Salento

DSCN3263DSCN3358Sul far della sera………….al rientro da una breve passeggiata al mare (ps. qui, di libri se ne trovavano sotto gli ombrelloni, insieme a tantissime Gazzetta dello Sport), alcune anziane del posto, meglio, sagge, rammentano i tempi andati,  fatti di cisterne, di pozzi, di alcuni proprietari  di grandi appezzamenti di terra, fortunati, per avere trovato, nel loro podere, l’oro, bianco, in questo spicchio di Sud: l’acqua. L’appendice dell’età dell’oro, nei loro racconti, non terminava, come classicamente e storicamente la si fa terminare con la prima metà degli anni ’70, ma, continuava, anche sul finire degli anni ’70. Chi aveva cercato lavoro altrove e aveva lasciato questa terra, queste terre, di tanto in tanto, spediva qualche risparmio, e, le case, d’inverno,  spuntavano come funghi. Lentamente. Una luce rossa, in lontananza, ad intermittenza, segnalava “tabu'”. Era un tabu,’ costruire? Cosa era, “tabu’?”. Un locale, anche se, il riferimento, gonfia il termine. Il racconto delle donne sagge si dipana in “quando l’acqua andavamo a prenderla da…..con le “menze”. La menza,  contenitore orientale, di plastica. Andavano e tornavano, quelle donne, giovani, ora anziane, capelli raccolti in un lunghissimo treccione,  per riempire quei contenitori d’acqua al fine di preparare “calce”, cemento, tufi. La costruzione, qui, seguiva la ricostruzione di anni prima. “Serviva, l’acqua”, per preparare la “conza”. Ma l’acqua non era per tutti. L’acqua non era di tutti. Chi aveva “li sordi”, “li turnisi”, di tanto in tano, chiamava l’autobotte, per riempire la cisterna, e, una volta riempita, con la rimanente, si potevano bagnare le piante del giardino. E poi, acqua nella “bucala”, così fresca e buona, quando, a sentire i racconti, “non tagliata” con l’acqua del mare, quindi, “sausa”. Le signore “sagge” continuano il loro ricordo in maniera nitida, come se quelle azioni, quel lavoro, “andare a prendere l’acqua”  per “gli uomini” intenti a lavori più duri fosse accaduto ieri. E l’acqua della menza, serviva anche per bagnare le friselle, la colazione d’altri tempi; lavare i pomodori, che ora non ci sono più, neanche secchi, neanche appesi, qui, in loco. E al ritorno, dalla “menza” un bicchiere ci scappava sempre, così, per arginare il sudore e riprendersi dalle fatiche. “Ah, che effetti diuretici aveva quell’acqua mica come quella di oggi. Del supermercato, imbottigliata. Comprare l’acqua al supermercato? Forse la fatica era immane, ma l’acqua, quell’acqua……”

Quella di oggi, che non si trova più nelle cisterne, nei pozzi, che non si va piu’ a prendere da…e che non ci sono piu’ neanche le menze. Quell’acqua che ora, arriva quasi nelle case di tutti.

Salento, un anno dopo

DSCN3256DSCN3260Un anno dopo, tutto appare come era stato lasciato. Qualche anziano ha cominciato ad indossare la paglietta, per proteggere il cranio, ormai privo di capelli. Anziani seduti, all’ombra di qualche albero, come sempre intenti a conservare il posto macchina per i figli, che “chissà a che ora arriveranno”. Calzini bianchi ai piedi, le anziane, e qualche corona di rosario, da tenere in mano e recitare, per non perdere il conto. A turno, una litania che viene “sommersa” da voci di bimbi festanti in dirittura d’arrivo, al mare. Case bianche, alcune sfitte “affittasi prima e seconda quindicina d’agosto” cartelli che  rendono noto come quest’anno, davvero, a tirare la cinghia sono in tantissimi. La crisi morde tutti. Difficile mettere in carreggiata questo Paese.  Persone intente a dare ancora “una mano di bianco” per rendere piu’ fresche le case. La schiuma bianca delle onde, senza il nero sotto, tanto per riportarci alla realtà. Tutto appare ancora intatto, nella natura come nei rapporti. Almeno in superfice appare così. Colpisce un grandissimo albero di fichi. Parrebbe un muro. Uno spettacolo della natura.  Nei bar, incette di giornali, con le notizie del giorno, e caffè a ottanta centesimi. “E’ difficile giudicare la bellezza….la bellezza è un enigma” (Dostoevskij, l’Idiota)….puo’ essere…….ma la bellezza è anche saper cogliere il giusto dalle cose semplici. Le cose sono tante, tantissime.  Le rondinelle che svolazzano ora a destra ora a sinistra, per finire sotto il ponticello, la radio che trasmette dal bar il notiziario mattutino, la torre saracena in ristrutturazione, il profumo delle friselle, perchè da queste parti, le friselle sostituiscono il latte, qualche fiore lungo il ciglio della strada…Le cose bellissime ancora di piu’ come gustarsi una cena, una pizza, su qualche collina, con il sole al tramonto. Lo sguardo crede di afferrare poche cose, rocce, una varietà piuttosto limitata di piante, qualche gabbiano, ogni tanto una solitaria casa sulla riva. In realtà le cose sono tante, sfuggono all’occhio che vorrebbe impadronirsene come un animale da preda ma le vede dileguare, troppe e troppo diverse per essere catturate…” (L’infinito viaggiare, Claudo Magris).