Domenica di elezioni…e “mutamenti”

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E’ impressionante quanto i muri al pari delle fratture di una città, delle sue cuciture, dei suoi manifesti elettorali riescano a raccontarci quanto e come riesca a mutare tutto il circostante. Tra una scheda elettorale da riconsegnare, dimenticata, in sezione, così, come ci si dimentica di tante cose, anche degli affetti, e una richiesta a chi di competenza su una carta di identità in scadenza,  osservo da quassù, per un attimo, “l’interramento” della ferrovia che “tagliava in due la città”.  Ora  quel “canalone ferrato” sembra un grande viale, senza alberi. La stazione Dora, non esiste piu’. O meglio, esiste solo nella versione “Torino-Dora-Ceres”. La passerella, che legava un corso ad una piazza, come la macchinetta per le foto, appena terminati gli scalini, non esistono piu’. Quante foto-tessera ha “erogato” quella macchinetta, a cinque milalire? A centinaia  di operai Fiat, sicuramente, anche se,  non è dato sapere.  E di quella passerella che in fondo era un po’ come andare da Berlino Est a Berlino Ovest? In fondo, in lontananza ora ravvicinata,  di questo immaginario viale, prende corpo, lentamente, un grattacielo. I tram, non girano piu’ e non si sentono sferragliare. Così come non si sente piu’, “il treno“, come solevano urlare alcuni studenti di un istituto tecnico professionale poco distante da qui. Potenza schiacciante del treno: in altri posti riesce anche ad allevare ottimi filosofi.  Oggi, la meraviglia e lo stupore sono sostituiti da palmari, dall’essere sempre connessi anche quando non si dovrebbe. E così, anche le liste, bloccate, ci raccontano. Alcuni si chiedono, ingenuamente: “ci siamo ricordati di esprmere la preferenza?” Domanda…..”porcata”.  Un lui, risponde ad una lei: “ti amo“, “questa è la mia preferenza, ed è bloccata, si, nei nostri cuori”. Le liste ci raccontano una società che muta ancora piu’ in fretta. Partiti, con le loro porte aperte e chiuse, a mo’ di saracinesche. Partiti andati e ora formato mignon. Chissà. Osservo da quassù l’ex zona industriale. Un tempo con le 128, le 127, alcune 850 famigliare…qualche duna, ritmo. I palazzoni, sullo sfondo, le spine. Spine nel cuore. Non per tutti. Una mano ha appena gridato il suo amore. L’ha inciso, in modo indelebile. Tutto muta. Le dinamiche dell’amore, queste, no. Per chi le raccoglie. Per chi sa raccoglierle. Un po’ come domani. Raccoglierà chi………..Perchè “eleggere” è un po’ come “leggere”, o, anzi, uguale: “lègere”, raccogliere. Qualcosa. Ma raccogliere. Vedremo. Vasti consensi, intanto, sono raccolti da quel fuori lista, “ti amo”, in una domenica dolce-amara con una buona dose di mal di testa. Un anticipo della giornata in favore della poesia, il 21 marzo.  Con i geni maligni sempre alle porte, pronti a rovinarne cotanta bellezza. Di sentimento. Intanto, una domenica di elezioni che scivola lentamente. Domenica di Presidenti di seggio, cellulari alla mano, a chiedere se una carta di identità è ancora valida o meno per esprimere consensi; giornata di scrutatori, “donne-uomini” seduti su banchi che fino a qualche giorno prima servivano agli studenti in un Paese che fa poca scuola, causa tagli; di rappresentanti di lista, che firmano registri mentre altri parlano; verbali, lista elettori maschili e femminili, in bella vista. Altri verbali. Sei matite, una ciascuna per ogni lavoratore di questo seggio, Presidente, Segretario, quattro scrutatori. E speriamo non dicano “i costi della democrazia” e che ogni seggio, “mannaggia”, costa sei mila euro. Ma si puo? Penso ai nonni che hanno combattuto per questo diritto fondamentale. Code di elettori in coda appena usciti da messa e altri da una passeggiata in centro. Profumo di caffè appena portato, da casa, e dolci meridionali da spartire fra questi lavoratori reclutati ogni lustro. Coppie mano nella mano in attesa del proprio turno. Coppie distaccate, altre sconnesse. Pero’ è poesia anche questa, a vederla.  Scatoloni. Sigillati. Da aprire. Domani. Con attenzione. Handle with care.

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