“Pulisci.I vicini ti guardano”

30 1 2016 foto Borrelli Romano.Torino via BiellaQualcuno questa mattina si e’ alzato…con il verso ne’ giusto ne’ sbagliato ma….”inc”….esasperato. Torino via Biella 30 1 2016 foto Borrelli RomanoTorino via Biella 30 1 2016 foto, Borrelli RomanoGiustamente. Via Biella, Maria Ausiliatrice, il ponte su corso Regina Margherita, la ex scuola elementare De Amicis e altro ancora tappezzati da fogli bianchi “Pulisci. Ti stiamo guardando”….mentre il lastrico, selciato, marciapiedi tappezzati da…Un tempo si scriveva “Dio ti guarda” , le nonne che si affacciavano alle finestre a richiamare pargoli per l’ora della merenda e belle di altre richiamate  al suono di della musica di Jovanotti (“affacciati alla finestra amore mio”) mentre ora lo fanno i vicini…nel giusto e puntuale richiamo alla civilta’.

Per ora questo, mentre mi accingo ad una passeggiata nel mio quartiere.

Dopo aver “sconfinato” per le vie del centro di Torino alcune occasioni per sorridere e riflettere  non sono certo mancate. La prima: un signore attempato, squadrato da rughe, segno dei tempi, radi capelli, “ciondolando camminando”, munito di zaino dal cui interno proveniva musica ad alto volume tipo discoteca. Registratore con casse incorporate e musica anni ’70-’80 offerta al grande pubblico dello struscio del sabato pomeriggio: sabato pomeriggio stile Baglioni, “amplificato”. Fabbricante di musica vecchio stile in una societa’ dove molto e’ digitale. Ma il fatto, la notizia, come dicono gli uomini al soldo del giornale sta nella controtendenza: in un mondo dove tutti di isolano con cuffie alle orecchie quell’uomo con zaino sulla groppa “ingloba” e coinvolge la Torino delle vasche. Gratis. Lungo la via,  teste che si voltavano, applausi e consensi per l’uomo della musica addosso. Segno dei tempi. E’ L’emozione  che prevale sulla funzione. Segno che ci voleva…un giro di “musica”…alternativa. Musica per le orecchie e le corde di tutti. Ma la “sorpresa” non termina qui. Mentre chiacchiero del piu e del meno davanti ad un caffe’ in attesa di un dolce SidaTorino 30 1 2016. Foto Romano Borrelli, un cliente sospira:”ma sai che il bancomat mi ha fatto gli auguri prima di prelevare?” “Non ci credo”, rispondo io. ” Si, si, e’ vero…guarda guarda” e mi allunga il suo cellulare. Torino 30 1 2016 foto Romano Borrelli“Te la passo. Hai blu….?”mentre non gli esce di bocca il resto….Sorrido e rido…mentre penso a quell’uomo dalla musica appesa. Allo zaino.

