Ritroproviamoci, riprovateci. Ritroviamoci. Buon 2014. Che la Passion lives here

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Finestre e balconi come occhi. Palazzi Come visi. Fuochi d’artificio, botti, miccette e petardi di ogni genere cominciano a rumoreggiare e illuminare il cielo della Mole Antonelliana. Nonostante i divieti. Profumi e odori di cibo, di ogni provenienza ne esaltano la globalizzazione. Televisori pronti a gracchiare, in attesa dell’ottavo discorso del Presidente della Repubblica…”A tutti gli italiani…” Il primo del secondo mandato. Palazzi e finestre come occhi scrutano il cielo torinese, e le strade e le persone, e commentano quel cielo che divulga che “L’amore non fa rumore”, mentre la strada, o sulla strada, una mano ha scritto e urlato, forse in un egoistico desiderio di possesso, “All i need is you”: ogni qual volta ci si cammina sopra, strisciandone i piedi in funzione rituale di porta fortuna, pare avviarsi la sigla di un andato programma televisivo, “Strano amore”, di memoria “Castagna”. Un programma da secondo tempo, inneggiante ritrovi a riprovare amori interrotti. Dialettica delle passioni. Dialettica nelle passioni. Chi si risparmia e chi no. Non si conosce molto della storia natalizia, pubblica da La Stampa, relativa a Diego e Marilisa. Si sa solo che esiste un luogo amato da entrambi, un bacio condiviso, sulla Mole, la scoperta del Bacio di Diego, il rinnovo, forse, del bacio, per Marilisa. Il dono del bacio e di sè, la forza dirompente di un abbraccio, cifra dell’accoglienza e del sentirsi veramente accolto. Questo sente Diego. Un abbraccio, gesto forte, di accoglienza alla vita, capace di suscitare emozioni e incantare 10 milioni di persone quando osservano altro abbraccio, davanti la tv, di due gemellini appena nati. Un inno alla vita. Così, è stato, quell’abbraccio tra Diego e Marilisa. Diego pensa, probabilmente esagerando, che solo in quel momento si è sentito amato, “forse la prima volta”, dimenticando altro amore. Diego fa un passo ulteriore nella narrazione della storia:si attribuisce, probabilmente, sbagliando, tutte le responsabilità di un amore terminato, iniziato quando era stato preso per mano, meravigliato da tanta meraviglia e novità, entrata in maniera inattesa nella sua vita. La storia è breve, molto breve. L’amore non fa rumore. Ma inevitabilmente lo straparlio, deborderà e invaderà pagine e pagine e ogni parola, commento, sarà sottoposta ad analisi accurata. Ogni tic ideologico, ogni partigianeria di fondo, dovrebbe essere bandita. Quello descritto nella lettera, è un mondo aspro, momentaneamente terminato. Forse. Non è baciato dal lieto fine, come l’inizio. L’uomo è un essere intrinsecamente narrativo, come affermava Garcia Marquez, e questa storia è una cifra troppo breve, risicata, sintetica, che sinteticamente ci narra di un’ascesa e una caduta. Di un sentimento. Di un uomo. Forse di una donna. Un periodo troppo breve. Per dire anche quando non si dovrebbe dire. Un bacio. Chi sceglie, chi è scelto, chi si lascia andare.Tempi. A due fasi. Due libertà si sono incontrate, nel volersi. Nello scrivere un pezzo di storia nella propria vita. Fin dall’infanzia assorbiamo vite di altri, modelli educativi, orientamenti. Diego non vorrebbe far rumore, come l’amore. Marilisa non fa rumore, chiusa nel proprio silenzio. Partiranno affermazioni, opinioni, consigli, suggerimenti, da noi, i nostri occhi come le finestre che guardano “l’amore non fa rumore” e intanto glielo facciamo fare, partendo dal nostro essere, dimenticando che, come affermava Kafka, “siamo come tronchi d’albero sulla neve. Questi giacciono li apparentemente e con una piccola spinta dovrebbe essere possibile spostarli. Invece no, non si puo’ perchè sono attaccati saldamente al terreno”. E allora, solo loro, incontrandosi, e augurando loro di riprovarci, potranno dirsi e raccontarsi nuovamente e restituirsi, se vorranno, quel che è mancato. Intanto, un effetto positivo da tutto cio’, lo traiamo. La storia di Diego è un sismografo ultrasensoriale della nostra società. Forse dovremmo sforzarci di piu’ quando incontriamo sentimenti nobili. Parlarsi e coinvolgersi di più. Aprirsi al dono, allo scambio. Grazie alla storia, un pezzo di comunità, forse, da oggi,si soffermerà volentieri a riflettere su cosa realmente conta nella vita di un uomo. Ritrovatevi, Diego e Marilisa. Per un invito ad alleviare le possibili sofferenze di un dialogo interrotto, ho lasciato la pagina de La Stampa nello stesso luogo del ritrovamento di un amore, legato poi, ad un cancello. Ritrovatevi. La parentesi olimpica Passion lives here deve continuare. Per un amore olimpico. Buon 2014.
(un buon 2014 anche a Caterina Simonsen.Forza, Caterina!Buon anno).

