Uscita di fine anno

DSCN3120E così, come l’ennesimo viaggio nel mondo della scuola era cominciato, in ordine sparso,  allo stesso modo termina. Con i problemi che da sempre, (accentuati negli ultimi anni), attanagliano insegnanti ed operatori della scuola. Così, anche l’ultimo cancello rimasto ancora aperto, di quel mondo  chiamato scuola, quello piu’ piccolo, chiude i battenti.  Tra le mura di quell’ edificio anni ’80 che si affaccia su un viale alberato della nostra città, risuonano ancora  note di felicità, eco ereditato dalle corde dei violini abilmente mosse ora di quà, ora di là, da musicisti in erba. Apparentemente una “nota stonata” in un luogo dove manca molto delle cose elementari.  Dopo una pizza, una serata piccina tra un booling ed un videogioco. Bimbi felici, inconsapevoli di cosa possa significare che la scuola è terminata. Stanchi ma felici. Con il futuro davanti e la speranza che non muore mai. Una pizza. Di fine anno. Una parentesi. A snocciolare  alla loro maestra le  prime esperienze:  il mare, la montagna, la mongolfiera, il paese di Pinocchio, un viaggio in treno. La pizza rossa a merenda, la polenta a pranzo. Come si coltiva un orto. E per concludere un “rosario” di esperienze, una pizza che per molti conclude il loro primo breve ciclo di istruzione. Si leva l’ancora. Il viaggio continuerà a settembre. In autunno anche per loro sarà mare aperto. Oggi è la serata “libera”: tre ore tra un mini-booling, una pedana sulla quale ballare e improvvisarsi per pochi minuti veline, una motocicletta fissa e uno schermo davanti che li conduce su strade impervie. E quando la stanchezza prende il sopravvento e le energie sono da integrare, ecco che “svolazzano” per loro le prime pizze.

Il giorno dopo, da dietro i vetri della stanza, occhi cisposi, tazzina del caffè in mano, provo a riavvolgere il nastro di un anno davvero faticoso. Il “giro della montagna” era già cominciato prima dei saggi, prima delle convivenze forzate di Palazzo. Prima, molto tempo prima. Solo che nelle esistenze di chi lavoro, ogni giorno è “giro della montagna”, ad improvvisarsi quel che non si è. Altro che choosy. Altro che bamboccioni.  Il grado di civiltà di un Paese si misura anche dalla dignità delle persone, dei lavoratori. E se il datore di lavoro si chiama “istruzione”, non è certo un bel biglietto da visita costringere un lavoratore ad anni e anni di precariato ad inventarsi lavori non suoi. Mettere tra parentesi gli studi, che tanto possono sempre servire. Ora, magari, aiutano meglio, a cambiare destinazione dell’aula: da luogo di didattica a luogo di pranzo, e piu’ tardi di merenda. Nella vetrinizzazione sociale si vede tutto, poco il lavoro compresso, poco compreso. Mal pagato.  Lavoro esteso nelle funzioni e lavoratori demansionati, con una retribuzione che rasenta la povertà relativa. Lunedì ennesimo incontro al Miur tra sindacati e ministero. Un anno senza stabilizzazioni. Non se ne vede l’uscita. Non se ne vedono le uscite. Si vende quel che non si ha. Poco. Aver tagliato il personale nella scuola, negli anni passati, è stata  davvero una politica insensata. Ci si sente in alcuni momenti davvero sfruttati. La passione non è sufficiente a colmare il senso di inadeguatezza. Ogni tanto si aprono finestre e parentesi, per cambiare aria, per evadere da uno spicchio di realtà che vede cose e mondi interni confusi e sovrapposti. Parlando sempre di scuola, ad esempio, si nota che a volte, negli stessi locali dove si fa didattica, poi, si pranza, si fa merenda. Mancano i locali mensa, come dovrebbe essere, come dovrebbe avere una scuola. Mancano insegnanti di sostegno che si occupino tutto il tempo necessario per affiancare il bambino che necessita di un appoggio, e invece, la presenza di un insegnante qualificato è ad ore. Perchè qualcuno ha stabilito che la disabilità si commisura ad ore. Robe dell’altro mondo. Manca, manca, manca. Pare essere un gioco da ragazzi, guando ci si scambiavano le figurine.  E allora, dopo la stanchezza quotidiana, provi ad aprire parentesi a viaggiare lontani da quella realtà di fatiche, grazie ad un’altra immersione, che non sia quella del lavoro, dove ti immergi, tra frustrazione, passione e il bene donato gratutiamente, a quelle mani tese che ti cercano, ti ricercano, disperatamente, nei loro bisogni quotidiani. Letti di notte o letti di giorno. L’importante  è stare in quella parentesi. Assentarsi, prendersi del tempo per sé. Una sospensione dalle preoccupazioni e dagli affanni. Anche gli innamorati, quelli veri, si assentano: i rumori esterni tali restano senza scalfire quei momenti. Di piu.. Al pari della lettura di un buon libro che impegna, anche  il loro vivere quei momenti  è blindato, compartimentato. Nessun rumore li distrae. Neanche scoppiasse una rivoluzione. Loro dentro, il mondo fuori.  Altri si cimentano  a leggerne insieme piu’ di uno ma il piu’ delle volte con pessimi risultati. Soprattutto quando ci si cimenta in alcune poesie o racconti giovanili dei tempi universitari. Ci si distrae. Un po’ come avere un piede in due scarpe. Bisogna essere davvero geni.  Primo, impegnarsi. Come in ogni situazione o relazione. Guardare, osservare, ascoltare,  essere osservati, ascoltati. Wallace: “Quando ho davanti una persona, primo, devo impegnarmi un po’. Cioè se un altro presta attenzione a me, io devo prestare attenzione a lui…”

Rifugiarsi nella lettura di un buon libro. Aiuta a dimenticare il presente e  fa compiere balzi, in epoche differenti. Aiuta a sognare, vivere altre epoche, altre città. Viaggiare, avanti, indietro, riempire quei vuoti che qualcuna ha lasciato e prendere in prestito da pagine sfogliate altre vite, provare a immaginarle, viverle, raccontarle. Chissà cosa provano quanti si cimentano a dormire nel letto di Pessoa.

Poi, ritornare con i ricordi a ieri.  Ripensare. Mani tese che chiedono ascolto, attenzione, impegno. Questa scolaresca che mi chiama, e che si chiama dai nomi diversi, esotici, ma ormai entrati a far parte del nostro quotidiano (JaJa, Omar, Abdul, Omaima ecc.ecc.):  gridano, a turno”mi tagli la pizza, per favore?” Intanto, fuori, fremono già i genitori, pronti a chiudere la loro prima uscita, che a sua volta chiude la parentesi del loro primo viaggio nel mondo della scuola.

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