Uscita didattica. Tra le scuole di Valdocco

Valdocco To 29 1 2016.borrelli romano e 4 g GiulioAvevo intenzione di mostrare ai ragazz* di 4 G il telefono nero a disco di zia Mariuccia, la macchina da scrivere della nipote di zia Mariuccia (un tempo “la mia lei”) e il pannello delle cose “rottamate” in mostra alla fermata della metro torinese di Torino Porta Nuova256 1 2016 foto Borrelli Romano.Porta Nuova. Luogo di transito come tutte le stazioni e luogo dei “non luoghi” e  ancora rappresentazione quotidiana di un presepe capovolto. Una moltitudine di personaggi al lavoro, o diretti, disoccupati, studenti, operai…Personaggi in un continuo via vai. No, scherzo. Nulla di tutto cio’. E noi? Un passo indietro. La scuola si apre (ed e’ aperta a tutti, vedi costituzione) e noi, classe 4 G, usciamo. La classe? Sono tutti bell*, avvolti nei loro cappotti, giubbotti, sciarpe e si, anche in un velo islamico. Visi rosei e rossi, schiaffeggiati a tratti da colpi di vento mentre  altri “vendemmiati” da un sole di fine gennaio. Visi dolci e aggrazziati incorniciati dalla felicita’ che tutti noi abbiamo conosciuto e  conosciamo quando la gioia e serenita’ di cuore ci rapisce. Occhi neri, castani, azzurri, brillantati. Capelli neri, biondi al vento. Sono belli e leggeri come un soffio di vita. Ci lasciamo il cancello alle spalle e via,  e, “bomba o non bomba noi arriveremo a…”(vedi Venditti). E’ una uscita didattica,  non “fuga per la vittoria” ci tengo a puntualizzare. Non camminiamo, non corriamo ma danziamo semplicemente. Nella nostra “Schengen” scolastica di libera circolazione, tra un’ora e l’altra, non e’ mancata, con la classe,  una visita nella storia e nel presente -“futuro” delle scuole professionali (e non solo) salesiane. “La formazione al lavoro nell’esperienza di don Bosco e dei salesiani”.  Sembra il titolo di una tesi.  Difatti e’ la mia. Storia passata e presente con la 4 G. Il Cnos-Fap, il ginnasio, l’oratorio di don Bosco Valdocco, il primo della serie. Devo dire che camminare insieme ai ragazzi del mio Istituto sul campo di Valdocco in erba sintetica e mescolarsi per pochi istanti ad altri ragazz* delle scuole professionali e’ stato davvero emozionante. E poi i cortili, dove ci si mischia ancora, ci si contamina e ci si conosce. Occorre partire dai punti che ci uniscono e non quelli che ci differenziano. E a scuola si unisce, si cuce, si parte e riparte insieme. Le conoscenze, le abilita’ e le competenze. “Cosa sai fare?” “Nulla, rispose il ragazzo in  cortile nella Torino ottocentesca proprio su questo suolo. Bhe’  tranne che…fischiare”.  Giovanni, il prete dei giovani, rispose semplicemente:” ok. Arruolato”. Una….”competenza” di quei tempi. Ottocenteschi. A parte gli scherzi, esperienza positiva, la visita odierna. Da ripetere. Nulla da dire. Una foto nel cortile di Valdocco, tutti insieme. L’odore delle officine nei ricordi che hanno forgisto tantissima gente, l’olio, il grasso, il sudore, gli anni’70, molto della Torino che e’ stata ed e’ in queste dale ora di ricreazione. Una panchinaTorino 29 1 2016 foto Borrelli Romano per sederci (nei pressi) un salto “dolce” alla Sida, due mele (gentilmente offerte da Veronica)29 1 2016 foto Borrelli Romano.Torino e.. il rientro. A casa. Emmm…a scuola. E il coro della classe quando questa la possiede:”Prof.prof. quando ci riporta?” La visita e’ piaciuta. Torni a scuola/casa soddisfatto con loro. Ps. E pensare che solo alcuni mesi fa, questi modelli di scuola li studiavo alla luce delle innovazioni e modifiche legislative…Oggi invece…provo a narrarli.

Macchina da scrivere

Torino Porta Nuova. Stazione metro. Pannelli dei ricordi…26 1 2016.foto Romano Borrelli.Porta Nuova TorinoSe il telefono a disco, fisso e aggrappato al muro mi ha ricordato cosa,  o meglio, colei che difficilmente  non scordero’, zia Mariuccia, la macchina da scrivere, invece,  sul pannello di Porta Nuova, a Torino,  e’ stata, vedendola,  un fiume in piena di ricordi. Meglio: una messe di ricordi: ecco allora  il film ed il flah della mitica “Taglia”, la prof.di (“dattilo”) con i suoi urli rituali : “dovete coprire le tastiere! 3 errori un voto in meno!”…Si partiva dal voto dieci, ma, velocemente, colpiti dall’ansia, si poteva arrivare a…quattro. E poi i rulli, i tabulatori, il nastro da cambiare, i libri sotto le ascelle per imparare a scrivere con la schiena dritta, la “coperta” (un foglio bianco) alla tastiera e la testa girata a destra sul libro a spirale con una musica di sottofondo che, ragazzi miei, tasti di macchine da scrivere lanciati  a grandi velocita’ di battuta, per 29 o 30 ragazz* moltiplicando per tutti quei tasti, la classe diveniva un ippodromo o la pista di Monza con F1 ai blocchi di partenza!!!Che tempi!! Dattilografia, stenografia, e calligrafia (quest’ultima, da poco  abolita), chiudevano, (ancora per poco), la fila delle materie nella pagelle. Ottimi voti da accarezzare il sogno di una scuola di “oratoria” a Roma, per stenografo parlamentare. Che …Cima”!!!Da li a qualche anno, una staffetta generazionale avrebbe mandato quelle materie in pensione,  immettendo nel mercato del sapere, “trattamento testi ed elaborazione dati”, meglio definite, classi di concorso 075-076. Vogliamo parlare poi dei pc di quel periodo? Si ma…un’altra volta, talmente erano grandi e ingombranti che un’aula non era affatto sufficiente!!! No, no, meglio evitare. Col tempo, la macchina da scrivere non e’ stata un oggetto di culto o soprammobile, ma ha continuato a svolgere il suo onesto lavoro:  e’ stata strumento utile per i “curriculum” da inviare…”a pacchi”, come diceva la nipote di zia Mariuccia a sua figlia che poi era quella mia lei. Ma nei ricordi di quegli anni dei curriculum “da spedire a pacchi” ci collocavamo esattamente  a ridosso della famosa notte che avrebbe detto addio al Millennio: 31 dicembre 1999.  Era l’anno in cui,  per molti,  i bancomat avrebbero potuto dare forfait.  Tutto invece ando’ come doveva andare, i bancomat vomitarono ancora  lire mentre i curriculum non vennero spediti a pacchi. Il nuovo Millennio, io e la lei,  lo salutammo, sfaccendati, o quasi, a Roma,  intenti ad ascoltare Ligabue a Piazza del Popolo. Poi arrivo’ il tempo della fantasia al potere, le parole presero il sopravvento e si cominciarono ad impastare ricordi e fantasia. Il blog sostitui penna e diario, la scrittura comincio’ il suo “corso” e l’imperativo divenne provare a seguirli con profitto e impegno; piazza Castello divenne una tastiera e una L28 inizio’ ad ispirarmi in questo nuovo lavoro. Purtroppo non feci mai quel corso di oratoria “stenografica” a Roma per diventare “stenografo parlamentare” ma rifeci numerose volte Via del Corso dopo il concerto di Ligabue…e i tasti della memoria continuamente battono e scrivono i loro ricordi. Oggi che  dalla stenografia, o con la stenografia, si sono raccolte in un libro 600 domande di giornalisti appartenenti a nazionalita’ diverse, a Papa Francesco: “Risponde Papa Francesco”, a cura di Giovanni Maria Vian, Editore Marsilio.  Con un po’ di amarezza ho pensato: qualche risposta avrei potuto stenografarla io. Che …”Cima”!

