Impronte nel ’94, Orme nel 2014. I Maggiori, rettori

DSC00232Fino a poco tempo fa, una delle tante professioni che mai avrebbero conosciuto periodi di crisi, o, addirittura,  saracinesche abbassate per cessata attività, era il calzolaio, il ciabattino. Da queste parti, ne esisteva uno. “Nella città dentro la città”. In molti, passavano da lì, in quel negozietto, posto tra due piccolissimi archetti, tra un cortile ed un campo da gioco. In pietra. Tra due sotterranei, dove nel primo, si cuoceva il pane, di comunità, nel secondo, con gli anni, ci si rifugiava, dal rumore delle bombe. Poco lontano dal campo in pietra, double face per la domenica, il parcheggio, buono per la rimessa delle macchine la domenica mattina. E sempre nei giorni di festa,  un bar aperto, con profumo di caffè e brioches, qualche chiacchiera, un incontro, il più ed il meno della vita, come capita spesso nei vari “livelli di vita”. Nel cortile, piante e fiori, sempre ben curate. Un ispettore ne sovraintendeva la cura.  Dal  negozietto del calzolaio  emanava un odore, quello del cuoio,  che si respirava già dalla portineria, all’entrata, dove era posto uno di quei vecchi telefoni a rotella, a gettoni, che resisteva al passare del tempo.  Anche la cabina era qualcosa di arcaico. Un uomo mite, con con le rughe trasversali sulla fronte, era addetto, da molti anni, al cambio dei gettoni e al centralino, con tantissime telefonate internazionali in arrivo. “Buongiorno Almini“, e l’uomo mite rispondeva con un cenno di mano e un sorriso appena accennato. La sua era stata davvero una missione. Almeno fino a poco tempo prima. E mentre infilavi ad uno ad uno i gettoni nell’apposita feritoia, cominciavi a respirare l’odore, che non si sa bene esattamente di cosa, se di pelle e cuoio o pelle e cuoio misto al profumo di bucato proveniente dalle lavanderie. E col cuoio avanzato e regalato dal calzolaio, i ragazzi,  si divertivano, ci giocavano, provando a realizzare braccialetti intrecciati. Da quei gesti avrebbero anticipato l’importanza dell’intreccio nelle relazioni umane. Nonostante il re di quel negozietto fosse il cuoio, la Regina, come facile immaginarsi, era un’altra. (La regina di cuoi, invece, la si trovava in una zona ristretta e delimitata, nel cuneese, a Bra. Talvolta le pagine di quel libro fanno compagnia a qualche studente universitario, o qualche ricercatore di storie locali. “Regina di cuoi”, di Giovanni Arpino, anche questa, una storia di amicizie, di gioia e divertimento, dello stare insieme nei momenti di festa, del piacere nelle lunghe camminate e giocate con gli amici. Scrittore tra altri de “La suora giovane”, Sei stato felice Giovanni” edito nella collana “Gettoni“, “Gli anni del giudizio”, “L’ombra delle colline“. Inoltre, giornalista sportivo de La Stampa).  Ci si andava, dal calzolaio per un tacco, una suola, una stringa. Dovevano durare il più possibile, per compiere una infinità di km. Per giocare, lavorare, camminare.  I soldi erano pochi. Le scarpe dovevano resistere, magari per passarle al fratello più piccolo. Talvolta con le scarpe buone, della domenica, si finiva per giocarci,  al pallone. Spesso con un tocco particolare, magari di tacco,  insieme alla rete, si riusciva a rimediare un buco, in una delle due scarpe. Gli applausi e gli abbracci duravano quel poco che potevano durare. Il pensiero, correva subito al dopo partita e al ritorno a casa. Quando  il rientro a casa, insieme al pranzo, poteva essere “condito” da una buona dose di carezze materne.  Le scarpe servivano, erano utili, necessarie. Un tesoro da capitalizzare. Da conservare il più possibile. Utili, per andare, lontano. Viaggiare. Magari all’estero o in qualche missione. O magari, perché no, al mare.  Fare strada e non farsi strada. “Far fare strada“, fornirle, regalarle, per  provare a stare meglio “sulla strada“. Per lasciare impronte e sollevare, alleviare dalle fatiche chi segue. Quando le nevicate erano abbondanti, e camminare diventava difficile, era facile incontrare (quando non si chiudevano le scuole e qualche giunta comunale cadeva per “le abbondanti nevicate”) qualche padre “disegnare” impronte coi suoi passi. A seguire, il figlio, con i piedi nello spazio ricavato dalle impronte del padre.   Forse Egidio il Rettore,  pensava questo, quando il 31 gennaio dono’ alcune paia di scarpe da ginnastica ad alcuni ragazzi per meglio cooperare.  I mondiali di calcio del 1994, negli Usa, erano vicini. La strada da percorrere  era davvero molta. Occorreva lasciare  impronte per sfuggire alla mediocrità. Ora, l’odore del cuoio non si sente quasi più. Qui, come dalle parti del braidese, dove quell’odore era “industriale”.

Ora, altre orme e  nuovi piedi, “Maggiori“,  lanciano ai giovani  un monito, nuovo quanto antico. Anche le orme del 2014, come le impronte del 1994,  a pochi mesi dall’apertura di un nuovo  “Mondiale”.  E si sa, tutte le partite, cominciano con un “fischio”. Anche questa bella vecchia e nuova partita inizia con un solo e semplice “fischio”. La storia  continua a lasciare le sue impronte.

Un paio di scarpe. Da ginnastica. Una numerazione ristretta, ma efficace. Da numero “tre”  su cinque punti, lasciti. Di ieri: “orme”.  Nella città dentro la città.  Orme da lasciare “camminando affinché altri le possano seguire. Sono pochi, quelli che sono capaci di lasciare orme. Occorre lasciarle, per altri. Per chi segue. Parola d’ordine: no alla mediocrità. Occorre camminare sulle strade della vita lasciando orme”. Poco prima della Buonanotte. Del 30 gennaio.DSC00198

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