L’italiano, un bene comune. La lingua, un gigante dai piedi d’argilla?

….Uno dei piu’ rispettabili membri piu’ anziani del nostro club, Pavel Pavlovic Gaganov, uomo di una certa età e per di piu’ benemerito, aveva preso l’innocente abitudine di ripetere con gran calore e quasi a ogni parola: “Eh no, cari miei, a me non mi si prende per il naso” Bè, un’abitudine come un’altra. Ma un bel giorno….in modo totalmente inatteso, lo afferro’ saldamente per il naso con due dita e se lo trascino’ dietro a quel modo per due o tre passi” ( Fedor Dostoevskij, “I demoni”).

A quello, riflettevo, prima che un paio di amici “Longobardi”,  con Alboino in testa, e Gisulfo poi, sorridessero (bontà loro) del mio appuntare, alcuni passi inerenti il convegno su “La competenza dell’italiano nella trasversalità dei saperi“, a Torino, presso la Biblioteca Nazionale.  Passi, quelli appuntati,  inerenti   nessi tra storia e lingua. Una “fare”, insomma, quelli dell’interruzione, per rimanere in tema “longobardi“.  Già, i Longobardi.

Come sarebbe oggi la nostra lingua senza alcune influenze storiche? Già perchè “fare”  lezioni di storia è fare lezioni di lingua”. Quanti sono, oggi, i modi di dir, nel linguaggio comune che affondano le radici in qualche passaggio storico, di un  popolo, o forme dialettali che hanno lasciato la loro impronta modificandone così la nostra lingua? E  quali i  loro significati, oggi, come appunto il “prendere per il naso”, usato dai contadini nel prendere l’enorme anello posto sul naso dell’animale. Il mio pensiero, pero’, correva ad altro esempio. Che romanzo, “I Demoni“.  A quello pensavo durante la  “sfida” aperta, all’interno del campo da gioco della Biblioteca. Un sfida  tra classici e libri che sono un po’ come “vedere due volte la televisione”. Una sfida difficile? Forse in  “volumi”  per restare in tema, che epero’ sono di vendite, non di qualità, una svida che evoca un grande passato contro un  “volume” precario e ridotto presente, un eco incredibile, amplificato dal “ho sentito dire”, un po’ come un tempo si diceva “lo ha detto la  televisione“, così da conferire una verità granitica. Una verità con poco carattere, anzi, da triste ricordo del tempo che “una cosa ripetuta piu’ volte assume il carattere di verità”, così, tanto per farci…prendere per il naso. Meglio se a ripeterla poi, si usano pochi caratteri. Diciamo 140, “un cinguettio”. Una sfida con 60 milioni di spettatori.  Una sfida per il mondo della scuola, in maniera verticale, con nove milioni di spettatori o gioatori. Tali e tanti sono coloro che sono portatori di sogni nelle nostre aule scolastiche. Una sfida che esce dall’aula magna della Biblioteca e si irradia. Una sfida che si gioca tra classici e meno classici, dove i secondi sembrano vendere e raccontare il già detto ma mai “verificato”, non solo nel senso di  accaduto ma come scelta e voglia di veerifa dei testi, dei documenti nei nostri preziosissimi archivi.  Una sfida che coinvolge inoltre comunicazione e potere, come ampiamente illustrato da Mimmo Candido, illustre giornalista de La Stampa. Una sfida all’interno della stessa serie, perchè identiche sono le “responsabilità” tra chi scrve testi e chi scrive editoriali. sfida quindi all’intenro di un identico campo, quello l’italiano. Perchè l’italiano è un bene comune.

E chi legge un romanzo, “cosa vuole?”, “Cosa cerca?”. Già, cosa cerca?