Zia Mariuccia

25 1 2016 foto Borrelli Romano.Porta Nuova.TorinoLa prima cosa che ho pensato sentendoti suonare nei miei ricordi, e’ stato ripensarti, cara zia Mariuccia. Tu ne avevi uno “esatto esatto” come dicono oggi i ragazzi, di quel telefono a muro.  Oggi e’ un pezzo d’antiquariato di pregio. “Sip”. Ma che e’ sta Sip? Ma che era il duplex?” UUUUU che robe vecchie ci racconta prof!!! Oggi con web- cam facciamo tutto”.  Cosi mi raccontano a scuola i ragazzi. Sono passati piu o meno tre lustri da quando, come capita a tanti anziani,  in seguito ad una caduta te ne sei andata.  Eppure il tuo ricordo, no. E’ sempre e tu con lui, con me. Gia’, zia Mariuccia era una  delle pochissime anziane torinesi ad avere un telefono non soltanto a disco ma a muro quando per la citta’ e per le citta’ i racconti erano oramai diversi: Torino non era piu’ industriale, la liquidita’ della societa’ dilagava mentre quella delle lire si avviava al pensionamento  e i cellulari cominciavano lentamente a farsi strada:”startac”!!!!che paura!! Termine da….guerre stellari. Zia Mariuccia vedeva poco e sentiva altretranto ma quando quella “scatola nera” affissa al muro cominciava a  suonare in quella casa di ringhiera  torinese, allora  li regnava sempre la felicita’.  “Allegria”. E zia Mariuccia, a dire il vero,  non era nemmanco mia zia, ma la zia della mia lei di quel tempo. La chiamavo cosi, zia, affettuosamente, e lei ricambiava con nespole d’estate del suo giardino e castagne del mercato  in autunno: come erano buone le caldarroste di zia Mariuccia “coronate” snocciolando dieci palline di rosario.  Casa sua: cucina e tre o quattro camere. La prima: un tavolo, 4 sedie, un lavabo, una stufa in ghisa, numeri di telefono in fogli a 3 attaccati al muro, “dottore per urgenze, L. Lavoro, M. lavoro e anche il mio, che abitavo  vicino e spesso sfaccendato,   un orologio grande quanto la parete e lei a chiedere sempre: “che ore sono?” Sulla tavola sempre qualche panino (“I lavori della carita’ di David Tenier il giovane”  non si disegnavano, ma erano realizzati da zia Mariuccia in Barriera di Milano!)un paio di arance e qualche caramelle. Non si poteva mai sapere… magari il lettore dei contatori gas e luce potevano essere in agguato e farle un po’ di compagnia. Noi, io e la mia lei, invece, lo sapevamo che era sempre l’ora …dell’amore. L’espediente per farlo? Far suonare  quel suo telefono a muro! Il trillo era vita per lei e amore per noi. “Drin drin” e  finalmente qualcuno si ricordava di lei e dei suoi novanta anni. E anche quando dall’altro capo del filo non c’era nessuno lei si ostinava a dire “pronto,  pronto, pronto” per una buona mezz’ora. E non bisognava per nessun motivo riattaccare.  Guai. Ecco, mezz’ora, il tempo giusto per farla stare distante e avere un luogo dove poter amoreggiare, di la, io e la mia lei, lontani dai suoi occhi semi chiusi e dalle sue orecchie semi incollate per una buona mezz’ora a quella benedetta cornetta nera a sua volta attaccata al muro. Ovviamente, con lo startac, quella mezz’ora, io e la mia lei,  riuscivamo sempre a dilatarla dilatando lo spazio a nostra disposizione in una delle tante case di ringhiera dove corpi e ormoni davano libero sfoggio a danze di ogni tipo. Almeno, come ormoni prescrivevano.  Chissa’ perche’ appena visto quel telefono in metropolitana (un manifesto) mi e’ venuta im mente una zia, come tante e tanta voglia di raccontare una storia e…zia Mariuccia. E penso a quella nostra classica domanda d’intesa, con occhi mielosi e pieni di intesa: “andiamo a trovare zia Mariuccia?”.

