Scuola sottosopra. No al “bavaglio”

Da tempo non mi capitava di rivivere il sentimento, relativo ad un addio. Episodi simili, si ripetono con frequenza annuale. Nella scuola. Alla scadenza di ogni contratto. Venerdì, la prima scadenza. Non un numero. Non una dei “mille dipendenti” che si appresta, a Torino e provincia, ad essere colpita dai tagli alla scuola. Una persona in carne ed ossa. A fare da cornice, all’addio, i colleghi. Giugno: alunni “licenziati”. Lavoratori, anche. Periodo di tagli e “bavagli”. Per giornalisti, operai, lavoratori della scuola. Si, perchè il bavaglio, non soltanto non va bene al giornalista piu’ quotato, ma anche all’operaio di Pomigliano, impossibilitato ad esprimere la propria opinione, aderendo ad uno sciopero, a potersi curare in caso di malattia (almeno per i primi tre giorni), o, adempiere a funzionario pubblico durante le elezioni. Eppure in questo periodo, le vendite che vanno per la maggiore ricordano un famoso concentrato, di pomodoro: “o così o pomì”. Anche a scuola, il bavaglio. A molti, solo i no: no ai corsi sulla sicurezza, no alle visite mediche interne, no ad essere rappresentanti sindacali, no a maturare un’anzianità di servizio. Perchè ai precari si è messo il bavaglio. Ai “fissi” lo si sta per mettere, grazie ai 6,5 miliardi non contabilizzati nella manovra per il mancato contratto nel pubblico impiego. Senza citare l’intervento sulle pensioni e sulle donne.(ma non vi era una direttiva, del 1978 che lasciava liberi gli Stati per definire l’età di pensione?). Non parliamo poi dei tagli ”grazie alla riforma” Gelmini. Sabato, è stato “festeggiato”, con anticipo, dai colleghi, il termine del mio contratto. Annuale, da 950 euro mensili, senza mensa, 140 km (a/r), quasi cento euro di abbonamento treno. Fortunatamente, il “bavaglio” al cuore delle persone non lo si puo’ mettere e così, quella scuola, è diventata casa, focolare e accoglienza. Alida, Ornella, Patrizia, Gianni, Rina, Anna, Marinella e altri, non resteranno solo nomi di colleghi, ma persone con cui si è costruito qualcosa, persone che esprimono fede nella solidarietà e nell’attenzione verso chi è precario. In controdenza in questo periodo, che “imbavaglia” e distrugge, diritti e rapporti personali. E mentre quel posto sto per perderlo, uno, non retribuito, ma importantissimo e con immenso valore so di averlo conquistato. Nel cuore dei colleghi. “Grazie per averci portato un po’ di movimento, diverso dal solito, per averci fatto compagni e donato un po’ di allegria. Ci sarà sempre nel nostro cuore un posto riservato a te”.

Non siamo piu’ nel Novecento, ma non voglio essere proiettato nell’ottocento.

“La legge del piu’ forte”; “Controcanto. Sulla caduta dell’altra Italia” del prof. Marco Revelli

