«Non applicheremo l’accordo separato»

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«Non applicheremo l’accordo separato»

di Antonio Sciotto

Fiom all’attacco sulla firma di stasera. Anche la Cgil ribadisce il no. Caso Ggp: così le deroghe a perdere

ROMA «Quell’accordo non è stato firmato dalla Cgil ed è bene che si sappia da subito: noi non lo applicheremo». Il messaggio di Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom, è più che esplicito e cade direttamente sul tavolo che si riunirà questa sera, presso la foresteria di Confindustria, per siglare in modo definitivo il patto separato sul modello contrattuale firmato nelle linee generali il 22 gennaio. Faccia a faccia siederanno la Confindustria, Cisl, Uil, l’Ugl, avrà il benestare dello stesso governo – dato che viene applicato anche al pubblico – ma sarà presente pure il segretario Cgil Guglielmo Epifani, che comunque ieri ha ribadito che non firmerà. In ogni caso, il «paesaggio» che si prospetta da domani è evidente: in tutte le fabbriche, quell’accordo sarà ingestibile perché la gran parte dei lavoratori – vedi il referendum Cgil con 3,6 milioni di votanti e il 96% di no – non lo ha digerito, dunque anche per le imprese il calice sarà amarissimo. Senza contare che lo stesso contratto collettivo dei meccanici, in scadenza a fine anno, rischia di partire con due piattaforme diverse e aspre divisioni. Se poi si aggiunge la crisi, la prospettiva è di una conflittualità tutta a salire: ieri a buttare benzina sul fuoco ci ha pensato il segretario Cisl Raffaele Bonanni, che ha accusato la Cgil di essere «ambigua» sui «rapimenti» dei manager che si stanno susseguendo Oltralpe con cadenza settimanale: tanti in Francia, ma ha fatto parlare molto quello dei dirigenti Fiat avvenuto in Belgio. Secondo Bonanni, che ha sparato praticamente a freddo su Epifani – forse infastidito dai grandi numeri portati in piazza il 4 aprile dalla Cgil – il segretario Cgil «liscia la tigre della rivoluzione e soffia sul fuoco».

Lo spirito del 22 gennaio è già vivo La Cgil ha risposto che «Bonanni ha ormai passato il segno», mentre Rinaldini ha spiegato che «il problema non è avallare o meno quei gesti, ma bisogna capire che con tutti i licenziamenti c’è esasperazione: a me impressionano di più i tanti suicidi o i gesti disperati di violenza che avvengono negli Usa. E non è forse più violenta la dismisura tra lo stipendio di un manager e il licenziamento di un operaio? Io dico: attenzione, perché per chiudere certe fabbriche in Italia e lasciare migliaia di persone senza posto ci vuole l’esercito».

C’è un contratto che la Fiom ha portato a esempio di quello che può significare la deroga ai diritti sanciti dal contratto nazionale, possibilità che viene istituita dal patto separato del 22 gennaio: è l’integrativo siglato in una grossa azienda, la Ggp di Treviso, che produce tosaerba. La Ggp ha un personale fisso di 625 persone, ma nella stagione di massima produzione – da settembre a giugno – grazie agli stagionali «gonfia» fino a 1200-1300 persone. Il 75% del personale stabile è composto perlopiù da uomini italiani; al contrario, la gran parte dei precari è fatta di donne e immigrati. La mole di stagionali, fino a oggi, è stata gestita attraverso i contratti a termine. Nel contratto dei metalmeccanici è previsto che chiunque compia 36 mesi di lavoro (o 44, se inclusi i periodi di interinale) maturi il diritto al tempo indeterminato. Analogamente, il Protocollo welfare del 2007 dispone l’assunzione dopo 36 mesi, con al massimo una sola proroga; ancora, la legislazione Ue prevede che non si possano ripetere all’infinito contratti a termine presso la stessa azienda. Ebbene: la piattaforma unitaria proponeva di non gestire più gli stagionali con i contratti a termine, ma di passare gradualmente a tempi indeterminati con part time verticale: cioè vieni pagato solo i mesi che lavori, ma almeno hai la garanzia del posto fisso (utilissima per gli immigrati, per il permesso di soggiorno) e, in proporzione, hai come gli altri i premi di risultato (2400 euro annui, negati ai precari). L’azienda ha detto no, e con le sole Fim e Uilm, e con la maggioranza delle Rsu, ha firmato un integrativo che deroga al contratto nazionale, introducendo la ripetizione all’infinito dei contratti a termine. Aziz Bouigader, delegato Fiom, spiega che «già 168 operai hanno maturato il diritto al tempo indeterminato, ma così dall’1 aprile sono fuori». Maurizio Landini, segretario Fiom, aggiunge che «la Fiom, che propone sempre il referendum per dirimere le divisioni, in questo caso non è disposta a votare contro diritti indisponibili dei lavoratori: faremo causa in forza del contratto nazionale, della legge del nostro paese e delle norme Ue».

