Petizione popolare: Al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano

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Al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano

Premesso che:
La crisi è il frutto delle politiche liberiste degli ultimi anni. Queste politiche da un lato hanno diminuito il potere d’acquisto delle persone attraverso la riduzione di salari e pensioni; dall’altro hanno favorito la speculazione finanziaria. Adesso gli stessi che hanno provocato la crisi la vogliono far pagare ai lavoratori e ai pensionati, sprecando per di più un mucchio di denaro pubblico per salvare le banche private. In questo modo la crisi si aggraverà e con essa le ingiustizie sociali. Per uscire dalla crisi occorre rovesciare queste politiche.
I Sottoscritti e le Sottoscritte chiedono:
1) Aumento di salari e pensioni. Tetto alle retribuzioni dei manager.
2) Blocco dei licenziamenti, estensione della cassa integrazione ai lavoratori di tutte le aziende in crisi, aumento della Cig all’80%, salario sociale per i disoccupati.
3) Miglioramento del Welfare con l’aumento delle prestazioni sociali, il rilancio dell’istruzione pubblica, il blocco degli sfratti, l’abolizione dei ticket sanitari.
4) Nazionalizzazione delle grandi banche garantendo i risparmi e il credito alle imprese.
5) Intervento pubblico in economia per guidare una riconversione ambientale della produzione.
6) Creazione di nuovi posti di lavoro con un piano per la messa in sicurezza degli edifici dal rischio sismico, il risanamento del territorio, la manutenzione delle reti idriche, il risparmio energetico.
7) Blocco della delocalizzazione delle aziende.
8,) Aumento delle tasse sui redditi alti, sulle rendite. Chiusura dei paradisi fiscali.
9) Introduzione della tassa patrimoniale e della tassa di successione sui grandi patrimoni.
10) Taglio delle spese militari. No all’acquisto dei 131 cacciabombardieri F35. Ritiro della missione in Afghanistan (che costa 1000 euro al minuto).

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Volantone-Contro-la-crisi

7 pensieri riguardo “Petizione popolare: Al Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano”

  1. DANTE ALIGHIERI, GIORGIO LA PIRA,
    Mons. ENRICO BARTOLETTI e l’Ing. ENRICO MATTEI.

    Caro Dottor Sandro Ruotolo,
    mi chiamo Giovangualberto Ceri, ero amico di monsignor ENRICO BARTOLETTI che era, fra le altre cose, anche contro i MALI DI ROMA. Vorrei adesso farle avere il RICORSO, del SINDACO DI FIRENZE PROFESSOR GIORGIO LA PIRA datato 16 Gennaio 1965, avverso l’ANNULLAMENTO del Prefetto della deliberazione consiliare 5 ottobre 1964, n. 5555/710/C, CONTRO GLI APPALTI delle Imposte di Consumo (Dazio) al fine di arrivare ad una classe politica in grado di gestire i servizi pubblici direttamente, e quindi con poco passivo, molta efficienza e contentezza della popolazione sulla scia culturale dell’ING. ENRICO MATTEI dell’ENI. Dalla lettura e meditazione di tale ricorso lei si potrebbe rendere meglio conto della problematicità di quanto lei stesso e il caro dottor Santoro vorreste vedere realizzato nel futuro, insieme a LA PIRA, a MONSIGNOR BARTOLETTI e a MONSIGNOR ALBINO LUCIANI suo braccio destro.
    Questo RICORSO di La Pira contro l’appalto del DAZIO alla Società Trezza, S.p.A. con sede in Verona (ricorso che, a quei tempi, investiva per simpatia anche il Comune di Palermo e tutte le altre società appaltatrici), è stato da me pubblicato sulla rivista ‘SOTTO IL VELAME’ di Torino diretta da Renzo Guerci (n. VI, Settembre 2005, pp. 147- 163 – tel. 011-2264721). Tale rivista l’ho poi inviata anche a Sua Eminenza il CARDINALE JOSÈ SARAIVA MARTINS del Vaticano che l’ha acquisita agli atti rispondendomi con la Sua devotissima del 24 novembre 2007. La Pira non era solo per la pace e a favore dei disoccupati ed emarginati ma anche, ed insieme al Bartoletti, contro quelle situazioni oggettive che possono agevolare le tangenti, la corruzione ed inibire nei politici la volontà di rimboccarsi le maniche per il bene di tutti.
    Le manifestazioni di solidarietà, a mio avviso, servono a ben poco, se addirittura non producono confusione. Chi sa, o ha subito delle pressioni, o magari ha ricevuto per posta una pallottola, parli. Questa è la vera e fruttuosa solidarietà, anche verso di lei. Voglio quindi anch’io un pochino parlare.
    Pensi un po’… Io sono stato laureato in Filosofia all’Università di Firenze con 66 su 110 (sessantasei su centodieci), con una media dei miei esami di 107 su 110 e due lodi e con il parere favorevole alla tesi del Relatore PROFESSOR AMEDEO MARINOTTI. Mi hanno dato il minimo assoluto e relativo mai verificatosi nei secoli a Lettere e Filosofia e perciò si tratta di una votazione del tutto inaccettabile, però il fenomeno è avvenuto nel silenzio generale. Mediti!!!, o meglio, Meditiamo!!!
    Tale umiliante e inammissibile votazione, fino a prova contraria, io ritengo l’abbia potuta “meritare” perché ho difeso fino all’estremo la ricordata delibera di La Pira contro gli appalti e il suo eloquente ed illuminante citato ricorso, datato 16 Gennaio 1965, che poi, col 1° gennaio 1973, con l’aiuto di monsignor Bartoletti e, credo, di Paolo VI, ha partorito l’imposta sulla cessione di beni, I.V.A., NON APPALTABILE, invece della istituenda imposta I.C.O. APPALTABILE. Si veda la riunione dell’ANCI a Viareggio del 1972.
    Concludo, per solidarietà con lei, dicendo che cambiare le cose in Italia è veramente difficile e pericoloso. Pericoloso anche nel senso che può venire lui iscritto, che vorrebbe cambiare in meglio le cose, nel registro delle persone pericolose. Fantastico!!! Per questa ragione io ho deciso da più di quindici anni di occuparmi solo di DANTE ma, aimè, quello che ho scoperto su di lui e forse quasi parimenti pericoloso che avere agevolato il varo dell’I.V.A. e impedito quello dell’I.C.O. Anche qui, quando si tratta di modificare lo STATUS QUO, silenzio generale, se non pedate negli stinchi.
    Cordialmente salutando da Firenze il 21 Ottobre 2009,
    Giovangualberto Ceri
    cell. 333.396.1191
    Tel. O55 – 650.55.37

    Il Sindaco di Firenze professor GIORGIO LA PIRA
    contro gli appalti e a favore della legge sul divorzio.

    Fu da DELIBERA CONSILIARE del 5 ottobre 1964 n. 5555/710/C contro gli APPALTI del Dazio (Imposte di Consumo) a far psichicamente morire il Sindaco di Firenze professor Giorgio La Pira. Fu infatti soprattutto per questa delibera che egli fu costretto, per me, a dare le dimissioni da Sindaco il 14 febbraio 1965: la carica a lui congeniale e che amava più di ogni altra cosa. La morte psichica, cioè la perdita di entusiasmo esistenziale per non trovarsi più alla guida di Firenze, produsse poi lentamente quella materiale avvenuta i 5 novembre 1977 (cfr. DOCUMENTAZIONE di GIOVANGUALBERTO CERI pubblicata nella rivista “Sotto Il Velame” di Torino, dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali, diretta da Renzo Guerci, n. VI Il Leone Verde Edizioni, Torino, Settembre 2005, pp. 147 -163). Questa è la mia opinione.
    Fino al momento della chiusura della Causa per la Sua beatificazione di questo episodio, purtroppo, non se ne è parlato.
    Io incontrai La Pira a “Note di Cultura” sul finire degli anni ’60 e mi parve assai contrariato, rattristato, del fatto che la sinistra avesse continuato ad insistere tanto su questa sua linea politica contro gli APPALTI del Dazio continuando a portare sempre per vessillo, ancora dopo qualche anno dalle sue dimissioni, proprio il suo nome. L’episodio contribuiva a renderlo inviso, come futuro Sindaco di Firenze, davanti a coloro che avrebbero dovuto caldeggiare, o promuovere di nuovo, la sua candidatura. Di questo “delitto” oggi mi sento anch’io corresponsabile. Vorrei potermi augurare che ne sia valsa la pena, visto che condusse poi all’attuale regime di imposta I.V.A. NON APPALTABILE. Comunque perché ancor oggi tacere se fu questa la situazione che lo fece tanto soffrire? Perché dimenticarsela? Che rapporto può esistere fra la sorte dell’Ing. ENRICO MATTEI e quella del professor Giorgio La Pira?

    Doveroso ricordarsi anche che sul finire del dicembre 1970 il professor Giorgio La Pira finalmente si convinse anche ad essere a favore del mantenimento della Legge n. 898 del 1/12/1970 sul divorzio, conseguentemente andando a ritirare la sua precedente firma a favore del Referendum abrogativo.
    Firenze, 8/11/2009

    F.to Giovangualberto Ceri

    Recensione dal Blog, L’ASTROLOGIA IN DANTE.

    giovedì 22 gennaio 2009
    L’astrologia in Dante.
    Occupandomi di Astrologia tolemaico-dantesca ho accertato che Dante persona fornisce nella Commedia le coordinate scientifiche celesti per scoprire la data di nascita di Dante personaggio, insomma del protagonista dell’opera. Da questa data di nascita, se applicata all’incipit della Vita Nuova come dobbiamo, si scoprono poi necessariamente, sia il giorno di nascita di Beatrice personaggio corrispondente al Venerdì 2 ottobre 1265 festa allora ad libitum dei santi Angeli Custodi, sia il giorno in cui la gentilissima apparve a Dante per la prima volta, Venerdì 2 febbraio 1274 festa della Presentazione di Gesù bambino al tempio, o della Candelora, in cui la liturgia assegna al fedele il suo Angelo. Il 2 ottobre si legge infatti “Ecce ego mittam angelum meum”, mentre il 2 febbraio si legge “Ecce ego mitto angelum meum”. Queste tre date sono essenziali per capire il senso dei due personaggi, Dante e Beatrice, poiché esso verrà indicato dalla LITURGIA CRISTIANA recitata sugli altari nei rispettivi giorni. Questo procedimento astrologico-liturgico non è in Dante un eccezione ma, per le cose da lui ritenute gloriose, costituisce la regola. Lo userà anche per indicare il giorno certo di inizio e quello della fine del viaggio descritto nella Commedia, eccetera. Egli infatti segue la Bibbia e più precisamente in questo caso il Libro dei proverbi in cui si ricorda che “Tutto ciò che è glorioso sarà coperto da un velo; ma non c’è nulla di nascosto che non debba essere scoperto, né nulla di segreto che non debba essere conosciuto… e la scoperta delle cose è della gloria dei re” (25, 2). La data di nascita di Dante personaggio, le due di Beatrice già ricordate, e le due di inizio e della fine della Commedia lui le nasconde, le copre con il velo della scienza astrologico-liturgiuco-tolemaica, perché le ritiene, appunto, gloriose.

    Le coordinate del giorno di nascita di Dante personaggio si trovano nel c. XXII, vv.110-117, del Paradiso e sono contenute nei seguenti versi:

    “… in quant’io vidi ‘l segno / che segue il Tauro e fui dentro da esso. / O gloriose stelle, o lume pregno / di gran virtù, dal quale io riconosco/ tutto, qual che si sia, il mio ingegno, / con voi nasceva e s’ascondeva vosco / quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, / quand’io senti’ di prima l’aere tosco”.

    Il giorno di nascita assolutamente certo che si ricava da questi versi è il Martedì 2 giugno 1265. Come si fa a ricavarlo?

