Fermiamo le Delocalizzazioni

Fermiamo la fuga delle Aziende. Una legge da approvare con urgenza.
Convegno sulle delocalizzazioni produttive. Sabato 28 marzo 2009 ORE 9,00 -13,00 Sala Viglione, via Alfieri 15 Torino.

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LETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

lavoratori-non-sono-in-venditaLETTERA APERTA INDESIT, le domande di chi lavora.

Come dice l’articolo 1 della Costituzione Italiana “L’Italia è una repubblica che si basa sul lavoro”. Si, ma il lavoro di tutti i suoi cittadini. E non il lavoro dei cittadini di altre nazioni. La notizia emanata diffusamente dai media sulla chiusura di uno stabilimento in Italia, per precisione quello di None, vicino Torino, è per molte persone uno dei tanti indici di segnalazione di un periodo economicamente non florido.

Tanti stabilimenti sono stati chiusi da altre aziende e tante aziende hanno chiuso e terminato la loro produzione. La Provincia di Torino, risente in particolar modo di questa situazione congiunturale. Ma nello specifico il nostro stabilimento presenta una differenza sostanziale dalle tante altre realtà vicine e lontane: il sito produttivo di None non appartiene ad un’azienda straniera e la Indesit non è un’azienda sull’orlo del fallimento.

Quindi, perché chiudere? Se guardiamo velocemente fuori dai nostri confini, notiamo che le aziende straniere chiudono gli stabilimenti che hanno sparsi sui territori internazionali per mantenere attivo ciò che hanno in casa. Gli esempi sono la Motorola di Torino, la Whirpool di Pordenone oppure le realtà di casa USA, anche con l’aiuto del loro Governo.

Qui in Italia avviene invece il contrario. Oltre alle tante realtà produttive finite in mano straniera, lasciamo andare all’estero anche le realtà in mano italiana. La produzione di lavastoviglie dei marchi Indesit e Ariston verrà spostata dallo stabilimento di None in quello di Radomsko, Polonia.

Questo trasferimento è dettato dai differenti costi di manodopera ed energetici, oltre ad un accordo economico-industriale, già ufficializzato alcuni anni fa, tra l’azienda e il governo polacco.

I motivi di disaccordo verso questa decisione sono notevoli: questo prodotto è stato sviluppato nello stabilimento di None, frutto dell’esperienza dei suoi dipendenti e dei suoi uffici e laboratori, gli impianti sono stati messi in efficienza tramite le maestranze dei suoi operai e il lancio del prodotto è stato garantito dai suoi lavoratori nelle fasi produttive e risolutive. E adesso che tutto è funzionante e collaudato lo portano via?!

La stessa professionalità che ha partorito il nuovo prodotto diventa il gap economico che non consente di mantenere la produzione in Italia? Si, perché cercare la professionalità tecnica e produttiva nei neolavoratori polacchi è azzardato. E ai lavoratori italiani cosa rimane? Il contributo speso per lanciare la produzione all’estero. E ulteriori sforzi per provare a lavorare ancora. Ma allora, dove si trova l’etica industriale e sociale?

Come si può lasciare 600 lavoratori da una parte e prendere altre 600 persone in un altro paese solo perché guadagnano – per ora – il 30-40% in meno? E quanto incide questo costo sul costo totale del prodotto? Il 15%? E’ bene ricordarsi che la professionalità, l’esperienza, la qualità hanno un costo e i numeri sopra esposti valgono queste caratteristiche.

E la serietà di un’azienda si può ritrovare in queste mosse?! L’intento è cercare un maggior profitto a scapito di qualità e professionalità? Oppure ottenere aiuti economici dalle parti sociali, come ha fatto mamma-Fiat ?che importa se a soffrire sono i lavoratori della massa popolare.

Si deduce che su questa strada è facile fare “industria”, con i soldi e la pelle degli altri. Da una parte ci sono le sovvenzioni, dall’altra parte ci sono i tagli di costo e il profitto è fatto.va bene anche se si produce di meno. Perché le aziende estere non soffrono di questi mali? Perché le realtà industriali estere tornano a casa e non fuggono nei paesi dell’Est per fare il loro profitto?? Non li abbiamo ancora menzionati, ma cosa fanno i nostri governi, i nostri politici, qualsiasi sia il loro colore di appartenenza?

Per adesso guardano , commentano e si voltano. La crisi economica, la disgregazione industriale e l’implosione della redditività dei suoi cittadini non fanno parte dei loro interessi. Calano gli introiti da imposte, cala l’economia, aumenta i costi sociali di ammortizzamento, ma “lassù” non c’è preoccupazione.