aver spazzato via la bella stagione.

Poco distante da qui, via Roma, Piazza San Carlo, Piazza Castello, via Po da una parte, via Garibaldi dall’altra. Torino, un po’ passato, un po’ presente. Pian pianino chi aveva scelto altre mete per passare qualche giorno di vacanza, rientra e lentamente la città si rianima.

Lecce: benvenuti in Salento

DSCN3253DSCN3290Lecce, stazione di Lecce. Lecce. Il treno frecciabianca proveniente da Milano, causa vetri, e causa altro, prima dei vetri, è arrivato a destinazione con……..

In ogni caso è bello rivedere, un anno dopo, i cartelli delle ferrovie con su scritto Lecce. La fontanella e quella voce registrata che annuncia anche le fermate della linea ferroviaria Sud Est…….Tutti quei paesi dai nomi musicali…Guagnano, Novoli, Galatina, Gagliano del Capo e tanti altri……..Sentire le cicale e appena metti i piedi sulla banchina viene da dire: “ma chi ha dimenticato il forno acceso dopo aver cotto il pane?”……un caldo….africano, anche se, ricordando gli anni addietro, non molto rispetto a quelli. Appena arrivato, un rustico ed un pasticciotto del bar della stazione. Un anno dopo. Mi sono mancati. Mi siete mancati. Peccato non averli tutto l’anno, anche al Nord. Quante cose ci si perde senza sapere di perderle……..e quando le si hanno non le si apprezzano. Prossima tappa? Le friselle: olio, sale, capperi e pomodorini che sono pomodorini. Altra tappa ancora? Ciuncata frisca!

Ora mi godo il tramonto, un sole particolare, da cartolina. Il mare, quello vero, le persone, che sembrano aspettarti da sempre. Ed è passato un anno da quando ci siamo salutati.

Un’annotazione: dato il tempo speso in treno, ho potuto constatare che il numero dei lettori, almeno in questo vagone, si è impennato, complice anche un gruppo di studenti, studentesse universitarie di ritorno a casa, intente nella lettura di romanzi e testi universitari.

Foto: a sinistra addetto ai vetri treno, stazione di Bari.  Destra, cartello stazione di Lecce.

Toret 2. I love 2 toret meglio che one

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Guardare, osservare il mondo, dietro queste grate…..gli alberi di Natale, nelle case, nelle piazze, nelle strade di Torino, cominciano a prendere forma, in questa giornata fredda, ma senza neve. Insomma, freddo polare, da Nord a Sud. Anzi, pare che nevichi in tutta Italia, eccezion fatta per Torino. E gelo anche sui Colli, anzi, sul Colle. E il gelo porta con sè una questione: cade o non cade? Questione di stabilità e di bilanciamenti. Intanto, un imperativo, anzi tre,  su tutti: risparmiare, ridurre, rimandare… storia di un precario. No, non è il titolo di un libro, ma sono  250 mila visi, di questi, 135 mila nella scuola. Con poche copeche nelle tasche. In ginocchio, in tantissimi. Una stangata che ci piega. Da 400 euro a 700 euro, il conto salato, in piu’, da pagare, con una spesa “natalizia” in forte calo.

Dalle grate, o meglio, “dalle fessure che sempre piu’ numerose iniziano a incrinare la superfice levigata dell’ordine formale, sembrano occhieggiare-minacciosi-i riflessi di una sorta di potere impalpabile, astratto e impersonale, ma tuttavia feroce”.   Troppi demoni sulle nostre strade. Questi sono I demoni del potere. (Marco Revelli). Ha ragione l’amico storico, sociolog, sulle nostre strade, in questi giorni, “un incrocio, tra la piazza, il teatro, il tribunale”.

Mi consolo osservando due toret. Che belli che sono. Pare che si parlino e che si intendano, alla perfezione, all’unisono. 

Uno dei due, sembra dire all’altro: “Se non fosse tardi vi suonerei il terzo concerto di Beethoven. Lo sto suonando in questo periodo e trovo che esprima tutti questi sentimenti…proprio come li sento io ora. Almeno mi pare. Ma sarà per un’altra volta; ora dobbiamo parlare”.

oppure, due toret che simboleggiano un incontro….Natas’ja e Gavrila. La prima…”quasi che al posto del cuore avesse una pietra, e i suoi sentimenti si fossero inariditi e fossero morti una volta per tutte. Conduceva per lo piu’ una vita appartata, leggeva e perfino studiava, amava la musica.” Il secondo, “l’amava da tempo con tutta la forza della passione, e naturalmente avrebbe dato metà della propria vita anche solo per la speranza di guadagnarsi le sue simpatie”. (l’Idiota di Dostoevskij)…

Ma sotto i fiori, si nasconde un serpente….

continuarono così la loro conversazione, musicandola. Andando d’amore e d’accordo. Uno davanti all’altro. Rispettosamente. Mai sovrapponendosi. Con gli stessi ritmi. Potere della musica. Linguaggio internazionale.

Vogliamo il pane, ma ache che ci regalino le rose.

Portici di carta

Salone del libro autunnale, a Torino. Due kilometri di libri, sotto i portici, da guardare, sfogliare, annusare. Comprare, forse, un po’ meno. L’aria che tira non è delle migliori, nonostante la giornata di sole sulla nostra città.

