Torino di una volta

DSC00081Talvolta, la domenica mattina, Torino ti e si risveglia. Nel passato. E si e ti nutre di passato. Basta fare quattro passi in Corso Francia, uno dei corsi più lunghi della nostra città e più alberato,  per scoprire che lì, su quel tragitto, vi era una stazione-filovia Torino Rivoli. Facile immaginare che dall’altro lato del capolinea, a Rivoli, vi era la stazione in corrispondenza del ritorno, Rivoli-Torino. Oggi, non si trova il  bus numero 36, autosnodato,  e neppure il 38. Solo un bar e nelle vicinanze una edicola.  E sul corso non transita neppure il caro e vecchio glorioso carrozzone tram 1, sostituito dalla metro automatica sotterranea. Una vecchia cabina per  foto-tessera, di quelle anni ’70-’80, buone per scattarsi una fotografia per la gloriosa carta bianca, o, negli anni, immortalarsi  in  qualche fotografia con la ragazza del tempo. Ora, insieme a quella e quelli,  gli uffici Gtt. Poi, col tempo, sono spariti i fili, poi il deposito bus Paradiso,  i bus arancioni e con essi anche Giulia,  con i suoi occhi azzurri in altri occhi, la voglia di ascoltare e di condividere, la sua borsetta e i libri di sociologia ed economia,  le ore passate a studiare a Rivoli e le passeggiate in via Piol, alla ricerca di qualche pasticceria. Su quel bus si consumavano  interminabili chiacchierate su Gorbaciov, imminente a Torino, e del Concord, passato sopra i nostri cieli, e atterrato a Caselle, qualche anno prima, nel mese di ottobre, un mese, in quell’anno, piuttosto mite. E di quei libri, si sapeva già prima. Delle lezioni universitarie. Perché ci si teneva. A lei. Non a Spencer o Keynes.  Ora, col suo trolley, si ritrova in qualche città europea. Insieme a tantissimi altri, quei laureati che partono e che creano. E oggi, sotto corso Francia, in metro, di cosa si parla? Di amori? Quali amori? Amore chi? Parafrasando un politico, dimettendosene un altro. E forse oggi, si dovrebbero dimettere altri, alla domanda, amore chi? o amore cosa? Oggi si mischia tutto, poesie di Francesco e canzoni di Battiato, musica di Matteo e sistema gratuito per mandare messaggi telefonici, poi, si gira il tutto, si mescola, e, oplà, un gran minestrone.  Poi, basta spostarsi verso la cara scuola, con un  Cuore, De Amicis e si scopre come l’entrata era per classi: Maschili e femminili. Il direttore, all’entrata, l’appello, con un megafono. L’infermeria, la bidelleria, gli stampini, ogni settimana stampati sul quaderno: A, a, come amore; B, b come bene; C, c, come cuore.. . La matita, da usare per tutta la classe prima su banchi ancora provvisti di un foro, per il calamaio. Per la penna, avevamo tempo. Quattro anni.  L’abbecedario gigante, il busto di De Amicis. Le cedole per il ritiro dei libri, dal giornalaio, il giorno successivo, il sussidiario, il libro di lettura. Il segretario che le porta, in classe. Cognome, nome, residenza. Tutti in piedi. Oggi, cosa è rimasto di classe?  E della scuola? E nella scuola?Conflitto di classe? Rapporti di classe? Classe subalterna?  In classe con classe o classe senza classe? Probabilmente Ingessati, fuori classe. A scuola.

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Livelli di vita

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“Metti insieme due cose che insieme non sono mai state; a volte funziona, e a volte no”. Alzai gli occhi al cielo, verso il “pallone occhio”, partito da Borgo Dora, facile pensare a coloro che oggi hanno scelto la dimensione aerea per osservare e fotografare Torino. E noi, umani. Creature orizzontali, “spettatori terragni”. Ogni tanto ci è dato di raggiungere il cielo, con il pallone-mongolfiera, o con altro: religione, arte, l’amore. E l’amore batte tutti. Tutti vorremmo aspirare a guardare tutto. Dal cielo. O comunque, dall’alto. Anche fosse dalla Mole. Il sole che si specchia nelle nuvole. Come è capitato a Diego, il signor X. E così come ci si innalza, spesso, si corre il rischio di cadere. E bisogna correrlo e rischiare di farsi  del male. Atterraggi poco morbidi. Pero’, vale la pena, a volte, essere meno terragni. Per un bacio, dall’alto. A modo tuo, suo, nostro, di Diego. Di Marilisa.  Un bacio aspettato, donato.  Non importa quanto. Anche 36 anni. Come Diego.  Come chissà chi. Non importa. Non importa né l’età ne i km. L’importante è il valore che attribuiamo ad ogni cosa.  Ascesa. Mongolfiera. Balconcino della Mole. Tempo ridotto.  Desiderio che scatena il bisogno di un “tempo più lungo, di tutto il tempo, anzi”. Quel tempo che non è mai sufficiente, non basta mai. Da lassù, ogni figura è un mondo.  Che quando termina avresti voluto dire, aggiungere, fare, e forse “quella cosa lì non l’ho detta come avrei voluto, ora”. Ma il tempo è già terminato.  Un breve tragitto, nella pancia della Mole. Un tragitto che “aveva determinato l’anelito …a coprire insieme distanze maggiori, a raggiungere insieme tutti i paesi…”. L’ascolto. L’offerta, il dono. Una fusione momentanea. Due io, un noi. Sul balconcino della Mole, in due, pensare di mettere insieme ogni cosa. Di comporre una vita. Tutta in ascesa. Perché così si pensa, non appena l’ascensore della vita si mette in movimento. Poi, che sia Mole, che sia pallone occhio, che sia mare, l’importante è l’ascesa, per entrambi. “Metti insieme due cose che insieme non sono mai state e…a volte funziona a volte no”. Bisogna vivere. Oltrepassare ogni frontiera. Mettersi in movimento. Come un treno. Portarsi in giro quell’odore ferroso e sentire il rumorio, non degli scambi, ma del cuore.  Che batte sempre più forte. Più della nenia del treno, dello scambio dei binari, delle ruote, delle rotaie. Il bacio, a modo. Il cielo,  e poi…Certo, bisogna pure mettere in conto le cadute. E a volte fanno male.  E se fanno male, viso dilaniato, come la quella statua, quel viso, posto in Piazza Castello. Un viso. Talvolta uno specchio. Come l’anima. Livelli di vita.

Per la storia di Diego e Marilisa mi era parso un obbligo morare la lettura del libro Livelli di vita, di Julian Barnes.