Pensiero Acutis. Evento in corso

Torino, 14 settembre 2014. Pensiero Acutis e Romano davanti la Sei.Foto, Borrelli RomanoMomenti di incontro e occasione per festeggiare i 90 anni del sig. Pensiero Acutis.20140917_155303

Ne approfitto per sintetizzare l’articolo precedente composto dall’intervista a Pensiero sulla sua esperienza di ex-internato militare italiano.

“Il dieci settembre 1943 mi trovavo in Liguria, al centro reclute di Diano Marina. Non ho fatto la “naja” e neanche il giuramento. Cosa importantissima per gli sviluppi successivi e nel dibattito storico. Rientrò a Torino soltanto il 20 agosto del 1945. Eravamo  venuti a conoscenza dell’armistizio ma  restammo all’oscuro di ulteriori notizie da parte dei comandanti. Il soggiorno al CAR di Diano Marina venne interrotto per una affrettata partenza notturna. Colle di Nava, Ormea, Alessandria. Queste le tappe. Da qui poi a Verona dove ci dissero esservi un grande campo  per noi militari, più capiente  di quello di Alessandria.  A Verona trovammo una giornata uggiosa. Pioveva. Chiusi ermeticamente nel vagone. Ben presto capimmo il nostro destino. Alcune infermiere, da dietro  il vagone, per mezzo di minuscoli fori, ci porsero fogliettini e matita: avremmo dovuto scrivere il nostro nome, cognome, e indirizzo. Il treno riprese il suo percorso e quando il portellone si riaprì eravamo in Austria.  Una decina di giorni, in queste condizioni bestiali. Ti riservo la descrizione della condizione umana, o di quel che restava,  se ve ne era ancora,e ti rimando alla lettura del libro, Stalag XA. Storia di una recluta. Arrivammo a Sanbostel, cittadina vicino Brema. Li spirava il vento del Nord.

Nel nostro viaggio avevamo attraversato Monaco di Baviera, Augsburg, Norimberga, Bamberg.

A Sandbostel comincia la storia di una recluta.

Qui abbiamo appreso gli avvenimenti accaduti dopo l’8 settembre, dal console di Amburgo.  Su di un palco, approntato nel campo, un gerarca fascista ci disse: “Soldati! Il Duce è stato liberato ed è stata costituita la Repubblica sociale italiana. Il Re e il Maresciallo Badoglio sono vigliaccamente fuggiti lasciando l’Esercito italiano allo sbando. Voi, per riscattare l’onore militare oltraggiato, avete il dovere di aderire a questa repubblica per ritornare a combattere al fianco dell’amica e alleata nazione tedesca. In caso contrario sarete considerati soldati traditori e trattati di conseguenza”. Pochi, molto pochi si fecero avanti. Solo alcuni altoatesini  dissero si. 600 mila furono i no convinti.

La scelta. Una situazione anomala. Da sempre, nella storia, i prigionieri sono sempre rimasti tali. Punto. In quel momento eravamo i soli protagonisti, raggruppati in quel limitato territorio a più di 1500 km dal nostro Paese. Io poi non avevo fatto nessun giuramento, quindi…

A Sandbostel divenni un numero. Su di una piastrina metallica venne stampata la mia nuova carta di identità: 151233. Ognuno di noi ricevette un incarico, un lavoro. Molti furono impiegati a scavare macerie. Intanto, dopo esser stati sottoposti ad una disinfestazione una ulteriore carta di identità ci venne stampata sullo schienale delle casacche a  caratteri cubitali: IMI. La recluta Pensiero Acutis divenne, come tante altre, Internato militare italiano, non più prigioniero di guerra. Come Internato militare, l’approdo era l’esclusione dai benefici  della Croce Rossa Internazionale, dalle Convenzioni.

Dopo Sandbostel, un soggiorno di un mese, l’approdo ad Amburgo. Qui, in un clima autunnale che diventava via via sempre più rigido, sperimentai la condizione bestiale a cui è sottoposto l’uomo in talune condizioni dove si fanno forti gli istinti bestiali.  Avevo pantaloni di tela che non opponeva nessuna barriera al freddo.  Mi furono scambiati gli scarponi con un paio di scarpe logore e consunte, approfittando della stanchezza che aveva preso il sopravvento facendomi addormentare per la troppa stanchezza. Lunghi e forzati digiuni. Giornate che trascorrevano lente dominate da tre temi: fame, freddo e tedio. Aspettare 24 ore per un pezzo di pane da affettare e condividere: una grande responsabilità per chi era addetto a tale compito. Unica consolazione: la lettura del Vangelo lasciatomi da mia sorella Vera.

