Le notti bianche

DSCN3563Immag000[1]Davvero una magia, le notti bianche.

Da piazza Castello, verso via Po, raggiungendo via Bogino, il centro della magia ha un nome: Circolo dei lettori. Richiuso l’ombrello, sotto il braccio, giornale e libro. Uno, due, tre numeri, un campanello impresso sul citofono, gradini. Si sale. Scala maestosa. In marmo. Si spinge la porta. Si entra. Lampadari stupendi, come usciti da un romanzo russo. Sulla destra un bancone con gadget. Matite, gomme e altro. Logo, il Circolo dei lettori.

Due presentazioni di libri, in stanze differenti, ragazzi, ragazze, ovunque, in compagnia di un buon libro. Chi con le 50 sfumature e chi invece inizia il suo 51 libro, in un anno, in controtendenza a quel che succede nel nostro Paese. Altri, semplicemente sfumati, dopo una giornata di lavoro. Alcuni aggiornano il blog, sezione libri, altri sfogliano La Stampa, box eventi.  Al bancone del bar alcuni attendono, libri alla mano. Anche l’attesa per un caffè è un momento ideale per leggere un paio di pagine. Il caffè lo si puo’ gustare ordinandolo al bancone  col nome di un capolavoro. Le notti bianche, invece, contrariamente a quanto afferma il titolo del libro del grandissimo Dostoevskij, ha un gusto di mare, di sole, profumo di abbronzante. Profumo d’estate, di sogni, di gloria.  Le sue pagine hanno un gusto di attesa, un odore di treno, di altoparlanti delle stazioni, di orologi, di annunci di ritardi e coincidenze. Ricordi:  giornali freschi di stampa e di notizie. Eppure le notti bianche hanno proprio quel gusto: semplicemente e soltanto di notti bianche passate senza chiudere occhio, rinchusi per ore in uno scompartimento insieme ad altre cinque persone che mai si erano viste e mai si rivedranno, coabitazione forzata e volte piacevole all’interno di uno scompartimento, microcosmo in movimento. Un fischio impone a quei undici vagoni la ripresa del viaggio. Altri attori e spettatori. Chissà. L’attesa consumata nell’attesa,  ad aspettare che si facesse alba, una volta a destinazione, nei pressi di una fontana della stazione, così, tanto per lavarsi il viso, togliersi di dosso quell’odore ferroso di treno. Lavarsi, acqua fresca, quando le mattine estive lo permettono. Un bus passa davanti i pochi passeggeri che lo attendevano. Salita, discesa,: divieto d’acceso. Chissà che fine hanno fatto le macchinette che erogavano i biglietti direttamente sul bus. Direzione centro. Direzione porto. Meglio, prima, un caffè, una brioche, anzi due. Profumi sovrapposti, irriconoscibili, a parte il caffè. Un paio di palazzi, a piani alterni, presentano luci accese. La vita comincia. Sembrano occhi, e il palazzo un viso. Una radio, o una tv, gracchia: la bocca del palazzo che parla, chissà se anche della verità. Rumore che stride con tanto silenzio. La notte è ancora lunga, anche se, d’estate è più corta. Ferrovieri e ferrotranvieri. Chi ha terminato il viaggio, da compartimento a compartimento, chi si appresta, ciambella alla mano, a scorrazzare continuamente passeggeri di “ogni classe” e  d’età. I trolley rumoreggiano sul selciato. Qualche studente fuori sede fa ritorno a casa. Nord, Sud. Non importa. Un altro viaggio. Chissà per quanti anni. Università, lavoro, futuro.  Il cavalcavia, la pancia di una nave che inghiotte auto, tir e ogni altro mezzo, lampare , un treno rumoreggia, entra in altra pancia, quella della galleria cittadina. Dall’altra parte del mare, la Jugoslavia. Alle spalle, a kilometri da qui, la città eterna. Roma. Le notti bianche, un libro di vita. Quante passate e quante da venire. In fondo, è vita.

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