    Dante afferma di essere nato nel segno che segue il Toro (“Tauro”) e perciò per sua dichiarazione sappiamo subito che lui è del segno dei Gemelli. Tale segno a quei tempi, a causa di un eccesso di intercalazione del Calendario giuliano, era slittato indietro e abbracciava i giorni che vanno dal 14 maggio al 14 giugno (cfr. Profhacii judaei Montispessulani ALMANACH PERPETUUM, tabula solis prima, 20.v).
    Alcuni esegeti commentano che lui è della “costellazione” dei Gemelli, dimenticandosi che lui invece specifica “segno”. Questo perché tutti loro, compreso FILIPPO ANGELITTI fino ad arrivare a Patrick Boyde, non avendo ancora afferrato che Dante anche nella Commedia fa ricorso al fenomeno della Precessione degli equinozi, gli sembra indifferente dire costellazione o segno. In che modo, oltre che emblematicamente in “Temp’era dal principio del mattino / e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle / ch’eran con lui quando l’amor divino / mosse di prima quelle cose belle” (Inf., I, 37-40), il Poeta, anche nel caso qui in esame, obbliga il lettore a tener conto del fenomeno della precessione? Gli zodiaci sono intanto due, uno dei segni e l’altro delle costellazioni e non devono mai venire confusi, cosa che invece nei vari commenti alla Commedia capita spesso di vedere.
    Il fenomeno della precessione si misura immaginando fisso lo zodiaco delle costellazioni e mobile quello dei segni. Lo ricorda anche Pietro D’Abano contemporaneo di Dante e forse anche suo amico: “Ad hunc quidem motum ostendendum ordinavi instrumentum cum duobus zodiacis, mobili ac immobili” (Lucidator, differentia secunda, propter secundum) Ecco perché chi fa confusione fra costellazioni e segni e immagina anzi che confusione l’abbia fatta anche Dante scrivendo la Commedia, poi finisce per perde la strada per arrivare in porto. Dopo avere identificato oggi quali erano queste gloriose stelle pregne di gran virtù con cui il Sole di nascita di Dante si sarebbe trovato congiunto, dovremmo anche precessionarle per conoscere che grado in Gemelli occupavano nel 1265.
    Queste stelle erano tre e si tratta: a) della stella Polare del glorioso polo di Maria allora situata a 18°.20′ nel segno dei Gemelli; b) della stella virtuosior Betelgeuse a 18°.30′; e della stella Menkalinam a 19°.40’.

    Orbene quale longitudine in Gemelli avrebbe dovuto avere il Sole per doversi trovare in congiunzione con tutte e tre dalla mattina alla sera di un giorno soltanto come afferma Dante? La risposta scientifica da me trovata è che il Sole doveva avere la longitudine di 18°.01′ in Gemelli. E che giorno era quando il Sole raggiungeva a Firenze tale longitudine? Era, appunto, il Martedì 2 giugno 1265. Il campo della congiunzione astri inferiori (Sole) con astri superiori (Stelle Fisse) è di solito indicato dagli astrologi in 1°.30′ – 2° di distanza dal perfetto allineamento. Il 2 giugno 1265 il Sole, che percorre un grado al giorno, fu più vicino di ogni altro giorno dell’anno al perfetto allineamento con queste tre stelle. Dunque è questa la data scientificamente giusta di nascita del protagonista della Commedia e della Vita Nuova.
    A confermare questa data, poiché Dante fornisce sempre la riprova di quello che ha affermato, ci sono le ricordate date, di nascita di Beatrice e della sua prima apparizione a Dante la cui validità è confermata dalla liturgia cristiana delle rispettive feste. Se Dante risultasse nato anche un solo giorno prima, o un giorno dopo, da quello da me indicato del 2 giugno, anche le date di Beatrice relative all’incipt della Vita Nuova (II, 1-2) si sposterebbero di un giorno in avanti, o indietro, perdendo tutto il loro pregnante significato simbolico-religioso in grado di por fine a tante secolari ed affanose supposizioni. Inoltre Beatrice, che viene da Dante spesso accostata a Venere (“voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete” – Convivio, Canzone prima), spostando la data di nascita di Dante, non risulterebbe più nata e poi apparsa a Dante stesso, sempre di Venerdì. Del resto a me risulta scientificamente che sia stata concepita sempre di venerdì e infine la sua anima salita al cielo, liturgicamente, sempre di venerdì. Essa infatti è stata da Dante fatta concepire (Vita Nuova, XXIX, 2) il Venerdì 26 dicembre 1264 festa di santo Stefano protomartire in cui la liturgia celebra i profeti; ed è stata poi fatta morire, liturgicamente, il Venerdì 9 giugno 1290 (Vita Nuova, XXVIII, 1). Le quattro date fondamentali di Beatrice, cadendo tutte di venerdì, vengono anch’esse a confermare tutta questa parte delle mie ricerche astrologico-tolemaiche su Dante. A meno che non si voglia attribuire al caso tutte queste meravigliose coincidenze.

    Di fronte a tanta chiarezza e solennità io chiederei che, gentilmente, almeno la “DANTE SOCIETY OF AMERICA”, oppure la “DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT”, o la “SOCIETA’ DANTESCA ITALIANA”, o l’ “ACCADEMIA DEI LINCEI”, decidessero di voler conoscere meglio i dettagli.
    Siccome Dante, il Poeta della Patria, si fa nascere il 2 giugno, cioè lo stesso giorno in cui è nata la nostra Patria, la REPUBBLICA ITALIANA (2/6/1946), da un accertamento definitivo della scoperta da me fatta si potrebbe arrivare a festeggiare insieme le due ricorrenze. Bisognerebbe però che il SIGNOR PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA On.le GIORGIO NAPOLITANO si facesse promotore di questo accertamento, se le nostre Università ritenessero che non è importante e che dunque si può soprassedere.
    Pubblicato da aBcDeFgH a

    16.22
    1 commenti:

    aBcDeFgH ha detto…
    Commento dell’Autore.
    Il blog “L’ASTROLOGIA IN DANTE” pubblicato il giovedì 22 gennaio 2009 è un articolo di Giovangualberto Ceri e ha le sue basi esegetiche in quattro suoi precedenti scritti.
    1) Giovangualberto Ceri, “DANTE E L’ASTROLOGIA” con presentazione di Francesco Adorno, Loggia de’ Lanzi, Firenze, 1995.
    2)Giovangualberto Ceri, “L’ASTROLOGIA IN DANTE E LA DATAZIONE DEL ‘VIAGGIO’ DANTESCO”, nella rivista “L’ALIGHIERI” di Ravenna diretta da Aldo Vallone, n.15 – gennaio-giugno 2000, A. Longo Editore, pp. 27-57.
    3) Giovangualberto Ceri, “DANTE E LA ROMANTICA TESI DEL ‘VIAGGIO’ NEL 1300”, nella rivista “SOTTO IL VELAME” di Torino dell’Associazione Studi Danteschi e Tradizionali diretta a Renzo Guerci,n. III, luglio 2002, il leone verde edizioni, pp. 30-90. In questo articolo vengono evidenziati gli errori astronomico-astrologici commessi da GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, sostenitrice del viaggio avvenuto nel 1300 seguendo gli scritti di CORRADO GIZZI e di BUTI e BERTAGNI. Il viaggio secondo FILIPPO ANGELITTI e GIOVANGUALBERTO CERI è invece sicuramente avvenuto nel 1301, con inizio solenne per la festa fissa dell’Annunciazione a Maria e Incarnazione di Cristo del sabato 25 marzo 1301 del nostro computo storico che a Firenze apriva il XIV secolo in base all’Antico Calendario stile fiorentino. Il termine della Commedia sono invece le ore 12-15 della festa mobile del Venedì Santo 31 marzo 1301 e perciò essa termina nel momento solennissimo del “QUOS PRETIOSO SANGUINE REDEMISTI” (Te Deum, 22). Nessun periodo ipotizzato dagli esegeti in sette secoli possiede questa precisione astronomico-astrologico-liturgico-cristiana e questo indescrivibile fascino che lo conferma pienamente. Per controllare gli errori commessi da GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI confrontare il seguente numero della rivista diretta da ANTONIO LANZA: “Letteratura Italiana Antica”, rivista annuale di testi e studi, periodico internazionale fondato e diretto da ANTONIO LANZA, Anno III – 2002, Moxedano Editrice, in cui la stessa Graziella Federici Vescovini, nel suo articolo intitolato “Dante e l’astronomia del suo tempo, spiega la posizione che avrebbe Saturno, per lei, in Pur., XIX, 3: pp. 291 – 309.
    4) Giovangualberto Ceri, “MEMORIA A DIFESA DEL ‘VIAGGIO’ DANTESCO NEL 1301”, nella rivista “Sotto il velame” di Torino diretta da Renzo Guerci, n. IV, giugno 2003, Il leone verde edizioni, pp. 9-77.
    Giovangualberto Ceri: e-mail: giovangualberto@tiscali.it
    Tel. 055-650.55.37
    cell. 333.396.1191
    Idirizzo:
    GIOVANGUALBERTO CERI, Via F. Turati, 30 – 50136 FIRENZE.

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  2. Uno scorcio importante ma dimenticato su Giorgio LA PIRA.

    L’On.le Nicola Pistelli, membro del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana , muore il giovedì 17 settembre 1964. Il Consiglio Comunale di Firenze, diciotto giorni dopo la dolorosa scomparsa di Pistelli, su proposta del Sindaco Giorgio La Pira, in data 5 ottobre 1964 delibera, con la n. 5555/710/C, l’assunzione in gestione diretta delle Imposte di Consumo, II.CC., (Dazio), e conseguentemente la fine dell’Appalto delle stesse II.CC. alla Società Trezza S.p.A. con sede in Verona. La Soc. Trezza aveva in appalto anche Palermo e, ovviamente, anche tutti i Comuni limitrofi di Firenze, eccetera. Tale delibera era però già stata voluta da Nicola Pistelli prima della sua tragica morte e di cui forse aveva accennato anche in occasione dell’ultimo CONSIGLIO NAZIONALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA a cui partecipò.
    Le Imposte di Consumo, corrispondenti all’attuale I.V.A. sulla cessione di beni, rappresentavano, e di gran lunga, la fonte di entrate più cospicua dei Comuni ed erano, per i Comuni, di carattere autonomo. Il Prefetto di Firenze, con decreto datato 21/12/1964, n. 7264, ANNULLAVA comunque la delibera del Consiglio Comunale del 5/10/1964 n. 5555/710/C voluta da La Pira. La Giunta in data 15/1/1965, n.383, autorizzava però il Sindaco La Pira ad impugnare il decreto di annullamento del Prefetto. Il Sindaco impugna dunque il 16 Gennaio 1965 il decreto del Prefetto n. 7264 davanti al competente MINISTRO DELLE FINANZE – Roma – e glielo invia, materialmente, in data 18 gennaio 1965. Durante i mesi dall’ottobre ’64 al gennaio ‘65 il Sindaco La Pira era stato ancor più pesantemente attaccato dalla stampa e da alcuni gruppi di potere, proprio per la sua decisione di voler gestire direttamente le Imposte di Consumo (Dazio). Non lo si vuole ammettere ma a me risulta così. Infine il Sindaco viene costretto a dare le dimissioni il 14 febbraio 1965: cioè prima dello scadere di un mese dalla ricordata impugnazione.
    Durante il 1965 la Democrazia Cristiana decide di proporre a Sindaco di Firenze Piero Bargellini procedendo però ad una ‘democratica’ votazione fra gli iscritti i quali potevano scegliere, o di accettare Piero Bargellini, oppure, eventualmente, di riproporre Giorgio La Pira. Nella sezione di SANTA CROCE, strapiena di iscritti e intitolata a Nicola Pistelli, Giorgio La Pira, al momento del ricordato ‘ballottaggio’, ottenne sintomaticamente solo due voti: quello di Giovangualberto Ceri e del segretario di sezione Beppe Manzotti. I rimanenti iscritti votarono tutti per Piero Bargellini. Il Ceri da quel momento non rinnoverà più la tessera del partito D.C. Stranamente i Lapiriani, dopo la morte del Professor La Pira avvenuta il 5 novembre 1977, saranno, o chi aveva votato contro La Pira, o chi non aveva partecipato a quella tragica e decisiva votazione perché non riteneva decoroso essere iscritto alla D.C.
    L’avvocato Franco Pacchi dello PSIUP, su pressione del P.C.I. e anche di Giovangualberto Ceri, chiese durante il Consiglio Comunale di Firenze del 14 luglio 1967 che la delibera di Gestione diretta delle Imposte di Consumo venisse riproposta, ridiscutendola. La discussione avviene il 21 luglio 1967 e verrà riportata anche da ‘La Nazione’ del 22 luglio 1967. In data 4 settembre 1967 la soc. Trezza crea dei problemi a GIOVANGUALBERTO CERI che cerca di difendere la delibera La Pira (Cfr. il giornale ‘l’Unità’ del 5 settembre 1967 – cronaca di Firenze con un pezzo intitolato “RAPPRESAGLIA ALLA TREZZA” ). Questo problema si risolverà solo con la RIFORMA TRIBUTARIA DEL 1° GENNAIO 1973 e con il D.P.R. 26 ottobre 1972, n.649. Da notare però che nell’ultima riunione dell’A.N.C.I. prima della Riforma Tributaria, avvenuta a Viareggio nel 1972, fu sintomaticamente caldeggiata l’imposta I.C.O., appaltabile, al posto dell’I.V.A non appaltabile. Perché?
    Di tutta la questione era stato però bene informato da molto tempo l’Arcivescovo di Lucca, MONS. ENRICO BARTOLETTI, Segretario Generale della C.E.I. e grande amico di papa Paolo VI, di Giovangualberto Ceri e di La Pira. Anzi all’inizio era stato mons. Bartoletti a sollecitare Giovangualberto Ceri a darsi una mossa e a prendere una posizione più chiara contro gli appalti del Dazio. E Giovangualberto, da quel momento, non si fece attendere, a volte però rimproverando mons. Bartoletti di averlo sollecitato ad entrare in un ingranaggio mille volte più grande di lui e anche dello stesso Giorgio La Pira.
    Con l’ I.C.O. la possibilità delle tangenti, che si stimavano in cifre assai considerevoli, sarebbe rimasta. Questo è il punto. Meno male che tale progetto di legge non andò avanti per far posto all’I.V.A. non appaltabile. Monsignor Bartoletti, anche pensando a La Pira e al Ceri, per chi scrive, dette un suo importante contributo alla soluzione del problema che, strategicamente, si protrasse però in silenzio per diversi anni dopo l’entrata in vigore della Riforma tributaria (1° gennaio 1973).

