Buon primo maggio.

DSC00753Temperature in ribasso. Acqua, pioggia, temporale al mattino presto, così come  era successo ieri, nel tardo pomeriggio. In mezzo un arcobaleno. Ah, quanto è stato triste quell’arcobaleno di sei anni fa. Due passi, verso il “salotto” di Torino, con il pensiero in viaggio,  in prospettiva di domani e del domani. Piazza San Carlo, luogo di conclusione del corteo del primo maggio. Pensiero in retrospettiva,  a quando i palchi, posizionati qui, erano impregnati di passione, sindacale, politica, e dove andavano in scena i comizi, gli amori, le auto torinesi.  Quando via Roma era una “vasca”, lo struscio e la piazza, San Carlo, un parcheggio. Mi posiziono a due passi dal cavallo. Questo tardo pomeriggio, non è “circondato”.  Nessun girotondo in atto. Si offre per essere fotografato. Ma non espugnato. Forse fra due o tre domeniche. (Quando qualcuno si cucirà sulla maglia uno scudetto). Osservo altri fotografare.  Incuriosito e silenzioso. Mi posiziono a sinistra. Cerco la visuale alta e di colpo corrono i film delle foto di classe, quelle delle elementari, di fine anno o di Natale. In piedi e seduti. In alto, a sinistra. Per via dell’altezza.  Talvolta delle panche, per quelli “bassini”. In alto. Sia con il fiocco, a far da cornice al grembiule blu scuro con le tasche, sia con il pon pon che dalla terza elementare avevano sfrattato il fiocco azzurro dei maschietti. E sempre a sinistra, in piedi anche in seguito, alle superiori, quando cominciavano ad “uscire” dagli armadi le prime giacche quadri. In alcune cose, forse, esiste una sorta di predestinazione. Forse  per altezza rilevante, fin dal primo vagito. Anche se, sono più propenso a collocare ciò ad un cassetto della nonna, aperto così, un po’ per gioco, un po’ per noia.  Un’estate calda, caldissima. Pomeriggi eterni e tempi lunghi, lunghissimi. Infiniti. Smetti di giocare e cominci a curiosare. E gli occhi di un bambino, che a malapena legge  finiscono su un documento di lavoro, con il nome e cognome del nonno. Lavorare “oltre confine” di quello che poteva essere. in quel “ventennio” il confine. L’espatrio, pur di lavorare e dire di no a  “quella tessera” che era necessaria per lavorare. La scelta di lasciare tutto e tanti, pur di dire  ancora no a quella tessera.  No, no, no. Il diritto a lavorare senza “omologarsi” ad una dittatura.  Un foglio, quel foglio di “espatrio” per non avere la tessera (impronunciabile) era collocata in alto (a me pareva enorme, quel “settimanale”) a sinistra. Forse, è datare in quell’episodio  la nascita di quella posa assunta in tutte le fotografie, ovvero, in alto a sinistra. E a pensarci bene, anche all’università mi collocavo, in quella famosa aula 34, in alto a sinistra di quello che è stato il parallelepipedo di Palazzo Nuovo. Libri di storia del movimento operaio, pagine, documenti, scritti da altri. Da studiare e difendere.  E diffondere. E non solo. Anche in altre, magari più piccole. E oggi, tanto per non smentire, quando chiedono  ai colleghi, dove possono trovarmi, qualcuno risponde: “lo trovi in alto, a sinistra”. In quel cassetto c’era tutto. Una valigia che ti porti dietro, anche quando non viaggi. Pero’, qualcosa di diverso da un’appendice.  A questo pensavo ai piedi del cavallo, a domani, al corteo del primo maggio, a quelli degli anni passati.  Ai diritti da difendere sempre e comunque anche quando qualcuno continua a negarli o vorrebbe abolirli. Con l’arroganza di chi detiene qualche centimetro di potere e pensa di “potere” in virtù di una piccola e misera scala gerarchica, dimenticandosi che, fortunatamente, l’ordinamento, è ancora democratico, almeno in quelle cose, poche, che ci sono rimaste. Che il movimento operaio ha versato sangue. Che in un’ Italia con una disoccupazione  che “viaggia” al 12 per cento, bisogna per forza, andare al corteo, domani, per reclamarlo, questo benedetto lavoro, e per difendere i diritti e cercare di ampliarli, per chi non li possiede.   Andare col pensiero del nonno, che seppe dire di no, ad ogni forma  di oppressione. Dopo aver esaurito questi pensieri, mi dirigo verso la strada del ritorno. I portici, la stazione, la stazione della metro, la metro che arriva. Fischio. Le porte si aprono. Fischio, le porte si chiudono. Occhi su, alla mappa posizionata in alto a sinistra del vagone della metro. Una, due, tre,  cinque fermate. L’arrivo. Le scale mobili. Per la salita. Pur di non tenere quella parte impronunciabile, scalini a due a due. Per tenere la sinistra. In un batti baleno mi ritrovo in alto. Ovviamente a sinistra.

Un buon primo maggio a tutte. A tutti. Così, anche a chi mi saluta, trovando oggi, in alto, a sinistra.

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