All’ombra di un fortino

DSC00086“Giuoco bocce”. E ti immagini pensionati, chini, boccia in mano, a centrare qualcosa e contare, ancora una volta, come ai “vecchi tempi“. Come quel gruppo seduto, carte tra le mani che conta e riconta. Tarocchi? Bho. Bicchiere in mano, sigaretta di traverso, un cagnolino sotto al tavolo. E talvolta il sorriso allarga la loro bocca  e ne distende il viso. Come ai vecchi tempi, quando tutto quello era permesso, dopo l’officina. All’uscita. Bicicletta e busta attaccata al manubrio. Ora il tempo è diverso. Le lancette segnano un tempo che è percepito come una ferita dell’esistenza, fonte di ansia. Depressione per alcuni. Le bocce, dieci, quindici, che entrano prepotentemente nel corpo del gioco e nel gioco e talvolta lasciano a terra, lontano dal campo, altre bocce. Un po’ come l’entrata della precarietà tra i bastioni delle nostre esistenze. Il rumore delle bocce e quello dell’acqua, del fiume,  ritmano congiuntamente nei meandri dei ricordi mentali, la grande bellezza. Il Salento e le sue bocce da spiaggia. Una grande bellezza  merita l’Oscar. A tempo indeterminato. Nei pressi qualche panno lavato e steso ad asciugare su uno stendino rimediato, di fortuna. Due scope alle estremità, un filo che è uno spago, e pani stesi.  La fontana, li nei pressi,  sempre pronta ad accogliere qualche assetato. Al cibo, poi, qualcuno provvederà.  Alcune badanti ridono e aspettano, che si faccia tempo. Intanto scrivono e riscrivono, alcune lettere. Contano anche loro. Qualche risparmio, da mandare su, in Moldavia, in Romania, forse in Ucraina. E consegnare il tutto, domenica, dove parte il bus. Su quel piazzale, lontano da qui, ma vicino, dove una umanità, per qualche istante si raduna, e torna a contare anch’essa. Scambiandosi informazioni, notizie, qualche prodotto di casa loro.  Qualche bambino insegue un pallone. Troppo avanti, o troppo indietro per la lippa. O forse non è mai tempo. O forse lo è sempre.  Fulvia intanto si sforza di camminare, da casa sua “alle case del fortino”. Almeno dieci minuti di cose diverse da fare durante la giornata.  Il nero, che si è raggomitolato dentro, passerà. “Ogni stagione ha i suoi colori e la sua grande bellezza”. “Quel nero verrà fuori, vedrai”. Anche oggi hai scritto un pezzo di storia, anche se, nella sfera (della penna), molte parole restano impigliate nell’inchiostro, e mai nessuno saprà cosa avrebbe voluto scrivere, dire, nella sua grande bellezza. Magari una poesia, o un semplice ciao. “Quel nero, andrà via. “En e xanax” sta per terminare. La mano delicatamente sposta le cuffiette, riponendole in borsa. Capelli lisci, scostati, da un lato. Un pensiero. “Però, forte Samuele“.  E poi, dai, in due si può lottare e “fare una rivoluzione”. Un libro della biblioteca da leggere…in due.  Dall’altra parte della strada, uno sciamare, un pizzico di umanità che si ritrova, come avveniva un tempo, nei pressi di Porta Palazzo o in Barriera, dove gli operai Fiat si ritrovavano, la domenica, e si incontravano e mischiavano in una babele di dialetti. Un pizzico di umanità che resiste, all’ombra di un fortino. A Torino. In una metropoli dove si cerca di fare comunità.

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