Scrittura creativa

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Sulla strada, la rivincita della scrittura, dell’arte creativa. Cuori in cielo, sulla sabbia, su fogli di carta, e ora, sulla strada. Cuori che si intrecciano in tutte le varianti di gallerie che il nostro mondo conosce. Le gallerie sono infinite. Come infinite sono le strade. Le macchine corrono lungo la via. Che sembra un foglio di carta, colorato, scritto. Le loro ruote sembrano enormi gomme, per cancellare quelle scritte.Un tratto veloce di penna, su un tratto di vita. Ma nulla da fare. I sentimenti sono indelebili. Un cuore resiste ad ogni intemperia. Al freddo, al gelo come al caldo estivo. Nessuna gomma umana saprà cancellare un vero sentimento. Neanche davanti a questo sfrecciare dei giorni, o mesi, o anni……Forse, i messaggi che continuano ad arrivarci vogliono essere un indicatore di normalità, il ritorno ad una umanità migliore. Meno virtuale, più rale. Con la tensione alla passione. Più attenta. Più….

Diego e Marilisa: ci riprovate? Ritrovatevi!Riprovateci!

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Prendendo a prestito il titolo de La Stampa della vigilia di Natale, “Ci riproviamo”, è auspicabile, imperativo, per Diego e Marilisa Ritrovarsi e….”Ci riprovate?”. Sarebbe un bellissimo augurio, un 2014, un auspicio. “Stappata la bottiglia”, srotolata la notizia, evidenziata, là, dove, prima il soggetto interessato l’ha concepita e poi l'”Anagrafe quotidiana” l’ha registrata e divulgata, ora evidenziata e riportata in gran segreto nello stesso luogo, dove tutto ha avuto inizio. Quel viaggio condiviso, chiamato, almeno per un po’, Amore, resta, per il momento, un amore solitario.