 

Bugie a portata di mano

Foto Borrelli Romano. Preparazione bugie“Una volta, al mondo, non c’era il fuoco. Gli uomini avevano freddo e andarono da Sant’Antonio…” Sul tavolo, in ordine sparso, farina, zucchero, marmellata, latte, ricette, fiabe di Calvino e bugie in divenire. Foto Borrelli Romano preparazione bugieTutto mischiato, nel tempo. Mani impastate nei miei ieri e nei miei oggi. Bugie passate e presenti. Polvere di farina sparpagliata come d’estate,  spighe al vento, capelli biondi appena mossi…impasto, pulisco e…assaggio. Buone. Un velo ancora, necessario per addolcire e passare oltre. Zucchero a velo come neve. L’ambiente e’ caldo e io accaldato da tutto questo impasto. La luna in cielo e’ un forte richiamo. “Quasi quasi esco” . Dalle parti della Gran Madre, lei, luna,  si specchia nel fiume come una bella donna mentre il traffico impazzisce e mi stordisce. Ha un bel viso acceso. Luci dei fari che abbagliano gli occhi e occhi abbagliati da occhi troppo luccicanti e cuore infiammato e luci tremolanti simili a luci di candele accese all’interno di una Chiesa. Un tempo da queste parti, i Muri, si era soliti alzare bicchieri e calici alla mano per brindare a baci e bugie mai troppo dolci. “Sei la mia passione piu’ grande” recita una scritta sul muro, tra strada, Muri e fiume. Mi passa affianco una coppia stretta stretta o forse era solo il tempo, che passa. Passo, passa, passava, passavano, passano, i passi di tutti.  Marciapiedi slabbrati. Ricordi frammentati e parecchio appuntiti. Bello da quaggiu’, il fiume ed il suo scorrere con la vita. Altro giro altra ruota. “Venghino signori, venghino” risuona ancora piazza Vittorio, quando il Carnevale passava e si fermava qui: baracconi e profumi di cioccolata e zucchero filato e filarini dietro ragazzine.  Cioccolata, Parini e il giovin signore, carrozze, cavalli e signorine. Tutto scorre e tutti corrono. Almeno per un …Po. Mi specchio sulle acque del fiume affacciandomi appena appena, stando attento a non scivolare nel pantano dei ricordi, prima di Roma e prima di che…L’affaccio sul mondo, ieri, oggi e domani, civilta’ globale.  Lo fa anche una ragazza con due trecce bellissime e due orecchini la fine del mondo. Sorride.  La osservo mentre lei scruta  il suo viso riflesso nell’acqua: le trecce paiono due corde sul pozzo, il viso solcato dal fiume disegna rughe bugiarde, lei muove il dito, quasi a volersi ridisegnare. Forse non si piace. E’ carina, nei suoi riflessi rossicci. Non avrebbe bisogno di “truccarsi” col dito…nell’acqua. E’ la ragazza con l’orecchino di perle. Lungo il marciapiede accarezzato dall’acqua “vaporosa” siamo in tanti, a truccarci, o mascherarci. Maschere Di Varnevale. Tutti allo stesso istante. E’ Carnevale. “Puff”. Mi e’ passata la voglia di stare fuori. Corro a casa. Bugie a portata di mano…bugie a/tradimento….il che e’ la stessa cosa. Sul tavolo, un libro ancora aperto. Un ricordo, una filastrocca piemontese: “cesa  granda campanun ca fa dun dun…” c’e’ posto ancora per una bugia. “Venghino, venghino…”

