Cesare Pavese (Torino, hotel Roma)

DSCN3437DSCN3433La statale proveniente da S. terminava in una lunga discesa. A destra una pista prove, per auto, ne indicava l’arrivo, al mare. Era il segnale che davvero un anno di freddo, gelo, studio, lavoro, veniva riposto alle nostre spalle. A quell’altezza si poteva già percepire la sua presenza un paio di km prima: l’azzurro, verde era visibile e il profumo erano percepibili a chiunque.  Quella strada terminava con una rotonda, dei tempi andati. Un paio di traverse, una fontana e il cartello: via Cesare Pavese. Fin da piccolo questo nome, legato ad una abitazione, quella dei nonni, mi incuriosiva. Chi era? Dove era nato? Ogni volta, quando la bella stagione, l’estate, mi riportava nello stesso luogo, Cesare Pavese, risuonava nella testa. Una coppia mi precede. Lui accompagna lei, la precede. Lei si sofferma, pensierosa, forse sul mal di vivere. Osserva quello scrittoio, quella sedia. Sicuramente nella sua mente starà pensando ad alcuni personaggi dei tanti libri scritti dal suo autore preferito. Forse ora vacilla in quegli anni. Forse ora è Ginia, forse Amelia, o chissà chi. Forse starà pensando al mal di vivere o alla sua adolescenza, quando tutto era semplice. Su un blocchetto annota qualcosa. Sicuramente rileggerà quegli apppunti. A casa, al suo ritorno, la sera. Perchè casa è dove ci sentiamo amati. La sera provo a ripensarla, a rimontare e rileggere quel breve scritto. Magari ne avrà fatto una pagina di diario, o di blog. Chissà. Magari avrà scritto così. Ripenso a quel numero, il lungo corridoio, la porta, la poltrona rossa e quel silenzio, di rispetto e di amore. Forse era un regalo di lui, a lei, così studentessa, amante di lettere e delle lettere. Sarebbe stato bello parlarci un po’, a fondo. Onestamente. Sarebbe stato bello in un’ altra vita trovarsi sotto e passare qui, notti intere. A parlarsi. Raccontarsi.Viversi.

Passeggiavo immersa nella città semideserta, sospinta dal vento che avrebbe portato la nuova stagione. Caldo e freddo si facevano guerra sul cielo di Torino e proiettili di grandine precipitavano al suolo, davanti agli occhi stupiti dei passanti. Ero felice, anche gli altri mi sembravano per nulla turbati da quel fracasso, tutti fermi per qualche minuto ad osservare lo scenario.

Ad un tratto, inaspettatamente, qualcuno mi portò indietro nel tempo, esattamente a 63 anni fa, attraverso una porta, con un’ insegna (Hotel Roma), poi un ascensore e un corridoio. Infine un numero, 346. Io avevo già capito dove stavo andando, da chi. Era la stanza di Cesare Pavese, in cui trascorse gli ultimi mesi della sua vita, nell’angoscia di una fine programmata, a lungo rimandata, nella lacerante lotta interiore che sfinì quell’uomo così sensibile, quello scrittore così diverso dagli altri dei suoi anni, dai suoi amici impegnati politicamente. I suoi scritti erano più intimi, lui al confino a Brancaleone ci andò per amore. Quella stanza era così sua, come sua era Torino, allo stesso modo di S. Stefano Belbo, sprofondata fra le colline, anche quelle sue, parte di lui, colline che erano un limite da superare fisicamente e per la fantasia. La stanza numero 346 è piccola piccola, e chissà perchè gli è capitata proprio quella, se l’aveva scelta lui. Appena si entra c’è il bagno sulla sinistra e un pò più avanti, il letto, a fianco il telefono, poi la poltrona e la scrivania, procedendo avanti verso la finestra. Ho trattenuto il fiato mentre facevo scivolare le mani su quel mobilio, lo stesso che lui aveva toccato innumerevoli volte e che avevo immaginato quando leggevo “Il mestiere di vivere”, di tanto in tanto facevo riposare gli occhi e lo spirito da tutta quell’angoscia e provavo a focalizzare qualche immagine. Mi è parso di averlo visto su quel letto, tornando indietro dalla scrivania, con lo stomaco contratto come in ogni momento solenne, come un profeta al cospetto di Dio, come quando realizzi che stai rivivendo un pezzo di Storia e non ti senti più uomo, donna, ma parte del genere umano, parte di un Tutto, un Anima Mundi diluita nel corso dei secoli. E così io mi sentivo Uno, con quell’uomo che viveva di ricordi, perchè per lui “la vera scoperta non viene dalla cose nuove, ma dalle immagini del passato quando le cose accadono per la prima volta, che è la sola che conta davvero, quando la vita ci ha svelato il suo segreto e in preda a uno stupore terribile e delizioso siamo ancora vicini all’attimo in cui tutto è deciso per sempre e siamo pronti a ricordare ciò che siamo stati e ciò che saremo”. Per Cesare Pavese vivere era ricordare, la sua infanzia, le colline, il mondo agricolo, la terra, il volto dell’amore, il mare, Torino. Ferma davanti al suo letto, cercavo di fotografare ogni dettaglio di quello spazio in cui hanno raccolto il suo corpo stanco. Avrei voluto trovarlo ancora li, e chiedergli se addormentarsi quella sera è stato come se l’era immaginato, “come smettere un vizio” e se poi ha visto i suoi occhi, di lei. Ci vuole una gran forza per essere uomini veri, per conservare la dignità, per dare un senso ad una esistenza oggi ancor più precaria. Un pò di quella forza l’ho tratta dai suoi libri, perchè, diceva Guccini, “questo dolore che vagli tra le maglie del tuo cribro, svanisce un pò nel contemplare un fiore, si scorda fra le pagine di un libro”. Uscendo, la malinconia non aveva sopraffatto la speranza, e ho continuato a cercare me stessa. “Non si cerca che questo”.Hotel Roma Torino.foto Borrelli Romano