Diego e Marilisa, riprovateci! In fondo, siamo tutti Diego e Marilisa

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Prendendo spunto da La Stampa del 24 dicembre, “ci riproviamo?”, un grido lentamente si alza nella nostra città, nella nostra comunita. Diego e Marilisa, riprovateci! In fondo, nelle nostre vite, siamo un po’ tutti Diego e Marilisa. Con le nostre pene, sofferenze, amori, tradimenti, la voglia di amare, l’inizio, la fine, notti accorciate dall’insonnia e dal battito del cuore, per un pensiero caro, all’amata, all’amato. All’idea. Diego, la fedeltà di un amore, Marilisa, la finitudine dell’essere umano. Forse. O forse non è andata proprio così. Non lo sapremo mai. Un amore lasciato al cancello. Nello stesso luogo in cui, come abbiamo letto sul quotidiano torinese, questa mattina, era stata deposta una rosa per celebrare un anniversario, un amore, aspettato, per una vita. Sofferto, sospirato, sognato, e vissuto. Sapore di un bacio, non lo dimentichi, cantava Raf. Se poi lo aspetti per una vita….e probabilmente, per Diego è stato così. Una rosa, lasciata in omaggio ad un amore, oggi, la narrazione di quell’amore, da fatto privato, è diventato pubblico. Tutti, vorremmo amare ed essere amati. In questo periodo, poi, certe solitudini si fanno forti. Ma che succede dopo che quella lettera è divenuta pubblica? Diego sarà riuscito a mettersi in contatto con Marilisa? Era questo forse l’intento? Forse no. Forse solo l’omaggio ad un amore talmente forte, da non essere comprese. Lì, capannelli di ragazzi, ragazze, signori, signore, passano, si soffermano, prima o dopo il Museo del Cinema o dell’entrata alla Mole, leggono il foglio di giornale, commentano. “Forza Diego” è l’urlo di molti. Siamo tutti Diego e Marilisa. Chi non è stato lasciato, nella vita? Chi non ha amato, anche solo un istante e poi, basta, per tutta la durata della sua vita? Complimenti a tutti i torinesei e turisti, giunti sotto la nostra città, che per il breve momento di lettura di quell’articolo, lo hanno fatto proprio, interiorizzandolo, empaticamente. Non si schierano, ma ripensano l’amore, lo riempono di contenuti. E allora, cosa pensare? cosa dire? Grazie Diego, che ci hai donato questa possibilità, questi attimi di riflessione. Hai fatto tornare in mente, comunque vada la storia, il Vangelo di Giovanni. “Non importa dove semini (l’amore), e non preoccupiamocene. La raccolta, la mietitura, potrà avvenire anche lontanissimo da noi”. Diego, osserva il tuo nobile sentimento come è guardato, colto e ripensato.
Diego, Marilisa, riprovateci.

Il Natale 2013 raccontato assieme al quotidiano La Stampa

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Cari lettori, oggi vi presento il mio articolo apparso sulla Stampa del 28 dicembre 2013 nella sezione L’EDITORIALE DEI LETTORI, intitolato Ingessati a scuola.

Ingessati a scuola
ROMANO BORRELLI*
Dall’ultima maturità, provo a soffermarmi sul senso dell’Infinito viaggiare nel mondo della scuola. Tanti viaggi, tante cittadine di provincia, tante scuole. Università. Anni di precariato. Il sistema scuola: soggetti al lavoro. Graduatorie, classi. Di scuola, di concorso. Modalità di accesso. A e B. Docenti, ragazzi, famiglie. Nell’articolo «Le relazioni che salvano la scuola» (Alessandro D’Avenia, La Stampa, 12 dicembre 2013), una dimenticanza. Gli Ata, per esempio. La burocrazia ingessa e altro corre. Velocemente. La scuola o la società? Ma chi vuole realmente salvare la scuola? Cosa e come potrebbe cambiare la scuola e con chi? Qualcuno al Ministero dell’istruzione ha mai provato a scattare una fotografia sullo stato della scuola tra i suoi lavoratori? Laureati, «ingessati» dalla burocrazia che potrebbero contribuire ad implementare il vero senso del lavoro, consistente nella relazione di servizio reciproco, azione virtuosa rispondente ai bisogni umani?

Laurea, specializzazione, master e altro utilizzati nella scuola per altre funzioni che restano prive di sbocchi quando le aule si chiudono e con esse la consapevolezza critica.
La scuola è inclusione, di tutti. Basterebbe una mappatura dei bisogni e stabilizzare. Come ci si fa a conoscere e relazionarsi in una babele del ricambio continuo? Basterebbe poco
per trasmettere passioni a «quel mondo» dell’infinito viaggiare. Le scuole sono una miniera di passioni, nascoste.

