In Salento

DSC01478Il modo migliore per conoscere parte del Salento è quella di prendere un bus, a caso, e andare, passare paesi e ascoltare le voci, i dialetti dei ragazzi, delle famiglie che ritornano. Vederne alcuni  che danno l’idea che la scuola non sia ancora terminata, che consumano parte del cibo avanzato a pranzo e cenare.  E’ bello vedere nella loro spontaneità, oggi, come ieri, a scuola. Mentre gli alberi “volano” via alle spalle di questo  bus, che sembra ormai piuttosto avanzato negli anni e forse avrebbe bisogno di un tagliando, o qualcosa di simile.  Un viaggio in “barca“, afferma qualche ragazzo in puro dialetto, senza capire se per via degli ammortizzatori o del manto stradale. Se la strada sono onde e il bus barca.  Ma non importa. E’ l’umanità che rientra a casa, che conta. Con pochi euro son riusciti a godersi una giornata di mare, di sole. Umanità, dignità. A volte ferita, che viaggia. Intercettare parti di discorsi in dialetto e sorridere. Capire, far finta di non capire e non capire davvero. Un po’ come a scuola, lasciando i dovuti spazi di espressione agli “attori” principali di un’età così… Già in attesa “poco esatta” a dire il vero, del bus, ma non importa, in vacanza, il tempo è vuoto e pare che la scuola non sia affatto terminata. Attesa, tornata, amori in campo. Una sequenza di articoli del blog, ma siamo in Salento, tra mare, cielo azzurro, sole infinito e grande come un pallone infuocato e tanta terra rossa, capace di generare frutti buoni. Buoni frutti. Di tanto in tanto, masserie ristrutturate, pronte per la cena. Il bus corre. Qui dentro, luce nella Luce. Libri. E non è più come prima. Nel taccuino annoto, dopo aver posato gli occhi verso l’orizzonte.  Il freddo e il gelo sono alle spalle. Ma ancora nella testa.  File di zaini in attesa, accomodati su sedili vicini ai passeggeri, come me. Non si contano le infradito ai piedi e il sole sul viso. Qualche parola scambiata, il più, il meno, provare a chiedere se sono a conoscenza della candidatura di Lecce come capitale europea  della cultura 2019, in un anno lontano da questo. Provare a sondare se conoscono un’altra candidata. E poi, una volta sul bus, vedere il sole, una massa enorme, un rosso fuoco, oltre gli olivi. Oltre quella che è la pista. Immaginarlo mentre si tuffa in mare. Immaginare quegli alberi, così forti, secolari, affiancati da alberi giovani. Penso al mio, di  zaino, e che la scuola, anche per me, pare non essere terminata. Zaino che contiene libri. Pagine, annotazioni, rimandi. Viaggiano con me, anche se non è più come prima, l’elogio del perdono. Un passeggero che pone domande e aiuta a riflettere. Insieme, il taccuino di Simone Weil, libro di Guia Risari, scrittrice e traduttrice, con studi di filosofia morale all’università di Milano, alle sue spalle.  (Guia, che in vikingo vuol dire, colei che viene dai boschi). Un libro che ho aspettato, cercato, desiderato,  ma che davvero ne vale la pena. Comprare, leggere e rileggere. Mai da abbandonare. Neanche pochi istanti fino a quando non lo si fa proprio.  E il formato, taccuino, è un invito ad assimilarlo alla propria vita. Come fosse un’agenda nostra. Il libro, con i suoi dieci capitoli, a temi riguardanti Simone Weil, mi piace, come ho già scritto in un commento. Ma merita, parlarne e riparlarne.  Soprattutto per un tema riguardante Alessandro Magno, “Il bello e il bene”. L’Imperatore è nel deserto coi suoi soldati e gli viene offerto da bere, ma lui sparge l’acqua a terra. Ha sete, come gli altri uomini, ma, dato che l’acqua non basta per tutti, rifiuta di godere di un privilegio. Per me, il significato di quest’episodio è chiaro. Bisogna sapere rinunciare alla felicità se essere felici ci  separa dagli altri.”

Mi piace averlo con me, e leggerlo sotto questi alberi di olivo, così forti. In Salento. Tra Torre Lapillo e Porto Cesareo. Foto, Romano BorrelliGuardarne poi la copertina e commentarlo. Con mio padre.

E anche in tal contesto, il pensiero alla fascia protetta del padre, un racconto, il 19 di marzo, dell’amore sconfinato di una ragazza per suo padre. Le sue braccia che cingono il busto del padre, mentre insieme, sulla moto, fanno strada.

Sulla strada del ritorno qualche nuvola all’orizzonte. Ovatta, cumuli di panna in un cielo turchino, colori acquarelli, sul mare. Nuvole che paiono in procinto di scrivere qualcosa sulla distesa d’acqua come le lacrime di un uomo che gli rigano il volto e ne scrivono l’essere. Piccole botti sulle terazze, contenitori d’acqua per lavare via la sera granelli di sabbia che pungono al pari di parole. Botti dai colori variopinti rassomiglianti a tante “pagliette” da calare sulla testa. Il mare, un’enorme distesa azzurra, un foglio. Da scriverci sopra.