Panchina innevata, gelo siberiano

              Bellissimo, riappriopriarsi della propria città, del proprio tempo. Respirare aria pulita, fresca. Ricevere sul proprio viso arrossato quel freddo e vento gelido, freddo, siberiano. Meno dieci, dodici nella notte. Fumo che esala dal grande fiume, segno di una temperatura contrastante. Incontrare nei parchi la natura, saperne cogliere le sfumature, passeggiando, forzatamente, con andamento slow, contrapposto al fast.  Scoiattoli che si riavvicinano lentamente all’uomo, cani che giocano, bimbi festosi con ogni tipo di intrattenimento: palle di neve, sci, bob, racchette, “padelle”. “A ciascuno il suo”, per restare in tema lettura. Una panchina, rivestita da una coltre di  neve, una “coperta” di alcuni centimetri. Bella a guardarsi. Bella da far riflettere. Coperte di neve sulle panchine. Coperte mancanti a moltitudini, in un sistema sempre piu’ polarizzato, da un dieci per cento che possiede ogni tipo di coperta. “Stare in panchina”, sulla panchina, nei pressi di una panchina.  Aspettare il proprio turno, come stare in panchina. Incontrarsi, “darsi un gancio” nell’epoca di facebook e cellulari, nei pressi di una panchina.  Certo distanti “anni luce” da quando una ragazzina cantava “ma che freddo fa”. Quelli della panchina come quelli del muretto. Ripensare agli amori sbocciati e terminati, su una panchina. Quelle di Parigi come queste di Torino. Delle prime, come non ricordare  quelle del Jardin du Luxembourg, dove presero corpo I Miserabili, di Victor Hugo. Panchine di Place de Vosges, dove sedersi e sognare una casetta, un giorno, con l’amore, e intanto, in controtendenza, firmare cartoline. E sempre per rimanere in tema, pensare ad una di quelle, base per l’amore “cantato” dal grande Dostoevskij, ne Le notti bianche. Osservare ma senza provare a sedersi e respirare tutto il circostante, e sentirsi, complice la natura, un poeta, almeno per pochi istanti, perchè la natura concilia e perchè il vero poeta  è colui che è capace di assorbire il mondo intero. Tutti a piedi, tutti rallentati, a scoprire ogni bellezza dimenticata o non osservata in ogni suo particolare. Tutti poeti, insomma. Gelo, a Torino, come nel resto d’Italia, a domandarsi se il sale sparso per le strade sia stato sufficiente o meno. Gelo a ricordare altro gelo, quello a far da cornice al Dottor Zivago……..Panchine, altre, che ricordano “I lunedì al sole“…..storie, racconti sociali, verità, che non hanno bisogno di essere raccontati in un film……in panchina, come una porta girevole, si siedono, si alzano, se ne vanno, e sono piu’ di due milioni, mentre altri “lucrano” citando “monotonie da posto fisso”. Al loro calduccio, seduti, su di un posto fisso, non di certo una panchina. Come quella.

10 pensieri su “Panchina innevata, gelo siberiano”

  1. “Ci vediamo alle panchine”..il consueto appuntamento quando avevo 14-15 anni. E passavamo pomeriggi interi li..Ora mi capita raramente di sedermi, preferisco evitare quando sono sola. Perchè riapre una ferita, quella mai guarita, quella che da anni mi fa sentire spettatrice della gente, estranea..eppure profondamente integrata nella natura, come dici tu. Se mi sedessi sentirei il dolore di quella ferita. Così preferisco camminare,andare avanti tra la gente..per ricordarmi che devo vivere e non alimentare quel senso di inadeguatezza che mi pervade ogni volta che osservo le persone..tutte così perfettamente inserite nei loro obiettivi, nelle loro occupazioni. Loro sanno dove andare, io no. Quel senso di morte…perchè la panchina era anche l’amore e l’adolescenza..quando il presente era l’unica dimensione. Quel senso di morte c’è da quando mi hanno chiesto di crescere. Grazie Romano, bella foto, bello spunto.

    Mi piace

    1. Stare in panchina e Le notti bianche. Una bella storia di attesa d’amore e di amore..un articolo bellissimo.solo il vero amore attende e sa stare in panchina.bravo.

      Mi piace

  2. c’è un film “ora e per sempre” dove un ragazzo di torino nel 1949 seduto su una panchina, legge la lettera di assunzione alla fiat , giocava nel Grande TOrino , lascia il calcio per il posto sicuro ……..bellissima e bravissimo lui …….

