Porta Palazzo

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L’altra settimana, sono sceso per strada, munito di registratore, blocchetto, e macchinetta fotografica. Avevo desiderio di fissare qualche immagine, e con esse, delle emozioni. Mie, altrui.  Cogliere l’attimo. Lo stato d’animo che conta. Trasmette.  Avevo necessità di rivedere, raccontare nel mio io,  un posto che ha scritto la storia. Prima. Dopo. Durante. Sud. Mercato. Stazione.  Treni antichi. Dialetti. Incroci. Profumi, di ortaggi, frutta. Dei tanti Sud.  Volevo rivedere, raccontare Porta Palazzo.  Circoscrizioe 7. Il mercato, Porta Pila, con i suoi carretti, appena depositati, a riposare per la notte.  Il suo pavimento bagnato, lavato, di lacrime e sudore, fin dalleprime luci dell’alba.  Le sue fermate di bus e tram. Il 4, che sembra un treno, con la sua direttrice Nord-Sud, Mirafiori-Falchera. Mirafiori, luoghi di operai, Falchera, un tempo quartiere dormitorio di Torino. Non piu’, ora, nè una nè l’altra. Il  4, col suo snodarsi. Scendere, salire. Il controllore a bordo come negli anni settanta. Il 16, circolare destra, circolare sinistra, con identico capolinea, Piazza Sabotino. La tettoia, l’orologio, luogo di incontro. La nostra lampada Osram, formato stazione Termini. E a proposito di stazione, la vecchia Torino-Ceres. Vapori di treni antichi, andati, fermi, come “a deposito”, come alcune lettere in francese. E poi, il Duomo, la Sindone, le Porte Palatine. Dalla parte opposta,  poco distante, il Balon, con le sue cianfrusaglie, oggetti antichi, usati, nuovi, e Borgo Dora, il Maglio, il Serming. La Mongolfiera.Tutto concentrato in un pizzico di Torino.  Fiaba, non vuota, come certa  politica, sopra questo cielo plumbeo che avvolge il palazzone agli inizi di corso Giulio Cesare.  Con le anime che vagano, alla ricerca di qualche ortaggio, qualche frutto, per passare la serata, rimasti  dal mercato. Ho provato a chiedere, una riflessione a chi come me restava estasiato davanti a tanta bellezza di tanti colori, lasciati per la notte.

“Scende la notte e la vita riposa. Il movimento, l’automatismo con cui svolgo le mie occupazioni di routine lasciano spazio ai pensieri, alla memoria, alla fantasia, al romanticismo che gonfia il cuore di poesia. Anche ai sensi di colpa. Sarà per questo che amo la notte. C’è più spazio. E così, a Porta Palazzo, anche se buia e deserta, riesco a sentire l’ebbrezza che provoca l’allargarsi dell’orizzonte. L’incontro con una pelle diversa, una lingua diversa, uno stile di vita nuovo. Riesco a sentire la linfa che sale dalle radici, quelle che ritrovi anche se sei in capo al mondo, quando vedi un prodotto tipico o senti il tuo dialetto, che potresti riconoscere in mezzo al caos più sonoro. Un’ eco che rimbalza sul cuore prima di arrivare allla testa. Riesco a sentire voci che si accavallano e profumi di quel mercato, il più grande d’ Europa, ne avverto il senso di smarrimento iniziale, che piano piano si organizza e diventa curiosità. E poi voglia di stare al mondo. Accade qualcosa di magico…lo spazio dell’Io, un punto quasi impercettibile, diventa un grande ottagono che comprende radici e rami che si proiettano verso il nuovo. In verticale, fino a toccare il cielo, e in orizzontale, verso l’incontro con l’altro. E’ una questione di spazio, quello che vedi con gli occhi dell’anima. E che ti fa apprezzare Porta Palazzo con tutto il cuore.”

 

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