Suggerendo di visionare le tesine degli anni passati proponendo di analizzare quel pezzetto di comunità, provando ad individuare gusti, tendenze, dinamiche, orientamenti dei ragazzi e provare a connetterli con gli strumenti che possiedono, oggi, ad intraprendere un infinito viaggiare a ritroso nel confronto, nello scarto trovato nel mondo dai  compilatori di quelle tra come si immaginavano il loro mondo e come lo hanno trovato. Ho provato. Tra l’entusiasmo della Preside e l’ingessatura della burocrazia. Ricordandomi la mia funzione ho riposto tutto nel cestino. Comprese le lauree.
*40 anni, laureato in Scienze Politiche, Ata, scuola, Torino

Di seguito per chi desidera stamparlo è disponibile il file in formato pdf, (aver cura di fare salva pagina con nome e poi aprirlo e stamparlo con adobe reader):

Ingessati-a scuola di Romano Borrelli

Il 27 dicembre 2013 è stato pubblicato sempre sulla Stampa questo bell’articolo di CRISTINA INSALACO avente per titolo:

La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale:

La voglia-di riprovarci parte anche da un albero di Natale

Di seguito la prima pagina della Stampa citata nel precedente articolo della Insalaco, in formato pdf, del 24 dicembre 2013:

Prima pagina del 24 dicembre 2013

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Buone e serene feste a tutti Voi.

short link all’articolo:
http://wp.me/pog5o-1uZ

Un biglietto di treno lasciato al cancello

DSCN3738RSCN3430Torino è in questi giorni la città più visitata dopo Roma. Bellissima notizia. Per tutti. La gente è in giro, a frotte. Code ovunque, per non parlare della Mole Antonelliana e Museo del Cinema annesso. Una fila interminabile lungo tutta la cancellata. Gente amabilmente e dolcemente disposta in fila e aiutata  dagli operatori. E così lungo via Po, Pietro Micca, Cernaia. Ovunque. Una città nella città. Attaccato al cancello di uno stabile, qualcuno ha posto un biglietto. Del treno. Mi è parso un “bugiardino”, di quelli che raccontano un po’ le medicine. Posologia, adulti, sera, mattina, prima e dopo i pasti. Qui, giorno di partenza, data di emissione, posto, località di partenza e di arrivo, costo. Un taglio verso il tratto terminale.  Un amore tagliato, nel senso di terminato? Un amore comunque lasciato? Disperato o rinnovato? Sperato? In ogni caso, penso sia stato vissuto. Con passione, a guardare il fiore che lo accompagna. O forse è la risposta che qualcuno ha voluto dare all’augurio di un biglietto di sola andata? Chissà….In ogni caso, i biglietti raccontano molto, delle persone. Ma, come per gli autori dei libri, bisogna saperci ridere e piangere, per capirne un po’ di più. La superficialità della lettura, non basta. E avolte non basta neanche un’apparente meraviglia. Nel biglietto, si trova molto di più. Nel biglietto si trovano storie e nelle storie. Ma senza empatia, non si va da nessuna parte.

Buon biglietto a tutti.

