Il cimitero dei pianoforti e le precarietà

Negli ultimi giorni ho letto alcuni libri. Tra questi, uno aveva nel titolo due parole: cimitero e pianoforte. Una bella storia. Anzi, piu’ storie, ne “Il cimitero dei pianoforti“. Un libro che sta bene come compagno di viaggio, in cui immergersi nella lettura, al posto di musica “sparata” a palla nelle orecchie. Una cronaca famigliare portoghese in cui si sovrappongono voci di padre e figlio. Ricordi. Chissà per quale logica, una attività fisica, come la maratona, descritta nel libro e intorno alla quale muovono le storie, mi ha condotto a pensare ai giorni nostri. Forse perchè la vita di molti di noi, nei fatti, è tale. Pensare cosa? Al tema del precariato. Forse perchè nel libro viene descritta, anche se, a “bordo campo”, una sorta di precarietà, seppur di inizio secolo, l’altro, quella dei dei sentimenti.

Precarietà, che si prende tutto di noi e non concede nulla. Che soffoca, intreccia, confonde, ne scambia i ruoli agli occhi di molti, in un gioco assurdo, perverso, maniacale; la manipolazione della comunicazione scambia le parti, tra il soffocato (il lavoratore) con il soffocatore, (padrone). Precarietà che sfreccia ahimè, nonostante tutto. Sfreccia e ingoia tutti come un treno in corsa: Freccia Adriatica, Azzurra, Rossa, ecc. Asti, Alessandria, Piacenza, Bologna, Rimini, Ancona, Pescara, Bari,…direzione mare. Passeggeri nelle stazioni, aspettano. Ormai il capitalismo imperante si è portata via anche l’ultima voce suadente, o forte, che ne annunciava tutte le fermate, così rassicurante, così famigliare, capace di farci immaginare anche il “servizio ristoro” a bordo.  E ciascuno di noi, ne poteva così immaginare, il mare, la collina, viti, olive, nebbia. Imparare la geografia a bordo treno. Ora, si cerca la velocità. Si brucia tutto, come una velocissima transazione, come un gioco di borsa. Anche quella voce così famigliare è stata pensionata. Come le biglietterie, ormai ridotte all’osso sostituite da biglietterie self service. Il treno come una chiamata di lavoro, come una scommessa d’amore. Il treno, la stazione, dove una volta si consumavano baci di ogni tipo. Lato arrivi, lato partenze. Ora il saluto, nelle stazioni, consiste nel vedere digitare un messaggino alla ragazza di turno che saluta il suo ragazzo, in silenziosa attesa, di uno sguardo. Ora sulla banchina a leggere l’sms ricevuto. Una busta. Un nome, lo si abbina al mittente. Almeno ci fosse ancora il gettone, con la ricerca esasperata di una cabina. Ora invece, anche l’amore, ti arriva in casa, anzi, sul pc. Per poi scoprire che magari non esiste. Perchè di digita. O se c’era era double face. Come una compensazione. Meglio il virtuale, per molti. Chissà chi ha lanciato lo sciopero virtuale. Si vede, non si vede. Le stazioni. Dove anche i sentimenti sono così precari: ti amo, si, forse si, forse, no, non lo so, devo vedere. Questo capitalismo esasperato si è preso tutto. Anche i sentimenti. Li brucia, li distrugge, e quando li crea, li pone in essere con delle appendici: un pc ed un telefonino. Speranze adagiate in un mare increspato, di tanto in tanto da quelle ventate, per essere subito affievolite e riposte. Occhi sbarrati, la notte, per un posto di lavoro che non arriva, occhi sbarrati, la notte, in attesa di un messaggio di un’amica. (o amico) Che angoscia. Che tristezza. Anche nella torrida Lisbona di inizio secolo (‘900) è stato così. Nella stanza del cimitero dei pianoforti, “una storia d’amore, di vita e di morte, incentrata sulla vicenda del maratoneta portoghese Francisco Làzaro, che morì a causa di una insolazione dopo aver corso renta chilometri alle Olimpiadi di Stoccolma nel 1912”, ho trovato tanto sentimento,ma anche luci e ombre, dove a volte, il sentimento era nascosto o rubato. Maria, Maria, la moglie del protagonista, uno zingaro.  Ma ho trovato anche lo scontro tra tenerezza e crudeltà, e, nonostatne tutto, dal loro scontro, ne nasce e si perpetua vita. Il treno riprende la sua marcia, stanco, ma non molto. Come gran parte di quei personaggi che girano intorno. Quale futuro? Lecce, Bari, Pescara, Ancona. Il mare. Il cielo. L’infinito. E’ bello osservare il mare, anche d’inverno. Tutto spazza, tutto ritorna. E’ bello osservarlo anche dall’interno di uno scompartimento, pieno di personaggi da autogrill. Li sfiori, quei personaggi, e un attimo dopo non ne ricordi piu’ il viso, i tratti. Sorrisi che non nascondono brutti pensieri, sorrisi a volte rincorsi a volte incrociati.  Parole a volte dal tono vellutato a volte rassicuranti. Altre volte ancora, nei saluti, “prigionieri l’uno degli occhi dell’altra” fusi in un sorriso continuo.