    F.to. Giovangualberto Ceri

    Tel. 055 – 650.55.37
    Cell. 333.396.1191

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  3. # beppe manzotti scrive:
    Gennaio 10th, 2010 alle 16:14

    caro ceri, hai una memoria di ferro nel ricordarti che solo tu ed io abbiamo votato a favore di La Pira, per quell’episodio lontano. Ora, che La Pira è in Paradiso, pregherà per noi, tanto per contraccambiare la stima. Saluti Beppe

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  4. Giovangualberto Ceri
    E-mail: giovangualberto@tiscali.it

    Firenze, Festa della Natività, A.D. 2009.
    LETTERA AUTOBIOGRAFICA APERTA .
    Cfr. BLOG di “Nuova Agenzia Radicale su Monsignor E. BARTOLETTI”.

    TITOLO
    Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12).

    Gentili Signore e Signori,

    siccome in questo mio lavoro sarà la “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II,II,1) a dover portare, nel mondo cristiano-cattolico, delle nuove e buone idee sul divorzio coniugale, dirò subito quello che risulta che essa pensi, almeno per me. La dimostrazione matematica l’affronterò successivamente. La mia scoperta astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiana del giorno sabato 15 Agosto 1293 in cui Dante fu visto, accorgendosene, dalla “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1) costituirà dunque l’epicentro di questa mia dimostrazione tramite lettera autobiografico-dantesca che, infine, porterà anche ad avvallare la moderna nostra legge 1° dicembre 1970 n. 898 sul divorzio.
    Questa lettera si compone di tre parti. La prima esporrà il nuovo senso, da me scoperto, del nono Cielo acqueo, cristallino e di Maria, o Primo Mobile, evidenziandone quei punti salienti rimasti fino ad oggi nell’ombra mentre, questa stessa esposizione, farà anche da introduzione alla successiva trattazione, questa volta rigorosamente scientifico-astrologico-liturgica, dello stesso Cielo cristallino che avverrà nella terza parte. Nella seconda parte della lettera cercherò invece di giustificare la mia spinta personale ad affrontare questo tema che affonda le sue radici nella mia biografia. La terza parte dimostrerà infine, come ho già accennato, attraverso quale ragionamento scientifico-medievale, cioè matematico, astrologico e liturgico, sono arrivato ad indicare il giorno sabato 15 Agosto 1293, in cui Dante fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna” (Vita Nuova, XXXV,2; Convivio, II,II, 1). Essa risulterà lì a rammentare, forse non solo in senso lato, la funzione misericordiosa che deve avere il Cielo cristallino di Maria e perciò aperta a considerare positivamente anche la tentazione e, tale fenomeno, sarà rilevato, sia dal calcolo sul Tempo civile che dal calcolo sul Tempo liturgico, del ricordato giorno 15 agosto 1293.
    Gli argomenti sono tanti, difficili e diversi fra loro, per cui volendo io procedere ugualmente considerandoli tutti, dovrò fare di questo mio lavoro una specie di “collage”. Non tutti i collage riescono bene, specialmente la prima volta. Io mi accontenterei che il mio risultasse, quanto meno, molto utile.

    Parte prima

    Inizio il mio lungo discorso affermando che la “gentile donna”, epicentro della mia dimostrazione, essendo simbolo indiscusso della Filosofia pitagorica e della Morale Filosofia (Convivio, II, XV, 12) ed avendo comparazione dichiarata col Cielo cristallino, acqueo e di Maria, o Primo Mobile (Convivio, II, XIV, 14), finirà anche per rendere conto, quando sapremo chi essa veramente è, delle intenzioni che animano questo stesso nono cielo Cristallino, o Primo Mobile. Prima delle mie ricerche, sul nono cielo tutti hanno mostrato di saperne ben poco e, da qui, lo stimolo al il mio piano strategico: invertire la situazione.
    Orbene, siccome la gentilissima Beatrice, dopo il suo trapassamento, sappiamo intanto che fu chiamata dal Signore della giustizia, Gesù Cristo, a gloriare sotto l’insegna della nostra REGINA BENEDETTA VIRGO MARIA (Vita Nuova, XXVIII, 1), se questa insegna di Maria sventolasse, per ipotesi, nel Cielo acqueo, cristallino, o Cielo primo mobile, bisognerebbe concludere, di necessità, che il luogo simbolico in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia il Cielo cristallino. In altre parole, se Beatrice fosse andata a gloriare sotto Maria, e il Cielo cristallino fosse di Maria, potremmo concludere che Beatrice stessa è andata a gloriare nel Cielo cristallino. In questo caso saremmo già di fronte ad una eclatante novità. Il problema fondamentale è perciò il seguente. Il Cielo cristallino può risultare veramente, anche per Dante, il cielo della Beata Vergine? Ci sono elementi sufficienti?
    È intanto di tutta evidenza, che se esiste un luogo specifico dove si gloria sotto l’insegna della Madonna, e per Dante non vi possono essere dubbi (Vita Nuova, XXVIII, 1), ne potrà esistere un altro, con relativa insegna, in cui la SANTISSIMA TRINITA’ ha eletto la sua dimora simbolica e destinato alla perfetta adorazione di Essa stessa: e questo luogo, ovviamente, non potrà essere che l’Empireo, o decimo ed ultimo cielo. Del resto in tutti i cieli, a cominciare dal primo della Luna, si gloria Dio con particolari specificità ontologico-spirituali, per cui non desterà sorpresa che a Beatrice il Poeta possa aver riservato simbolicamente, almeno di principio, il nono Cielo cristallino e che esso sia dedicato alla Beata Vergine. Le premesse esistono.
    Quando allora Dante ricorda che “questo numero (NOVE) fue amico di lei (di Beatrice) per dare ad intendere che ne la sua generazione (concepimento di Beatrice) tutti e nove li mobili cieli perfettissimamente s’aveano insieme” (Vita Nuova, XXIX, 2), potrebbe avere ricordato lo stesso numero NOVE anche per lasciare ipotizzare che Beatrice è andata a gloriare nel nono cielo Cristallino. Ma se essa è andata a gloriare nel nono Cielo cristallino e al tempo stesso è andata a gloriare dalla Beata Vergine, il Cristallino sarà necessariamente anche il cielo della Madonna. Un primo punto a nostro vantaggio sembra essere stato raggiunto.
    Commenta opportunamente GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, storica molto competente di questo periodo medievale, in certo senso fornendo però elementi per arrivare a smentire che Dante possa aver indicato il Cristallino come dimora simbolica della Madonna ma, al tempo stesso, confermando anche l’importanza della discussione su questo tema durante tutto il XIII secolo.
    “Come sappiamo, nel 1241 e, poi, ufficialmente nel 1244 il Vescovo di Parigi condannò, come quarto errore (Cfr. H. Denifle – E. Chatelain), la tesi che le anime glorificate e la Beata Vergine non sono nel cielo Empireo con gli angeli, ma nel sottostante cielo acqueo o cristallino” posto sopra l’ottavo cielo delle Stelle Fisse (GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Il ‘Lucidator dibitabilium astronomiae (astrologiae)’ di Pietro d’Abano, Programma e 1+1, Padova, 1988, p.200).
    Il Cielo cristallino costituendo però per Dante, in base all’ipotesi da me avanzata e che verrà infine confermata, esclusivamente la dimora simbolica della Beata Vergine, utile cioè solo per quanto attiene all’identificazione del compito assegnato a Maria dalla Divina Provvidenza, e non affatto il suo reale luogo di beatitudine che, insieme a tutti i santi, alla Madonna stessa e a Dio (Dio Padre, Gesù Cristo e lo Spiritossanto), si trova invece nell’Empireo, concederebbe che esso stesso possa essere di Maria senza incorrere nel quarto errore evidenziato dal Vescovo di Parigi. L’indicazione risultando qui, appunto, solo simbolica e non attinente alla immaginaria realtà.
    L’ortodossia cattolica del resto non permette verso la Madonna il culto di perfetta adorazione come per la Santissima Trinità, ma solo quello di iperdulia: e non permettendo verso di Lei l’adorazione già pone le premesse che, per Dante, l’insegna della Madonna sventoli in un cielo diverso dall’Empireo ed inferiore ad esso stesso senza che tale disegno contrasti con l’ortodossia. Per le anime sante sappiamo inoltre che il culto dovrà essere di semplice dulia e quindi di livello ancora inferiore a quello dovuto alla Madonna: infatti per esse già sappiamo che la dimora è, simbolicamente, nei cieli sottostanti al Cielo cristallino e di Maria e, a più forte ragione, sottostanti all’Empireo.
    In base ai miei accertamenti risulta intanto che nel Cielo cristallino si gloria anche sotto una particolarissima insegna, sotto una specifica angolatura liturgica non apertamente dichiarata dal Poeta ma coinvolgente pienamente anche Maria: quella della Natività. Può essere tale insegna all’altezza di celebrare anche Maria, sia pure in quanto madre di Gesù, cioè in quanto genitrice di Dio? Chi genera ha qualcosa in comune col generato? Risultando che il momento della Natività è quello in cui Maria si dimostrò madre, bisogna ritenere che tale momento sia all’insegna anche della Madonna, almeno per Dante. Se così già avremmo imboccato la giusta strada per arrivare a risolvere del problema.
    Per inciso mi sembra utile ricordare che il culto di iperdulia verso la Nostra Regina Virgo Maria sarà in Dante mirabilmente rappresentato dalla Preghiera di san Bernando di Chiaravalle alla Beata Vergine dell’ultimo canto del Paradiso (Par., XXXIII, 1-39).
    Ma qual è uno dei motivi scientifici che permette di asserire che il Cristallino sia, anche per Dante, il cielo della Madonna proprio in quanto cielo della Natività?
    Se la Natività può celebrare anche la Beata Vergine, il problema di riuscire ad attribuire al Cristallino la stessa Natività appare, meditando,i di non troppo difficile soluzione. Si legge intanto nella liturgia della santa notte di Natale, “… in splendoribus sanctorum ex utero ante Luciferum genui te”. Dunque viene ribadito che per la liturgia cristiana la Madonna, per la Natività, risulti in primo piano. Ma quali elementi oggettivi abbiamo a nostra disposizione per asserire che nel Cristallino si celebri la Natività?
    Dante riferisce che nel Cielo cristallino sono presenti i nove cori angelici che sbernano “Osanna”, o “osannano”, “di coro in coro”, (Par. XXVIII, 94; XXVI,II, 118), intorno ad un punto fisso luminoso (il simbolo di Gesù Bambino appena nato?), cioè raggiante “lume / acuto sì, che ‘l viso ch’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume (Cristo quale “Lumen ad revelationem Gentium”, o “Jesu Christe, lux vera” della festa della Candelora, dei ceri, cadente il 2 Febbraio e giorno in cui Beatrice, in base alle mio scoperte [Par., XXVIII, 16-18], apparve a Dante]) ”. Tale indicazione lascia intanto ragionevolmente concludere che questo osannare si riferisca proprio al
    “GLORIA IN EXCELSIS DEO ET IN TERRA PAX HOMINIBUS”
    della notte della NATIVITA’. Ma se così già avremo fatto un notevole passo in avanti a conferma della nostra tesi. Se così, avremmo identificato anche quale insegna sventoli nel cielo in cui Beatrice è andata a gloriare ( Vita Nuova, XXVIII, 1): il Presepe, la Capannuccia.
    Esiste forse nella liturgia cristiana in generale, rispetto al “gloriare”, un momento maggiormente qualificante e poetico di quello di quando gli angeli cantarono, nella notte santa della Natività, “Gloria in excelsis deo …”? No. Di conseguenza quando Dante in questo cielo fa riferimento al gloriare dei nove cori angelici, la nostra mente non potrà che ricondursi al 25 Dicembre, e questo il Poeta lo sa bene e ne tiene conto strategicamente integrando tale data anche con altri elementi rafforzativi.
    Perché l’esegesi tradizionale non abbia mai ipotizzato che nel Cristallino si celebri la Natività è imputabile al fatto che i Dantisti non conoscono sufficientemente le scienze medievali di più alto rango ed in particolare la scienza astrologica e la scienza teologico-liturgica.
    Se, per affermazione di Dante, Beatrice è andata a “gloriare” in cielo sotto l’insegna della Madonna (Vita Nuova, XXVIII, 1), e non sappiamo altro, e non sappiamo dove;
    se poi si legge che nel cielo Cristallino si “gloria” cantando il famoso “Gloria in excelsis deo …” (Par., XXVIII ), la conclusione logica sarà che il cielo in cui Beatrice stessa è andata a gloriare sia, appunto, il Cristallino e che esso sia anche il cielo simbolico della Beata Vergine poiché il dichiarato gloriare di Beatrice esige necessariamente che avvenga alla presenza della Madonna. L’insegna di questo cielo, a cui Dante ha fatto riferimento, se da una parte potremmo dire genericamente essere il presepe, magari simile a quello voluto per la prima volta da san Francesco d’Assisi, dall’altra rileviamo che il Poeta stesso indica qualcosa di ancor più preciso che sta al suo interno, e potrebbe esserci un motivo:
    – la luce di Gesù bambino appena nato (Par., XXVIII, 13-21);
    – una eterna nevicata (Par., XXVII, 67-72; 100-102), ad indicare anche che questo è il giorno di inizio dell’Inverno ai tempi di Giulio Cesare e per l’antico Calendario giuliano, poiché l’Inverno stesso è per Dante di umore “freddo e umido” (Convivio, IV, XIII, 12- 14), diversamente che per Tolomeo che è soprattutto “freddo” (Tetrabiblos, I, X, 1), e in cui il simbolo della neve viene qui, in Dante, ad essenzializzare tutta la stagione;
    – e i nove cori angelici osannanti di cui ai vv. 94-126, c. XXVIII, del Paradiso, che poi sono la diretta conseguenza di quello che avvenne in “quel dì che fu detto AVE” (Par., XVI, 34).
    Da rilevare inoltre che la primavera sempiterna presente in Paradiso la quale “notturno Ariete non dispoglia” di cui al nostro v. 117, c. XXVIII, del Paradiso e su cui si è tanto discusso, non è affatto, come comunemente si legge, il Sole in Bilancia, né il Sole simbolicamente ed eternamente a Primavera e perciò in Ariete a seconda delle argomentazioni astronomiche, ma in base a considerazioni astrologiche questo stesso “notturno Ariete” risulta essere il Sole in Capricorno. Se il segno dell’Ariete, in cui viene collocata la Pasqua di Resurrezione, è il domicilio di Marte (Tetrabiblos, I, XVIII, 6), il Capricorno, in cui viene collocata la Pasqua della Natività, è invece l’esaltazione di Marte (Tetrabiblos, I, XX, 5). Ariete può stare qui in Dante per Marte, iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, II, IX, 3), e Marte stesso per Gesù crocifisso che versa il sangue per la redenzione dell’umanità iuxta sententiam Dantis (Par., XIV, 103 – 108). Di conseguenza l’Ariete-Marte diurno si dà all’equinozio di Primavera (Pasqua), mentre l’Ariete-Marte notturno, il nostro “notturno Ariete” di Par., XXVIII, 117, si dà al solstizio d’Inverno (Natività). Si capisce inoltre adesso, tenendo presente quello che abbiamo puntualizzato, perché Dante specifica che esso “non dispoglia” (Par., XXVIII, 117): poiché l’inverno per lui, diversamente che per Tolomeo, come ho già specificato, non è affatto freddo, ma freddo e umido, ed è proprio l’umidità contenuta simbolicamente in quella neve che lo rappresenta a far sì che l’inverno, per Dante, non “dispogli” in quanto è l’umore umido a dare inizio alla vita, anche dell’essere umano (Convivio, IV, XXIII, 7-9).
    A conferma di questa ipotesi deve essere evidenziato che nel momento in cui il Poeta sta facendo ingresso nel Cielo cristallino ha premura di ricordare che, oltre a nevicare, la situazione è proprio come quando il Sole fa ingresso, o tocca, il segno del Capricorno. Orbene toccandolo il Sole il segno del Capricorno, ai tempi di Giulio Cesare e di Cristo, esattamente il giorno 25 dicembre, anche con questa terzina egli viene ad indicare la Natività. Scrive infatti Dante:
    “Sì come di vapor gelati fiocca / in giuso l’aere nostro, quando ‘l corno / de la capra del ciel col sol si tocca …” (Par., XXVII, 67-69).
    Orbene, come avremo modo di controllare, il ricordato “Gloria in excelsis deo et in terra pax hominibus”, ovviamente con l’eliminazione del tradizionale “BONAE VOLUNTATIS” tanto caro all’Inquisizione medievale, ma anche romana e spagnola, sarà perfettamente aderente al messaggio che noi andiamo cercando e che, più avanti, porterà proprio dalla “gentile donna” (Convivio, II, II, 1). Tale ‘messaggio’ sarà aperto anche alla possibilità del divorzio coniugale. Infatti con l’eliminazione del “bonae voluntatis” dal “Gloria”, ‘eliminazione’ adesso ammessa anche dalla Chiesa, già viene abolita ogni discriminazione fra buoni e cattivi, rispetto agli effetti su tutta l’Umanità della venuta di Gesù Cristo Salvatore del Mondo. Di conseguenza anche fra chi divorzia e chi no, in nome di una più ampia libertà nell’intima speranza di fare così ampliare spontaneamente la coscienza e di far rafforzare nell’umanità stessa, conseguentemente, le prospettive di amore, e la capacità di amare.
    Entrando subito un po’ più nel merito della scienza comparabile, o somigliante, al nono cielo Cristallino e di Maria, la Filosofia pitagorica e Morale filosofia, e simboleggiata dalla “gentile donna”, si deve evidenziare che essa indica un itinerario aperto ad affrontare le passioni dell’anima nella piena libertà, senza cioè alcun freno inibitore esterno a salvaguardia preventiva di eventuali errori, se non quello, ovviamente, che potrà mettere in atto soggettivamente la coscienza della persona, la sua intenzione soggettiva in quanto retta, magari approfittando, questo sì!, dei buoni consigli di un Buon demone (Virgilio), o della Chiesa, o del proprio Angelo custode. In quest’ultimo caso potremmo intanto cominciare a pensare, rispetto a Dante, che Beatrice simboleggi proprio l’Angelo custode di Dante, anche perché essa farà tutto quello che la liturgia, nel giorno di nascita di Beatrice, Venerdì 2 ottobre 1265, e in quello della sua prima apparizione a Dante, Venerdì 2 febbraio 1274, dice che facciano gli Angeli custodi (Pur., XXX, 121 – 135).
    La qualificante spinta di Dante verso la libertà, che si fonda anche sulla necessità del tutto ortodossa che l’anima sperimenti le tentazioni, la potremo però scientificamente accertare solo dopo aver saputo risolvere, appunto, l’enigma astronomico-astrologico-esoterico-liturgico/cristiano costituito dal giorno in cui il Poeta stesso fu visto, e vide a sua volta, la “gentile donna giovane e bella molto” (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1).
    Se mi sono anticipatamente soffermato a ricordare il senso che emerge dalla risoluzione dell’enigma posto dalla “gentile donna” ancor prima di averlo matematicamente risolto, è stato anche perché mi piace agganciare subito le mie ricerche alle seguenti motivazioni autobiografiche.

