Zia Mariuccia

25 1 2016 foto Borrelli Romano.Porta Nuova.TorinoLa prima cosa che ho pensato sentendoti suonare nei miei ricordi, e’ stato ripensarti, cara zia Mariuccia. Tu ne avevi uno “esatto esatto” come dicono oggi i ragazzi, di quel telefono a muro.  Oggi e’ un pezzo d’antiquariato di pregio. “Sip”. Ma che e’ sta Sip? Ma che era il duplex?” UUUUU che robe vecchie ci racconta prof!!! Oggi con web- cam facciamo tutto”.  Cosi mi raccontano a scuola i ragazzi. Sono passati piu o meno tre lustri da quando, come capita a tanti anziani,  in seguito ad una caduta te ne sei andata.  Eppure il tuo ricordo, no. E’ sempre e tu con lui, con me. Gia’, zia Mariuccia era una  delle pochissime anziane torinesi ad avere un telefono non soltanto a disco ma a muro quando per la citta’ e per le citta’ i racconti erano oramai diversi: Torino non era piu’ industriale, la liquidita’ della societa’ dilagava mentre quella delle lire si avviava al pensionamento  e i cellulari cominciavano lentamente a farsi strada:”startac”!!!!che paura!! Termine da….guerre stellari. Zia Mariuccia vedeva poco e sentiva altretranto ma quando quella “scatola nera” affissa al muro cominciava a  suonare in quella casa di ringhiera  torinese, allora  li regnava sempre la felicita’.  “Allegria”. E zia Mariuccia, a dire il vero,  non era nemmanco mia zia, ma la zia della mia lei di quel tempo. La chiamavo cosi, zia, affettuosamente, e lei ricambiava con nespole d’estate del suo giardino e castagne del mercato  in autunno: come erano buone le caldarroste di zia Mariuccia “coronate” snocciolando dieci palline di rosario.  Casa sua: cucina e tre o quattro camere. La prima: un tavolo, 4 sedie, un lavabo, una stufa in ghisa, numeri di telefono in fogli a 3 attaccati al muro, “dottore per urgenze, L. Lavoro, M. lavoro e anche il mio, che abitavo  vicino e spesso sfaccendato,   un orologio grande quanto la parete e lei a chiedere sempre: “che ore sono?” Sulla tavola sempre qualche panino (“I lavori della carita’ di David Tenier il giovane”  non si disegnavano, ma erano realizzati da zia Mariuccia in Barriera di Milano!)un paio di arance e qualche caramelle. Non si poteva mai sapere… magari il lettore dei contatori gas e luce potevano essere in agguato e farle un po’ di compagnia. Noi, io e la mia lei, invece, lo sapevamo che era sempre l’ora …dell’amore. L’espediente per farlo? Far suonare  quel suo telefono a muro! Il trillo era vita per lei e amore per noi. “Drin drin” e  finalmente qualcuno si ricordava di lei e dei suoi novanta anni. E anche quando dall’altro capo del filo non c’era nessuno lei si ostinava a dire “pronto,  pronto, pronto” per una buona mezz’ora. E non bisognava per nessun motivo riattaccare.  Guai. Ecco, mezz’ora, il tempo giusto per farla stare distante e avere un luogo dove poter amoreggiare, di la, io e la mia lei, lontani dai suoi occhi semi chiusi e dalle sue orecchie semi incollate per una buona mezz’ora a quella benedetta cornetta nera a sua volta attaccata al muro. Ovviamente, con lo startac, quella mezz’ora, io e la mia lei,  riuscivamo sempre a dilatarla dilatando lo spazio a nostra disposizione in una delle tante case di ringhiera dove corpi e ormoni davano libero sfoggio a danze di ogni tipo. Almeno, come ormoni prescrivevano.  Chissa’ perche’ appena visto quel telefono in metropolitana (un manifesto) mi e’ venuta im mente una zia, come tante e tanta voglia di raccontare una storia e…zia Mariuccia. E penso a quella nostra classica domanda d’intesa, con occhi mielosi e pieni di intesa: “andiamo a trovare zia Mariuccia?”.