Uniti contro la crisi, dal bus 91

Se esiste un luogo dove poter raccogliere la disperazione, a Torino, questo è un bus, fino a pochi anni fa, un tram: il 91. Perchè, domandava al pubblico Matteo Bianchi, durante la presentazione del suo libro “Apocalisse a domicilio” raccontare posti, luoghi, città, tra l’altro mai visti realmente, al solo scopo di fare presa su potenziali lettori? Spesso i giovani scrittori citano luoghi che non hanno mai visto, ma bisogna cominciare ad essere sinceri. Il 91 è un bus che “raccoglie” piccole masse, retaggio di quei 60 mila che furono di Mirafiori, ora ridotti a 5 o 6 mila. Fotografia di una Torino che è stata. Ricordo di un movimento operaio che lotto’ per avere, come sostiene il prof. Luciano Gallino. Lavoratori che scontano ormai da anni la mancanza delle “tre unità”: unità di tetto (la fabbrica, grande contenitore, prima delle delocalizzazioni), di padrone e di contratto. Ma il 91, lungo il percorso, che è una fotocopia del tram 10, costeggia anche luoghi simbolo della nostra bella città; tra questi luoghi, il Politecnico. Cosa c’entra, si dirà, in questo mio pensiero, l’operaio con lo studente universitario (ma anche di scuola media superiore) e con i ricercatori universitari? “Tutti sotto lo stesso tetto”. “Tutti sopra lo stesso tetto”, o, se non è una gru, una fabbrica dismessa, sopra lo stesso monumento, o, data la delicatezza, meglio dire, dentro lo stesso movimento. Il 91 è un bus, reale. In movimento. Al suo interno si incontrano visi stanchi, assonnati, pronti a qualche educato apprezzamento alle ragazze universitarie di turno, (certo, non i loro, che, per il momento si protraggono su 15 turni). che provano a salire e accomodarsi. Generazioni vicine, nella stessa barca, la crisi che non vogliamo e non dobbiamo pagare. Visi tirati, stanchi, educati, ma non pronti a “pettinare i pensieri come vorrebbe” il padrone, il Cesare, l’Imperatore, con accordi “dammi tutto, in cambio di niente”. Indisponibili. Come indisponibili sono quei pochi studenti, studentesse che utilizzano quel tram. Entrambi privi, come ci ha ricordato un’indagine di qualche giorno addietro, “privi della forza di guardare piu’ in là, costretti a vivere in un presente perenne”. Insomma, una pista di pattinaggio, dove, sotto la coltre di ghiaccio, risiedono, ormai da anni, atteggiamenti volti all’egoismo, comportamenti indifferenti, e una maggioranza di persone prigioniera di influenze mediatiche. La disoccupazione giovanile, quella under 35 arriva al 16,4%, un dato preoccupante che fa il paio con la preoccupazione di questi operai che vivono il terrore di vedersi “appioppare” il contratto fotocopia di Pomigliano, con turni lavorativi da dieci ore. Il conflitto “è roba” vecchia, datata, invece, le condizioni lavorative di questa fattispecie? Roba da prima del ‘900. “Quanto manca alla pensione?” domanda ricorrente fra gli operai su quel 91- Che desiderio! “Dopo una vita lavorativa e di lotta.” Che desiderio, eppure le ricerche sostengono non esista piu’. Come il tempo libero, considerato un diritto. “Certo, davanti ad un miliardo di investimenti, bisognerebbe piegarsi?” Da dove arriva, questo miliardo? Dal proprio portafogli o dall’amministrazione americana?”, si sente dire dal fondo del 91. Un altro se la prende con il governo, troppo buono con chi ha e rivendica la condizione operai, e le differenze che via via si sono create tra operai e manager. “Troppo bravi con i soldi degli altri, cioè, i nostri dei contribuenti. Un tempo, nel ‘900, il rapporto tra operai e “padroni”a livello retributivo, all’Ansaldo, era di uno a 100; nel ’60 tra Valletta e i suoi dipendenti di uno a venti, trenta, con Marchionne, uno a seicento!!!”.Troppi sogni venduti e regalati, soprattutto da questo governo, cui in molti, ora, giustamente, non credono piu’. Dieci ore di lavoro su due turni! Ha ragione Marco Revelli, penso io: “la nostra presunta modernizzazione è un piano inclinato verso la fragilità e l’arretratezza”. Questi pochi operai, questi pochi studenti, studentesse, sono lo specchio di un Italia, formata da una catena di generazioni, che stenta a trovare il suo posticino, dopo una vita di sacrifici, dopo anni di studio. Studenti che lavorano gratis, chissà per quanto. Famiglie che non riescono a pagare le rate dei mutui e nel frattempo aumentano i pignoramenti delle case. Ultimi pezzi di welfare che vengono toccati, basti pensare a quanti avranno, fra qualche anno, maturato i requisiti per la disoccupazione: “almeno 52 settimane di contributi nel biennio….” ma chi li avrà maturati, con questi contratti capestro? Nel bus 91 comincia a respirare la voglia di un’altra Italia. Speriamo da subito. Scendo alla fermata, contento di aver ascoltato un pezzo di questa Italia,stufa, sfiduciata ma con la coscienza di quel piano inclinato raccontato da Marco Revelli, un piano nel quale anche lo spazio per i favori e le raccomandazioni è sempre piu’ stretto e sempre piu’ costoso in termini di dignità e rispetto. E’ terminato il tempo di delegare, di nascondersi. Usciamo, tutti, allo scoperto. Uniti contro la crisi che non vogliamo. Questo debito pubblico, è debito privato.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...