    Parte Seconda

    Ricordo che fu nel dicembre del 1970 che il gentile senatore GIULIO ANDREOTTI, unendosi a monsignor Giovanni Benelli, a Fusacchia e a Gedda, si schierò a favore del Referendum abrogativo della legge n. 898 del 1/12/1970 che introduceva in Italia il divorzio. Egli prevedeva che esso non sarebbe comunque stato possibile per i matrimoni concordatari. La sua previsione si basava su considerazioni logico-giuridiche di un certo spessore, anche se poi non si verificò.
    I pensieri sul divorzio di noi ex-democristiani seguaci di EMMANUEL MOUNIER (cfr. L’avventura Cristiana e La paura del XX secolo) andavano invece in tutt’altra direzione. Erano affini a quelli di DANTE, mi immagino e dimostrerò utilizzando la liturgica del giorno in cui Dante vide, il 15 Agosto 1293 la, “GENTILE DONNA” (Convivio, II, II, 1; Vita Nuova, XXXV, 2), e incontrarono sulla loro strada anche il modo di sentire e di pensare, evangelicamente fondato e disposto a farsi valere, di monsignor ENRICO BARTOLETTI amico del professor GIORGIO LA PIRA Sindaco di Firenze, non senza conseguenze per quest’ultimo.
    Così mi scriveva il Gentile Presidente della CASA DI DANTE in Roma, Senatore GIULIO ANDREOTTI.
    Roma, 11 luglio 1996
    Caro dott. Ceri,
    ricevo l’estratto della pubblicazione trimestrale del Centro Italiano di Astrologia con il testo da Lei redatto su “Dante, Cartesio e io astrologo” e La ringrazio. Il programma delle letture del prossimo anno accademico è già stato chiuso. Vedremo con il prof. Vallone per l’altro. Con viva cordialità e rallegramenti per il Suo interessante lavoro.
    F.to Giulio Andreotti.
    OMISSIS
    (di pp. 6) ………………….

    Parte terza

    Dante, attraverso il ricorso alla nona scienza medievale, cioè alla “Filosofia pitagorica e Morale Filosofia” (Convivio, II, II, 1), arrivando a giustificare una più ampia libertà di comportamento, non esclude di potere andare incontro ad divorzio e all’approvazione dell’aborto, prima di venire incoronato re della propria anima (Pur., XXVII, 139-142).

    Ed è a questo percorso dantesco che volevo giungere per affrontarlo, questa volta, sotto il profilo rigorosamente scientifico-medievale. Tale percorso metterà in risalto il rapporto DANTE-TENTAZIONE-LIBERTA’-PECCATO e, da qui, sarà agevole anche mettere meglio a fuoco gli attuali problemi ontologico-culturali del DIVORZIO CONIUGALE e, volendo, dell’ABORTO. Sarà il passaggio dalla tentazione al peccato ad esigere la libertà. In Dante il valore assoluto non sembra essere, come per i cattolici contemporanei, la vita, ma la libertà e l’amore. Infatti per salvare la libertà e far trionfare l’amore lui sembra disposto, al limite, a spendere a far spendere la vita.
    L’avvallo di mons. Bartoletti alla discussione su questo tema e il suo personale orientamento nella direzione già da me indicata, si potrà riscontrare anche nel suo impegno personale a mandare in scena, alla IX FESTA DEL TEATRO A SAN MINIATO (Istituto del Dramma Popolare), la prima assoluta in Italia dell’opera di GRAHAM GREENE, Il potere e la gloria, con regia di LUIGI SQUARZINA. Andammo insieme a vederla il sabato 20 Agosto del 1955. La tentazione, il peccato e la libertà di scegliere, in quest’opera non mancano, mentre è presente anche un certo eroismo: quasi un po’ come in Dante, se pensiamo che il suo solitario esilio possa esserselo ‘meritato’ (Convivio, I, III, 4 – 11) per fedeltà a se stesso e alla verità, similmente che in Graham Greene.
    Per arrivare a risolvere scientificamente il problema enunciato, non potremo fare a meno di premettere subito che, nel medioevo di Dante, LE SCIENZE ERANO DIECI (Convivio, II, XIII, 1 – 2) gerarchicamente costituite, e quindi quanti erano i cieli per il Poeta stesso e per la cristianità del suo tempo, oltre che per gli astrologi ebraici in aderenza ai Dieci comandamenti. Dante riconosce poi che ciascuna scienza assomiglia, o è comparabile, ad uno cielo specifico anch’esso gerarchicamente costituito. Le scienze venivano quindi apprezzate in base al senso del cielo che finiva per giustificarne, intelligibilmente, o teologicamente, il grado. Conseguentemente, se in Dante si vorrà sapere di una determinata scienza, e per le più alte non solo per senso ma anche nel merito, si dovrà indagare sul cielo che la comprende, che le “simiglia”, fra i dieci cieli che il Poeta descrive nella Commedia. Comunque minore importanza ontologico-spirituale alle scienze dei cieli più bassi, maggiore importanza a quelle dei cieli più alti.

    Scrive infatti Dante nel Convivio ( II, XIII, 2 – 8):

    “Dico che per cielo io intendo la scienza e per cieli le scienze. … Sì come dunque di sopra narrato, li sette cieli primi a noi sono quelli de li pianeti (Luna per la Gramatica; Mercurio per la Dialettica; Venere per la Rettorica; Sole per l’Arismetrica; Marte per la Musica; Giove per la Geometria; Saturno per l’Astrologia); poi sono due cieli sopra questi, (anch’essi) mobili (l’ottavo cielo delle Stelle Fisse per la Fisica e Metafisica; e il nono cielo Cristallino per la Filosofia pitagorica e Morale Filosofia che è poi anche il cielo su cui intendo io qui cimentarmi poiché sono proprio queste due scienze, analoghe fra loro e al tempo stesso fra loro stesse gerarchizzate, che vengono simboleggiate dalla nostra “donna gentile”di Convivio, II, II, 1. Per esempio la scienza della Filosofia pitagorica sembra in Dante venire emblematicamente incarnata dall’impegno di ricerca del suo maestro VIRGILIO, mentre la Morale Filosofia dall’impegno dell’altro suo maestro che, gerarchicamente, è più elevato, SAN BERNARDO DI CHIARAVALLE) e uno sopra tutti, quieto (il decimo più grande ed ultimo cielo, l’ Empireo, per la sacra Teologia, o Divina Scienza, che per diverse ragioni corrisponde alla sacra Teologia liturgica)”.