Rinaldini ha concluso: «La Fiom non firmerà mai quell’accordo, anche contro il parere dei propri iscritti: perché una maggioranza non può decidere il licenziamento di una minoranza». Sull’accordo separato del 22 gennaio, Rinaldini ha ribadito che «per la Fiom non esiste» e che «contano le regole in vigore, la cadenza biennale», profilando la possibilità di presentare la piattaforma in ottobre, 3 mesi prima della naturale scadenza (31 decembre); mentre le nuove regole, al contrario, la fisserebbero 6 mesi prima, cioè in giugno. Deciderà comunque il comitato centrale Fiom del 28 e 29 aprile.

15.04.2009

Fonte: Il Manifesto

2 pensieri riguardo “«Non applicheremo l’accordo separato»”

  1. Articolo su Liberazione di Giorgio Cremaschi 16 aprile 2009
    Un no per ripartire

    È prima di tutto un pessimo accordo per le lavoratrici e i lavoratori quello sottoscritto ieri tra Cisl, Uil, Ugl e Confindustria. Si abbassano matematicamente le paghe nel contratto nazionale, sostituendo all’inflazione programmata la cosiddetta “Ipca”, cioè un’altra inflazione programmata, decisa invece che dal governo da un’autorità terza. Da qui viene poi tolto il costo dell’energia importata, mentre la paga di riferimento per gli aumenti non è più quella di fatto, ma quella minima tabellare. Si rende così impossibile il semplice adeguamento dei salari rispetto all’inflazione reale, mentre si rinuncia definitivamente alla possibilità che i contratti nazionali possano aumentare le retribuzioni per recuperare quanto perso nel passato. Mentono quindi quei dirigenti sindacali che dicono che questo accordo serve ad aumentare le paghe. Questo accordo serve invece a ridurre il salario certo in cambio di quello variabile e aleatorio, legato alla produttività e all’andamento delle aziende. E’ la stessa operazione che vent’anni fa fu compiuta ai danni della scala mobile. Oggi essa viene compiuta contro il salario garantito dal contratto nazionale.
    Si aggiungono poi due aggravanti. La prima è la clausola di dissolvenza del contratto nazionale, che viene affermata con la possibilità per le aziende di derogare, con accordo sindacale locale, alle paghe e alle normative del contratto. Una clausola di questo tipo in un momento di crisi economica è una pistola alla tempia nei confronti di ogni lavoratore. L’altra aggravante è il sistema autoritario che governerà tutta la futura contrattazione. Altro che allargamento degli spazi. Il sistema che viene varato con le norme applicative dell’accordo del 22 gennaio è una sorta di catalogo dei delitti e delle pene per sindacati, rappresentanti aziendali, lavoratori. Con questo sistema qualsiasi delegato di fabbrica, prima di andare a chieder qualcosa alla direzione, farà bene a munirsi di un buon avvocato. Perché tutto è controllato dai vertici, fino alle commissioni confederali. Nella sostanza né il contratto nazionale, né quello aziendale ci sono davvero più. Rimane solo un sistema barocco pieno di rinvii e istanze, nel quale il confronto continuo tra burocrazie delle imprese e burocrazie sindacali giustificherà entrambe.
    Ma se questo è il giudizio, la ovvia domanda è: “perché Cisl e Uil sottoscrivono quell’intesa?”. Innanzitutto per due ragioni. La prima è la rassegnazione. L’idea che nulla si può ottenere con il conflitto, il totale cedimento all’ideologia nazionale del “siamo tutti nella stessa barca” – a cui segue spesso il corollario: “e lasciamo in pace l’uomo solo che è al timone” – l’accettazione dell’idea della complicità sindacale, teorizzata dal Ministro del Lavoro Sacconi. Un’altra ragione è dovuta all’idea di guadagnarci. Dal riconoscimento del governo, delle imprese, dagli enti bilaterali, dalla gestione di interessi esterni a quelli della contrattazione. Ma entrambe queste ragioni sono solo una parte della verità. Il cedimento della Cisl e della Uil è anche il punto di arrivo dopo vent’anni di una strategia confederale che, nel nome della compatibilità e della concertazione, ha progressivamente portato lontano dalla realtà del lavoro il mestiere istituzionale del sindacato. Questo accordo si firma oggi, in tempi di crisi, quando qualsiasi ragionamento di mero buon senso dovrebbe far contrattare altro a sindacati e imprese. Ma l’avvio del negoziato è di più di un anno fa e la discussione confederale su di esso ancora precedente. La Cisl e la Uil hanno accelerato e rotto il passo, ma anche la Cgil deve interrogarsi su come siamo arrivati fin qui. Se siamo entrati nella crisi con i sindacati organizzativamente più forti d’Europa e con le paghe e i diritti dei lavoratori tra i più bassi del continente, vuol dire che qualcosa di fondo non ha funzionato negli anni della concertazione.
    Dietro quell’accordo c’è l’idea di un regime sindacale autoritario verso i lavoratori, per questo la Cgil dovrà organizzare la resistenza e l’alternativa ad esso. Ma questo si può fare solo mettendo in discussione la pratica e la cultura del sindacato della concertazione.
    Il no della Cgil può essere allora una grandissima opportunità. La scelta costituente di un sindacalismo democratico in grado di rappresentare i più avanzati interessi del mondo del lavoro. L’arroganza della Confindustria, di Cisl e Uil sono anche determinate dalla convinzione che la Cgil possa dire oggi no, ma si prepari domani a dire dei sommessi sì. Bisogna toglier loro anche il barlume di questa speranza. Occorre dunque una nuova piattaforma sindacale, molto più avanzata di quella degli anni della concertazione, ma anche una nuova pratica sindacale, che azienda per azienda, contratto per contratto, renda vano l’accordo separato e lo trasformi in un totale fallimento.
    A chi obietta che questa linea distrugge l’unità sindacale, non solo si deve rispondere che sono gli accordi separati ad averla liquidata, ma che un’unità dei sindacati fondata sull’unione degli intenti con il governo e con le imprese non è l’unità dei lavoratori. E’ l’unità delle burocrazie contrapposta alla frantumazione e alla sfiducia dei lavoratori. Se vogliamo ricostruire l’unità delle lavoratrici e dei lavoratori, dobbiamo aprire un conflitto di fondo con il modello sindacale che propongono Confindustria, Cisl e Uil.