Un viaggio: dalla passione alla passione

DSCN3734DSCN3709“E’ una notte bianca. Spendida. Una notte incantevole, una di quelle notti come ci possono forse capitare solo quando siamo giovani. O anche no. Il cielo è un cielo così stellato, così luminoso che, a guardarlo, non si può fare a meno di chiedersi: è mai possibile che esistano sotto un simile cielo persone irritate e capricciose?” (Dostoevskij, Le notti bianche).  E’ bello volgere al presente questo capolavoro che continuamente rivive nella storia dell’amore di ciascun innamorato, corrisposto o meno. E’ piacevole non rinunciare mai ad un sogno, ad una passione, ad un viaggio, al ricordo di un amore catapultato nel presente, anche quando, avvolto ormai dalle nebbie, si dirada e si sbiadisce nel tempo. Tempo fermo, immobile a quell’unicità irripetibile, forza dirompente di una mano  e dita che intrecciano e allacciano altre dita e altra mano in un gioco intimo; tempo irripetibile di un bacio donato, di un cuore che si apre, al futuro, al desiderio, alla speranza, alla voglia di… Ricordo e tempo riproposti.  Sono le notti bianche, dei biglietti, ferroviari e non, vergati a mano o al pc, nel chiuso di qualche stanzetta o al bar della stazione;   documenti storici, testimonianze dirette, vissuti, in prima persona.  Fino in fondo. Nell’era dei social network la scrittura umana e non solo da tastiera riprende il sopravvento. Le persone si materializzano, si espongono e con esse i sentimenti, e ci provano e ci riprovano. Non più a connettersi ma entrare nella storia dell’altro, altra, assorbirla fino in fondo. Finalmente! Era ora.Ora è altra era. Non più bacheche pubbliche, ma luoghi pubblici, trasformati in un santuario dove riprodurre il mito e ritualizzarlo: un atrio di stazione, il primo viaggio, una porta, il primo incontro. Un pertugio che ne suggella quell’istante. Un santuario aperto o chiuso, dove ritualizzare. E depositare un fiore, fiori.  Esibire, forse a sè stessi, o forse ad altri, un amore in viaggio o il viaggio di un amore o l’amore di un viaggio. Un viaggio chiamato amore. Probabilmente esposti per noi stessi, a infonderci coraggio, così, un po’ per “riprovarci” in qualche modo. Contro tutto e tutti. Con quell’energia rivoluzionaria e la fantasia del visionario.  E il mezzo per dirsi assume la forma di un biglietto. Di ricordo, di supplica o di elogio dell’unico amore. Andato, e vissuto. E per dire grazie, di quella bellezza avuta. Come per D 3,8 baciato una volta da NM. Auguravo un biglietto di sola andata, ma ora, provvedo ad augurare anche un ritorno. Per NM, verso D. O un augurio solo per D 3,8, per ritrovare NM. Chissà. Un riprovarci diversamente.  A lieto fine. Dove D 3,8 ha ritualizzato ancora una volta l’evento e lo ha fissato, stretto, richiuso ad una simil porta. Speriamo possa essere girevole. Andata, ritorno, e non di quelle che attraversiamo negli autogrill, dove i personaggi si sfiorano senza sapere nulla, di loro, si scambiano un’occhiata, ma… Ha legato stretto stretto, il suo ricordo, mai sopito, mai sbaidto. Lo ha cementato, asfaltato. Un amore, vissuto 365 h24, alla seconda,  ricordato, rimpianto, teneramente e rinnovato, a quanto le sue parole lasciano capire. Un orologio interiore, fermo, di un anno, poi due, poi….. L’inchiostro della stampante si materializza e gronda, tasuda, dal foglio A4,  in foma di piombo, pesante e leggero allo stesso tempo. Triste ma vissuto intensamente, anche se lacrime amare, si possono immaginare sul suo viso, condite,  a speranza inespressa. Un amore andato, dopo una panoramica veloce di qualche mese,  