Fortunatamente, a causa di un infortunio al polso, ebbi modo di essere dichiarato per un bel po’ inabile al lavoro. Cosa che mi permise di avere del  tempo libero a mia disposizione e di conoscere la città e i cittadini, che, a dire il vero avevano un forte senso di indipendenza. Erano anarcoidi e tale mi sentivo. Facevo del commercio scambiando quel poco che si aveva con i cittadini. Rientrato al campo, si divideva il tutto.

Chi sono gli internati militari?

“E’ una storia poco conosciuta. Sono stati considerati quasi come imboscati per molto tempo. Al mio ritorno a Torino, salito sul tram, i passeggeri che mi erano intorno, nel riconoscere la mia provenienza guardandomi, alzarono la voce tra loro dicendo: noi abbiamo avuto la tessera, la guerra, i bombardamenti, loro invece…Indifferenza, ignoranza, sospetto. Eravamo piu di 600 mila. Avessimo aderito alla Repubblica Sociale, l’esito della guerra sarebbe stato diverso, sicuramente un esito dai tempi piu lunghi. Per fare luce sulla storia, poco conosciuta ho pensato di approfittare della mia conoscenza con l’archivio cinematografico della Resistenza. Con i dirigenti di quella associazione decidemmo di pubblicare un libro da distribuire nelle scuole. Nacque così “Seicentomila no. La Resistenza degli internati militari italiani”. La volontà è quella di distribuirlo in tutte le biblioteche delle istituzioni scolastiche di Torino e provincia. Almeno, prima che si chiudano i battenti. I sopravvissuti non sono molti. E’ una iniziativa che serve per restituire qualcosa alle scuole, per tamponare quel vuoto che è andato avanti per troppi anni. Per colmare quell’ignoranza su di un tema che ha avuto un certo sviluppo a partire dalla seconda metà degli anni 80, grazie a convegni e lavori di alcuni storici. Dal punto di vista divulgativo la storia degli internati militari è di fatto rimasta tra parentesi e percio’ sottaciuta.  Un vuoto.”

Rivolgo alcune domande su questo vuoto anche al dottor Corrado Borsa, dell’ANCR.

“Per quanto riguarda gli internati militari veniamo da un lungo silenzio non perché dell’internamento militare non si parlasse ma perché quando lo si faceva, se ne parlava come di una esperienza non iscritta nelle altre che hanno caratterizzato il secondo conflitto mondiale per l’Italia in particolare dopo l’8 settembre del 1943: una cosa è la Resistenza, una cosa è la Repubblica di Salò, una cosa è l’occupazione tedesca, una cosa è la liberazione da parte degli alleati che lentamente progredisce da Sud verso Nord, una cosa è la prigionia militare dei tantissimi militari italiani catturati sui fronti di guerra prima dell’8 settembre del 1943,  cosa diversa  ancora che è difficile trovare l’addentellato con tutto il resto che è l’esperienza dell’internamento militare, l’esperienza cioè di tanti militari italiani che dopo l’8 settembre e lo sbandamento dell’esercito italiano dopo la proclamazione dell’accordo con gli alleati da parte di Badoglio, sono catturati dai tedeschi”.

Il libro si compone di un dvd che a sua volta ha dato origine al libro per raccontare la storia degli internati militari italiani. Anche quella di Pensiero Acutis.

 

Un pensiero su “Pensiero Acutis. Evento in corso”

  1. Forse sono arrivato in ritardo, ma tant’è, mio padre mi raccontava della sua esperienza di “non” naja a Diano Marina e l’articolo che ho incontrato qui non è altro che la fotocopia dei suoi ricordi: Arrivato a Diano Marina, come recluta non ancora dicannovenne, verso il 20 di agosto 1943, preso come prigioniero di guerra il giorno 10 o 11 settembre 1943 ed estradato in Germania, è tornato a casa nel 1945.

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