Primavera

DSCN3076DSCN2977

Finalmente giornate primaverili sul cielo della nostra città. Parchi come enormi coperte, verdi, buone per distendersi e lasciar riposare membra arruginite dai geli invernali. Prati sui quali posare il deretano. Erba in alcuni casi appena tagliata, che emana il suo profumo, come avviene nei pressi di quelle che erano un tempo fonderie e ora trasformate nel Parco Dora.  Coppie sdraiate, spalmate, appisolate o immerse in una buona lettura che unisce e rafforza, vera medicina che allontanta tarli travestiti da muratori che innalzano barriere invisibili di visibili incomprensioni. Ragazzi e ragazze che corrono o camminano e camminando depositano rapidamente il rumore dei loro passi sull’erba appena tagliata. Due cavalli dagli occhi miti osservano straniti,  appena sotto la passarella del Parco Dora. Una fotomodella si presta a tantissimi scatti di fotografi che la vedono già su alcune pagine patinate di riviste ancora da stampare. Rumore di palloni su campi di basket privi di canestro. Una coppia prova a giocare a tennis, con una rete sgangherata. Altre si perdono tra abbracci e altre ancora provano a giocare con un disco di plastica. Un papà accompagna il figlio con la bicicletta.  Tante “finestrelle” da ogni pilone di quella che era una fabbrica lasciano intravedere molto, all”‘occhio fotografo”: una chiesa, che poi è la Curia, le catene montuose, Superga, il ricordo di una grande squadra: Bacigalupo, Mazzola e via dicendo… la squadra del Grande Toro. Sotto la passarella un tram, il nove o il tre, direzione ex stadio delle Alpi, pensionato così giovane, gente che sale, che scende, custode di racconti e passaparola che tutto ingigantisce e assume connotati apocalittici, case, anzi, grattacieli, sullo sfondo, dai colori strani: verde tendente all’azzuro, azzurro, grigio e altri ancora. Piu’ in là, una scuola, un asilo, musica di violini, che azzera ogni differenza e ogni provenienza. Già, il violino.  Occhio che fotografa storie e sensibilità altrui. Un ricordo di occhi, scuri, umidi, riporta in vita una stazione che non esiste piu’, la vecchia Dora, mentre un altro ricordo ne riporta in vita un’altra, che sa di mare,  una stazione. In lontananza, una nuova, Porta Susa,  solo  immaginata, da qui,  ai piedi di un “colosso” in costruzione, poco distante, dal mio punto di osservazione, ma ben visibile per le proporzioni assunte. Un baluginio negli occhi  simile ad un barattolo trasparente… Un momento, dettato dall’animo.  Sembrano lontani quei giorni che si infilavano velocemente nelle notti fredde, ghiacciate, che poi avrebbero lasciato  il posto ad albe “fumose”, indicatore dei “meno”, delle mattine caliginose. Lonante ma vicine, come quella domenica d’inverno a contemplare da quassu’ quanto fosse bella la città e profondamente cambiata. Il ricordo di alcune pagine di un libro, poi un altro, poi Pavese. “Raccontami di te….”….scritto su un muro, con vernice blu. Altra mano ignota ha lasciato il suo ricordo: “Vorrei poterti tanto credere”. Laggiu’, un tempo  c’erano i treni, ferrovieri e…tanto fumo.  Cappelli, guanti, sciarpe….

Da quassu’, primavera, rinascita della natura…e forse proprio quella ha portato al “matrimonio” dalle larghe intese, medicina  amara, forzata, fatta bere a forza. Chissà….

Amore mio, raccontami di te, ma che il tuo narrare non sia così….sfocato…

“La mente, i primi giorni pigra, cominciava ora a svegliarsi e a rappresentarsi la mia condizione  e i pericoli che la rendevano precaria”. (E. Flaiano, Tempo di uccidere)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...