Diritto e legge. Mercato e fuori. Operaio contro capitale. Conflitto operante. Solo che questa volta il ricatto mi ricorda una vecchia, ma non molto, pubblicità: ” Ti piace vincere facile, vero”? Ti piace vincere facile, vero, Fiat? Flessibilità e produttività, termini tanto abusati fino a poco tempo fa; messi da parte, in un certo senso, oggi. Da accantonare. Mercato e fuori. Mercato, come compressione ulteriore dei salari. Fuori, perchè con quel tipo di accordo, di colpo, ci si immette in un’altra realtà, dove, il diritto alla salute, sarà un optional, (alcuni giorni di malattia non saranno retribuiti, in questo caso, i primi tre); le pause, poi, in quel nuovo contratto, “calato dall’alto”, saranno contratte; lo sciopero, diritto individuale, per carità, meglio non parlarne, ed anzi, sarebbe meglio non aderire quando è proclamato; forse sarà anche “fuori” adempiere a “funzioni elettorali” quali lo scrutatore o il rappresentante di lista; tutto quello insieme ad altri diritti, che vanno via, velocemente, grazie, si fa per dire, al consenso di una parte del sindacato, che non riesce mai a dire no. Oggi, su “Il Manifesto”, Marco Revelli, in prima pagina, scriveva “La legge del piu’ forte” rammentandoci che alcuni diritti, come il diritto di sciopero, sono sanciti costituzionalmente. Altri, come il pagamento dei primi tre giorni di malattia, garantiti dalla legislazione ordinaria. Ancora, la perdita della gestione del proprio tempo, in un modello di produzione che privilegia l’esigenza aziendale: una settimana si lavora sei giorni, una settimana quattro. Con tre turni giornalieri da otto ore. Il mercato, il fuori, l’impresa, vuole mano libera nel gestire. Un esito “darwiniano”. La legge del piu’ forte. La legge del “ti piace vincere facile”. Ma non erano proprio quei sindacati che erano scesi in piazza per il Family Day, mettendo al centro la famiglia? E ora, meglio l’esigenza aziendale della famiglia e dello stare insieme? Utile anche la lettura di Liberazione di oggi, con l’editoriale di Giorgio Cremaschi.
Velocemente, con il consenso di chi dovrebbe mediare, convocare le parti, tutelare il piu’ debole, si vorrebbero distruggere, annullare anni e anni di sacrifici, di lotte, di conquiste. In un colpo solo fare carta straccia della nostra Costituzione. Velocemente si vorrebbe proporre una nuova legge, una nuova Costituzione, da “esportare” in altri siti produttivi. Magari fosse vero, per loro. E il guaio è che sulla pelle degli ultimi, con l’avallo di una parte del sindacato, si è riusciti a compattare gli operai. Per accettare una cosa non buona. Gli operai si devono compattare per dire no alle porcherie di chi pensa che con i soldi si ottiene tutto. Favori compresi. Non solo case, magari, senza saperlo.
Quante cose si sono accettate negli ultimi venti anni. Con il consueto ritornello che “piu di così non si poteva ottenere”. Infarcendo anche le scuole di precari, per anni e anni. E siccome sono precari, le visite mediche e i corsi sulla sicurezza sono diventati optional. Come l’anzianità di servizio. Che non si matura mai. Perchè saremo sempre “nuovi” con nuove scuole di destinazione. Non importa se a settanta o ottanta km di distanza. Non importa se poi per raggiungere il posto di lavoro, precario, devi munirti dell’abbonamento per il trasporto. Non importa se tutto cio’ senza buoni pasto. Occorre reagire. Occorre svegliarsi da questo torpore.
Utile la lettura del libro del prof. Marco Revelli, “Controcanto”, sulla caduta dell’altra Italia. Un libro che va letto e riletto.

Giovedì 17 giugno alle ore 21, il libro verrà presentato presso la Sala Consiliare di Chivasso (Torino), piazza C.A. Dalla Chiesa.
Grazie Marco.

La Fiom dice no. I Cobas pure. “Il re è nudo”.

