Sala d’attesa

DSCN3245 DSCN3248Le sale d’attesa delle stazioni somigliano sempre piu’ ad un contenitore all’interno del quale si possono raccogliere storie. E le piccole storie, sebbene interessino a pochi, riescono a produrre la grande Storia. L’esercizio è quello di estrapolare una parola da un contesto più ampio e grazie a quella provare ad entrare nelle vite altrui provando a restarci, per un pochino. La stanza è afosa, umida. Alcune zanzare disturbano  qualche corpo raggomitolato intento a cercare riposo, una siesta interrotta anche in questo caso da suonerie disparate, (una di queste, la riproposizione del suono di una macchina della polizia). Una signorina è intenta a spiegare alla nonna, cellulare alla mano “area riservata, crea messaggi, invia, tasto destro, come le istruzione per preparare una torta d’altri tempi: la torta della nonna. Una signora, lavora ad un pc come il mio, cellulare e controllo dell’orologio non appena la voce dall’altoparlante gracchia qualche treno con una manciata di minuti di ritardo. Ma le sale d’attesa delle stazioni hanno  anche il fascino di conservare qualcosa di antico, di fedeltà ai tempi. Una signora è intenta, filo e ago in mano, a rammendare un capo d’abbigliamento. Esistono ancora i sarti? Dalla sua disposizione e dal suo impegnarsi, pare che la sala d’attesa sia un modo per fuggire da casa: pare abbia elevato domicilio qui. Non mi stupirei se la consegna della maglia avvenisse qui. Una signorina è intenta a leggere un libro dalla copertina azzurra. Ogni tanto sorride. Evidentemente riesce a vivere le storie raccontate dal libro e entrare in quel tempo, in quel periodo, spaziando, velocemente. Un’altra continua la sua conversazione al cellulare. Al termine mi ritrovo con qualche conoscenza in piu’ in medicina, specializzazione ortopedia.

Anche qui, la media dei lettori non è molto alta, a dire il vero. Otto persone presenti in questo momento, tenuto conto che in questo luogo-non luogo, molto fluido, lo spazio di un momento è velocissimo. Il contenuto si muovo in maniera similare a quello di , simile  una stazione di servizio, piu’ precisamente un autogrill: si entra e si esce velocissimamente. Le porte non sono girevoli ma registrano passaggi continui.Un libro, due pc, di cui uno portatile ed uno ultima generazione.  Molto chiacchiericcio, qualche rivista. La signorina con il pc portatile, scopro ora che è una intervistatrice. Si è appena alzata e con garbo rivolge alcune domande: “Posso chiederle…?…quale treno prende? Regionale? Non ha un treno particolare?…Chiede di porre alcuni valori facendo riferimento ad una scala di valori da uno a nove…e via dicendo”…e così, si scopre qualcosina in piu’ della storia di quella viaggiatrice che incontra una lavoratrice. L’altoparlante gracchia….è ora di richiudere il pc, riporlo accuratamente nello zaino e salutare questa sala d’aspetto, di questa stazione, di questa città, di questa città di mare, che unisce due sponde, con navi che hanno delle pance enormi……….chissà quante altre storie che portano al di là del mare. Mentre annoto questo, un’altra coppi di nonna e nipote entrano, si siedono e si dedicano ad un ripasso funzioni telefonino.

Ripenso al mio libro, così solo soletto che ha provato ad intercettare, a riscoprire qualcuno, sotto qualche ombrellone, davanti al mare. Dall’incontro si evince che Il linguaggio non era sempre in sintonia. Capitoli diversi, storie diverse, personaggi che si intrecciano come nel traffico di Milano o Torino.  Pagine ingigantite, forse,  o frasi di pagine estrapolate e fuori tempo. Forse. Anche lui, in sala d’attesa. Attesa di mani capaci di leggere e sfogliare secondo la modalità giusta, e con una buona dose di empatia.  La voce dell’altoparlante gracchia “20 minuti di ritardo”, anche l’ultimo raggomitolato si alza liberando il suo posto. Ora, la sala d’attesa è veramente vuota. Ripongo il libro e rifletto che certamente  siamo lontani, molto, dal bastone, cappello, ombrello che si possono notare all’interno della casa di Dostoevskij, ma anche in questa sala, come nella vita, si intrecciano  la carità cristiana alla piu’ “torbida esperienza del nichilismo moderno”, grandi nella sofferenza e così facili da farsi abbagliare dal ciarpame umano.

Un pensiero su “Sala d’attesa”

  1. Osservo questa foto:sala d’attesa.Dall’altoparlante, una voce metallica, gracchia voci di citta’…mi sembra di esserci stato, in realta’ lo e’ stata soltanto la fantasia che ha avuto anche la pretesa di far sue quelle citta’, viverle, abitarle, calpestarle. Fissando i muri della sala d’attesa, tutte cosi uguali, ho scoperto di aver nostalgia per cose e situazioni non vissute, o vissute a meta’, come fare colazione alle 2 15 di notte al bar Dante, a destra, o alle 4 15, a sinistra, insieme a netturbini, qualche poliziotto e studenti, pronti per ritornare ma non ancorain tempo per partire…

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...