Panni stesi, ad asciugare

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Porta Palazzo, Borgo Dora, l’inizio di Barriera,di Milano , il fiume, Parco Dora, l’Università, Valdocco, la Torino-Ceres, …una bella fetta di Torino, da fotografare,  raccontare e che in un gioco continuo di aspetti nascosti o poco visibili, o visibili, ma poco raccontati la rendono ancora più bella. Che bella, la nostra città. Anche con le contraddizioni che presentano molte grandi città. Fotografare, raccontare. Un accadimento. Come il fatto che al termine di una giornata lavorativa molti ripongono in un “armadio” particolare gli abiti da lavoro per gustarsi piacevolmente uno dei primi gelati in una giornata contraddistinta da un sole indice di un anticipo primaverile. E’ un armadio senza ante. Un appendiabiti. Di quelli posti in molti ingressi delle nostre case. Un posto sicuro, contrariamente a quanto si sarebbe disposti a credere. A nessuno verrebbe in mente di appropriarsi di un maglioncino o di un paio di pantaloni, di una sciarpa, o altro dalle vaghe fattezze, apparentemente di poco valore. In realtà, quegli abiti, o similari, di valore, ne possiedono tantissimo.  Immenso. Il caso li dispone: quelli stesi dopo un lavaggio, presso il fiume, la Dora,  lì, nei paraggi e quelli, appena cambiati e riposti su “qualche braccio di legno”, dopo il lavoro. E’ un appendiabiti che rassomiglia molto ad un albero di Natale permanente, per 365 giorni.  Forse, molto più bello. Ricorda il rientro in casa di un anziano. O il rientro da scuola di uno studente. La prima cosa che fa, “appende” il cappello, e si posa lievemente una mano sulla fronte. Un gesto tanto delicato quanto ricco. Trovi una vita intera, in quel gesto. Lavoro, sudore, sacrifici, amore. Così come in quegli abiti. Una vita.  Simile gesto, per uno studente. Appendere lo zaino. Con i liberi e quaderni. Una giornata di impegno costante. L’inizio di un’altra vita. Due secchi, probabilmente per le pinzette. O forse, per acqua piovana. O chissà, per le lacrime del cielo. Lo guardo, quel cielo, il panorama, il circondario e ripenso a come è narrata Barriera di Milano e un pezzo di Torino in molti libri e in parecchia vita. Panico. Panico quotidiano. Il ritorno.  E tornata, dall’altra parte. Al centro. Di un altro cuore pulsante, cittadino. Ben tornata. Lei, nuovamente donna. La collina torinese,  Superga. Il vento, di tanto in tanto  “ondeggia”,  vestiti e  pensieri, come barchette sul mare. Li muove, li pettina, li alza, come parole al vento. In modo disordinato.  Alzi gli occhi e scruti.  Gli abiti. Il cielo. Pensi a Genova, quando era proibito stendere “mutande” durante la sfilata dei magnifici 8. Come se stendere il bucato fosse una colpa. E allora dobbiamo vedere solo quello che ci impone di vedere il potere. Cio’ che luccica. Abiti sull’albero. In alcuni momenti saresti indotto a pensarli come un’opera d’arte. Creativa. Forse riflette dell’ingegno di alcuni studenti di una scola superiore, lì nei pressi. Forse è un “albero della vita”, fonte di ispirazione per qualche Calvino in formazione, appena uscito dalla Holden. Lo ammiri,  un pochino lo invidi e vorresti scrivere bene, come lui, o lei, in uscita da quel “monumento”. O forse nulla di tuto questo.  Semplicemente un’idea, una firma, un qualcosa. Potrebbe essere un brand…Potrebbe essere un albero dei sogni. E lasciarci il nostro?

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