    Fatta questa premessa, per sciogliere l’enigma posto dalla “gentile donna” dobbiamo cimentarci nel risolvere il ricordato problema del Convivio ( II, II, 1). Scrive dunque Dante quanto segue.
    “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era in quello suo cerchio (moto del pianeta sull’epiciclo, o rivoluzione sinodica: cfr. Paradiso, VIII, 1-3; VIII, 12) che la fa parere serotina e mattutina, secondo diversi tempi (Può intendersi anche che il periodo esatto in cui si alternano le fasi di Venere in rapporto col Sole, per esempio 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, su di nuovo 46°.00’.00’’ di elongazione occidentale, difficilmente potrà avvenire allo scoccare di 584 giorni esatti, cioè quanto è la media del verificarsi di tale fenomeno. Per non aver preso in seria considerazione questo fenomeno i Dantisti hanno commesso il clamoroso errore al riguardo dell’identificazione del senso da attribuire alla “gentile donna”) appresso lo trapassamento (avvenuto nella prima ora notturna liturgica del venerdì 9 giugno 1290) di quella Beatrice beata che vive in cielo con li angeli e in terra con la mia anima, quando quella gentile donna, cui feci menzione ne la fine de la Vita Nuova (XXXV, 1-2), parve primamente, accompagnata d’Amore, a li occhi miei e prese luogo alcuno ne la mia mente”.
    Scrive ancora Dante a chiarimento dell’importantissimo, determinante, ruolo della “gentile donna”:
    “… la donna di cu’io innamorai appresso lo primo amore (Beatrice) fu la bellissima e onestissima figlia de lo Imperadore de lo universo (Gesù Cristo, e perciò corrispondente, appunto, alla “gentile donna giovane e bella molto” della Vita Nuova, XXXV, 2), a la quale (il pagano) Pittagora pose nome Filosofia (Convivio, II, XV, 12), ma che nel medioevo cristiano si era affinata e rinnovata prendendo il nome di Morale Filosofia. Si capirà adesso meglio il motivo per cui Dante ritiene “Maledetti” quanti, per presunzione, non vedono nella spiritualità del mondo classico la via propedeutica alla piena comprensione del messaggio evangelico e al permanere nel tempo della sua ortodossia (Convivio, IV, V, 9).
    Anche in base alle ricordate e semplici parole del Poeta la funzione della “gentile donna” già si presenta subito di estrema importanza per Filologia e critica dantesca. Per questo sarebbe stato logico e naturale che l’appassionato ricercatore, venuto a conoscenza di tale ricordato episodio scientifico, subito si ripromettesse intimamente di analizzarlo a fondo quando avesse avuto del tempo a disposizione. Fenomeno di “ripromessa intima di analisi” che pare non ci sia però mai stato, giustificando il mio sopravvenuto scetticismo circa l’esistenza, in giro, di certe passioni.
    Dunque dobbiamo allora intanto farci la seguente domanda.
    QUANDO, da un punto di vista cronologico, quella gentile donna di cui Dante fece menzione nella fine della Vita Nuova (XXXV, 1-2) apparve primamente al Poeta accompagnata d’Amore?
    Se si tratta del simbolo di una scienza, e non ci possono essere dubbi (Convivio, II, XIII, 2; II, XV, 12; II, II, 1; II, XIV,14)!, saremmo allora in presenza di una “scienza universale dell’anima in generale”, come avrebbe potuto chiamarla EDMUND HUSSERL in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, (§ 69 e 71), mentre nella traiettoria di ricerca medievale si trattava, più concretamente, di una scienza abilitante a fare innamorare più profondamente la nostra anima della verità: e saremmo di fronte ad una forma di Mistagogia, prima pagano-classica, e poi, a più alto livello, cristiana. Si tratta forse di una scienza di cui, col tempo, il cristianesimo ha perso le tracce, da esso stesso persa lentamente di vista? Io credo che l’impegno di mons. Bartoletti fosse nella direzione di tentare di recuperarla. Per arrivare a farlo concretamente, data la situazione mentale ancora esistente e quale, lui, Profeta, credo che fosse giusto e opportuno che durante il CONCILIO VATICANO II, lui non prendesse mai la parola (cfr. VALERIO LESSI, Enrico Bartoletti Vescovo del Concilio, ed. Paoline, Milano, 2009), contrariamente a quello che invece, ancor oggi, velatamente gli si rimprovera, quasi, forse, meravigliandosene. Effettivamente, avendomi scritto, da Lucca, in data 22 settembre 1963 che, probabilmente, si sarebbe, lì, fatto sentire, se non avessi conosciuto la forza e profondità delle sue capacità intuitive, il suo potere di inquadramento culturale delle situazioni, anch’io mi sarei dovuto meravigliare.
    Ritornando al nostro problema di fondo, cioè di “QUANDO” la “gentile donna” poté essere vista per la prima volta dal Poeta, siccome lui stesso ci ha fatto sapere il giorno esatto e l’ora di “quando” Beatrice morì (Vita Nuova, XXIX, 1), cioè di quando dobbiamo iniziare a computare il tempo, appare dunque subito possibile arrivare a sapere anche “quando”, cioè in quale giorno esatto ed ora, egli vide questa “gentile donna”, poiché egli stesso ha l’accortezza di indicarci l’OROLOGIO su cui noi dobbiamo misurare il tempo trascorso. Si tratta dell’orologio formato dal moto di VENERE, e non di quello formato dal moto del SOLE. Ma con la stessa precisione con cui noi comunemente sappiamo che si muove il Sole, e per cui da un grado angolare dal Sole stesso occupato sullo Zodiaco dei segni, con minuti e secondi, noi possiamo risalire sempre al giorno e all’ora in cui il fenomeno si dette, ebbene sua propria natura e modo anche Venere ci darà la possibilità, in base al proprio moto, di risalire al giorno e all’ora in cui il fenomeno in questione si dette. Per Venere sarà da considerare il moto in funzione del rilevamento dell’elongazione, cioè della distanza variabile che il pianeta intrattiene in continuazione col Sole. E siamo qui di fronte ad un dato matematico, e spiacevole dirlo, che nei secoli non è mai stato preso in seria considerazione dagli esegeti, forse per un ‘consaputo’ negativo inibente l’indirizzo di ricerca astrologica da loro inavvertitamente appreso nella fase giovanile della loro formazione a causa di una certa cultura. Tale ‘consaputo’, in base alle mie ricerche, risalirebbe al formarsi della mentalità antiscientifica, antinaturalista e antiastrologica del primo Umanesimo degnamente rappresentata da FRANCESCO PETRARCA (Cfr. Epistole: con GIOVANNI DONDI DALL’OROLOGIO) e che è poi il primo momento della “modernità”. Per quanto attiene alla mentalità antiastrologica del primo Umanesimo questa è rimasta nei secoli per una supposta, se pur non dimostrata, convenienza religiosa che la Chiesa post-medievale ha ritenuto di vedere nell’opporsi all’Astrologia.
    I letterati dantisti, anche moderni (Cfr., p.e., GIOVANNI BUTI e RENZO BERTAGNI, Commento astronomico alla DIVINA COMMEDIA, Sandron, Firenze, 1966, pp. 221-222; GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI, Dante e l’astronomia del suo tempo, nella rivista LETTERATURA ITALIANA ANTICA diretta da Antonio Lanza, Moxedano editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 291-309), sono convinti che la scienza mai possa servire, con la sua esattezza e il suo specifico senso di oggettività, a tenere in piedi un mondo poetico, a comporre un’autentica poesia e tale atteggiamento si è rafforzato col Romanticismo ottocentesco. Tale atteggiamento sembra essere per loro tanto più vero in Dante, poiché gli avrebbe inibito la piena espressione della sua fertilissima fantasia, “il suo libero volo d’artista”. Ma le cose non stanno affatto così e, da qui, la mia rivoluzione copernicana, su base dimostrativa ed empirica, all’indirizzo del senso attribuito al medioevo nell’età moderna. I letterati dantisti, per pensarla come la pensano, forse non hanno ancora empiricamente ben controllato in cosa consistesse la sintesi teologica del sapere operata dalla mentalità medievale, cioè, in pratica, il Medioevo. Giudichi comunque il lettore dopo avermi letto.
    Orbene, siccome Venere compie teoricamente una Rivoluzione sinodica, che è poi quel moto in cui si rileva l’elongazione, in media ogni 584 giorni, gli esegeti hanno erroneamente pensato che compirà le due rivoluzioni sinodiche indicate dal Poeta in 1168 giorni: 584 + 584 = 1168. Questo numero di giorni noi lo troviamo infatti ripetuto, purtroppo, in tutti i commenti al Convivio (II, II, 1), forse proprio per la poca dimestichezza con l’Astrologia. È ipotizzabile dunque che i commentatori, nel loro commentare, non abbiano rimeditato originalmente la soluzione del problema che esponevano, tanto l’astronomia-astrologia-liturgia pareva loro distante dall’opera letteraria e, per tale ragione, forse si sono limitati a semplicemente ricopiare la sostanza della soluzione del problema da altri precedenti commentatori assai poco esperti. Risulta comunque a me che, in generale, essi hanno proceduto nella seguante maniera: aggiungendo questi 1168 giorni all’ 8- 9 giugno 1290 e così sono arrivati, erroneamente, al 21 agosto 1293 ( fosse stato il 20 agosto, festa di san Bernardo di Chiaravalle, avremmo dovuto meditare più a lungo per afferrare l’errore). Trattandosi del 21 agosto (o dei giorni successivi), di un giorno cioè che, liturgicamente e per altri motivi, ha ben poco significato, il possibile errore di calcolo, avendo presente il modo di procedere di Dante, è apparso, almeno a me, subito da dover essere messo in conto.
    Orbene, per arrivare a risolvere questo qualificantissimo enigma bisognerà invece procedere in tutt’altra maniera. Prima si dovrà controllare quale oggettiva elongazione (distanza angolare di un pianeta dal Sole) aveva Venere al momento della morte di Beatrice. Successivamente bisognerà andare a verificare quando, cioè in quale giorno, tale elongazione si ripeté esattamente per la seconda volta: e quello sarà il giorno e l’ora dell’apparizione della “gentile donna” (Convivio, II, II, 1).
    Essendo il trapassamento di Beatrice avvenuto dopo il tramonto del Sole e nella prima ora notturna, in base al nostro Tempo civile esso si dette alle
    19h.50’ circa del giorno giovedì 8 giugno 1290.
    Potrà essere scientificamente controllato che l’elongazione di Venere era, in quel momento, pari a
    14°.13’ occidentali al Sole,
    ed è questo il dato fondamentale.
    L’ampiezza dell’ora liturgica, o ineguale, o planetaria, o temporale, in quel giorno 8 giugno 1290 era di 0h.44’, e perciò la prima ora notturna indicata dal Poeta andava, dalle 19h.37’ alle 20h.21’ dello stesso giovedì 8 giugno 1290, essendo il Sole tramontato a Firenze alle 19h.37’ circa: 19h.37’ + 0h.44’ = 20h.21’. Le ricordate 19h.50’ da me stimate si collocano infatti legittimamente proprio in questo campo di 0h.44’.
    Il trapassamento, da un punto di vista liturgico, cioè per come perentoriamente Dante vuole che sia considerato, dobbiamo IMMAGINARE che sia avvenuto nella prima ora notturna del venerdì 9 giugno 1290 che andava, liturgicamente, appunto, dalle 0h.00’ alle 0h.44’. Nei due computi l’istante è comunque sempre il medesimo, e perciò l’elongazione di Venere sempre la stessa, di 14°.13’ occidentali. Siamo qui di fronte a due differenti ‘linguaggi’.
    Il linguaggio liturgico è in analogia alla Bibbia che dice che quando Dio mosse il cielo, “prima fu sera e poi fu mattina” (Genesi, I, 5). E questa è la ragione per cui il tempo religioso inizia a decorrere dal tramonto del Sole, ed anche “secondo l’usanza d’Arabia” (Vita Nuova, XXIX, 1), e non quindi dal medioevale sorgere del Sole. Si tratta di un fenomeno di bidatazione a cui Dante ricorrerà in diverse occasioni e, in modo eclatante, per datare la Commedia fin dalla notte della selva selvaggia ed aspra e forte del peccato che lui passò con tanta pièta poiché, pur corrispondendo questo momento, civilmente, al venerdì 24 marzo 1301 del nostro computo storico, liturgicamente già corrispondeva alla festa dell’Annunciazione a Maria del sabato 25 marzo 1301, inizio dell’anno a Firenze. Deve essere ricordato anche che, in base all’Antico Calendario Fiorentino non ricordato nemmeno dai MANUALI ma adottato da Dante (cfr. chiusura della Quaestio de aqua et de terra,) e anche da IACOPO DELLA LANA (1290 -1365) nel suo commento in volgare alla Divina Commedia, questo sabato 25 marzo 1301 corrispondeva anche al fiorentino sabato 25 marzo 1300, anno che a Firenze apriva il XIV secolo.
    Fatti i calcoli per il momento cronologico della morte di Beatrice, che per comodità di calcolo abbiamo detto corrispondere alle 19h.50’ circa del giovedì 8 giugno 1290 del nostro tempo civile legale in cui VENERE aveva 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, continuando nei calcoli richiesti da Dante possiamo a ragion veduta affermare che Venere arrivò nuovamente ad avere per la seconda volta, come richiesto da Dante, 14°.13’ di elongazione occidentale al Sole, subito dopo calato il Sole sul
    Sabato 15 Agosto 1293.
    E fu questo il momento in cui Dante vide la “gentile donna giovane e bella molto” simboleggiante la Filosofia pitagorica e la Morale Filosofia comparabili al nono Cielo cristallino e di Maria (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Ma il 15 Agosto, non per caso sarà anche proprio l’importante e qualificantissima festa medievale di
    SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO,
    che è poi anche quel simbolo liturgico della Beata Vergine, seguendo le mie scoperte, a cui il Poeta fa rivolgere la famosa Orazione a san Bernardo (Par., XXXIII, 1 – 39).
    Calato il Sole sul sabato 15 agosto 1293 siamo però, anche in questo caso dall’ “apparizione della gentile donna”, analogamente al caso della “morte di Beatrice”, liturgicamente già per la festa del giorno dopo, di san Giacinto. Io ritengo comunque che le due feste, di santa Maria Assunta e di san Giacinto, vadano però per senso considerate insieme.
    Riferisco adesso, riepilogando e ad ulteriore chiarimento, degli accertamenti matematici a cui ho dovuto procedere in pratica per arrivare a fare queste mie asserzioni. Mi si perdoneranno le ripetizioni anche pensando che si tratta di una questione secolare mai risolta prima.