 “Marciano i contadini e portano le scuri, qualcosa di terribile accadrà” (data della pubblicazione, nel 1861, del decreto sulla liberazione dei contadini)…tanto per rimanere in tema “Demoni”…era il 1861 e… riporta al 150 appena concluso, con una riflessione. Un romanzo, un buon romanzo, è popolare e coinvolge piu’ strati di popolazione, di estrazione diversa. E forse la lettura delle sue pagine ci potrebbe prospettare un mondo diverso, migliore, magari di giustizia sociale. Un romanzo ci “trattiene”, è vita.  E chissà perchè, mi viene in mente un libro, “La cura” di J. Tronto, forse per amore, che è poco, nei confronti dei libri.Un romanzo ha la forza di raccontarci storie sociali, inserirci in  solchi già tracciati da altri, ci fa battere il cuore, ci porta al recupero delle “e”, molto meglio delle i. Ah, i Demoni, che romanzo. E i Promessi Sposi, poi, del grande Manzoni, con la sua struttura. E poi Montale e ancora Fenoglio…….già, ma, come sta l’italiano, oggi? E’ un gigante dai piedi d’argilla? Parrebbe di si. Oggi, un presente  dal terreno “argilloso” ma un passato prepotente, “classico”. E forse a nulla valgono alcuni dati, positivi, come l’incremento delle presenze all’interno delle biblioteche, se ci si reca solo per avere un luogo dove studiare o ripassare, magari con testi portati da casa. Percentuale impressionante, quella che ci attesta che il 71% di chi legge un testo non riesce a spiegarne a terzi il contenuto. L’Ocse, alcuni mesi fa, ci rendeva noto che sulla base di una classifica inerente la condizione educativa, basata sulla somministrazione di un questionario, la lettura di un testo, un giornale, l’Italia occupava il penultimo posto fra una trentina di paesi industrializzati. Fanalino di coda, il Portogallo. Sulla base di quel dato, espresso in percentuale, circa 39 milioni di italiani (68,2%, percentuale comprendente gli analfabeti totali, cittadini privi di qualsiasi titolo di studio e quelli che hanno ottenuto la licenza elementare e media inferiore. Ricordiamo che l’Istat considera tali, analfabeti, solo coloro che si autodefiniscono in uel modo). Percentuale impressionante il basso numero di coloro che leggono un solo un libro in un anno. Eppure, biblioteche, archivi, ci raccontano, ci  narrano, ci donano parole come acqua di fonte. La prepotenza della tv negli ultimi venti anni è davvero impressionante. Anche se meno impressionanti risultano essere le ore dedicate ai programmi di approfondimento culturali.  Troppe” i” (intenet, inglese, e sicuramente meno imprese, delocalizzate o chiuse a vantaggio di speculazioni finanziarie)  e meno “e”, come emozioni? Probabilmente meno “e”, in un mondo davvero globale, dove si puo’ essere in ogni dove e nello stesso tempo, essere davvero soli. Avere migliaia di contatti su facebook, twittare, utilizzare blog, “possedere” una biblioteca immensa, su di uno schermo, senza dover uscire di casa e non aver mai davvero sentito il profumo di un documento, di un libro, di una rivista….forse questo rende d’argilla i piedi di questo gigante, che si chiama lingua; e allora scopriamo che la polarizzazione tra chi conosce e chi no, tra chi detiene il potere e chi no è  ancora viva e attuale, ora come nel 1969  quando “l’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000, per questo lui è il padrone” (Dario Fo). Forse davvero sarebbe il caso di riappriopiarci di quei km e km rimasti inesplorati e che si chiamano biblioteche, archivi, dove si conserva la memoria, il sapere. Penso all’Istituto storico della Resistenza di Torino, che rischia la chiusura, e non possiamo permettercelo. E forse davvero bisognerebbe cominciare a smettere di leggere due volte la televisione, ovvero dare importanza e attenzione a libri poco “edificanti” e, sostengo io,  fogliettini in distrubuzione presso le fermate degli autobus o metropolitane. Buoni per alcuni, per farne parole crociate e sapere qualcosa sul grande fratello.E per continuare una tradizione che “3 + 2 fa davvero zero?”…anzi, come dicono gli studiosi di pedagogia sperimentale, “meno cinque?”, ovvero il principio in base al quale in età adulta si regredisce di cinque anni rispetto ai massimi livelli di competenze giunti nell’istruzione scolastica formale. Se consideriamo “le colpe”, direbbe Andrea Bajani, … di una riforma a….crediti e,  sulla classifica degli investimenti in istruzione poi…: Italia terzultima tra i sei ultimi Paesi in rapporto agli investimenti.

4 pensieri su “L’italiano, un bene comune. La lingua, un gigante dai piedi d’argilla?”

