Domani niente scuola: Andrea Bajani

E’ mia intenzione continuare ad informarmi sulla situazione di questo periodo, sulla crisi economica e le possibilità di superarle.

Ma, sotto quel libro ve ne erano altri due: di Andrea Bajani.

Uno sulle tipologie contrattuali, uno sulla delocalizzazione. Quest’ultimo, “Se consideri le colpe“, ambientato in Romania, (un protagonista: “sulle tracce di una madre sempre in fuga”), mi è rimasto particolarmente impresso. Sarà stato per via di un incontro, dove ricordo anche Giorgio Airaudo (esponente torinese Fiom) e Luciano Gallino (sociologo).
Un incontro illuminante, che mi aveva dato la possibilità di capire meglio le ragioni della delocalizzazione (ovvero, come le imprese scegliessero, per trasferire la produzione, paesi dove il costo del lavoro è minore che in Italia).

Ricordo ancora di aver scambiato qualche opinione con lui e di aver ricevuto copia del suo libro con autografo, “per Romano, questo viaggio ad est“.

L’altro suo libro, di cui parlerò in seguito è “Domani niente scuola“, un viaggio per l’Europa, dove l’autore è ostaggio di 150 “scalmanati” per circa un mese.

Se consideri le colpe di Andrea Bajani domani-niente-scuola

Sono due libri che fanno capire molte cose sullo stato attuale dell’economia; penso valga la pena leggerli, così come vale la pena riflettere sulla condizione femminile nell’epoca attuale.
(Non dimentichiamo cosa intende fare il ministro Brunetta per alleviare la condizione femminile in Italia: aumentare l’età pensionabile da 60 anni a 65 anni).

30 gennaio 2004-continua

Ieri, ho accennato al nesso “sentimentale” per evidenziare che talvolta, quando siamo immersi nei nostri pensieri, nelle nostre difficoltà, non riusciamo a cogliere quanto avviene intorno a noi.

Leggevo quelle pagine del libro e pensavo a dove ero esattamente in quei giorni, in quel momento; leggevo e pensavo ad una inchiesta comparativa riportata su di un libro che avevo intenzione di commentare alcuni giorni fa: “Largo all’eros alato” di Aleksandra Kollontaj.

In una pagina di quel libro si legge che,  in riferimento ad una inchiesta del 1999, “famiglia, lavoro e amici costituivano i valori di riferimento dei cittadini europei; la politica è un valore solo per l’8%, mentre è venuta completamente meno la fiducia in quelle grandi strutture collettive che furono i partiti di massa” (pag.23).

E’ vero, quando si è assorbiti dai nostri pensieri siamo lontani da tutto ciò che dovrebbe interessarci. Ad esempio, perchè la partecipazione allo sciopero non è sentita, da tanti, come  “un dover partecipare per poter cambiare il proprio status“?

Perchè per alcuni è più semplice, come sovente capita, fare un regalo  di Natale, magari raccogliendo fondi fra colleghi, ad un dirigente (non dico di che tipo) che non aderire allo sciopero? E perchè, se lo sciopero è un diritto individuale, una libertà di aderire o non aderire, non posso soffermarmi su una riflessione e chiedermi, chiedervi: perchè è così facile raccogliere fondi per un regalo natalizio ad un dirigente che ha già molto ha di suo, cioè il posto di lavoro, dato che non voglio entrare nel merito quantitativo dello stipendio, e non pensare ad un mio collega a cui sta per scadere il contratto di lavoro, che magari ha dei bambini a casa, e che questi ultimi non vedranno magari non un “regalo” ma neanche l’assicurazione che dal domani potranno ancora mangiare?

Io non vorrei tornare ai freddi numeri per non stancare i lettori, ma soffermarmi su questo punto, sì.

Personalmente, ho aderito a tutti gli scioperi: penso al futuro, so che manca del personale e che c’è bisogno, nel luogo del mio lavoro, di personale che non dovrebbe andar via: deve restare, gli spetta, ed io, con il mio “aderire allo sciopero” esprimo simbolicamente (perchè onestamente, economicamente non mi cambia la vita) il mio desiderio di un modello diverso di società.

Vorrei poter dire, “mi interessi tu, con la tua lettera di dimissioni in mano, che dal 19 dicembre non hai una prospettiva di futuro, mentre non mi interessa lei, la dirigente, a cui fare il regalo. Lei la vedrò ancora un anno intero, e so che sarà  qui, mentre tu, collega, che simbolicamente rappresenti migliaia di colleghi nella medesima condizione, vorrei saperti felice, qui: al tuo posto di lavoro“.

Questa mattina mi hanno ricordato che questo è uno strumento poco credibile, nel senso che i contatti veri sono migliori, più efficaci, ed è sicuramente vero, ma nel modello di società che vorrei, non posso perdere più tempo. Ecco perchè un fermo no è stata la mia risposta “per il regalo”, ma un secco si verrà tutte le volte che penserò a te, caro collega, cara collega, che dalla fine del mese, non ti vedrò nello stesso posto di lavoro.

L’altro aspetto che volevo accennare, partendo da quel “30 gennaio 2004… che facevo?

E’ considerare oggi, o quel 30 gennaio 2004 che tipo di risposta può avere la domanda posta in alcune pagine del libro Largo all’eros alato ” quale è il rapporto  o meglio quale è il ruolo che l’ideologia proletaria assegna all’amore ?

Quale è il posto occupato dall’amore nell’ideologia della classe operaia?”

La struttura attuale  della società quanto influisce sulla psicologia umana incapace di recepire certi bisogni? E, quanto influisce sull’insensibilità dell’uomo nei confronti della donna?

Se noi ci battessimo per eliminarele sacche di precarietàchiedendo ciò che per ragioni di bilancio viene sempre negato, e penso a più asili, più assistenza alle donne, più welfare orientato in questo senso, di quanto avremmo liberato la nostra capacità di ascoltare e dare amore?

Non è possibile rispondere ad una richiesta pensando che non è la costruzione del socialismo reale a cui stiamo pensando, ma ad una “liberazione anche d’amore“?

E, forse, non sarebbe questo il miglior regalo, una prospettiva diversa per tutti coloro che non hanno nulla che non fare un banalissimo “regalo di Natale a chi ha già tanto e tutto”?….

(Forse queste cose mi sarebbe piaciuto dire quel 30 gennaio 2004)—