un breve viaggio  sulle ali dell’entusiasmo all’interno di un bossolo “sparato” a mille come il suo cuore, nella pancia della Mole, per approdare fin sulla sua stella. Panchine trasformate in simil lettini rossi, buoni da sdraiarsi e riposarsi, stendendo le gambe e lasciarsi andare. Chissà. Un viaggio breve e lungo, come soli certi amori sanno creare. E’ la grande bellezza torinese, per D 3,8. Una bellezza tutta sua. Ora forse, non  piu’ sua, fisicamente. Idealmente, si. Quando si dice la forza delle idee. Forse “la sua situazione personale” era talmente forte da “impedire a NM di poter vivere in maniera spensierata, anche nel rapporto”.  O forse assorbiva tutta la storia di NM e l’aveva fatta sua per intero. NM, L, E…Senza mezza misure. Magari come si comportano altri spensierati e spensieratamente vivono e lentamente e volutamente feriscono: F, con moglie a carico e figlio di scorta a cercare di riempire i suoi vuoti esistenziali,  NM…Ma lui, D 3,8,  no. Non riesce ad essere spensierato, nella sua diversità, nella sua sensibilità. Lui assorbe. Ama totalmente, non a metà, come F, ammesso che F sappia cosa voglia dire amore. NM ha chiuso la porta girevole dell’amore a D 3,8, così, senza motivo, dicendogli “fine del viaggio. Un Romeo che ha avuto nel giro di poco la sua Giulietta.  E in altro poco è stato scaricato. Se fin da subito o dopo, nulla è dato sapere, di questo.  Si aspetta un ritorno. E chissà. Un richiamo, qualcosa. Un urlo, un grido, nel pomeriggio, silenzoso. O solo il desiderio di dire grazie,  e “di felicità che hai dato ad un altrui cuore, solo, riconoscente”.  (Dostoevskij). Nelle notti bianche di Torino come in quella di Pietroburgo. Un amore, il suo, di D 3,8, la cifra di…ora….Disperato, forse. Ma non da oggi.O forse da mai. La testa di D 3,8 è ancora lì sopra, su quel balcone o terrazzo del simbolo torinese e del suo amore. O su quel tavolino ripiegato. Su di sè. Le sue labbra sono ancora bagnate, da quel bacio di vita, per la vita. La sua. Le dita della  mano sono ancora umide, appiccicaticce, dalla stretta di NM, che non mollava, allora, la presa, NM che da molto ha mollato lui. E lui non ha ancora scaricato il ricordo di lei, e del suo bacio. Quell’inchiostro, piombo, trasformato in lacrime, sembrano petali che lentamente si abbandonano al loro destino, in questo freddo torinese. Rose, fiori, mazzi di fiori. Chi non ha portato in omaggio un mazzo di fiori, sfiorare la persona amata per poi, non rivederla piu’ o rivederla dopo tanto? un anno? due? di piu’? Le rose, i fiori…Vien voglia di recitare una poesia, di Dino Campana. Le rose. “In un momento sono sfiorite le rose. I petali caduti. Perchè io non potevo dimenticare le rose. Le cercavamo insieme. Abbiamo trovato delle rose. Erano le sue rose. Erano le mie rose. Questo viaggio chiamavamo amore.”  Un viaggio chiamato amore. Quel cuore di lapis è un cuore che pulsa. Merita di essere ascoltato e vissuto.  Intorno ad un tavolo, penso e ripenso alla storia. Si potrebbe dare un seguito, in fondo, anche La Stampa, augurava, “ci riproviamo?” E’ una notte stupenda. Si sente odore di neve. Qualcuno schiamazza. Comitive di ragazze e ragazzi, bicchiere alla mano stazionano davanti ai numerosi locali che affollano questo cuore di Torino e  pensieri nel cuore dell’uomo, di quell’uomo, di questo cuore, di quel cuore.  Camminando sul lastrico lucido di questa piazza, in una notte ormai fonda, continuo a pensare che in fondo  D 3,8, dovrebbe riprovaci. Anche quando il viaggio che si chiama amore potrebbe chiamarsi, o trasformarsi, dalla passione alla passione.