    A) MORTE DI BEATRICE.

    Beatrice morì a Firenze il giorno giovedì 8 giugno 1290 alle 19h.50’ circa (Vita Nuova, XXIX, 1). Siccome il Sole era tramontato alle 19h.37’, “questa angiola” morì dopo il tramonto del Sole e perciò, liturgicamente, il venerdì 9 giugno 1290. In quel momento Venere, che Dante prenderà come punto di riferimento per strutturare il suo enigma (Convivio, II, II, 1), si trovava a 10°.21’ nel segno dei Gemelli, col Sole a 24°.34’ nel segno dei Gemelli e il Discendente (orizzonte occidentale) a 27°.27’ sempre nel segno dei Gemelli. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza occidentale di Venere dal Sole) pari a
    14°.13’, poiché 24°.34’ – 10°.21’ = 14°.13’. Essendo il Sole a 24°.34’ in Gemelli e l’orizzonte occidentale (Discendente) a 27°.27’, il Sole era già sotto l’orizzonte di circa tre gradi. Dopo varie considerazioni ho ritenuto di apprezzare il fenomeno per questo esatto momento. Sono comunque questi 14°.13’ di elongazione occidentale di Venere che Dante vuole che l’esegeta riesca a mettere a fuoco.

    B) APPARIZIONE DELLA “GENTILE DONNA GIOVANE E BELLA MOLTO” (VITA NUOVA, XXXV, 2; CONVIVIO, II, II, 1).

    Provando e riprovando alla fine si potrà constatare oggettivamente, cioè scientificamente, che Venere ritornò ad avere, come pretende perentoriamente Dante, la medesima elongazione occidentale di quando Beatrice morì, e cioè i ricordati 14°.13’ occidentali, il giorno sabato 15 agosto 1293 alle 19h.00’ circa. In questo momento Venere si trovava a 15°.42’ nel segno del Leone, col Sole a 29°.55’ nel segno del Leone e con il Discendente (orizzonte occidentale) a 05°.32’ nel segno della Vergine. Dunque elongazione occidentale di Venere (distanza di Venere dal Sole) di nuovo pari a

    14°.13’ occidentali circa,

    come Dante esige nel Convivio (II, II, 1) che l’esegeta sia in grado di ritrovare. Il corretto procedimento è infatti: 29°.55’ del Sole in Leone – (meno) 15°.42’ di Venere in Leone = 14°.13’ occidentali di Venere rispetto al Sole.
    Siccome la “gentile donna” per venire identificata da questi 14°.13’ occidentali deve essere necessariamente apparsa alle 19h.00’ circa del 15 agosto 1293, e siccome il Sole era tramontato alle 18h.47’, ebbene, come ho già precedentemente ricordato commentando il fenomeno, possiamo scientificamente adesso affermare che anche la “gentile donna” stessa apparve a Dante, liturgicamente, appunto la DOMENICA 16 AGOSTO 1293, FESTA DI SAN GIACINTO poiché apparsa dopo il tramonto del Sole sul 15 agosto 1293.
    Nel giorno della morte di Beatrice (Tempo civile dell’ 8/6/1290 alle 19h.50’ col Sole già tramontato) e in quello dell’apparizione della gentile donna (Tempo civile del 15/08/1293 alle 19h.00’ col Sole già tramontato) Venere era in fase montante e nobile, umida e calda, feconda e attiva iuxta sententiam Ptholemaei (Tetrabiblos, I, V, 1), e anche assai prossima alla sua Congiunzione superiore col Sole. Per tale ragione camminava, in elongazione occidentale in diminuzione, molto rapidamente e quindi percorrendo circa 16’ al giorno in diminuzione. È questa alta velocità del pianeta che permette di essere certi nell’indicare l’ora di questi due giorni, se non fossero sufficienti altri elementi, e Dante lo sa bene.
    Per la festa di SAN GIACINTO DEL 16 AGOSTO 1293, a chiarimento di quello che sta accadendo ontologicamente al Poeta, nonché a conforto della nostra tesi sul bisogno della libertà di fronte alla tentazione così recita, lo ripeto, la liturgia.
    “Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
    Recita Virgilio, analogamente alla liturgia di san Giacinto, mentre si rivolge a Dante che sta per incoronare in cima alla montagna del Purgatorio, dopo che lo stesso Poeta ha attraversato, appunto, tutte le tentazioni dell’Inferno e le prove del Purgatorio:
    “Non aspettar mio dir più né mio cenno: / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio” (Pur., XXVII, 139-145). Sarà per caso?
    Per notizia e controllo riferisco qui di seguito quello che costantemente riportano gli esegeti riguardo alle commentate due rivoluzioni di Venere di cui al Convivio, II, II, 1, “Cominciando dunque, dico che la stella di Venere due fiate rivolta era …”.
    Si legge per esempio.
    A) “Il pianeta sembra oscillare , a oriente, o ad occidente del Sole, impiegando a rivenire allo stesso punto in media 584 giorni … e le “”due fiate””, o giri, importano dunque il doppio tempo, cioè 584 x 2 = 1168 giorni”. (DANTE ALIGHIERI, Il Convivio, commentato da G. BUSNELLI E G. VANDELLI, volume I, Firenze, Le Monnier, 1953, p. 103), per cui gli esegeti arrivano al 21 agosto 1293.
    B) “Il movimento di Venere nel proprio epiciclo dura in media, 584 giorni … Pertanto le due rivoluzioni che si sono svolte tra la morte di Beatrice, l’8 giugno 1290, e l’apparire della ”donna gentile” corrisponderebbero a 1168 giorni. Beatrice morì la sera dell’8 giugno 1290 e poiché erano trascorsi 1168 giorni, l’apparizione della ““donna gentile”” avrebbe avuto luogo solo dopo il 21 agosto 1293, come ritengono generalmente i commentatori (e cioè): M. BARBI, F. ANGELITTI, F. TORRACA, B. NARDI, E. POULLE, FOSTER-BOYDE” (DANTE ALIGHIERI, Opere Minori, Tomo I, Parte II, a cura di CESARE VASOLI e DOMENICO DE ROBERTIS: Convivio, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 1988, p. 120).
    C) La stessa spiegazione fornita da tutti questi citati commentatori è presente anche nel volume La Vita Nuova di Dante Alighieri con il commento di TOMMASO CASINI (G.C. Sansoni, Firenze, 1951, p.121) e ribadita anche nella seconda edizione di Felice Le Monnier a cura di ANTONIO ENZO QUAGLIO (Firenze, Le Monnier, 1964, p.104).
    Deve essere messo in evidenza che tutti i commentatori indicano come “media”, e quindi per approssimazione, i 584 giorni che impiegherebbe Venere a compiere una Rivoluzione sinodica e perciò diventerebbero poi 1168 i giorni per loro da dovere aggiungere al giorno di morte di Beatrice, 8-9 giugno 1290. Ma, appunto, come “media”. Ma Dante ha autorizzato a fare una media? Si risparmia fatica, è vero, però l’autorizzazione io non l’ho trovata.
    Anche il caro e preparatissimo professore CESARE VASOLI parla di “corrisponderebbero a 1168 giorni” e non che effettivamente corrispondono. Dunque i Dantisti il sospetto che il calcolo non vada bene già ce l’hanno avuto da molto tempo, però non sono andati oltre anche perché non hanno intuito la portata esegetica della differenza. A mio giudizio creerebbe invece meno danni essere approssimati sui fatti storici dell’epoca, o insistere meno sulle diverse parole trovate nei vari manoscritti della Commedia, piuttosto che buttarsi dietro le spalle i dati scientifici inerenti le scienze medievali più grandi ed ultime, poiché in questo caso si andrebbe incontro ad un fraintendimento sostanziale del pensiero, della vita, e della cultura del Poeta e presente nel suo medioevo. Infatti mai, seguendo la spiegazione tradizionale dell’aggiunta dei 1168 giorni al giorno 8-9 giugno 1290, saremmo arrivati alla liturgia della festa di SANTA MARIA ASSUNTA IN CIELO del 15 agosto 1293 e di quella di SAN GIACINTO del giorno dopo. Ne è valsa la pena sotto il profilo di FILOLOGIA E CRITICA DANTESCA? Giudichi il lettore. Io aggiungo solo due osservazioni.
    È nella liturgia della ricorrenza di san Giacinto che leggiamo l’insegnamento del “Beatus vir, qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI): liturgia che è, per motivi ontologico-spirituali, o “fenomenologico-trsacendentali e genetici”, apertamente inneggiante alla LIBERTA’ soggettiva di decisione. La tentazione infatti si può pensare di poterla fare evitare ricorrendo alla forza coercitiva delle leggi dopo essersi appellati ad una idonea e particolare cultura. In altre parole, attraverso l’emanazione di idonee leggi, se si riesce ad emanarle, si potrà teologicamente e politicamente pensare, togliendo un po’ di libertà alla persona, di poter tenere lontano le tentazioni e i reati dalla vita quotidiana. In questo caso però verrebbe tolta alla persona stessa, seguendo la liturgia cristiana, anche una fetta di meritata beatitudine riguardante l’ampliamento della propria coscienza, poiché le verrebbe tolta a monte, o assai ridotta, la funzione che ha la tentazione, di umanizzazione dell’essere e di libero ed autentico superamento di se stesso. Infatti il libero gioco ontologico-spirituale che l’essere umano intrattiene con la Divinità corrisponde ad un dialogo in cui la tentazione, non solo può rendere l’essere umano stesso più umano poiché gli farà capire meglio cosa sia la vita, le passioni dell’anima che sono un dato molto significativo della personalità e del percorso umano ( e adesso mi viene qui in mente DOSTOEVSKIJ), ma tale esperienza alla fine potrebbe anche renderlo beato per esserne uscito vittorioso, almeno seguendo la sapienza liturgica. Pare comunque che solo a queste condizioni l’essere umano divenga compassionevole verso l’umanità, come Dante, e re della propria anima: e si tratta di un quadro strettamente evangelico. E qui c’è tutto monsignor ENRICO BARTOLETTI quale mente stimolante, non solo papa GIOVANNI MONTINI, ma anche monsignor ALBINO LUCIANI, ANTONIO POMA ed altri, almeno per quanto a me personalmente risulta. Non ho tuttavia prove scritte. Mi si dovrà credere sulla parola e per le mie argomentazioni, se risulteranno sensate e saranno convincenti.
    OMISSIS
    …………….
    Dunque Dante, dopo essersi innamorato di Beatrice e dopo che lei morì, non si innamorò affatto di un’altra donna, bensì di una scienza che lui simboleggia in una donna, la “gentile donna”, appunto. Ovviamente dopo aver passato, dopo la morte di Beatrice, alcuni anni di intervallo per aver ceduto alle tentazioni, non bisognerà dimenticarlo perché anche questo stesso intervallo fa parte della struttura simbolico-scientifica!, correndo dietro alle gonne di qualche “pargoletta”, a cui avrà certamente voluto bene (divorzio), ma “con breve uso” (Pur., XXXI, 58-60). Intenzionalmente saremmo di fronte ad una serie di divorzi all’ “americana”? Questo aspetto autobiografico di Dante sembra simile a quello del poeta e filosofo RAIMONDO LULLO (1234 – 1315) suo contemporaneo e presente a Parigi forse quando lo stesso nostro Poeta, se lui stesso ci andò (Cfr. di RAIMONDO LULLO, “Blanquerna” che si traduce con “Candore”: una specie di colore simile alla “chiarezza”, o allo “splendore”, su cui Dante insisterà molto e che sembrerebbe anch’esso la conseguenza dell’esercizio di una scienza. Quella nel nono cielo Cristallino chiamata Morale Filosofia e derivante, per intensificazione di senso, dalla Filosofia di Pittagora).
    Scrive il teologo CHARLES JOURNET, che io qui riporto un’altra volta al fine di chiarire l’incidenza che aveva avuto nel medioevo la festa di Sante Maria Assunta:
    “La festa dell’Addormentamento della Vergine (Assunzione di Maria al cielo) compare dapprima in Oriente, probabilmente a Gerusalemme intorno all’anno 530. Verso il 620, GIOVANNI DI TESSALONICA dice che qui è celebrata quasi ovunque. L’incoronazione della Vergine di Senlis (XII secolo) è la più antica che vi sia in Francia. L’Assunzione corporale della Vergine è ben viva nella Chiesa orientale e celebrata in testi seducenti. San Germano, patriarca di Costantinopoli ( † 733) canta: Il tuo corpo verginale, tutto santo, tutto casto, tutt’intero abitacolo di Dio, non conoscerà il disfacimento …” (CHARLES JOURNET L’Assunzione della Vergine, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1953, pp.35 – 39).
    Il senso ontologico-spirituale della festa di Santa Maria Assunta del 15 agosto (Tempo civile), come ricordano anche le Litanie Lauretane indirizzate alla Santa Vergine, già richiama e conferma le parole della liturgia del 16 agosto (Tempo liturgico) festa di san Giacinto, “Beatus vir qui suffert tentationem, quoniam cum probatus fuerit, accipiet coronam vitae” (Die xvi Augusti, IN FESTO S. HYACINTHI).
    Le Litanie Lauretane si aprono infatti con “Sancta Dei Genitrix”, ora pro nobis”, in cui, seguendo il Tetrabiblos (II, III, 3) è possibile notare anche una analogia fra Venere-Beatrice e Maria quale madre di Gesù Cristo. Scrive Tolomeo: “Ciò spiega il culto generalmente diffuso di Venere invocata come Madre degli Dei con svariati epiteti locali” (Tetrabiblos, II, III, 38). Di fronte a questa realtà non dobbiamo inalberarci, si tratta della nostra civiltà occidentale ben legata insieme e che Dante mira a salvare nel suo complesso anche quando “maledice” chi non si comporta in tale modo (Convivio, IV, V, 9). Le litanie della Madonna, che poggiano sulla festa di Santa Maria Assunta, recitano poi: “Mater divinae gratiae, Mater castissima, Mater boni consilii, Sedes sapiantiae, Causa nostre laetiziae, Janua coeli, Stella matutina, Refugium peccatorum …”: tutte peculiarità della ricerca spirituale di Dante e già riassunte, non per caso, dalla famosa preghiera di SAN BERNARDO alla Vergine (Par., XXXIII) e in parte incluse per senso, appunto, nella liturgia della festa di san Giacinto del 16 agosto 1293. La festa di Santa Maria Assunta in cielo, simbolicamente nel nono cielo Cristallino, quella di san Giacinto, e l’orazione di san Bernardo alla Vergine, sembrano avere perciò il compito di agevolare l’esegeta a capire i contenuti della Filosofia pitagorica e Morale Filosofia in cui è presente un inderogabile bisogno di libertà di comportamento.
    L’interpretazione del pensiero di Dante che emerge da questa analisi astrologico-scientifico-liturgica risulta intanto più vicina al Vangelo e alla linea indicata da Mons. ENRICO BARTOLETTI sulla scia del CONCILIO VATICANO II, che non alla Teologia razionalista (dogmatica e morale), di cui si avvalevano e si avvalsero i tribunali l’Inquisizione, ma di cui alcuni cristiani di oggi vorrebbero si avvalesse lo Stato moderno con le sue leggi.
    DATE DA ME SCOPERTE.