  1. Ciao Romano, hai toccato diverse questioni interessanti. Indovinare il vincitore della sfida, tra classici e “romanzi televisivi”, non è difficile. Oltre allo spessore storico-sociale, ciò che più rimpiango è proprio l’utilizzo della lingua. Abbiamo un gigante, come giustamente definisci la lingua italiana, che si nutre di un ventaglio di vocaboli ampio ed evocativo dal punto di vista fonetico e semantico (anche grazie alle influenze storiche di cui parli). Una parola non è mai solo parola, è una finestra sull’anima del personaggio (parlando di libri), una finestra sul mondo in cui si muove il personaggio…volta a cogliere le sfumature, il termine più adatto, più suggestivo..in virtù di questa ricchezza la parola rende attivo il lettore, lo induce ad immaginare, ad interpretare, emozionarsi, riflettere nella più impegnativa delle ipotesi. Hai ragione, il romanzo vero “trattiene”, comunica, stimola, “sfrutta” la parola in ogni accezione, inventa un termine più calzante, sperimenta modi di dire arcaici per dipingere la scena. Il romanzo vero ci chiede di essere attivi..forse per questo molti non sono in grado di riferire quello che leggono. Siamo abituati alla comunicazione veloce e facile, talora sgrammaticata. Siamo abituati a vedere tutto attraverso lo schermo, a relazionarci attraverso lo schermo..non usciamo, non vediamo, non sperimentiamo, non ci sforziamo di comunicare davvero, non andiamo a cercare le informazioni (colpevole non tanto internet quanto la tv), non godiamo dell’odore della carta mentre sfogliamo un libro. La parola potentemente comunicativa attiva tante aree cerebrali in un processo che è ben più dell’automatismo con cui riutilizziamo sempre gli stessi termini. E non a caso dico “potentemente comunicativa”…chi più sa, chi conosce più parole,può manipolare meglio l’ignorante. Un pò come facevano i sofisti..per i quali la verità era semplicemente il discorso più convincente e quindi inattaccabile. L’obiettivo però dovrebbe essere quello di rendere TUTTI padroni della lingua, padroni della propria vita, delle proprie emozioni, delle proprie possibilità, di coltivare relazioni UMANE. Il gigante ha i piedi d’argilla perchè si sta disumanizzando..una lingua “vitale” come la nostra rischia di essere svuotata. Come noi.

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  2. Forse bisognerebbe sperimentare un po’ la condizione dei monaci di Cluny, “aperto 24 ore su 24”, …in questo caso… libri, libri e ancora libri……biblioteche, biblioteche e ancora biblioteche, magari, si, anche queste liberalizzate. Perchè di questo vi è bisogno non di liberalizzare grandi catene commerciali, aperte di notte, quando già ora, per il periodo in cui sono aperte, la gente non entra perchè non ha soldi da spendere. Ci stanno e ci stiamo facendo rubare tutto. Qualcuno arriverà a far pagare ogni vocabolo che usiamo……e allora, noi, delle 400 parole, staremo attenti ad usarle con parsimonia e i ricchi si compreranno anche questo….forse questo era nelle intenzioni di chi ha tagliato la cultura!!! Speriamo si continuino a fare maratone di letture integrali di libri, un po’ come era capitato alcuni anni fa con Se questo è un uomo……..
    Grazie per l’intervento.
    Approfitto per ribadire, a proposito di lettura, l’interesse e il consiglio verso un libro, “Volevo essere una farfalla”, di Michela Marzano, che davvero trattiene la vita e ci sprona ogni giorno, nonostante le difficoltà. Invito inoltre a votare il sondaggio seguendo il link
    http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/sondaggio.html?idSond=SondaggioTG1n22

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  3. Italia terzultima tra i sei ultimi Paesi in rapporto agli investimenti, è un dato che non puo’ non far riflettere… proprio in questi giorni a Torino si discute delle borse di studio che non verranno erogate ( per chi non lo sapesse su tutto il territorio regionale tra i 12.000 idonei solo 3.000 la otterranno; un taglio del 70% rispetto all’anno successivo. Questo per quanto riguarda la prima rata, si perchè per la seconda i fondi destinati equivalgono ad oggi a 0 euro). Una scelta tutta politica messa in campo dal governatore Cota e dall’assessore al bilancio Maccanti che si giustificano dicendo che bisogna pensare a nuove forme di investimento dell’università, come maggiori relazioni con le fondazioni e l’introduzione dei prestiti d’onore. A rischio non sono solo le borse di studio ma tutte le attività dell’ente regionale EDISU quindi anche le mense, le aule studio il servizio abitativo…. in Piemonte si fa di tutto per cancellare l’art 34 della Costituzione…il sapere come dici tu caro Romano oltre ad essere un diritto per tutti è anche una straordinaria forma di investimento culturale per il nostro futuro. Ecco perchè una certa politica ci vuole piu’ ignoranti e maggiormente sfruttabili…. un saluto Simone Ciabattoni

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  4. Rifletterò sulla tua considerazione riguardo agli insegnanti ” portatori di sogni”. Forse è soprattutto questo, quello che alcuni di noi non riescono più a fare, eppure i ragazzi ne hanno bisogno..
    Una volta contestai al prof di italiano e latino di mio figlio il fatto che avesse riso di un suo sogno, di quelli che si scrivono nei temi del tipo ” cosa farai da grande” dicendogli che un ragazzo di 16 anno non può sognare di fare l’impiegato statale!!!! Avrei volentieri aggiunto come te, come me e come tanti altri, a 16 anni hai il diritto e il dovere di sognare ….. ai nostri ragazzi lasciamo almeno quelli….i sogni…… perché “solo chi sogna può volare”

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