A Porta Nuova. La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale.

DSCN3698DSCN3718“Ci riproviamo?”, così, il 24 dicembre titolava La Stampa. Alcune letterine, di bimbi e adulti non più da recitare a memoria come accadeva un tempo, all’inizio del Santo pranzo, letterina deposta con la complicità della mamma sotto il piatto del papà. Bimbi in piedi, su qualche seggiola, a recitare a memoria. Tutti in piedi, adulti compresi, ad ascoltare, una letterina, un augurio, già sentita o percepita in religioso silenzio da mesi e mesi in qualche parte della casa, e facendo finta di nulla, a tratti meravigliato, tanto per non rovinare la sorpresa. Così siamo stati e così erano i nostri padri. Attenti, meravigliati, fini uditori, pronti, al termine della recita, a prenderci in braccio e farci sentire un fragoroso battito di mani. Eravamo i più importanti. E così, allo stesso modo, l’atrio della stazione di Torino Porta Nuova si è trasformato, la vigilia di Natale, in una una grandissima sala, mica d’aspetto. Quella esiste. Più avanti, in fondo all’atrio. No, una sala. Da pranzo, ma senza il pranzo. Tra sconosciuti. Nasi all’insù, occhi lesti ad individuare altri pensieri, magari già anticipati, rubati, personali, condivisi. Una sala, tipo pranzo, dove il il pavimento illuminato da faretti assume le sembianze di un grande palcoscenico. “La voglia di riprovarci parte anche da un albero di Natale“, titolava oggi La Stampa (articolo di C. Insalaco). Quali desideri espressi, in punta di lapis, affissi sulla sommità di un albero che puntualmente, da dicembre a gennaio accoglie e rinnova desideri e passioni di torinesi e non? Tra chi vorrebbe superare un esame universitario, chi formarsi una famiglia, chi ritrovare un oggetto smarrito, chi, come il sottoscritto, continuare ad inseguire il “proprio viaggio” senza smarrire mai la passione interiore. Un viaggio in cammino, o in cammino nel viaggio o verso il viaggio, destinazione, una  stella, inteirore, una meta, un orientamento, un incontro. Qualcosa in cui credere. Un uomo senza passioni non è uomo. Un viaggio interiore o un viaggio verso  qualcuna, qualcuno. Comunque una tensione a qualcosa, nell’anno della maturità e dell’infinito viaggiare. Già, proprio in una stazione, l’infinito viaggiare, dove a volte pare anticipare la fine di alcuni viaggi. Un viaggio che profuma di panettone e pandoro, dono di sè, amore e cose buone. Un viaggio che ha il gusto di tutti gli altri viaggi: attese, speranze, desideri, abbracci, baci. Arrivi, ripartenze. Pronti sempre. A tutte le partenze. Bar della stazione. Un caffè, una bottiglietta d’acqua. Giornali che si sfogliano. Un altoparlante gracchia qualcosa. Occhi su, direzione tabelloni. Tempo ne rimane. Una mano accarezza una lapis e questa accarezzata si lascia condurre sul foglio a comporre parole, disegni, vita. Linee di grafite che sembrano vene, si congiungono per dare vita: è la nascita di un cuore. Comincia lentamente a battere e pulsare. Le lancette corrono. Quelle lunghe si lanciano in una folle rincorsa su quelle piccole. Il tempo corre e scorre. Giornale riposto. Dall’altro lato del tavolino un uomo ha le dita incrociate e un trolley al suo fianco. Il lapis continua a tratteggiare altro. Pensieri di una giornata intensamente vissuta. Il cuore ormai va, da sè. La matita ha espletato il suo dovere. Le persone anche. Il tutto ormai non è più qualcosa allo stato  embrionale. Il tempo stringe. In altro tavolino qualcunonsoreseggia una birra, un altro un caffè, espresso, in un anticipo di quel che sarà e verrà.  