    1 – sabato 25/03/1301, giorno di inizio a Firenze del XIV secolo e inizio del viaggio della Commedia. Perché a Firenze il 25 marzo 1301 del nostro computo storico si apriva il XIV secolo? Per accertarlo basta prendere per buona l’informazione fornita da Dante in chiusura della QUAESTIO DE ACQUA ET DE TERRA secondo la quale Cristo, da un punto di vista culturale e calendariale, sarebbe nato di domenica come, sempre di domenica è poi anche risorto. In tal caso il giorno di Nascita corrisponderebbe alla domenica 25 dicembre del 1° anno dopo Cristo del nostro computo storico, quello dell’Incarnazione al venerdì 25 marzo del 1° dopo Cristo, e quello in base all’inizio dell’anno seguendo il Calendario comune, cioè il Calendario giuliano, al sabato 1° gennaio del 1° anno dopo Cristo. In questo caso Cristo il due gennaio avrebbe avuto solo un giorno di età e il 1° febbraio del 1° dopo Cristo solo un mese di età poiché, anche se il computo in base ai numeri romani con comprendeva lo zero, pur tuttavia essi conoscevano i sottomultipli dell’anno e non indicavano l’uno senza prima averli esauriti tutti: secondi, minuti, ore, giorni e mesi. Io credo che sia venuto il momento in cui il Manuale di ADRIANO CAPPELLI, Cronologia, Cronografia e Calendario perpetuo, arrivi ad indicare anche questo Calendario stile antico fiorentino di cui riferisce Dante e che porrebbe fine a tante questioni filologiche e di datazioni storiche in cui esiste una differenza di un intero anno. Anzi bisognerebbe prendere per norma, che nei secoli fino alla metà del XIV secolo, quando i dati non tornano e la differenza è di un solo anno, non si tratta di un errore, come fino ad oggi si è supposto, ma che siamo di fronte ad un computo calendariale a noi sconosciuto. Ammessa questa verità si potrà calcolare e capire perché il XIV secolo a Firenze iniziava nel 1301 e più precisamente il sabato 25 marzo 1301, perché per loro corrispondeva al sabato 25 marzo 1300. Ed è in questo giorno liturgico, dopo calato il Sole sul venerdì 24 marzo 1301, che può iniziare il viaggio della Commedia.
    2 – venerdì santo 31/03/1301 fine del viaggio della Commedia;
    3 – martedì 2/6/1265, giorno di nascita di Dante personaggio (Par., XXII, 110 – 117);
    4 – venerdì 2/10/1265, giorno nascita di Beatrice personaggio (Vita Nuova, II, 1-2);
    5 – venerdì 2/02/1274, Beatrice appare a Dante per la prima (Vita Nuova, II, 1-2);
    6 – venerdì 26/12/1264, giorno di concepimento di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 2);
    7 – venerdì 9/06/1290, giorno liturgico di morte di Beatrice (Vita Nuova, XXIX, 1);
    8 – martedì 2/02/1283, Dante fu salutato per la prima volta da Beatrice (Vita Nuova, III, 1-2);
    9 -martedì 14/09/1322 (1321, e va bene, però stile antico fiorentino!), giorno per me esclusivamente simbolico-liturgico, di morte di Dante personaggio, e quindi non reale (GIOVANNI BOCCACCIO, Vite di Dante, Prima redazione, 86; oscar Mondadori, Milano, 2002, p. 24 e nota n. 379 a p. 134);
    10 – sabato-domenica 15-16/08/1293, giorno in cui Dante vide, e fu visto, appunto e come ho già abbondantemente riferito, dalla “gentile donna giovane e bella molto” (Vita Nuova, XXXV, 2) “figlia de lo Imperadore de lo universo”, Gesù Cristo (Convivio, II, XV, 12; II, II, 1).

    Tutte le feste liturgiche celebrate in questi giorni sono inoltre in relazione, tanto alla Commedia, che alla Vita Nuova, che al Convivio, come, appunto, la data del 15-16 agosto 1293. Da notare che i giorni che riguardano Beatrice cadono tutti di VENERDÌ e quelli di Dante di MARTEDÌ per l’analogia simbolica fra Venere (Lei) e Marte (Lui).

    Se seguire le mie ricerche e scoperte può essere apparso difficile e faticoso, si pensi però a quanta fatica ha dovuto durare e quali difficoltà ha dovuto superare chi le ha dovute fare. Spero perciò in un intervento critico, nel merito, da parte di un qualche membro della gentile DANTE SOCIETY OF AMERICA, della DEUTSCHE DANTE-GESELLSCHAFT, della SOCIETA’ DANTESCA ITALIANA, dell’ ACCADEMIA DEI LINCEI di Roma, della BIBLIOTECA CLASSENSE di Ravenna, della CASA DI DANTE IN ABRUZZO, del CENTRO NAZIONALE DELLE RICERCHE, C.R.N., di Roma, o di THE NOBEL FOUNDATION, LITERATURE of Stockholm, o anche di PATRICK BOYDE Serena Professor of Italin Language and Literature in the UNIVERSITY OF CAMBRIDGE di cui conservo ancor oggi la sua lunga lettera datata 13 luglio 1994, e di GRAZIELLA FEDERICI VESCOVINI che più volte mi ha citato nel suo articolo intitolato Dante e l’astronomia del suo tempo, apparso sulla rivista internazionale ‘LETTERATURA ITALIANA ANTICA’ diretta da ANTONIO LANZA (Moxedano Editrice, Roma, anno III, 2002, pp. 292 e 300).
    Riallacciandomi alla citata lettera inviatami dal senatore Giulio Andreotti in data 11 luglio 1996, se poi egli stesso, sentito il Professor Aldo Vallone, mi avesse invitato a parlare alla CASA DI DANTE IN ROMA per commentare il 15-16 Agosto 1293 (Convivio, II, II, 1), avrei potuto ricollegarmi alla felice presa di posizione di mons. Bartoletti a favore del mantenimento della legge 1/12/1970 n. 898 sul divorzio partendo, più in generale, dalla fertilità spirituale del mantenimento della libertà di scelta tanto difesa da Dante.
    TUTTI I PREMI LETTERARI NAZIONALI ED INTERNAZIONALI CHE VERRANNO A CONOSCENZA DI QUESTO MIO LAVORO SONO AUTORIZZATI A PREMIARLO.
    Cordialmente salutando,
    Firenze, Venerdì 25 dicembre 2009, festa simbolica della Natività di Gesù Cristo.
    F.to Giovangualberto Ceri
    GIOVANGUALBERTO CERI
    Via F. Turati, 30 – 50136 – Firenze – Italia.
    Tel. 055 – 650.55.37 – Cell. 333.396.1191

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  5. Da Giorgio Bárberi Squarotti ricevo il seguente commento, datato 24 gennaio 2010, al mio lavoro:
    “Il tema del DIVORZIO fra: GIULIO ANDREOTTI, Mons. E. BARTOLETTI, G. LA PIRA e DANTE utilizzando i consigli assolutamente inediti della “GENTILE DONNA” vista da Dante il 15 Agosto 1293 festa di Santa Maria Assunta in Cielo (DANTE,Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12)”.
    L’Invio era avvenuto il 25 dicembre 2009, festa della Natività di N.S.G.
    Torino, 24 gennaio 2010
    Caro Ceri,
    i suoi interventi danteschi sono sempre preziosissimi per tanta dottrina: chiariscono aspetti di cui spesso non si parla o che (peggio) sono interpretati in modo erroneo.
    Grazie, di cuore. Paticolarmente significativo è il discorso su Catone e Marzia e il divorzio. Con i più vivi saluti.
    F.to Giorgio Bárberi Squarotti.

