A Porta Nuova. La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale.

DSCN3698DSCN3718“Ci riproviamo?”, così, il 24 dicembre titolava La Stampa. Alcune letterine, di bimbi e adulti non più da recitare a memoria come accadeva un tempo, all’inizio del Santo pranzo, letterina deposta con la complicità della mamma sotto il piatto del papà. Bimbi in piedi, su qualche seggiola, a recitare a memoria. Tutti in piedi, adulti compresi, ad ascoltare, una letterina, un augurio, già sentita o percepita in religioso silenzio da mesi e mesi in qualche parte della casa, e facendo finta di nulla, a tratti meravigliato, tanto per non rovinare la sorpresa. Così siamo stati e così erano i nostri padri. Attenti, meravigliati, fini uditori, pronti, al termine della recita, a prenderci in braccio e farci sentire un fragoroso battito di mani. Eravamo i più importanti. E così, allo stesso modo, l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova si è trasformato, la vigilia di Natale, in una una grandissima sala, mica d’aspetto. Quella esiste. Più avanti, in fondo all’atrio. No, una sala. Da pranzo, ma senza il pranzo. Tra sconosciuti. Nasi all’insù, occhi lesti ad individuare altri pensieri, magari già anticipati, rubati, personali, condivisi. Una sala, tipo pranzo, dove il il pavimento illuminato da faretti assume le sembianze di un grande palcoscenico. “La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale“, titolava oggi La Stampa (articolo di C. Insalaco). Quali desideri espressi, in punta di lapis, affissi sulla sommità di un albero che puntualmente, da dicembre a gennaio accoglie e rinnova desideri e passioni di torinesi e non? Tra chi vorrebbe superare un esame universitario, chi formarsi una famiglia, chi ritrovare un oggetto smarrito, chi, come il sottoscritto, continuare ad inseguire il “proprio viaggio” senza smarrire mai la passione interiore. Un viaggio in cammino, o in cammino nel viaggio o verso il viaggio, destinazione, una  stella, inteirore, una meta, un orientamento, un incontro. Qualcosa in cui credere. Un uomo senza passioni non è uomo. Un viaggio interiore o un viaggio verso  qualcuna, qualcuno. Comunque una tensione a qualcosa, nell’anno della maturità e dell’infinito viaggiare. Già, proprio in una stazione, l’infinito viaggiare, dove a volte pare anticipare la fine di alcuni viaggi. Un viaggio che profuma di panettone e pandoro, dono di sè, amore e cose buone. Un viaggio che ha il gusto di tutti gli altri viaggi: attese, speranze, desideri, abbracci, baci. Arrivi, ripartenze. Pronti sempre. A tutte le partenze. Bar della stazione. Un caffè, una bottiglietta d’acqua. Giornali che si sfogliano. Un altoparlante gracchia qualcosa. Occhi su, direzione tabelloni. Tempo ne rimane. Una mano accarezza una lapis e questa accarezzata si lascia condurre sul foglio a comporre parole, disegni, vita. Linee di grafite che sembrano vene, si congiungono per dare vita: è la nascita di un cuore. Comincia lentamente a battere e pulsare. Le lancette corrono. Quelle lunghe si lanciano in una folle rincorsa su quelle piccole. Il tempo corre e scorre. Giornale riposto. Dall’altro lato del tavolino un uomo ha le dita incrociate e un trolley al suo fianco. Il lapis continua a tratteggiare altro. Pensieri di una giornata intensamente vissuta. Il cuore ormai va, da sè. La matita ha espletato il suo dovere. Le persone anche. Il tutto ormai non è più qualcosa allo stato  embrionale. Il tempo stringe. In altro tavolino qualcunonsoreseggia una birra, un altro un caffè, espresso, in un anticipo di quel che sarà e verrà.  Il tempo stringe anche per loro. Il cuore  è ormai completato, e così il suo contenuto, non tutto espresso ma mostrato con gioia . Alcuni post it lo incorniciano dando forma ad altre vite che gli appartengono. Sono giorni, ore, minuti, passati. Oggi. Tra un incontro e l’altro e quelle che mancheranno per il prossimo e quelle che non ci saranno. Bellissime e intense  storie. Di vita. Le assorbi. Forse con quel cuore, forse con la testa. Il movimento che le assorbe è identico a quello del cuore, alla carta assorbente, alla spugna. Le assorbi, quelle storie e dai loro vita, materializzandole, per poi risputarle fuori. Il cuore è composto. Batte. Lentamente comincia pero’ a straziarsi. Gli occhi sono velati di tristezza. A quando il ritorno per chi ha materializzato il cuore? A quando la partenza, per chi lo ha rivento e  assorbito ? Occhi velati. Qualcuno, sentendo gracchiare l’altoparlante che annuncia l’arrivo del treno afferma, per vincere la tristezza, che forse “non sono gli ultimi giorni di Pompei“. Altri viaggi verranno, con l’energia rivoluzionaria e la fantasia del visionario. Energia che si riproporrà e si riprodurrà. Chissà perchè viene in mente Catullo: “amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno”. Pochi minuti, il treno arriva. Il riotrno. Dalla passione alla passione. Che non puo’ spegnersi. Che non può ferire. Una passione resta e vince. La tensione pure. E allora, la stella, resta questo foglio di giornale del 24, incorniciato come una stella, in cima all’albero, che al posto dei festoni è addobbato da desideri, speranze, auspici. Un augurio che è una pagina di giornale, e tantissimi biglietti di trenitalia, vidimati, con ritardi ma di arrivi certi, la cifra di un infinito viaggiare, con le passioni a bordo. Che mai si esauriranno. Neanche a viaggio ultimato. Neanche dopo l’otto di gennaio. Anzi. Altra luce le farà brillare. Biglietti che testimoniano i transiti, i passaggi, le partenze, gli arrivi, mossi da una grande passione. La stella, come quella della nostra cara Mole Antonelliana. La stella, come il desiderio, da raggiungere. La stella, come ogni cosa che nasce. Da sempre. In quel Santo giorno. Con l’amore. E un cuore, nato da un lapis o da storie di vita che si incrociano. Pensi e auguri che il prossimo biglietto sia di sola andata. Arrivi a Torino e Porta Nuova pare una vecchia signora che si rifà il trucco, con tutte quelle impalcature. Due luci spuntano da quella serie interminabile di tavole per la ristrutturazione. Un balcone acceso, appena sotto gli occhi, pare essere un sorriso. Nell’atrio, l’albero. Una copia de La Stampa affissa e incorniciata da numerosi biglietti, di andata e di ritorno. Sembra una bandiera, un lenzuolo, con l’augurio: “che il prossimo biglietto possa essere di sola andata”. E un augurio. Di buon Natale.

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