Da un po’ di tempo, sulle nostre teste, (“gianduiotti  torinesi”) , al di sopra sopra dei viali alberati della  nostra città, dai confini sempre piu’ mobili,  estesi, simili a  “enormi praterie”  o ferite aperte, altre appena ricucite, simbolo di una deindustrializzazione, staziona, o meglio, ondeggia nell’aria, legata a terra, una enorme mongolfiera.  Chissà perchè in va di modo tutto cio’ che va verso l’alto: probabile ruota al parco del Valentino, grattacieli,e la… mongolfiera. Decido di congelare, almeno per oggi, i miei pensieri, relativi al “gigante” che si chiama scuola, che ormai ha preso corpo, e si muove, seppur lentamente, giorno dopo giorno. Anche in questo caso, sarebbe bene una visitina dall’alto, così, come forma di protesta, per rendersi visibili, visti i continui ritardi nell’accreditare lo stipendio e vedere forme vergognose di politica che si inginocchia al denaro! E muore, la politica.  (Doppia vergogna, prevedere forme di rimborsi  autocertificati per i politici  e non prevedere forme di compensazione per le migliaia di precari che si pagano i trasporti decurtandoli dal proprio stipendio!Anzi, la doppia vergogna: ritardare lo stipendio!! ). Mi chiudo la porta di casa alle spalle e vado.  La mongolfiera si trova in un quartiere fortemente cambiato, una babele di lingue, musiche, suoni. Il quartiere si chiama Aurora, (circoscrizione 7) e, ad esser precisi, la zona, per restare in tema, viene chiamato “Balon”, terra di santi sociali (posti che hanno visto l’attivismo di don Bosco e del Cottolengo .  (Balun ovvero, mercatino delle cose, non antiche, ma vecchie, reperti di chi ha deciso di pulire le cantine, prorie e altrui). La piattaforma della mongolfiera, è stata concepita per una trentina di persone, ma, ovviamente, molto dipende dal peso di ciascuno. Sono solo, in questa domenica mattina. Ipotizzo di salirvi. Sulla mongolfiera. Sospinto in aria, e, brividi di paura mi sorprendono, mi colgono nel momento in cui, scopro che la piattaforma è in plexiglass. Da lassù,  si vede tutto, in dimensione ridotta. Ma si vede. Anche quello che è invisibile ai molti.  Ma è proprio questo il punto. Librarsi per poter vedere, in lontananza i portici della nostra città, che nelle giornate invernali accolgono pensionati, bambini, coppiette, famiglie, offrendo loro, riparo, da quei fiocchi di neve o dalla pioggia insistente e copiosa come spesso capita in questo periodo. Quei portici, oggi, ( e ieri) sono “di carta“. Sembrano tanti cuori, in lontananza, quelle arcate continue. Si vedono mani, centinaia e centinaia di libri, visi intenti a leggerne pagine, in solitudine o in compagnia, in silenzio, a voce alta. Alcuni lettori sembrano intenti a materializzare, dar vita e corpo a quei personaggi, rendendoli simili a tanti pupazzetti. Dar vita a quei personaggi, trasportarli  con la forza del pensiero, tra noi,  attualizzarli, o,  farli entrare noi… In quelle pagine,  ci si potrebbe nascondere e non uscirne mai piu…e sarebbe  bello, almeno con la fantasia, per poter sparire da posti come questo, o come quello, o come altri, ed entrare in un mondo di carta, non solo di portici, dove il romanticismo è imperante. Libri dove il romanticismo ha eletto il proprio  domicilio. Abbracci e baci, non sono mai troppi. Scruto in lontananza una marea di persone, che si materializzano, prendono corpo, sciamano, si prendono per mano, e con loro, migliaia e migliaia di personaggi fuoriusciti da quelle pagine. Uomini e donne, per un giorno, leggono, o, almeno, offrono l’impressione di leggere e averne voglia, passione.  Tra tutti quei volumi, passati di mano in mano, o distesi  su due km di scaffali, paiono incontrarsi, stringersi la mano, strizzarsi l’occhio. Immagino i libri di Hobsbawm, i suoi Il secolo breve e I ribelli . E fra altri, penso a due libri in particolare: il “Diario di un parroco di campagna” di Georges Bernanos e “Parlami d’amore”, di Francesca Fossati Bellani. Sono due libri che avrei voluto sfogliare…decido di scendere e di comprarli. E farli incontrare, con le loro diversità. Come due cavalli, uno bianco, uno nero. E magari, pensando a Platone, mi dico che si sono già incontrati. In un altro mondo. Forse nell’iperuranio.

Un caffè “barocco”

Un caffè “barocco”Lecce, Quarta caffe',14 8 2015 fotoBorrelli Romano a 14 8 2015 Lecce.foto Borrelli RomanoLecce…….nelle vicinanze dellanfiteatro, così bello, situato nella centralissima Piazza Sant’ Oronzo, costruito in età Augustea (I e II secolo dopo Cristo). L’anfiteatro poteva contenere fino a 25.000 spettatori…………Moltissimi le costruzioni degne di interesse, in particolare,  un angioletto, incastonato sotto un arco, a sinistra…L’angioletto pare che dica che ciascuno di noi, da solo è inadeguato, ma che insieme, possiamo fare tante cose.  E’ stupendo. Talmente bello che oggi ci pensero’ su tutto il giorno, per le strade di Lecce, e non solo.  Incantevole. Bellissime  le case…..In senso inverso, verso lo Jonio, ma anche verso l’Adriatico, tantissime le persone in cerca di spiaggia, desiderosi di restare in costume per il bagno di ferragosto. Ma moltissimi i turisti che, cartina alla mano, hanno deciso di “scoprire” la città.

Le piogge di ieri, (e anche una tromba d’aria) hanno lasciato il posto ad una discreta giornataa. Assolata. Afosa. Numerose le auto verso luoghi di mare.

Cielo di tanto in tanto coperto, nebbia ormai diradata e caldo in crescendo.