La precarietà del lavoro, come la precarietà dei sentimenti. Ci sono, ma non li vedi. Come i lavoratori. Ci sono, ma sono invisibili. Meglio tenerli invisibili, altrimenti, potrebbero organizzarsi e…Come i sentimenti oggi, meglio tenerli virtuali, non si sa mai. Potrebbero scatenare passioni. Meglio tenerli nascosti. O, al piu’, nella stanza del cimitero dei pianoforti. Dove si nascondono sprazzi di felicità. Come in una fotografia. Contorni sbiditi ma ricordi focalizzati su un qualcosa di particolare.  Guardo  una fotografia sovrapposta alla copertina del libro  che mi riporta a… ” In quel momento eravamo felici. Prima c’erano stati dei gesti che ci avevano portati a quell’istante; dopo c’erano stati dei gesti che ci avevano allontanati da quell’istante; ma in quell’istante eravamo felici. Il castigo che ho scelto per me stesso è sapere quelo che sarebbe accaduto dopo”.

Certo, i viaggi terminano, se ne programmano di nuovi. La precarietà insiste e persiste, ma resto fiducioso, speranzoso. Un gran guerriero e con me, tantissimi altri, pronti a dire no.

Entro in casa, poso chiavi e quel poco di me, mi spalmo su quel divano, compagno attivo dei dormiveglia “precari”. Al mattino, mi svegliai e… “mi lasciai alle spalle il sole che riempiva la mattina, che inondava le strade, che gli uomini e le donne portavano in viso camminando sui marciapiedi, il sole che illuminava le loro certezze e rinvigoriva la loro speranza.”


Consiglio la lettura del libro di José L. Peixoto, edito da Einaudi.

2 pensieri su “Il cimitero dei pianoforti e le precarietà”

  1. “Nel giro di un decennio, quello dell’edonismo reaganiano, tutti si convinsero improvvisamente che era giunto il momento di spassarsela. Parola d’ordine: “Ci vogliamo divertire” e, per cortesia, si eviti di ammorbare l’esistenza, in qualunque modo, con la politica, la culutra, l’economia, e tutte queste “robe” assimilabili a preoccupazioni e noie.
    Morte le ideologie e lepassioni politiche, era la volta della “benedetta” stagione del riflusso e del disimpegno”.
    Libro letto, mentre a Torino, in molti si precipitano alle primarie. Forse una pagina che chiarisce alcune cose….se ma ve ne era bisogno.
    “L’egemonia sotoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip”.
    Massimiliano Panarari, Einaudi.

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  2. Un giorno feci fare un bellissimo giro a questo interessantissimo libro. Ne sentii parlare una mattina, mentre mi apprestavo ad andare al lavoro. Mattina presto. Il sottopassaggio. Sentii parlare di questa recensione, per radio. Il pomeriggio lo cercai, lo comprai. Lo lessi, rilessi…………Ho voluto regalarlo, facendogli fare un bel giro, insieme ad altri libri, che non arrivarono mai, insieme alle mie parole. Che erano musica. Qualcuno non ebbe altro di meglio da fare che rubare libri, parole e musica. ….Tutto resto’ come parole al vento…….tranne la storia, che rimase scritta. Per sempre.

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