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  6. Gentilissima Signora DORIANA GORACCI,
    sono così stanco per il troppo lavoro e tormento su Dante e sul suo Medioevo che non posso che prendere sul serio il suo intervento, datato 11 febbraio 2010, in cui Lei mi consiglia, così mi è sembrato, di imparare ad amare. Fosse facile! Intanto beata Lei che c’è riuscita.
    Per l’esattezza così leggo nel BLOG del ‘Corriere della Sera’ – “2 GIUGNO FESTA DELLA REPUBBLICA – MESSAGGIO DEL CAPO DELLO STATO GIORGIO NAPOLETANO”, mentre lei così a me si rivolge:
    “Doriana Goracci 11 febbraio 2010 alle 01:22
    “Io spero che qualcuno lassù o quaggiù, le risolva questi tormenti e le dedico una bella canzone Il Paradiso, la cantava Patti Pravo quando ero ragazza. Lei lo è mai stato giovane, innamorato anche di certe stelline, lucciole che si trovano quaggiù sulla terra? ….”
    Bellino, bellino!!! Innamorevole. Mi tormento, sì, è vero!, poiché ho scoperto cose su cui nessuno mi dà ragione e nemmeno mi ascolta. Più precisamente, riguardo a quello che lei conosce di me: che DANTE PERSONAGGIO è nato il martedì 2 Giugno 1265 (Par., XXII, 110-118), e per me si tratta della nascita di un amante; e che la “gentile donna giovane e bella molto” che insegna, guarda caso, proprio come DORIANA GORACCI ad amare, fu vista dal Poeta stesso il sabato 15 Agosto 1293 (Vita Nuova, XXXV, 2; Convivio, II, II, 1; II, XV, 12). Anche lei sarà dell’opinione che non vale la pena impazzire, o tormentarsi per due date: e invece io ritengo che, afferatane l’articolazione medievale, possano contribuire a cambiare in meglio la nostra cultura. Lei lo fa con quello che è, io con quello che vorrei essere: ma l’intento è il medesimo.
    La invidio del fatto che da ragazza abbia potuto in qualche modo conoscere PATTI PRAVO potendo così imparare meglio a vivere veramente. Nel mio dolore e tormento io mi sono invece spesso passivamente rifugiato in DMITRY SHOSTAKOVICH quasi rendendomi sterile. Quand’io mi volto indietro mi dico che, probabilmente, non ho mai vissuto: pienamente di sicuro! Dunque la invidio!
    Lei sembra aver subito intuito anche che quand’ero giovane io non avrei potuto che volermi fare prete: ed è vero! Questo avvalora la sua intuizione che io, forse, non sarei stato mai innamorato in vita mia di una stellina, se pur piccola, o di una lucciola, e nemmeno da mettere sotto il bicchiere. Non so però se a un uomo che si trovasse in questa mia miserabile condizione fosse giusto che qualcuno semplicemente glielo rinfacciasse, senza cioè, almeno sommariamente, dirgli come fare ad uscirne. Perché lei l’ha fatto! Perché finalmente mi dessi una scrollata. Ma io sono nato il 26 febbraio 1937 ed ho perfino portato la divisa fascista di “Figlio della lupa”. Ma, è vero, non è mai troppo tardi.
    L’ho capito anch’io, se pur non per mia diretta esperienza personale (glielo concedo!): gli amori spesso sono brevi, se pur utili e piacevoli, e io ho dedicato anzi buona parte della mia Tesi di laura in Filosofia, sul trattato di Fenomenologia genetica del mio maestro ed amico, il Filosofo e romanziere RAYMOND ABELLIO, a spiegare come anche tutti i rapporti amorosi vadano soggetti al SECONDO PRINCIPIO DELLA TERMODINAMICA, o di CARNOT-CLAUSIUS, e cioè all’aumento dell’entropia in seguito alla ripetizione dello stesso rapporto. Si parte con l’entropia verso il minimo, i primi giorni dell’incontro, e poi più o meno lentamente si procede verso il massimo di entropia, in cui la nostra coscienza, per continuare a lavorare con entusiasmo verso la vita e profitto suo proprio di ampliamento, richiederebbe una rottura, un cambiamento del rapporto, cioè la fine del vecchio. Sono Cristiano ma a me che esista la libertà di divorziare mi rende assai più felice, non chiuso in una gabbia, per quanto non trovi mai la chiave per uscirne. Essa comunque c’è, basta migliorare il fiuto. Potrebbe essere sotto il tappeto. Scrissi nella mia tesi, anche teorizzandolo, che se ROMEO E GIULIETTA di SHAKESPEARE avessero potuto vivere insieme tutta la loro vita, ebbene nonostante che fossero loro, alla fine sarebbe stato sempre ipotizzabile che l’entropia potesse notevolmente aumentata fino a portare il loro rapporto verso una crisi, o poco lavoro da fare insieme, e questo sicuramente almeno sotto il profilo del magnetismo sessuale, che è poi la base dell’opera.
    Quando portai a leggere una copia di questa mia tesi di laurea a Padre ERNESTO BALDUCCI del Centro Studi Badia Fiesolana, egli, dopo essersi disdetto amaramente di non aver scoperto lui per primo un Autore così profondo, come per indole ara sua abitudine, e si tratta di RAYMOND ABELLIO, rimase entusiasta proprio della spiegazione dell’aumento dell’entropia nel rapporto amoroso. Con la sua lunga lettera, datata 2 Novembre 1985 e da me già da tempo pubblicata, così mi rispondeva: “Caro Ceri, … In particolare mi ha interessato la categoria dell’entropia usata per spiegare il deterioramento dei rapporti intersoggettivi. Uno spiraglio che mi sarà di sicuro utilissimo per mettere ordine in tante mie esperienze…” F.to Ernesto Balducci”. Ma prima che un rapporto intersoggettivo si deteriori andrà, a monte, prima iniziato. Ed è quello che lei a me sembra rimproverare. Forse a ragione.
    Per notizia, siccome il metro dell’aumento dell’entropia in un rapporto amoroso sembra interessarle, le rammento che era stato un altro mio amico, il Prof. Dr. Ing. WILHELM FUCKS, ad originalmente spiegare la possibile estensione alle scienze umane del secondo principio della Termodinamica, compresa l’esperienza amorosa moderna di cui si occupa anche la poesia contemporanea. WILHELM FUCKS, che dopo la guerra e dopo essere riuscito a “fregare” ADOLF HITLER nella battaglia aerea d’Inghilterra (1939-1940), per essere riuscito a risolvere, nell’Hangar di Aachen (?), solo teoricamente la turbolenza degli aerei MESSERSCHMITT Bf 109E che andavano a bombardare l’Inghilterra (turbolenza che ne riduceva drasticamente l’autonomia facendo perdere ai Tedeschi la battaglia e fors’anche la guerra), si era poi impegnato ad applicare il secondo principio della termodinamica di Carnot-Clausius alle Scienze Umane, riuscendovi con grande interesse internazionale. Certamente perché anche lui stufo, per l’aumento dell’entropia, di insegnare fisica teorica (Cfr. lettera inviatami da Fucks il 21 luglio 1985 – D5000 Köln 41, Klosterstrasse 63, Repubblica Federale di Germania – e già da me pubblicata). Parlando più volte a Firenze, al “Caffè Gilli”, con FUCKS, o con Willy come lui amava da me essere chiamato, era anche lui della convinzione che una stellina, o una lucciola, nel senso da lei attribuitole, forse potesse valere tutta la sua scienza, tutti i suoi più di novanta brevetti scientifici. Certamente, così mi disse, non la perdita della Battaglia d’Inghilterra, poiché se l’avessimo vinta noi, con molte probabilità non saremmo oggi qui da Gilli a discutere sull’incidenza dell’esperienza amorosa nell’entusiasmo per la vita. E perché quella tale stellina, o lucciola, da lei ricordata come erostrata, non dovrebbe valere anche tutta la mia scienza dantesca? Ma se le dicessi di sì, come potrei dopo avere la lucciola? Comunque io paragono l’importanza per l’umanità delle mie scoperte nel loro complesso, pari alla vittoria degli Inglesi nella Battaglia d’Inghilterra. Bella botta!!!
    Alla stessa età in cui lei ragazza viveva, cresceva e felicemente amava all’ombra di PATTI PRAVO, io, purtroppo, dopo aver rinunciato ad entrare nel Seminario Arcivescovile, mi feci fascinare da JEAN PAUL SARTRE fondando con entusiasmo insieme a lui e ai direttori Claudio Popovich e Piero Favini, che erano reduci da Parigi, la rivista “IL MALINTESO” – periodico di discussione – Estate 1962 – (Registrazione al Tribunale di Firenze, decreto n. 1471 del 16 Maggio 1962 – Tipografia G. Cencetti, s.a.s. Firenze, Via L. da Vinci, 7). Lo confesso, non lo feci per amore di un ideale, o per imbroccare una stellina, o una lucciola, tant’ero disperato per non riuscirci. Lo feci invece per calcolo, per ambizione politica, per avere, col tempo che ci veniva favorevolmente incontro, una qualche carica politica nella Pubblica Amministrazione. Attaccai poi, quando arrivò il sessantotto e per quanto mi fu possibile, ai sessantottini stessi e fin’anche a quelli del settantasei, questa mia egoistica ambizione personale inconfessabilmente aperta anche alle tangenti e al carrierismo universitario: cioè l’attaccai ai dirigenti, a vario livello, dei movimenti extraparlamentari, questa mia nascosta intenzione e, in questo intento credo, riuscendoci almeno un pochettino.
    Ma torniamo a noi. Sartre apriva la rivista “IL MALINTESO” (Estate 1962) con l’articolo intitolato “La violenza”. Riassumendo egli diceva che fra noi e la borghesia il malinteso deve essere abolito. La contraddizione degli interessi fra capitale e lavoro non deve essere resa sopportabile con la scusante di un temporaneo malinteso fra le parti: anche perché questo atteggiamento temporeggiante era già risultato storicamente perdente, infruttuoso, poco furbo. La contraddizione era strutturale e andava combattuta con una qualche forma di lotta di classe. Ed è così che contribuimmo a far nascere, almeno dal mio punto di vista, il sessantotto. Per la infinitesimale parte a cui anch’io ho contribuito non me ne pento. Certo alcuni ex-compagni poi mi dissero, negli anni ottanta, che io ero stato lì con loro a “soffiargli il naso”. Ma non credo affatto di essermi trovato nella condizione di averglielo potuto soffiare a lei, tanto lei mi insegna… Sartre infine così concludeva l’articolo: “Gli Algerini combattono in condizioni disastrose, vengono loro uccisi mogli e bambini, se sono presi torturati a morte, e il milione di morti, su nove milioni di abitanti, li ha talmente disgustati della vita che non hanno più voglia di vivere, ma solamente di vincere, e considerano sfortuna di non essere uccisi (forse anche il senatore GIULIO ANDREOTTI, che certamente non le rimarrà simpatico, oggi ne capirebbe la ragione.) I mussulmani sono gelosissimi delle loro donne, le velano, e quando qualcuno le ha toccate le ripudiano, anche se esse non ne hanno nessuna colpa. Oggi, nei villaggi, i francesi violano molte donne: accade spesso però che un combattente mussulmano consideri doveroso sposare una donna violata dai francesi. La violenza non è bella in sé, ma è necessaria come reazione ad una violenza di oppressione. L’oppressione non è solamente sfruttamento, ma distruzione. Allora, la violenza di reazione, è di conseguenza umana, è nel senso della salvezza umana” F.to JEAN PAUL SARTRE.
    Così noi demmo il via al sessantotto, e forse non so se c’è oggi qualcosa di cui pentirsi. Io intervenivo nella rivista da cristiano, a pp. 28-29, con l’articolo “Valore del rischio” scrivendo che è dunque l’ora di finirla con la TEOLOGIA razionalista scritta. Bisognava che i CRISTIANI iniziassero a combattere la DEMAGOGIA presente nella DEMOCRAZIA e, al fine di eliminare la demagogia stessa, finissero per accettare il rischio quand’esso fosse servito a realizzare maggiormente l’uomo, la sua completezza. Se Sartre aveva dato la colpa dalla situazione alla coltivazione di un perenne malinteso, io la davo a quella di una costante demagogia, risultando del resto la coltivazione di un perenne malinteso al fine di sfruttare meglio il proletariato, una forma concreta di demagogia. Quindi io e lui ci capivamo. Infine concludevo scrivendo: “la pace presuppone la verità la quale non può attuarsi che col rischio” F.to GIOVANGUALBERTO CERI.
    Le confesso, gentilissima DORIANA GORACCI, che ora che ho più di settantanni, la mia vita mi sembra quasi sprecata. Anche se non mi spingo fino a dire di invidiare, o ammirare, il suo ordine di esperienze, sono tuttavia convinto che se i suoi consigli mi fossero giunti per tempo, nel ’68, allora sì avrei potuto almeno tentare di approfittarne. Oggi quasi mi pare di essere un matto a credere di poter arrivare a porre le basi per una rivoluzione culturale esistenziale, ontologico-vissuta, partendo da un approfondimento del pensiero e del vissuto di Dante. Dovrei essere il VELTRO (Inf., I, 49 – 111). Avrebbe di nuovo ragione lei: non mi resta che sperare che di lassù qualcuno mi faccia la grazia di risolvere questi miei ventennali tormenti intellettuali. Non vorrei però infine deluderla nell’ammaestramento che ha tentato di darmi. Io insisto: quelli laggiù per me sono uomini a cavallo, son veri cavalieri, e non affatto mulini a vento. Faccio perciò voto alla Madonna che sopporterò di essere tormentato finché non li avrò vinti. Salutando,
    Giovangualberto Ceri

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  7. CONFRONTARE CON il DVD:
    YOUTUBE, GIOVANGUALBERTO CERI,
    Interpretazione autentica di Dante,
    unitamente a “DANTE E L’ASTROLOGIA”,
    con presentazione di FRANCESCO ADORNO.
    Intervista TV, “CANALE 10″ – FIRENZE –
    del 11.03.2008 alle 12h.00.

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