All’uscita dal cine.”Visioni”…differenti

Foto Borrelli Romano.Torino pzza StatutoAlle ore 13 la fermata del bus e’ affollata da ragazzi e ragazze appena usciti dalla sala cinematografica, un’ora insolita, a dire il vero, per la visione di un film. Senza pensilina, tutti ammassati quasi uno sull’altro. In questo fazzoletto di terra separato da due binari di tram, l’unica certezza sono le pizze appena sfornate dalle numerose pizzerie al taglio,  comprate al volo dai numerosi studenti universitari appena usciti dalle aule.  Chiazze di olio e sughi vari lasciatei su mazzi di fotocopie sotto braccio. Ah, quanti e buoni profumi! E a noi invece solo i profumi con gli sguardi “verso” il corso per “volgere” verso Palazzo Campana e casa Gramsci. Strani incroci anni ’70 e studenti 2016. La folla impedisce la visuale. “Mattia vedi tu se arriva che sei il piu’alto”. Ma il suo ciondolare avanti e indietro in pochissimi centimetri quadrati fa capire che non ha assolutamente voglia di allungare il collo per dire se il 18 arriva o meno. Siamo avvolti in una nuvola di fumo e vedere l’arrivo del 18 e’ cosi impresa ancora piu’ difficile. Una ragazza sui 25 o 30…o “29” racchiusa nel suo cappottino grigio doppiopetto bottoni neri, capelli neri e viso rosa, un naso ben fatto con occhi scuri mi sorride e mi viene incontro nella rispista che avrebbe dovuto dare Mattia: “sta arrivando il bus”. Si ferma e tutto resta per alcuni secondi immobile, forse per salire o forse per valutare se salire su questo o sul prosdimo. Saliamo e siamo una tempesta che si perde. Piccoli ‘atomi’ alla ricerca di un posto qualsiasi. Saliamo dalle porte centrali e convergiamo verso il “girello centrale”. I ragazzi sono ormai dispersi come previsto per il “dopo cinema”: sciolte le righe ognuno per se e Dio con tutti. Noi, io e la brunetta, sciogliamo una qualche intesa e cominciamo a parlare, del film, delle solite cose: ti e’piaciuto, si, no, i soggetti, l’ambiente, ma mai nello specifico di quello. E’ straniera ma parla bene l’italiano. Parliamo, parliamo, parliamo…la fermata si avvicina…condividiamo molti giudizi su quanto visto. Su una cosa non ero d’accordo. A me faceva piangere, a lei no. Poi un’altra: a lei piacevano le musiche a me no. Ancora: per me era d’attualita’ per lei storico. Carina era carina ma piu’ passavano le fermate e piu’ mi non ci capivo poi molto, a dire il vero.  Prendo coraggio e chiedo:”scusa ma tu non eri al M?”, le chiedo. “Si, mi risponde. Al primo”. In quel preciso istante ho capito che eravamo si nel medesimo cinema ma in sale diverse”. “Visioni” differenti. Gia’ ma “Visioni” non e’….solo da cine ma ancge da “libro”. Intanto Mattia mi strattona: “Professore siamo arrivati, siamo arrivati”. E io, angoli della bocca all’ingiu’ nell’atto di una smorfia da pianto seguo Mattia  il quale  all’inizio di questa stupida storia non vedeva l’arrivo del bus lasciando cosi spazio a quella brunetta carina mentre ora vede e benissimo la fermata d’arrivo, chiudendo irreparabilmente le porte tra me e la brunetta. Quel che non riusciva a vedere all’inizio lo vede chiaramente ora. Al termine. Signore e signori, the end. Il film e’ terminato. “Visioni”. Da libro. Dopo il cine.

17 gennaio 2016

Alti e bassi a Torino tra freddo mattutino e tepore pomeridiano.  Un caffe’ lungo, la tazzina tra le mani, occhi oltre la finestra e tutto…scorre. Ho gli occhi stropicciati e mi stiro. Lentamente. Il borsone della palestra e piscina e’ li, a due passi da me. Da qualche giorno sogno di fare qualche vasca, per elasticizzare un po’ i tessuti, ma al momento, non riesco a sfilare via di dosso neanche quelli notturni. Mi ri etto alla finestra. “Massi’ devo uscire, magari senza borsone. La piscina, un’altra volta. Poi, devo preparare il compito per domani”. Mi vesto e scendo. Lungo corso Principe Oddone, sottoposto da alcuni giorni a “sedute di trucco”,  “inciampo” Torino 16 1 2016. Foto Borrelli Romanoletteralmente in una “pietra di inciampo” al 21

. Mi fermo e soffermo a pensare. Poi riprendo il cammino verso il giornalaio: i  quotidiani e qualche “chiacchiera”Torino 17 1 2016.bugie Sida.Borrelli Romano, ma queste solo dopo aver visto altra pietra di inciampo in via San Domenico,  a Torino.  Oggi, 17 gennaio  e’ S. Antonio e in giro si impartiscono benedizioni agli animali.  A proposito di scuola. Uno studente impegnato nello stage ha mandato foto e descrizione di questa sua giornata. Ha partecipato alla funzione ed ha scritto un bellissimo pezzo. Bravo A.  E cosi e’ stato, in citta’ e fuori. Poi, la volta del pasto: rigorosamente salentino. Orecchiette al sugo Torino 17 1 2016.orecchiette.Borrelli Romanoe faveTorino 16 1 2016.fave.Borrelli Romano. E per chiudere, le chiacchiere o…bugie della pasticceria Sida. Ma a questo giro….”mele” mangio.

