Scarpe rosse contro il femminicidio

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Archiviate le elezioni, ma non le prospettive di quelle, in attesa del 15-15-15.. (presentazione degli eletti alle Camere e via con i rituali, gruppi, Presidenti, fiducia, si, o no, astesnione al Senato, uscita al Senato, fiducia al Senato, e via dicendo)intanto, succede che a Torino, la Mole Antonelliana, ha perso il collare, al Regio si registra una coda immensa, in piazza Castello una distesa di scarpe rosse.…Contro il femminicidio. 400 paia di scarpe, rosse. Scarpe …. Per segnalare l’assenza…e anche quando la presenza è tangibile, molto spesso si abbina con l’assenza, la mancata legittimazione dell’altro, altra. Spesso una realtà immobile, medioevale, si scontra con un mondo “liquido” capace di portarci in ogni punto della terra, all’istante, navigando, su internet, fb, cinguettando, bloggando…………..presenza-assenza, anche questa. Magari presenti “surfando” in rete e assenti in famiglia o  nelle realtà concrete in cui siamo immessi, in cui viviamo, lavoriamo, studiamo…  Pensieri…

Debolezze, situazioni particolari, sensibilità, prepotenze che si incontrano. A volte con i colloqui di lavoro. A volte ci si vorrebbe lasciare un passato che non passa alle spalle e si fugge, via, pensando di recidere radici. Un sacco, qualche indumento, e via. Provare miglior fortuna, cambiare vita. Il piu’ delle volte si trova aggressività non prevista, e tornare indietro e ricostruire diviene sempre piu’ difficile. Un tarlo. Che non passa mai.

E così ho provato a chiedere, a domandare, a qualche donna, qualche ragazza il loro parere sulla situazione attuale, sul primo post elezioni che vedrà entrare in Parlamento piu’ donne di qualsiasi altra legislatura. Ed ecco un pensiero che mi è parso interessante: “Sono stati fatti molti passi avanti, ma alcune forme di sottomissione sono state semplicemente mascherate in verosimile emancipazione. Oggi la donna è libera, almeno dal punto di vista legale, di accedere a qualsiasi tipo di ambiente, di autodeterminarsi e di gestire il proprio corpo e la propria immagine. Non è più legata al ruolo di mamma e moglie perfetta, se non da necessità economiche che putroppo richiedono spesso un doppio stipendio in casa. Però la mia sensazione è che sia una libertà da conquistarsi ancora molto faticosamente. C’è sempre un sottobosco di ipocrisia per cui essere donna significa innanzitutto essere oggetto, avere un valore intrinscecamente legato alla propria avvenenza, alla propria immagine. Ci si sente, non solo nei momenti ludici, ma anche sul lavoro, indirettamente chiamate a fare sfoggio delle proprie armi di seduzione, della propria civetteria per ottenere qualcosa. Mi è capitato di sentire interviste a donne a cui durante il colloquio di lavoro è stato chiesto se intendevano avere figli. Mi è capitato di sentirmi chiedere la stessa cosa da una professoressa, DONNA, “perchè qui in specializzazione entra solo chi è motivato sul serio”. Quindi per essere motivati bisogna rinunciare a una parte della propria natura, della propria femminilità. Messaggio indiretto. Oggi la donna materialmente può fare tutto ma non è libera da certi “ricatti morali”. Oggi, come sempre, la donna deve faticare il doppio, se vuole unire femminilità ed emancipazione. Deve faticare anche per liberarsi da un certa mentalità pseudo-femminista che inneggia all’uguaglianza fra uomini e donne, come se fossero la stessa cosa, come se potersi comportare, come si suol dire, “da maschiaccio”, significasse essere libere. No. Una donna non è uguale ad un uomo. O, almeno, non dovrebbe essere questo lo slogan, pur rispettando ogni forma di manifestazione della propria identità sessuale (omosessualità, bisessualità…) Oggi una donna è sottoposta alle stesse violenze di una volta…in modo più o meno palese. Può combattere, ma il fatto stesso che debba farlo, che debba lottare, è indice di non libertà. Perchè si può essere schiavi anche nella mente. Anche se non viviamo in una società dove la famiglia ti vende ad un uomo che avrà pieno potere su di te. Anche se quella famiglia non va dall’astrologo per sapere se il matrimonio sarà benedetto, come accade in India. Anche se non portiamo un burka, in nome di Dio. Dio mistificato, che pensava si ad una donna subordinata al marito, ma non senza valore, non senza rispetto, non senza complicità. Ci sono donne, laureate, che scelgono di coprirsi consapevolmente. Ci sono donne costrette a coprirsi, come spesso lo siamo noi, a scoprirci però, per essere apprezzate. Esistono molte forme di costrizione. Ma noi, qui, fortunatamente possiamo educarci ed educare diversamente le persone, e fare qualcosa per essere più forti di tutto. Possiamo ragionare su un tema delicato come questo, cosa significa essere donna, come essere libere senza perdere gli aspetti caratteristici del nostro genere, quelli che ci rendono, fortunatamente, diversi dagli uomini. Cosa significa essere “il sesso debole”. Avere bisogno di un uomo senza essere sottomessa. Come ribellarsi ad un uomo violento. Ragionare, dare peso alle parole, ai gesti. Essere libere, protette dalla legge, dagli uomini stessi, senza snaturarsi. Portare quelle scarpe rosse con dignità, per sentirci belle, per sentirci donne, per noi stesse.

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