Una grande bellezza. Tramonto in Salento

DSCN3338DSCN3336Un tramonto stupendo. Pochi ombrelloni aperti, piu’ per la noia e il fastidio che darebbero nel chiuderli che per la reale necessità nel doverli richiudere perché la giornata volge al termine. Ombrelloni piazzati fin dalle prime luci dell’alba, perché la spiaggia, al mattino presto, ha la capacità di trasformarsi e prendere le sembianze di un’aula universitaria, o di un ufficio, fabbrica, o addirittura di un’area mercatale, dove tutti  vorrebbero accaparrarsi un posto. Arrivare primi vuol dire essere protagonisti per una giornata intera. Sul far della sera, quando il sole pare un’isola infuocata, gli ombrelloni, imprimono un po’ di  tristezza. Lasciati aperti per ore, senza accogliere nessuno al di sotto della sua tela. Al mattino presto come per gli ultimi spicchi di luce del giorno. Quei pochi metri di ombra, nell’arco di diciotto ore, potrebbero raccontarci un sacco di storie. Se fosse il titolo di un libro potrebbe essere: “Ombrellone, capitale del racconto“, intrisi di rapporti cordiali e amichevoli: scuola, lavoro, amori, amori veri, virtuali, infranti, scoppiati, studi, gusti degli italiani e non, fuoriusciti da ampie borse frigo, panini, pentole, palloni, libri, i-pod, i-pad, lettori, mp3, cellulari, tavolette, vestiti di ricambio e da lavoro, che manca o che è intermittente, perché in molti, “prendono servizio” subito dopo aver fatto il bagno del tardo pomeriggio. Un lavoro stagionale. Prendere o lasciare. Lavoro che da queste parti nella parola ha davvero qualcosa di amaro, “fatia”, fatica, che spesso si avvicina ad altro acronimo, con sede al Nord.  Lavoro che richiama le “giornate” di fatica, in campagna. Quando i campi erano grandi distese di pomodori e altro ancora. Schiene spezzate dalla fatica della giornata. E inevitabilmente ci si riallaccia o ci si appallottola alla politica, al governo di servizio, o al governo innaturale, alla ri-bipolarizzazione, e al che fare.  Qualcuno vorrebbe invitare al dialogo Vendola. Pare stia passando qualche giorno da queste parti. Ma da queste parti, sono in tanti, a trascorrere qualche giorno di vacanza. Forse anche Ippoliti, così dicono. E così, politica e giornalismo potrebbero incontrarsi sotto l’ombrellone. Così dicono. Insomma, ci sarebbe materiale per un buon lavoro di sociologia. Verso sera, alcuni  bagnanti entrano  un’ultima volta in mare intenti nel recupero dei materassini, accarezzati, ancora  un momento, dalle deboli onde di questo stupendo mare. Materassini che , fluttuano dondolano, ora di qua, ora di là. Altri vacanzieri continuano a giocare con i soliti racchettoni, un po’ “cafonal”,  se sulla spiaggia, come sovente avviene. Sullo sfondo, intanto, il sole lentamente cerca casa, in altro luogo. Oltre Torre Lapillo, dopo aver superato Porto Cesareo e Torre Chianca.  In questo luogo, in questo periodo, o forse sempre, si riescono a recuperare colori del mondo, andati persi, per colpa di uno o dell’altro o del mondo intero. Il recupero resterà parziale, dopo un anno intenso di fatiche, di lavoro, e spesso di equilibri rotti e continuamente ristabiliti, dopo che sul campo sono rimaste macerie, reali e metaforiche, ma, ora, a quest’ora, quel po’ è il tutto.  Alle spalle, la precarietà cristallizzata. Una grande bolla di sapone, consistente e fragile,  allo stesso tempo. I colori e l’armonia sono il trionfo del reale sull’effimero, sul fittizio. Odori di mare, fichi, vite e ulivo. Simboli di grandezza. Le impronte di qualcuno impresse sulla sabbia, a quest’ora, sembrano lasciare alle spalle  ansie, inquietudini, turbamenti del cuore. Musica sparata a palla, proveniente da altri stabilimenti, dove si consumano drink e calorie, in una danza sfrenata e infinita, e da sfinimento, senza soluzione di continuità fra il giorno e la notte. Davanti, all’inseguimento del sole, oltre la Torre, la serenità: la grande bellezza forse è qui. Forse non è un terrazzo, non è il Pincio, dal quale si puo’ ammirare e possedere l’eterno, ma è una grande porta di accesso a qualcosa di bello, misterioso, insondabile. A due passi dalle mitiche Colonne. Dove osano i viaggiatori, sognatori, “eterni visionari di confini“. Una grande porta dove affacciarsi ed ammirare una grande bellezza. Composta da cose semplici, come quest’anguria, e ora, ne capisco il senso, della corsa mattutina, per accaparrarsi il primo posto, in prima fila, dove, a pochi passi, giace a terra, un’anguria, a metà strada, tra il mare e la sabbia, al fresco. Come fosse una costruzione, un’opera d’arte di altri tempi, quando si giocava e costruivano castelli, di sabbia e in aria e si era capaci di emozionarci con poco. Oggi, la grande bellezza è in Salento. Davanti a questo tramonto, in riva a questo mare.

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