“Pietre di inciampo”

Posate in piazza Castello 161, a Torino, ieri, Torino 15 12 2016.foto Borrelli Romano. .jpgle “Pietre di inciampo”, giusto sotto i portici (e altre in altri luoghi). Che fare se non andarci con i ragazzi e cercare di narrarne vicende e storia? Torino 16 1 2016 foto Borrelli RomanoE allora, pronti? Via. Andiamo. Anche l’ultima studentessa e’ arrivata, trafelata, per non mancare l’appuntamento. Chiudiamo il cancello della scuola alle nostre spalle. La via, destra, sinistra, la seconda a destra e finiamo in bocca alle scale della metro che ci ingoiano in un sol boccone. Ma siamo pulsanti nel cuore pulsante e invisibile della citta’. Due fermate di metro e siamo a Porta Nuova.  Il tempo di sorridere qualche secondo: la mia vicina, una sconosciuta, come io a lei, risponde dal suo mega cellulare a “mamma” che insiste nel suo chiamare: “sto guidando.Chiamero’ dopo”. Guidando? E rido.Forse si accorge. Mi guarda e mi sorride come a chiedere complicita’ che non so dare ma ridere si. Recupero il mio gruppetto. Risaliamo dalle viscere della citta’ che non sono come quelle di New York, dove occorre essere animati da coraggio per sconfiggere certe paure.  La poltrona rossa  e’ li che ci scruta. Saliamo e alziamo gli occhi al cielo: l’atrio e Porta Nuova sono belli nel loro rosso originario. Mi piace. L’albero oramai e’ stato riposto in qualche magazzino della citta’ e le lettere studiate chissa’ dove e da chi. Un piccolo campione sociologico, psicologico, economico.  Le mani di qualcuno fanno il solletico ai tasti bianchi e neri di un pianoforte incatenato. La musica e’ dolce. Usciamo dopo aver orecchiato un paio di note suonate gentilmente da qualche passante. Elvis Presley. Forse oggi avrebbe 80 anni. Recuperiamo un bus per raggiungere il Duomo e unnpo’ di…Misericordia e da li piazza Castello 161. Ci chiniamo, ci genuflettiamo davanti alle pietre e leggiamo quanto in esse scritto. Sono tre. “Qui abitavano i fratelli Benvenuto ed Enrico Colombo con Mario, il figlio di Benvenuto”.  Deportati ad Auschwitz nel dicembre del 1943. Mai tornati. Facciamo una breve riflessione. E poi: cosa sono, a cosa servono e chi le posa e dove. L’autore del progetto i ternazionale e’ l’artista tedesco Gunter Demnig. Cosa sono e a cosa servono: piccole pietre d’ottone (Stolpersteine) e servono ad inciampare nella Storia. Sono piccole pietre poste sui marciapiedi in prossimita’ dell’ultimo luogo, abitazione, residenza, dei deportati.  Entro domenica ne saranno messe una quarantina. Le prime pietre dovrebbero essere state collocate in Germania, a Colonia, lel 1995. Su questo blog avevo registrato quelle dell’anno scorso, una in particolare, via Vicenza. Le nostre mani sono rosse, cone l’atrio di Porta Nuova: e’ il gelo, nessuna ristrutturazione. Soffiamo e le mettiamo in tasca: una caverna per le nostre povere mani.  Ma resistiamo. Siaamo capitani coraggiosi. Recuperiamo la via del ritorno. La stazione, la metro, la scuola. Un paio d’ore e ripeto con altra classe. Il tutto nel tempo “giusto”, quello concesso.  Stesso percorso, stessa strada. Il Duomo, l’interno e le “pietre d’inciampo”. E’ ora di rientrare.  I ragazzi fanno domande come e’ giusto che sia su Ebraismo, Buddismo, Induismo, Islam…Il tutto sfidando un’aria frizzante, gelida che sa di montagna e neve e il “tempo”. Ma al termine posso dire, “Yes, I did”. E ora, gli scrutini.

