Il primo settembre, una nuova disoccupazione alle porte, una parola fuori dalla porta: “ormai”

Grazie Barbara. Hai lasciato un commento che è uno “spaccato” di un’Italia con tantissime difficoltà; una società sempre più’ polarizzata: tantissimi che attraversano condizioni economiche critiche e pochissimi, che concentrano grandissime ricchezze nelle loro mani. Ho conosciuto la disperazione in questi giorni. L’ho vista in faccia. La conosco con nome e cognome. L’ho incontrata in un edificio, in una scuola, dove venivano conferiti incarichi, nomine, annuali o di fatto ai lavoratori della scuola. “Una nuova disoccupazione è alle porte,” titolavo un paio di mesi fa un articolo apparso sul blog.

In questa nuova disoccupazione ci sono le tante maestre che potrebbero essere le maestre dei tuoi figli. Ci sono tecnici che hanno dato una mano nelle tesine dei ragazzi maturati soltanto a luglio. Ci sono collaboratori scolastici che con le loro cure amorevoli si sono presi cure dei ragazzi diversamente abili, e di tutti i ragazzi e le ragazze con tanti bisogni, anche soltanto di un ascolto. Nei giorni scorsi l’ho quantificata, quella disoccupazione alle porte. Ho visto gente disperarsi, piangere, svenire. Qualcuno ha scioperato quando era stato indetto lo sciopero. Altri, no, perché egoisticamente non hanno voluto rinunciare ai trenta o quaranta euro. Gente che diceva, tanto “ormai”. Erano molti che dicevano e dicono, “tanto ormai”.

Non è bastato, non è stato sufficiente, il nostro impegno, il nostro sciopero davanti a certa gente che si comporta come “rulli compressori”. “Non hanno pietà di noi”, affermava Barbara in una bellissima mail. Hai ragione, Barbara: non ne hanno. Ma noi, che abbiamo riempito quel treno, quei due treni, diretti a Roma, che abbiamo invaso Piazza Vittorio a Torino, non diremo mai: “ormai”.

Lotteremo, daremo una prospettiva, indicheremo una via, anche a chi ha il morale a terra e “viaggia” con il freno a mano tirato. Indicheremo, denunceremo, ci incateneremo se sarà necessario (come hanno fatto oggi i docenti in Calabria), faremo vertenze, scenderemo ancora in piazza, e diremo che “certe sacche” d’Italia non ci vanno bene.

Così come, a me, non va aver visto nell’insenatura di Torre Lapillo tantissimi stabilimenti balneari che pezzo dopo pezzo sottraggono (pagando il dovuto) spiaggia libera a tantissimi che non hanno risorse sufficienti per “affittare” un ombrellone, una sdraio. La spiaggia è libera, il mare è di tutti. Vedevo negli stabilimenti gente che ballava, che beveva aperitivi; e , viceversa, gente con chilometri e chilometri sulle spalle contendersi un pezzettino di spiaggia. Libera. Non lo accettiamo un mondo così, Barbara; e, la parola “ormai” non fa parte del nostro vocabolario.

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