Lecce

20160628_105548La macchina sfreccia sulla statale per Lecce mentre costeggia auto ferme e cofani aperti: angurie a 50 centesimi, pesche 1,20 o “a padella”: “che sara’ mai ‘sta vendita a padella?”. Bho? Cartelli con su affittasi e “culummi” a un euro.  Manca pochissimo alla partenza programmata, ore 10.55 e il rischio di perdere il treno e’forte e  fondato. Sulle terrazze di Lecce sventolano bandiere italiane aumentate di colpo in vendita ed esposizione dopo la vittoria sui campioni d’Europa: Italia 2 – Spagna 0. Certo ne mancano due del 2012 ma fa nulla. Le bandiere nella tela hanno cotone e pelle un po’ salentine grazie a Conte e giocatori vari. E questo si sa, e’ “un amore cosi grande”. Terrazze: lunghi pezzi di legno a “v” sorreggono panni stesi ad asciugare su di un filo. Costumi di ogni tipo belli a vedersi sottolineano l’inizio di una nuova stagione estiva. Dal finestrino della macchina entra il profumo di caffe’ e pregusto la delusione che a questo giro non ci sara’ pasticciotto per me. Due filobus davanti, incolonnati in un traffico inconsueto composto (o scomposto) apposta per farmi perdere il treno. Scatta il verde, i filobus  incolonnati girano sulla destra, e noi pure, dietro; una specie di rotatoria, i taxi e la scritta blu notte Lecce in lontananza, al fondo del viale alberato. Controllo l’ora sul cellulare. Due minuti alla partenza. La stazione ora  la vedo nitida. Scendo dall’auto, imbocco il sottopasso, svelto, corro, scendo, mezza rampa, salgo, mezza rampa, la banchina, il binario, il due, la carrozza, due, il posto, uno, la lettera, d, salgo, il fischio, il treno parte. Tempo zero. Mi siedo. Frecciabianca e il benvenuto. Vorrei parlare con qualcuno ma alle partenze non c’e’ mai nessuno, un po’ come le Chiese, chiuse, quando ti vuoi confessare. E poi anche trovassi qualcuno o qualcuna con con cui scambiare due parole, queste dovrei pur alleggerirle, renderle piu’ snelle. Depurarle o renderle piu’ dolci per non dar loro effetto fastidioso, noioso, nostalgico. Solo tre pensieri, a mio padre, le sue rughe, disciplinate, sciolte, ora, dalla gioia nell’esserci rivisti, e mia madre, occhi scuri sempre indagatori nel chiedere “serve nienzi?” come se gli anni non ci fossero mai calati addosso, e ancora all’oscillare delle onde 20160627_101430sulla spiaggia che tra una conchiglia e l’altra hanno cullato dolcemente i piedi, cosi, per paura che anche loro potessero esprimere pensieri profondi tali da disturbarli. No, nulla di tutto questo. Le onde solleticavano e io galleggiavo mentre il sole ha provveduto al resto: assorbire. Il resto-resto, in un atto di grande generosita’ se lo e’ tenuto. Tutto qui e’ “ecstra”. Il terzo a…Pippi che ho rivisto con piacere e grande affetto. Sciupato, asciutto, ma sempre “ecstra” nel cuore. Qualita’ che quaggiu’ e’

ecstra in tutti. Ah, dimenticavo: la fantasia ha continuamente pettinato i miei pensieri soprattutto nel corso dell’ultimo giorno, tramonto e sera. Una fantasia nelnon rientrare, che ha immobilizzato e imbavagliato il tempo nel suo alternarsi mare, spiaggia, tramonto, alba.

E allora, alla prossima. Cioe’, a presto.

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