Italia, 150 anni. 1861-2011

E così dopo aver tappezzato numerosi palazzi e balconi di Torino, il giorno fatidico dei festeggiamenti per l’unità d’Italia, è arrivato. A Roma, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dallo scranno piu’ alto che fu già suo ci ricorda, due cose essenziali, tra la lettura delle sue 26 cartelle: l’importanza della nostra Costituzione, “solido ancoraggio” e l’accenno ai giovani con “la drammatica carenza di prospettive di occupazione e valorizzazione delle proprie potenzialità”.

Già, la Costituzione, così sempre sotto attacco da una parte poltica. I giovani, invece, privati della possibilità di immaginarsi un futuro. Sei generazioni, sono passate dal 17 marzo 1861. Sei, un periodo storicamente breve, ma lungo abbastanza per le vicende e le sofferenze in esso comprese. Un periodo di costruzioni, demolizioni, ricostruzioni. In tutti i sensi.

Si, gli “slanci individuali sono capaci di fare la storia se navigano insieme a quelli di milioni d’altri, se fanno parte di un progetto collettivo”, come annotato un paio di giorni fa su un editoriale di un noto quotidiano torinese. Mi domando pero’ come mai questi slanci individuali non possano essere sommati in altre situazioni, quando occorrevano forti prese di coscienza, e ripenso agli accordi di Pomigliano, Mirafiori, firmati in tutta fretta da alcuni,(per fortuna la Fiom è una garanzia e dice no) con condizioni al ribasso, che impediscono di guardare al futuro. Condizioni che ci riportano indietro, che hanno fermato le lancette dell’orologio. Una situazione ottocentesca. Identica cosa con la scuola. Con le sue forme di precariato, che rasentano il caporalato anni cinquanta, sessanta. Nella tutela della scuola pubblica, come è possibile che siano scesi in piazza anche coloro che hanno partecipato a predisporre la “macelleria sociale”, il piu’ grande licenziamento di massa che questo Paese abbia conosciuto? Scuola pubblica da tutelare, perchè se è nell’ignoranza che cresce la sottomissione, è nella conoscenza che puo’ venire la ribellione. Mi domando con quale coerenza, in molti, scendano in piazza a tutelare la Costituzione e poi approvano e caldeggiano la riforma della giustizia, lesiva dell’articolo tre della stessa carta, riforma che potrebbe impedire l’obbligatorietà dell’azione penale (si, obbligatoria, ma sulla base di una relazione del Ministro della Giustizia che individerebbe alcuni criteri di priorità).

Mi domando ancora come non si riesca ad arrivare ad una “coralità” che dica un no chiaro al nucleare ostianandosi nonostante gli eventi drammatici del Giappone ad inseguire quella possibilità. Mi domando come si possa privatizzare l’acqua pubblica, dopo tutte le fatiche fatte per portarla nelle case degli italiani con un sistema di acquedotti.

Allora si, stupiamoci, rallegriamoci di questo sventolio di bandiere, ma ricordiamoci anche di scendere in piazza, insieme, per la tutela dei diritti fondamentali, della Costituzione, a tutela della scuola pubblica, della sanità, e indignamoci quando un governo come questo non riesce, non è capace ad individuare e fissare le priorità di un popolo che esprime bisogni, pone domande, chiede poltiche capaci di risolvere il problema della disoccupazione giovanile che viaggia al trenta per cento, della precarietà, che impedisce di “volare” alto e guardare collettivamente ad un futuro diverso. Provare ad immaginarselo, almeno. Siamo spariti anche dalle dichiarazioni Irpef. L’impatto della crisi, nel numero contribuenti Irpef: 280 mila in meno rispetto all’anno precedente. Un italiano su quattro non ha pagato l’Irpef perchè se le entrate sono scarse le imposte dovute sono azzerate dalle detrazioni. Sono “fasce povere” e giovani precari, che hanno poco o niente e quindi un eruo da versare.

Un’epoca questa dove il privato e l’apparire hanno “sfondato” paurosamente. Sono stati bellissimi questi due giorni,a Torino, e a tratti hanno ricordato le Olimpiadi invernali del 2006, con le sue notti bianche. Bulimia da bandiere, si. Traffico impazzito, ieri. Centomila o duecentomila, poco importa. C’era la voglia di riprendersi la piazza. Una piazza reale, finalmente. Non piu’ virtuale. Ma voglio ricordare anche che spesso il pubblico è trascurato, molto. Basta prendere la passarella, a Torino, costruita in occasione delle Olimpiadi invernali, che dagli ex mercati generali ci porta al Lingotto per vedere come la situazione non sia certo delle migliori: scale mobili poco funzionanti, degrado….certo, quando poi si entra nel centro commerciale è tutta un’altra cosa. Torniamo a valorizzare il pubblico, anche se quest’epoca della superiorità del visuale su qualsiasi altra forma percettiva è cosa nota. Società dell’apparire, delle immagini, forme visibili del mondo, che sono diventate con ogni probabilità il punto di contatto fra l’uomo e il reale. Facciamo festa, si, ma abbattiamo queste forme di individualismo esasperato che ci hanno rinchiuso sempre piu’ in noi stessi. Ricordiamoci che questi 150 anni sono stati anni di dura lotta, di conquiste del movimento operaio.

E’ stato bello vedere un finalmente un fiume di gente: via Garibaldi, Piazza Castello, la Mole Antonelliana con i suo anelli che rappresentano la bandiera italiana, il Museo del Cinema, Piazza Vittorio, i Murazzi, i Capuccini, via Po, via Pietro Micca.…E’ stato bello salire sul Monte dei Cappuccini, posto tradizionalmente da innamorati, e vedere la città, nella sua bellezza, con le sue luci, la Mole Antonelliana, e da li sopra, poter immaginare un futuro, una stabilità e la fine della precarietà, in tutte le sue sfaccettature e poter desiderare così un futuro tranquillo, sotto un cielo stellato. Bello pensarlo…ma uniamoci nelle lotte.

Per un popolo civile non c’è nulla di peggio che farsi governare senza resistenza

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