“Shinoi” for ever

Torino 12 1 20156. foto Borrelli RomanoIl vento scompiglia capelli e pensieri: rossi, castani, neri e biondi.  E li sposta, li alza, li annida. Capita come per le parole: il tempo di pronunciarle, fuori dai denti o con larghi sorrisi e si perdono nel vento. Fuori, la notte e’ piacevole, anche coi “fischi di fondo”: e’ la luna che in maniera smaliziata si sfila i collant, prima di spegnere le luci e richiudere la porta del cielo. E gli uomini fischiano come quando passa una bella donna. Ululati sguaiati, smodati. Forse gatti in calore. Fischi. Spazio al maschile, mai al femminile.”Fiu, fiu, fiu”. Colonia e l’uomo che “non cambia mai”, “difficilmente cambia”, “lentamente cambia”, “raramente cambia”. L’uomo.  Era il vento, maschile. E’ il vento. Foglie ingiallite e venate insieme a carte accartocciate che si “stoppano” ai piedi dei piu’. Raccoglitrici di storie e di venti di passione. Paole andate. Il tempodi pronunciarle e si consumano. Il  giorno la musica non cambia. Effetto “phoen”, si, il “fon, fon”, 15 gradi sulla citta’. Vento caldo di passione, e noi fermi davanti a scale mobili della metro  che non salgono ( e non solo per uscire dalla metro) e non scendono. Questa poi delle scale mobili rotte (della metro torinese) e’un ritmo costante e continuo. A dieci da Torino2006, anno di entrata in funzione. Altra passione, rosso cinabro. Appena usciti dalla metro, la pista ciclabile. Manubri di biciclette e manubri in palestra tra baffi a manubrio tipicamente sabaudi. Corso Vittorio Emanuele: ogni citta’ ne ha uno con questo nome. La statua, il Re, i baffi a manubrio, il cavallo: guardano verso Roma. Palestra: “Corri, corri, suda, suda, puff puff, pant pant”: km e calorie e tempo tutti sotto braccetto. E noi, “sob sob” a versare goccioloni di sudore di panettoni e pandoro del tempo andato…perche’ “oggi mi sento grasso dentro”.  “Dove, dove?” Risponde il vicino o la vicina? “Srotolando” cuscinetti, maniglie dell’amore, sederi, pance: il trionfo dell’estetica, mica della salute. E cosi, tanto per smaltire, o provarci,  ad una certa ora del pomeriggio la palestra sembra il piu’ grande mercato europeo all’aperto: Porta Palazzo. “Menu’ e donne e cibo e qui e la’ e sotto e sopra e su e giu’. “Bum, bum” “pesi” che si toccano tra sguardi che si sfiorano, respiri ansimanti e soffi, come dopo l’amore. Chi cerca, chi prova, chi prova a conoscere e chi contatta chi. Fuori.  Dopo la doccia, borsone in mano e capelli ancora bagnati. Tra poco tornera’ la luna in cielo e….sulla collinetta del Valentino due giovani amanti si giurano amore eterno. “Shinoi forever”…amore per sempre. Parole. Se son rose fioriranno. Scende il buio sulla citta’.  Gli ultimi tram fanno le ultime corse. Tra capannoni dismessi, noia di alcuni e tanta “capannoia”. O capannonia. Sguardi bassi e chini: vietata polvere!Torino c.so P.Oddone.12 1 2016.fot Borrelli RomanoIn cielo,  la luna tra poco chiudera’ i battenti e…pantaloni strappati all’altezza delle ginocchia queste  le mostrera’   rosa come pesche, insieme a  stivaletti da togliere e capelli lucidi da tirare su. Dopo il vento.Dopo le parole.Foto,  Borrelli Romano. Holden  scuola Tra poco sfilera’ ancora i suoi collant e…buonanotte. Shinoi for ever.

“Abbà begnu”

Uscendo di casa, ieri, ho notato le continue trasformazioni lungo la mia circoscrizione, la 7.Torino c.so p.e oddone. borrelli romano.9 1 2016Tra poco, su corso Principe Oddone, (a Torino) trasformato a nuova vita, passeranno bus e auto, la’ dove un tempo correvano i treni. Ho pensato al rientro dal Salento e a quel…”risveglio” del primo giorno dopo le vacanze. Ho sentito la necessita’ di rientrare a casa e fissarli, quei ricordi, con il Salento, da celebrare, ricordandolo attraverso la scrittura di un personaggio. Ripensare al dialetto e alla sua belllezza, il suo suono e a chi di tanto in tanto chiede:” parlami on dialetto”. Un modo per mettermi alla prova e valutarmi o bilanciarmi dai miei 90 e quattro mesi di scuola, al servizio della scuola.8 8 2015 Torre Lapillo, Le, foto Borrelli Romano

 

 

In Salento, in quella zona compresa tra il sud di Ostuni e Santa Maria di Leuca, coloro i quali si chiamano Giuseppe sono meglio conosciuti dalla loro comunità come “Pippi”. E a Pippi, in gran parte dei casi si affibia anche un nomignolo. Il mio vicino di casa, Giuseppe, è conosciuto come Pippi e nomignolo. Non ho mai capito perché, ma Pippi ho imparato fin da piccolo che lo sono tutti i Giuseppe.

E’ un uomo calvo, piuttosto robusto, con un gran melone al posto della pancia. Dovrebbe avere una settantina d’anni anche se ne dimostra “moooolti” di meno. Quando cammina è deciso ma i suoi piedi vanno ora a destra ora a sinistra, con un’ andatura delle gambe un po’ come quella dei pistoleri. Talvolta striscia i piedi, o meglio “li strascina” per cui, avendo laggiù delle strade ancora non asfaltate, il suo intento è quello di produrre rumore.

E’ deciso, nonostante gli anni. Ultimamente soffre parecchio di mal di schiena e cervicalgia per cui la sua andatura è un pochino incrinata. Quel dolore contribuisce talvolta ad  irrigidire il suo viso. Ha un collo taurino, quasi attaccato al viso e la mascella squadrata. Ma è spesso sorridente anche quando non dovrebbe o non avrebbe modo di esserlo. Ha occhi azzurri e denti bianchi, bianchissimi che contrastano con il viso sempre abbronzato.