Il tempo stringe anche per loro. Il cuore  è ormai completato, e così il suo contenuto, non tutto espresso ma mostrato con gioia . Alcuni post it lo incorniciano dando forma ad altre vite che gli appartengono. Sono giorni, ore, minuti, passati. Oggi. Tra un incontro e l’altro e quelle che mancheranno per il prossimo e quelle che non ci saranno. Bellissime e intense  storie. Di vita. Le assorbi. Forse con quel cuore, forse con la testa. Il movimento che le assorbe è identico a quello del cuore, alla carta assorbente, alla spugna. Le assorbi, quelle storie e dai loro vita, materializzandole, per poi risputarle fuori. Il cuore è composto. Batte. Lentamente comincia pero’ a straziarsi. Gli occhi sono velati di tristezza. A quando il ritorno per chi ha materializzato il cuore? A quando la partenza, per chi lo ha rivento e  assorbito ? Occhi velati. Qualcuno, sentendo gracchiare l’altoparlante che annuncia l’arrivo del treno afferma, per vincere la tristezza, che forse “non sono gli ultimi giorni di Pompei“. Altri viaggi verranno, con l’energia rivoluzionaria e la fantasia del visionario. Energia che si riproporrà e si riprodurrà. Chissà perchè viene in mente Catullo: “amami quando meno lo merito, che è quando ne ho più bisogno”. Pochi minuti, il treno arriva. Il riotrno. Dalla passione alla passione. Che non puo’ spegnersi. Che non può ferire. Una passione resta e vince. La tensione pure. E allora, la stella, resta questo foglio di giornale del 24, incorniciato come una stella, in cima all’albero, che al posto dei festoni è addobbato da desideri, speranze, auspici. Un augurio che è una pagina di giornale, e tantissimi biglietti di trenitalia, vidimati, con ritardi ma di arrivi certi, la cifra di un infinito viaggiare, con le passioni a bordo. Che mai si esauriranno. Neanche a viaggio ultimato. Neanche dopo l’otto di gennaio. Anzi. Altra luce le farà brillare. Biglietti che testimoniano i transiti, i passaggi, le partenze, gli arrivi, mossi da una grande passione. La stella, come quella della nostra cara Mole Antonelliana. La stella, come il desiderio, da raggiungere. La stella, come ogni cosa che nasce. Da sempre. In quel Santo giorno. Con l’amore. E un cuore, nato da un lapis o da storie di vita che si incrociano. Pensi e auguri che il prossimo biglietto sia di sola andata. Arrivi a Torino e Porta Nuova pare una vecchia signora che si rifà il trucco, con tutte quelle impalcature. Due luci spuntano da quella serie interminabile di tavole per la ristrutturazione. Un balcone acceso, appena sotto gli occhi, pare essere un sorriso. Nell’atrio, l’albero. Una copia de La Stampa affissa e incorniciata da numerosi biglietti, di andata e di ritorno. Sembra una bandiera, un lenzuolo, con l’augurio: “che il prossimo biglietto possa essere di sola andata”. E un augurio. Di buon Natale.

Buon Natale a tutti

Buon Natale a tutti

Non solo i Re Magi si misero in cammino e viaggiarono seguendo una Stella. Ciascuno di noi viaggia, inseguendone una, tutta sua. Con una stella nel cuore. E allora auguro a tutte, tutti, di non perdere mai la passione, perchè un uomo senza passione non è un uomo. E allora, buon viaggio a tutti e a tutti tanti buoni viaggi. Con la vostra stella. E allora, buon Natale, stella e brilla affinchè tutti sappiano che sei unica.
E allora, ci riproviamo a inseguire la stella? Buon Natale

Prima domenica di dicembre

DSCN3612DSCN3575Tornato in piazza Castello il “mese di dicembre” con le caselle da uno a venticinque.

Una domenica che indica l’inizio dell’anno liturgico. Prima di Avvento.

Una domenica, la prima, delle tante, con le saracinesche dei negozi alzate.

In fondo a via Garibaldi, sulla collina, resiste una “spruzzata” di neve.

Intanto, Cioccolato’ smonta i tendoni, e così pure i mezzi dei vigili del fuoco, lasciano Piazza Castello, non dopo aver regalato un po’ di gioia ai bambini. Su molte giacche in evidenza qualche fiocco. Rosso. .