“La bella estate”, di Cesare Pavese. Oggi, come ieri. Un salto presso l’Hotel Roma ( ringrazio il personale per avermi accompagnato con professionalità presso la stanza del grande scrittore, fornendomi indicazioni per ogni oggetto presente), a Torino, in assoluto silenzio, quasi religioso. Un corridoio, con tappeti rossi a terra e stanze a destra e sinistra. In fondo, a sinistra, la numero 346, quella di Cesare Pavese. Un’impiegata molto gentile apre lentamente, con delicatezza, la 346. Con professionalità, anche se un gesto ripetuto chissà quante volte, si lascia  in disparte, per lasciarci il tempo di assaporare quell’atmosfera, per lasciare la possibilità di respirare quegli anni, quella Torino, forse grigia, forse crepuscolare, per alcuni versi così diversa e perfino così uguale alla Torino di oggi. Tante storie, personaggi paiono addensarsi in questi pochi metri quadrati. Un telefono nero, a muro, di quelli che ormai non si trovano più, neanche presso qualche mercatino delle pulci, il letto, la poltrona rossa, uno scrittoio. Quante emozioni. Immaginare lo scrittore piemontese intento a scrivere chino, lì sopra…Una giovane coppia, intenta come me, a saltellare negli anni, scatta alcune fotografie.Lei, si pone al centro della stanza, osserva con rispetto la scrivania, lo scrittoio, quei colori un po’ particolari. E’ librata, sicuramente gli anni che sta vivendo in questo frangente, non sono questi, sono altri, quelli dello scrittore. Respira nostalgia, angosce, desideri, e forse amore. Sembra aver tolto il tappo dalla bottiglia dei ricordi. I suoi occhi, ad altri occhi attenti, svelano molto: libri, toli di libri, pagine e pagine di libri letti in chissà quanti anni, pur essendo così giovane. L’emozione è forte. Uno zaino tradisce la sua identità, una turista, appena scesa dal treno. Non una gelateria, non un caffè o un bicerin,  non una salita presso la Mole Antonelliana, ma la visita presso la stanza di Cesare Pavese. Questa la meta del suo primo viaggio. Un giorno particolare. Appena scesa dal treno. La stazione, i giardini. Provo ad immaginare all’interno di quella bottiglia quali pensieri, quali frammenti di storia individuale “stapperà”  e sfilaccerà una volta tornata a casa. Mi pare di leggerle i suoi pensieri.

Era così bello avere tra le mani la sua, le pagine di Pavese, la sua poesia.

La città, in questo fine agosto, sembra svegliarsi da un torpore, da un letargo. La grandine dei giorni passati sembra aver spazzato via la bella stagione.

Poco distante da qui, via Roma, Piazza San Carlo, Piazza Castello, via Po da una parte, via Garibaldi dall’altra. Torino, un po’ passato, un po’ presente. Pian pianino chi aveva scelto altre mete per passare qualche giorno di vacanza, rientra e lentamente la città si rianima.

4 pensieri riguardo “Cesare Pavese (Torino, hotel Roma)”

  1. Ti ho pensato molto, in questa giornata.Quella camera, la 346. Oggi ho ripensato a quel giorno di agosto in cui vidi quel letto quel telefono, poltrona. Stava finendo l’estate o era gia’ finita, solo tu puoi saperlo….restano i tuoi scritti, le tue parole, resta uno stravolgimento, dentro…..perche’? 27 agosto 195o

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  2. “Non ci si libera di una cosa evitandola ma solo attraversandola”….Cesare Pavese….chissa’ perche’ trovando in una pagina del libretto universitario balzandomi agli occhi istituzioni di diritto penale e procedura mi e’ venuta in mente questa cosa qui…attraversandola…..E’ strada lunga….

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  3. …e poi? Si dimenticarono? Difficile farlo, quando ci si lascia mettere mano e frugare nell’anima….non e’ cosa per tutti, non e’ cosa da tutti. Non c’e’ rete che tenga, oltre la rete. Pensammo di costruire una torre, scavammo nella sabbia, ci frugammo nell’anima.Era un viaggio, chiamato amore,,,,

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