La Fiom dice no. “Il re è nudo”. Grazie alla Fiom si è alzato il velo su una questione che sembrerebbe sindacale ma è politica. Derogare dal contratto nazionale, saltare la Costituzione e ,con un colpo solo, aggirare lo Statuto dei Lavoratori e avviarsi verso lo Statuto dei lavori.(tanto auspicato dalla destra e da Confindustria). La Fiom ha avuto il merito di “illuminare” una situazione davvero “sotto ricatto”. Pause ridotte, pausa mensa al termine del turno di lavoro, malattia, assenze, scioperi, settimane di lavoro alternate, una da quattro giorni, una da sei. Queste le “imposizioni” per restare a Pomigliano. Prendere o lasciare. Davvero una richiesta incredibile a chi vive ormai da tempo con 700 euro, essendo in cassaintegrazione. Naturalmente, come ormai da molto tempo, gli altri sindacati “hanno preso” senza neanche alzare il velo e mostrare “i costi” di una tale operazione. Incredibile che un ministro abbia subito mostrato da quale parte stare. Un tempo almeno, un Ministro del Lavoro, avrebbero cercato di mediare, avrebbe convocato le parti. Oggi….Oggi tutti hanno fretta nel fare carta straccia le leggi, lo Statuto, la Costituzione. Grazie alla Fiom, in questi giorni, molti si sono soffermati, a pensare, riflettere. Sul presente e sul futuro. A quelle condizioni, poco manca che i posti di lavoro siano campi attorniati da filo spinato. E’ proponibile un investimento a quelle condizioni? No. Ma quel tipo di modello, quelle richieste, una volta avviate, potrebbero essere sperimentate in altri siti produttivi? Un referendum che viola diritti non ha senso. Pensare, riflettere. Per prima cosa i tesserati delle altre sigle sindacali dovrebbero riflettere se rinnovare ancora l’adesione ad un sindacato dalla penna facile. Secondariamente, con quella assurda pretesa, molti avranno compreso come nella stessa lista, politica, rappresentanti del capitale e del lavoro non possono “avere cittadinanza”. Il capitale non puo’ e non potrà mai essere buono. Finalmente qualcuno capirà quanti e quali guasti ha causato “il voto utile” di veltroniana memoria. Per la Fiom non è certamente la prima volta a trovarsi in solitudine nella difesa dei lavoratori e nella tutela dei loro diritti. Ricordo altri scioperi, in solitaria. E molti soldi persi grazie alle firme facili di altri sindacati.
Ma non soltanto la Fiom ci ha aiutato a fermarci e riflettere. Nel mondo della scuola i Cobas hanno proclamato il blocco degli scrutini. Iniziativa ben riuscita che ha smosso, finalmente, tantissimi. Speriamo si possa creare una sinergia tra il mondo del lavoro e quello della scuola al fine di dare una spallata definitiva a quanti vorrebbero riportarci indietro di quaranta anni. Al tempo delle ferriere.
Per quanto riguarda il blocco degli scatti nel pubblico impiego, ricordo che il mondo della scuola vede un numero elevatissimo di precari, per dieci, quindici anni, con contratti, di diritto o di fatto, annuali, dove l’anzianità, è davvero un sogno. Ogni anno che passa, sei e resterai sempre nuovo. Senza scatti. Ora speriamo arrivino quelli d’orgoglio.

Suonerà ancora, la campanella della scuola. Non per tutti

Fine della scuola. Scuola alla fine. Scuola povera. Povera scuola. Poveri noi.
L’ultima campanella ci ha segnalato la fine delle lezioni. Ragazzi in libertà. Professori e ata, precari, pure. Saperi e legami che saranno “tagliati” senza cura. Operai a Pomigliano sotto ricatto. “O così o pomì”, sosteneva una pubblicità alcuni anni fa. Ormai è dal 1993 che grazie ai famosi accordi “piu’ di così non si poteva ottenere” si sono persi soldi, potere d’acquisto, dignità. Proporrei, data l’urgenza e la necessità, di questa congiuntura economica, ormai trentennale, un decreto legge che ripristini “lo stato di schiavitu’”. Continuamente sotto ricatto. Ad accettare anche l’impensabile. Ad accettare un’età pensionabile di 70 anni. Bisognerebbe alzarsi, al mattino, e pensare di essere un operaio in linea di montaggio, un addetto al call center, un precario, e di avere 70 anni. Non un ricco imprenditore, proprietario di televisioni. Oggi il 72% dei pensionati “è sotto i mille euro”. Fra trenta anni, sotto di quanto? O quanto sotto? Registi delle nostre vite, tanti. Strano che il “richiamo” dall’Europa che conta verta sull’età pensionabile ma non sulla “quantità” economica percepita da chi è pensionato. Banche salvate dallo Stato, cioè da noi; imprese, salvate dallo Stato, cioè da noi; parte del sindacato che firma, senza il nostro consenso, accordi che derogano ad una contrattazione collettiva. Manovra economica “sulle nostre spalle”. Riforma della Costituzione; riforma dello Statuto dei Lavoratori, in Statuto dei lavori, spostando così la centralità dalle persone nuovamente al “capitale”, come era prima dell’entrata in vigore dello Statuto. Continuiamo ad osservare tutto cio’ come fosse un film, solo che gli attori di questo film sono protagonisti muti, incapaci di ribellarsi ad una trama simile. Spero che si ritrovi al piu’ presto la voglia di fermarci, porci domande, e riscoprire il senso della solidarietà. Torniamo ad odiare “l’indifferenza”.
Ultima nota. La Stampa di alcuni giorni fa, pubblicava alcuni dati, (riportati da “Il Fatto”), grazie al contributo dei militanti dell’Usb-Rdb….andate a leggere le pensioni di alcuni nomi illustri…..