    Giorgio Cremaschi

    Fonte Liberazione 16 aprile 2009

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  2. Fincantieri. Fiom: “Anche nelle assemblee di Fim e Uilm i lavoratori bocciano l’accordo”

    Il Coordinamento nazionale Fiom-Cgil del gruppo Fincantieri ha diffuso oggi la seguente nota.

    “Si sono svolte in diversi cantieri del gruppo, in particolare a Riva Trigoso, a Sestri Ponente, al Muggiano, a Monfalcone, assemblee indette insieme dalla Fim e dalla Uilm per illustrare i contenuti dell’accordo separato del 1° aprile. Ma queste assemblee per Fim e Uilm hanno registrato una sonora bocciatura dell’intesa che veniva presentata.”

    “Alle assemblee retribuite c’è stata un’altissima partecipazione. Invece, nelle assemblee convocate da Fim e Uilm con sciopero, come a Sestri Ponente, la presenza è stata scarsissima, a differenza di quelle svolte pochi giorni prima dalla Fiom.”

    “In tutti i cantieri dove si sono presentate la Fim e la Uilm hanno subito dure critiche e contestazioni da parte dei lavoratori sia sul merito dell’accordo, sia sul fatto che queste organizzazioni hanno impedito il referendum e finora non hanno neanche riconosciuto il pronunciamento della maggioranza assoluta delle Rsu del gruppo.”

    “E’ significativo che le contestazioni sono state mosse da tanti lavoratori iscritti a Fim e a Uilm, prima ancora che da iscritti alla Fiom. In alcune assemblee iscritti Fim hanno presentato degli ordini del giorno con la richiesta del referendum, ma la Fim e la Uilm si sono rifiutate sia di metterli ai voti che di assumerli.”

    “In particolare nell’assemblea del cantiere più grande, quella di Monfalcone, la contestazione all’accordo è stata fermissima. Al punto che alla fine tutti i lavoratori assieme hanno abbandonato l’assemblea, dopo che non avevano avuto risposte adeguate alle loro domande da parte di Fim e Uilm.”

    “Il punto più contestato dell’accordo separato è quello del salario. I lavoratori chiedono che venga spiegato che cosa debbono fare per poter raggiungere i 1.500 euro del premio di efficienza. Ma a questa domanda per Fim e Uilm è impossibile rispondere dato che neanche la Fincantieri al tavolo della trattativa ha saputo dare una risposta. E’ stato molto contestato anche il tentativo di Fim e Uilm di far passare il pagamento degli arretrati della vecchia produttività come se fosse una “una tantum” di cui per la prima volta nella storia del gruppo non c’è alcuna traccia.”

    “Inoltre Fim e Uilm vengono criticate per aver subito l’ultimatum dell’Azienda, “prendere o lasciare”: se aveste tenuta aperta la trattativa si poteva ottenere di più.”

    “Anche dalle assemblee convocate da Fim e Uilm per raccogliere qualche consenso all’accordo separato emerge dunque una sonora bocciatura. Anche questo sta a dimostrare che quando la Fiom dice che bisogna tenere aperta la vertenza, riaprire la trattativa ed ottenere un accordo accettabile non esprime una velleità, ma un bisogno concreto e condiviso dalle lavoratrici e dai lavoratori del gruppo.”

    Il Segretario nazionale della Fiom, Giorgio Cremaschi, ha così commentato: “A questo punto sarebbe necessario che Fim e Uilm prendessero atto della realtà. Il loro accordo non passa nemmeno nelle loro assemblee. Il dissenso dei lavoratori è totale. Chiediamo a Fim e Uilm una scelta di consapevole coraggio: ritirate la firma e tornate con noi a chiedere la riapertura del tavolo. L’accordo è infatti non solo formalmente, ma sostanzialmente privo di qualsiasi legittimazione e consenso.”

    Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

    Roma, 16 aprile 2009

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