Il capo è calvo per cui, quando si parla, durante le sere d’estate afose, posa il palmo della mano, aperto, sulla sua cupola lucida.

Quando nelle sere d’estate l’afa non soltanto fa capolino ma diviene opprimente, Pippi posa il palmo della mano, aperto, sulla sua “cupola” lucida. Essendo massiccio occupa una bella porzione di spazio, quale posizione esso assuma: in piedi o da seduto. In piedi perché incurvato, seduto perché ogni sua parola la accompagna sempre con un movimento rotatorio delle braccia e delle mani, quando queste non sono posate sul suo capo. Sa molto di tutto e tutti (ma non è un pettegolo) anche in virtù dei vari lavori che lo hanno accompagnato e accompagnano nella vita di tutti i giorni. E’ un leader, laggiù e sovente quando parla per far risaltare qualche passo batte il pugno sul tavolo in maniera sconsiderata. E’ un modo per accentuare il tono, il discorso, per attirare l’attenzione su di un particolare

In bicicletta è solito accompagnarsi con una mano sola: nell’altra mano ha sempre qualcosa, o la busta dell’immondizia o quella della spesa. Vivendo nei pressi del mare, in gran parte delle case  salentine la vita si volge prevalentemente sotto le verande, in giardino. Pippi, quando passa, non guarda mai all’interno di quelle, così, per salutare. Il suo viso è dritto, il collo sempre contratto e i suoi occhi guardano solo e soltanto diritto. Tuttavia, al  suo ritorno, quando posa la bici, il rumore dei piedi “strascinati” lo annunciano.

Suona il campanello e chiede sempre se c’è bisogno di qualcosa. “Abbà begnu”, che in dialetto Salentino leccese significa, vado e vengo per indicare “tempo zero” anche quando una sua visita qualsiasi potrebbe essere a cinquanta km da Porto Cesareo, Porto Cesareo, Le. 11 8 2015 foto Borrelli Romano.cioè dalle nostre abitazioni. “Abbà begnu”, vado e torno, è un motto che gli è rimasto di quando svolgeva l’attività di camionista. O forse da prima. Moooooolto prima.

Diciamo la verità. Pippi  possiede molte terre e serre. Coltiva di tutto. Da una vita, e proprio per questo lo accompagnano dolori terrificanti alla schiena. “Ma nu’ be’ solitu cu se lamenta, né moi, né prima”. Quando era ora del raccolto, Pippi caricava sul camion e trasportava i suoi prodotti, frutto di dura fatica, in giro per la Puglia, talvolta fino in Campania, nei mercati generali, gran parte del suo raccolto. “Abbà begnu” era il modo per dire, vado, scarico e torno, tutto in giornata. Per cui, la frase vado e torno indica un’azione veloce, un compiere non solo la commissione ma anche il suo lavoro. “Abbà begnu, na fumata te sigaretta”.

A vederlo, nella sua stazza, ancora oggi da l’idea di essere super veloce. Ma non è solo l’idea. Se per caso ti dovesse capitare di restare a terra per una batteria dell’auto scarica, lui non prende i morsetti. Ti dice: “mena, sciamu e binumu” e con la sua macchina è capace di portarti in giro per tutti i rivenditori autorizzati del Salento. Tempo zero, ovviamente. Appena seduto in macchina, una Palio super famigliare azzurrina, lascia il braccio sinistro fuori dal finestrino, esattamente come faceva quando si metteva alla guida del suo camion, un leoncino, in giro per la Puglia. Quando ancora oggi scarica dalla macchina le cassette di pomodori, melanzane o zucchine i suoi movimenti sono veloci e sembra non sentire mai fatica alcuna. Al pomeriggio, dopo la siesta, i suoi piedi strisciano verso casa mia. E’ ancora un po’ assonnato, ciondolante, ma alla domanda se gradisce un caffè, talvolta risponde si, ma preferibilmente con ghiaccio, alla leccese. Il suo collo è ulteriormente contratto: la cervicalgia si acuisce perché dorme con il ventilatore acceso. Il che è motivo per la moglie di riprenderlo. La sera, invece, quando  la comunella è ora a casa di quello, ora a casa sua, spesso si toglie la maglia e la posa sulla spalla, restando a torso nudo. Quando ci si saluta, per la buonanotte, lui, torso nudo, ci ricorda la bellezza del Salento, del suo mare, delle sue spiagge, delle vigne  e degli ulivi, dei pasticciotti e “te le frisedde e prummitori”,  del lido Belvedere, orecchiette e pizzarieddi, del caffè Quarta, forte e robusto e del Quotidiano, dei giorni e delle notti, corte, cortissime,  le stelle e il carro, in cielo, il rumore del mare, a due passi e la notte che saluta tutti, dicendoci: “Abbà begnu“. Proprio come Pippi.Porto Cesareo, Le. 11 8 2015 foto Borrelli Romano