    Mi piace

  3. ciao Romano, come va??? sempre complimenti per cosa scrivi… volevo aggiungere delle considerazioni alla tua frase”in panchina, come una porta girevole, si siedono, si alzano, se ne vanno, e sono piu’ di due milioni, mentre altri “lucrano” citando “monotonie da posto fisso”…quello della precarietà è davvero un problema enorme per la nostra società; è generato da cause ben definite e volute, scelte politiche che oggi ci costringono a stare in queste condizioni sempre piu’ incerti e sempre piu’ fragili. hai alluso alla fornero quando dici che altri lucrano, citando monotonie da posto fisso. ieri era a torino le abbiamo organizzato un bel comitato d’accoglienza!! =) volevo informarti di un fatto che è successo proprio con il ministro,, durante l’inaugurazione dell’anno accademico quando ha preso la parola ha affermato di voler parlare con gli studenti che la stavano contestando in realtà gli unici studenti con cui ha parlato erano quelli di comunione e liberazione!!! capisci che la cosa fa ancora piu’ arrabbiare considerato il fatto che quelli appoggiano le sue scelte!! oppure quando Monti va in tv, hai notato che parla solo lui, senza contraddittorio. Tutte cose che aggiunte a tante altre mi fanno dire che questa scelta di mettere monti e i suoi ministri, senza che fossero stati scelti con delle libere elezioni, mi sa proprio di antidemocratico… ciao Romano e scusa se sono uscito un po’ fuori tema rispetto al bel pezzo che hai scritto tu!!!

    Mi piace

  4. bel pezzo! bravo, Romano !

    “Una panchina, rivestita da una coltre di neve, una “coperta” di alcuni centimetri. Bella a guardarsi. Bella da far riflettere. Coperte di neve sulle panchine. Coperte mancanti a moltitudini, in un sistema sempre piu’ polarizzato, da un dieci per cento che possiede ogni tipo di coperta.”

    per me la panchina è solitudine ……. a volte cercata altre volte imposta dall’isolamento a cui si va incontro quando non ci si uniforma!

    Mi piace

  5. La panchina è anche il luogo in cui ci si riposa, dalle fatiche quotidiane. La panchina è il luogo in cui gli anziani si siedono e si raccontano e guardano i bimbi giocare. Anziani che pensiamo sempre lo siano stati, dimenticando la loro gioventu’, le loro fatiche, le loro conquiste, che erano un po’ per noi. Panchine dove ci si lascia andare volentieri quando le miserie dell’uomo ci investono e ci rendono sensibili. Panchine che sono per tutti, prima o poi. Ma a volte la solitudine è necessaria, per renderci piu’ forti e migliori in gruppo dopo. Panchine che qualcuno vorrebbe togliere perchè oggetto di bivacco………..così che qualcuno potrebbe pensare di eliminare “la miseria in persona”….come gli artefici dei tagli hanno già pensato…..Panchine………

    Mi piace

  6. Complimenti, Romano candida e soffice poesia alternata a scorci di vera verità che molti di noi, forse, possono sentire propri. Già… chi non ha osato i primi approcci tanto impacciati ed inesperti quanto prematuri con il primo amore che non si scorda mai (ah come ti accorgi, invecchiando, di quanto sia vero che quel primo amore doveva essere l’ultimo…..) Bello anche l’algido gemellaggio con la “Ville Lumiere” e i suoi scorci frammenti sociali.

    Mi piace

  7. Già, la verità. Dalle panchine è anche un po’ come guardare il mondo, il proprio mondo e imparare a conoscere se stessi. Librarsi e vedersi altri, e pensare ai primi approcci…in fondo quando si inizia si pensa giustamente che sia l’ultima………..La panchina è la sede piu’ appropriata per riflettere…..insomma…………………la sede piu’ appropriata per un bilancio personale………..e pensare che “stupido è chi stupido fa”….
    Di panchine e di ricordi ad esse annessi ne ho tantissimi……….quelle del Valentino penso rimangano nella storia, forse, perchè, come sostieni tu, Giuseppe, erano le prime, quelle che destavano meraviglia…………

    Mi piace

  8. “Sono stato in panchina per molto tempo, a prepararmi al meglio, per reggere meglio la partita. La chiamata non arrivava mai, per quanto la chiedessi, la desiderassimo in due. Aspettavo concretamente, aspettavamo ponendo parole, aspettavamo, ci illudevamo, mentre altri giocavano. Quei minuti d’attesa. Col cellulare tra le mani…….manciate di minuti, appisolato o meno, con i messaggi già inseriti, per non bruciare anche il recupero. Struggente………Chissà………era una semplice partita, bastava pochissimo, e nel momento in cui ho messo piede in campo, fuori casa, non mi è stato dato modo di giocare. Già prima di iniziare il biglietto da acquistare era su, in un palazzo fronte mare…Il lasciapassare di due “simili”..Marcato stretto, da avversari scorretti, e da altri, impegnati in altri sport, dove non avrebbero dovuto esser tesserati…..perchè impegnati e saliti su di un altro treno, anni or sono…ma si sa, il mondo è scorretto, e i suoi abitanti, le regole se le confezionano in maniera maligna……..i geni, o presunti tali, sono sempre presenti…poi si nascondono……uno, due, tre, quattro avversari. Pallone rubato e rotto, richiesto, con forza. Neanche portarlo alla moderazione e l’allenatore che mi ha voluto in campo, e l’arbitro, e i tifosi stessi, a remare contro. E così cori, voci, entra, esci, come un telefono on-off, a disposizione….troppo pesante, ingombrante….con troppe maschere da teatro, “i furbi siamo noi”…..E ti rendi conto di non aver mai sentito chiamare il tuo nome(tratto da “Un incontro condizionato”, edizione I/O)

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...