Un cuore di stella

DSC00095DSC00094Luna piena in cielo. Manca solo una stella.  I cuori disegnati sulla sabbia, chissà. Pero’ resistono, lì dove sono. Al proprio posto. L’acqua del monumento specchia palazzi e portici. Un’antenna  del grattacielo, poco distante da qua,  tocca la prima con un dito e finalmente, pur con i piedi per terra e  ben piantati, il secondo  ora è un gigante felice. Alcune finestre, simili a tanti occhi, sembrano sorridere. Altre sembrano pantaloni tapparella, così di modo ultimamente.  Via vai continuo per la strada, “sotto portego”. Vetrine illuminate e cartelli dei saldi ben in vista.  E sotto portego, di tanto in tanto, qualche mano dona qualcosa e un’altra accoglie. Con la firma di una stella.  Eppure da quelle mani (e da quei sorrisi) per alcuni istanti si irradiano forti caratteri di solidarietà, e fratellanza. Chi si ferma,  riceve “un cartoccio di minestra” ma non lo prende per sé. Lo raccoglie, con delicatezza, per consegnare quel pensiero a qualche conoscente, che versa in condizioni precarie: qualche anziano, la badante, il vicino di casa che fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, e così via.  Un “cuore” di gente, oserei dire.  Come ai tempi duri di Giovannino e Margherita. O magari più recenti a noi. Come la storia di quell’impiegato, che dopo aver preso come era consuetudine, il treno locale del mattino, per essere pronto  al suono della campana, trovava sempre un sorriso, incorniciato a un bel paio di baffetti, camici, gilet e giacca di velluto. Un caffè,  al bar, non  perché ne avesse necessità o desiderio, di andarvi, quanto un modo gentile per tendere una mano, e offrire velatamente un momento di dignità, di esistenza, strappata   dalle circostanze della vita, di quell’esistenza  precaria; un cappuccino, una presenza, un qualcosa con cui ristorarsi e riaffermare se stesso, per un breve momento.   Era ben cosciente di cosa volesse dire “fare tanta strada“, in mezzo alla neve, con i due trasbordi, da quando qualche “genio“, su quella tratta, non c’era più, e qualche altro genio, non poneva in essere politiche diverse di trasporto alterative  alla gomma. Eppure erano solo 40 km di strada ferrata. A binario unico.  Possibile che ci si mettesse lo stesso tempo di percorrenza come 60 anni fa? Già, sessanta. E sessanta, quasi, erano i suoi anni, e negli anni, di racconti sotto la neve, ne aveva sentiti. Parecchi. Storie di trasbordi e di deportazione.  Del  padre. Sotto la neve. E forse proprio quei km sotto la neve, i trasbordi, e la precarietà di quella condizione, lo portavano a chiedere con tanta naturalezza: “andiamo al bar?” Che poi, lui, al bar, non è che prendesse chissà cosa. Si limitava semplicemente al suo caffè. Corto, ristretto.  Sapeva però, forse un po’ come Giovannino, che, a stomaco pieno, si ragiona e si lavora meglio. Sulla sua scrivania, un pc sempre acceso, una macchina da scrivere, dei tempi andati, a fare anche qui, un po’ di museo,   come l’altro, lì nei pressi, e pratiche circolari che circolarmente gli giravano intorno. Anche quando non era ora la trovava sempre. Per gli altri. Sempre al servizio. Un mattino, l’ultimo, prima del congedo col pendolare, guardando le montagne, in lontananza, gli disse: “Che bel panorama. Le sere d’estate, il cielo, è bellissimo. Le stelle sembrano danzare e mentre piroettano, compiono magnifici disegni. Da domani, forse, quel cielo, sarà ancora più bello, nonostante un viaggio,  di questa nostra amicizia sia giunto al termine. Il cielo sarà più completo. Un nuovo carro, sarà presente, e trainerà, da domani in poi, anche  quello dell’amicizia”. Detto questo, gli pose in dono un libro. “Neve” di Orhan Pamuk.  Una dedica e la sua firma     ne  vergava  la prima pagina: “Ogni persona ha una stella, ogni stella ha un amico e ogni persona ha qualcuno che gli somiglia, una stella simile alla sua  che si porta dentro come confidente. Con amicizia, V.”

Intanto, per alcuni minuti, con le storie, lasciamo che il cuore continui a battere.

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