Dove è la politica

Il testo scritto da Simone Ciabattoni pone implicitamente una domanda: dove è la politica a fronte di dati afferenti persone “in carne ed ossa” che non riescono a trovare collocazione (e non solo “posto a tavola”) ma solo e semplicemente, visibilità? Simone ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni, fascia di età piagata e piegata dalla disoccupazione pari al 29%, percentuale in aumento se confrontata con il dicembre del 2009. E dato che Simone nel suo articolo ci descrive anche una condizione femminile, è utile ricordare le statistiche che ci indicano come il tasso di occupazione femminile è pari al 46,5%, in rialzo si, ma pur sempre basso.

Occupazione precaria, flessibile. Occorre un serio piano per il lavoro dinanzi ad una situazione così drammatica, e invece, dove è la politica? Una carenza di politica, ma anche, a mio modo di vedere una carenza nel fare politica, poco rispettosa della prassi costituzionale. Utile ricordare le parole del Presidente della Repubblica: “irricevibile”. Governanti poco abitutati a maneggiare la Costituzione. Si, questo è un Paese politicamente alla deriva, capace solo di offrire, grazie alle immagini televisive che inondano le nostre case, (a tutte le ore), un’opulenza ostentata, mentre la realtà è altra. Altrove. Nelle fabbriche, quelle aperte, nelle scuole strapiene di precari, nelle mense, alla Caritas, per le strade. Altrove. Dove non si ha voglia di guardare. Dove? Nei portafogli degli italiani, con i redditi in calo (le statistiche nei giorni scorsi ci descrivevano un calo nel periodo 2006-2009 pari al 2,7%). Come ci ricorda Marco Revelli,la povertà non è solo un dato numerico, è anche questione di mediatori e mediazioni culturali. Attiene la testa ben fatta non solo quella ben piena”. Televisione, immagini, ipnosi collettiva”. Già, finché la barca andava, finché la ruota girava…e tutti eravamo presi nel e dal meccanismo inclusivo del consumo, in quanto consumatori, la realtà, o/e, la “voce del padrone” stentavamo ad ascoltarla ed a riconoscerla. Ora, dopo anni di delocalizzazione selvaggia, di shopping dei diritti, (dove i processi di delocalizzazione si son fatti sentire? proprio dove viene meno il rapporto tra Stato, sovranità, territorio e cittadinanza) eccoci ora sentire voci imponenti, camuffate da referendum, “dammi tutto in cambio di nulla”, “votate o altrimenti chiudo”. Stracci di contratto si, grazie alla generosità abbondante di “gazzettieri con penna sempre a portata di mano. ”Affermazioni e richieste, quelle, (dammi tutto in cambio di niente) che si perdono fin dalla notte dei tempi come la sproporzione esistente fra il reddito dei manager e di chi lavora e produce. Dove è la politica quando si chiedono riduzioni di pause, aumenti di produttività intesa come intensità del lavoro, straordinario non contrattato, limitazione del diritto alla malattia? Dove è questo Governo che permette “omogeneizzazioni” al ribasso? Ma il problema non riguarda il solo settore privato. Simone ha sollevato, da studente il problema che esiste anche in chi lavora nella scuola. Se nel privato, know-how, condivisione degli obiettivi e dei processi di tutti i lavoratori, consenso, pari opportunità sono elementi di economicità di un’azienda (partecipazione e democrazia!!!) ma solo per alcuni, anzi, per pochi, (così dovrebbe essere) anche nell’ambito scuola, dove regna la presenza costante, anno dopo anno, del 50% dei precari, le condizioni di lavoro a mio modo di vedere non sono poi tanto differenti. Perchè i precari devono essere esclusi dalla partecipazione di momenti così fondamentali all’interno di quella che è la comunità scuola? Comunità formata da: insegnanti, insegnanti di sostegno, educatori, ata di tutte le forme, imprese di pulizie: con contratto a tempo indeterminato, determinato, di fatto, di diritto…vogliamo continuare? (e’ un Paese civile, questo? che non permette di provare a immaginare il suo futuro perchè la cosa grave è che questi Governanti, così facendo, così operando, lo cancellano il futuro. Perché, mi viene in mente un esempio che mi tocca da vicino, i precari Ata, nelle scuole sono destinati, ogni anno, a cambiare scuola, nonostante siano necessari, utili,soprattutto se inseriti in un certo percorso formativo educativo? perché non stabilizzarli? Perché, pur essendo privi di formazione specifica, nelle scuole dove sono iscritti e frequentano ragazzi sfortunati, diversamente abili, gli Ata, non possono “aprire una trattativa” con il dirigente scolastico, per quanto riguarda il cammino ed il percorso di quei ragazzi ? Coinvolgere gli Ata, ad esempio nella commissione hc; coinvolgerli a partecipare a colloqui con i genitori e incontri anche con i fisioterapisti, se necessario. Coinvolgere i lavoratori nella crescita e nella formazione. Quello che non si capisce è che se non si investe nella scuola questo Paese è destinato ad un continuo decadimento. “Non esiste cultura politica (ricordava la sociologa Chiara Saraceno) all’altezza e abbiamo una cultura imprenditoriale che usa la flessibilità senza investire nel capitale umano”. Identico modo di operare nella scuola. Qualcuno investe sui precari? L’argomento sarebbe da approfondire perché nelle scuole quale crescita ci potrà essere senza partecipazione?

Un’ultima notazione: le diseguaglianza sociale e territoriale, crescono. Questo Governo continua a sostenere come un mantra che la disoccupazione in Italia, grazie agli ammortizzatori sociale, è ferma all’8,6%. Gli ammortizzatori, prima o poi, sono destinati a terminare ed è utile ribadire che sono utilizzabili solo da coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato. I giovani, come Simone, non ne avranno diritto. Dove è la politica se non ha approfittato di questa grave crisi economica per produrre vera politica e non “nani e ballerine”?

 

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